Crossfit. Lo sport del fitness

A cura di Antonello Monno - Dottore in Scienze Motorie, Posturologo, Docente e Formatore Nazionale, Cultore della Materia presso Corso di Laurea in Scienze Motorie e Sportive.

 

Iniziamo subito con il chiarire cos’è il CrossFit, perché forse molti ne hanno sentito parlare negli ultimi anni, ma magari - non avendolo mai visto né provato - non sanno di cosa stiamo realmente parlando.
Creato da Greg Glassman negli Stati Uniti negli anni ‘70, il CrossFit ha cominciato a diventare popolare negli anni ‘90, quando nacque la prima palestra\box nel ‘95 a Santa Cruz (California), fino a raggiungere la definitiva esplosione dopo il 2008. Ad oggi, ci sono più di ottomila (nel 2012 erano circa la metà) palestre e centri fitness sparsi in tutto il mondo in cui si pratica il crossfit, grazie ad allenatori professionisti e con una preparazione specifica.
Il crossfit è un programma di rafforzamento e condizionamento fisico pensato per aiutare le persone a conquistare un benessere completo e generale. Tale programma si concentra su una serie di movimenti funzionali che cambiano costantemente, eseguiti ad alta intensità per raggiungere una prestanza fisica totale, e rendere le persone pronte a ogni genere di sfida fisica.
 

Come viene strutturata mediamente una lezione di CrossFit
 

WARM UP/MOBILITY
Generalmente si inizia con warm up e mobility, ossia riscaldamento e mobilità articolare; in questa fase viene svolta una serie di esercizi a corpo libero (spesso si utilizza la jump rope) per attivare i vari gruppi muscolari e vengono effettuati dei movimenti di mobilità articolare, magari per i distretti corporei che si andranno ad utilizzare nel workout; utile è l’utilizzo di piccoli attrezzi per il detensionamento miofasciale (grid, foamroller, palline da tennis, golf, elastici, back balls). Questa fase iniziale serve a preparare il fisico all’allenamento, a ridurre il rischio di infortuni e a rendere più facili i movimenti, sbloccando e liberando la fascia muscolare; tipicamente la durata di questa fase è circa 10\15 minuti, insomma serve per “accendere i motori”.
 

SKILL/STRENGTH
Skill, ovvero abilità: in questa fase vengono spiegate e praticate le varie tipologie di esercizi che andranno a comporre il workout, o a migliorare la tecnica di esecuzione di un esercizio specifico.
Strength, ovvero forza: laddove il movimento sia ben acquisito e padroneggiato dal soggetto\classe, con l’avanzare delle settimane si procede a praticare quello schema motorio\esercizio fondamentale lavorando con protocolli di programmazione di Forza.
Il Coach mostra la corretta esecuzione dei movimenti e la loro naturale progressione didattica e pone l’accento sugli errori che devono essere evitati; in seguito, gli atleti provano loro stessi gli esercizi mentre il Coach li controlla ad uno ad uno correggendo ove necessario; di solito, questa fase dura circa 20/30 minuti, e serve appunto a consolidare uno schema motorio e/o ad acquisire forza.
 

WOD
E' il cuore della lezione, la fase di allenamento vero e proprio. Al termine della fase dedicata alle skill, il Trainer passa ad introdurre il Workout Of the Day, spiegando dettagliatamente gli esercizi e la tipologia di lavoro prevista, si accerta che tutti i partecipanti abbiano capito e ascolta eventuali dubbi, dopodichè si parte! In questa fase non c’è tempo per affinare la propria capacità tecnica o per fare domande, né c’è tempo per il riposo: seguendo il principio dell’alta intensità, gli atleti sono chiamati a dare il massimo nel tempo stabilito. Durante il Workout, il Coach controlla costantemente e da vicino i CrossFitter, per assicurarsi che eseguano tutti i movimenti correttamente e soprattutto in corretta postura e in totale sicurezza, correggendo rapidamente se necessario; nel contempo, incita i praticanti a spingersi oltre il proprio limite. Tipicamente, questa fase ha una durata molto variabile, che può andare da 5 a 30 minuti circa. è la parte metabolica del workout, spesso chiamato Metcon.
 

RECOVERY/FLEXIBILITY
è la fase dedicata al recupero, all’allungamento muscolare e al defaticamento; sotto la guida del Trainer viene eseguita una serie di esercizi di stretching e defaticamento, molto importante per allungare la muscolatura e decoattare le articolazioni dopo l’intenso lavoro. In questa fase il Coach chiede un feedback sull’allenamento agli atleti e stimola la discussione sul workout appena effettuato, raccogliendo le sensazioni e chiarendo eventuali dubbi. Sarebbe cosa buona e giusta creare esercizi di compenso sulla base delle catene cinetiche e dei muscoli più sollecitati durante il workout, generalmente della durata di circa 10 minuti.
 

Benefici del Crossfit
Iperproduzione di EPOC, acronimo di Excess Post exercise Oxygen Consumption e traducibile in italiano come Consumo di ossigeno in eccesso post-allenamento. L’EPOC è l’indice di misurazione dell’aumento del consumo di ossigeno a seguito di un’attività fisica, destinato a soddisfare il “debito di ossigeno” del corpo. Infatti, al termine dell’esercizio fisico, l’attività metabolica e il dispendio calorico non ritornano immediatamente ai livelli di riposo, ma rimangono elevati per un tempo più o meno lungo in base all’intensità e alla durata dell’attività svolta. Pertanto, al termine dello sforzo il corpo continua a richiedere ossigeno ad un tasso superiore rispetto ai valori basali. L’EPOC è strettamente legato all’intensità, di conseguenza l’alta intensità del CrossFit accresce oltremodo questo parametro.
Stimolare e allenare la resilienza, che si può considerare come la 4a capacità condizionale (la 5a può essere considerata la mobilità articolare). Sostanzialmente, la resilienza è la capacità del sistema nervoso centrale di sopportare nel tempo la fatica\stress, ed è per questo strettamente legata allo sviluppo dell’autoefficacia. Racchiudendo il concetto con una citazione “Ciò che non mi uccide mi rende più forte” [F. Nietzsche].
Ha parametri prestazionali valutabili e standardizzabili, come le “girls” (wod benchmark codificati, con cui si può parametrare lo stato di fitness dell’utente); ad esempio, chiedere ad un CrossFitter quanto ha sul Fran è come chiedere ad un velocista quanto fa sui 100 mt. La continua variazione degli allenamenti (ogni giorno è sempre diverso dal precedente), non crea assuefazione e stimola l’utente, parametro da non sottovalutare; nonché abitua il soggetto ad imparare più schemi motori possibili. Il wod è per l’utente una sfida\gara stimolante; ovviamente la sfida non è contro gli altri, ma contro se stessi.
Standardizzazione dei movimenti: ogni rep, per essere valida, deve andare dal punto A al punto B; ad esempio, nello squat i glutei devono scendere sotto il parallelo, nel pullup il mento deve arrivare sopra la sbarra ecc...
Miglioramento della soglia anaerobica, il che significa maggiore capacità di smaltimento del lattato prodotto.
Stimolare l’ipertrofia funzionale, quindi l’ipertrofia del sarcomero e delle miofibrille, che produce un grande adattamento neuro-endocrino.
Potenza: è definita come la velocità con cui si esegue un lavoro. Nel CrossFit la potenza è tutto. La potenza è sia forza che velocità.
Dare enfasi a movimenti anca-dominanti, come esercizi elitari per la potenza.
Dare nuovo spolvero ad un nobile sport come la Pesistica Olimpica attraverso l’utilizzo delle alzate Olimpiche.

 







I mali di stagione alle porte

Autunno significa cambiamenti climatici, abbassamento delle temperature, vita d’ufficio e posture poco corrette.
Con conseguente aumento del livello di stress.

 

Tutto questo genera infiammazioni delle vie respiratorie, portandole a essere più vulnerabili ad attacchi virali, come quello del raffreddore. Allo stesso modo, anche i muscoli sono più sensibili a contratture. Nonostante questi malesseri siano il sinonimo dell’anti-eleganza, è possibile prevenirli e/o accelerarne il processo di guarigione in maniera piacevole e chic! Come? Godendo dei benefici delle acque termali e dei trattamenti a loro connessi, meglio se in strutture che possano garantire un servizio eccellente e una location che “coccoli” anche la vista.

Ma andando per passi, da cosa dovremmo difenderci in autunno e inverno?
Il raffreddore è una rinofaringite acuta infettiva virale. I suoi sintomi? Starnuti, congestione nasale, mal di gola, tosse, mal di testa, stanchezza. Si tratta della malattia umana più comune: infetta gli adulti in media 2-4 volte l’anno; L’influenza si differenzia per l’insorgere di ulteriori sintomi: rapido innalzamento della temperatura, brividi di freddo e dolori muscolari; Cervicale e reumatismi non interessano solo la popolazione matura. Anzi, gli impiegati o soggetti molto stressati sono quelli più a rischio di contratture muscolari, ovvero coloro che sono in età lavorativa.

 

4 segreti per prevenire i malanni di stagione…con stile!

1 • Le Acque Termali: la prevenzione più completa rilassandosi, prendendosi cura di sé, con effetti duraturi nel tempo.
2 • La prevenzione con le “terme” a casa: come per il make-up, anche la salute ha i suoi rituali che hanno anche un risvolto positivo per la cura della pelle… e non solo!
3 • Lo stile di vita: come comportarsi in autunno?
4 • Alimentazione e idratazione: seguendo alcune indicazioni prese in prestito dalla nutraceutica.

 

La prevenzione con le Acque Termali
Le cure termali utilizzano come mezzo curativo le acque minerali o i loro derivati, fanghi, vapori, nebulizzazioni, che hanno una riconosciuta efficacia terapeutica per la salute nelle fasi di prevenzione, di terapia e di riabilitazione di alcune malattie. La terapia termale non è alternativa, né sostitutiva al trattamento farmacologico, consente di diminuire gli episodi di crisi e, per quelli che avvengono, di diminuirne l’intensità.
I benefici delle cure termali sono sostenuti dal riconoscimento del Sistema Sanitario Nazionale che, con oneri a carico dell’ente pubblico, dà diritto ad ogni assistito ad usufruire di un solo ciclo di cure (12 sedute) nell’anno legale (1° gennaio-31 dicembre). L’anno è definito considerando il giorno d’inizio del ciclo di cura.
Per fruire di cure termali è sufficiente farsi rilasciare la prescrizione su ricettario del Servizio Sanitario Nazionale da un medico di medicina generale. Per l’accesso alle cure termali è previsto il pagamento di un ticket fissato dalle disposizioni nazionali. Una volta iniziata la cura, il ciclo di terapia termale deve durare 12 giorni in un arco temporale massimo di 60 giorni, fatte salve eventuali sospensioni disposte dal medico termale.

I rimedi, rilassandosi con stile
Le acque termali non sono tutte uguali. Nonostante abbiano tutte proprietà antinfiammatorie, alcuni elementi al loro interno rendono alcune acque più indicate rispetto ad altre per ogni singola funzione.
In particolare bisogna sfatare il mito che le acque termali non abbiano un buon odore: il famoso odore di “uovo” appartiene solo alle acque sulfuree, ma esistono anche quelle non sulfuree, con proprietà simili ma che, non avendo il particolare odore, si rendono più adatte per trattamenti estetici e lunghe terapie inalatorie.
Le acque termali hanno proprietà antinfiammatorie, fluidificanti, stimolanti per la produzione di immunoglobuline A, drenanti per le sostanze nocive (le eliminano) e hanno una componente sedativa broncodilatatrice.
Possono essere effettuate inalazioni, ovvero getti umido caldi di aria da respirare, aerosol, particelle umide più piccole, humage, ovvero acqua deumidificata simile al gas. A ciò può essere affiancata l’immersione nei bagni termali per il rilassamento di tutto il corpo.

Un altro metodo di utilizzo delle acque termali sono i fanghi, che agiscono sulla circolazione e idratazione, oltre che sulla trasmissione di calore al corpo, risultando efficaci nel trattamento di cervicali, contratture, reumatismi.
I fanghi, scaldati a temperatura di circa 50°, vengono applicati sul corpo a una temperatura di circa 46-48° per far alzare la temperatura corporea superficiale gradualmente a 42°: questo innalzamento della temperatura crea un massaggio naturale ai muscoli, un rilassamento dei tessuti, capace di sciogliere le contratture.
Avendo l’acqua termale funzioni antinfiammatorie, i fanghi sono capaci anche di diminuire la cellulite e di attuare dei peeling naturali.
Questo rilascio graduale di calore a temperature alte è l’unica alternativa che non presenta controindicazioni e non stressa il corpo con scottature. Non esistono nemmeno sostanze chimiche che non presentano alcun effetto collaterale come i fanghi termali.

Le “terme”, a casa
Non c’è niente come le reali acque termali, ma di sicuro possiamo attuare dei piccoli trucchi per aiutarci anche a casa, o comunque allungare e sostenere gli effetti termali con pochi, semplici passi.
I famosi fumenti o “suffumigi” possono essere fatti aggiungendo degli oli essenziali a una boule piena di acqua calda: possono essere poche gocce di oli balsamici come quella alla lavanda, all’eucalipto, alla menta o al rosmarino. I fumenti con sale marino sono un escamotage per sopperire alla mancanza di acqua termale.
I vapori, utili a pulire e mantenere umide le vie respiratorie, agiscono anche sulla pelle del viso, aprendo i pori e permettendo una più facile pulizia!
Allo stesso modo, una boule piena di acqua tiepida, con disciolto del sale marino, può produrre vapori da respirare o da inserire in una fialetta con vaporizzatore per inalarla direttamente.
In generale, fate la doccia o il bagno con acqua molto molto calda senza però arrivare al punto di scottarvi. Questa temperatura permetterà un micromassaggio sui tessuti e l’inalazione di vapori che rendono i tessuti delle mucose respiratorie più tonici e forti.
Un altro modo di utilizzare il sale, trasmettitore di calore per dei massaggi delicati nella zona temporale o sul petto,  è il seguente: prendete del sale, chiudetelo in un tessuto di cotone a più strati e scaldatelo al forno. Dopodichè, senza scottarvi, appoggiatelo sulla fronte e lasciatevi massaggia-re dalle onde di calore che lentamente si propagheranno…
 

Lo stile di vita
Come avviene per molti aspetti della vita, anche per prevenire i malanni di stagione è importante seguire uno stile di vita che provochi meno stress possibile al corpo.
Il nemico numero uno del sistema immunitario è lo stress: per questo motivo, il rientro a lavoro dopo la pausa estiva non è da sottovalutare. Sia i meccanismi interni dell’ufficio, così come il rispetto delle scadenze lavorative e la postura da tenere per otto ore al giorno devono essere tenute sotto controllo. Prendete tutto con calma, fatevi un planning di ciò che è urgente e ciò che è prioritario, valutando a cosa dare la precedenza.

Un altro aspetto importante è il riposo. Non è solo una questione di rientro al lavoro, ma di cambio stagione: il corpo è stressato dal cambio della temperatura e il calare del sole anticipato incide sugli ormoni che regolano il sonno. Non abbiate paura di sembrare anziani a volervi riposare: fatelo, e durante le ore di veglia sarete ancora più forti! Per il resto valgono le regole di sempre: l’alcol disidrata e riduce le difese immunitarie che vivono nell’intestino, per cui meglio non esagerare. Il fumo irrita le mucose e riduce le riserve di vitamina C nel corpo. Se già non l’avete fatto, meglio smettere!

Alimentazione e idratazione
La nutraceutica è lo studio di alimenti che possono avere una funzione benefica sulla salute umana. Alcuni suggerimenti per l’utilizzo di alimenti che fanno bene all’organismo:
le arance sono ottime, ma se volete un tocco più esotico potete optare per la papaya: un frutto morbido e gustoso ma non troppo dolce, ottimo per dare una nota di sapore particolare anche alle insalate, che a loro volta possono essere condite con limone e un po’ di zenzero, fortissimi stimolatori del sistema immunitario.
la Curcuma è un altro ingrediente altamente antinfiammatorio: potete utilizzarla per insaporire risotti e pasta che è meglio siano di farine integrali: contengono più zinco, che aiuta il vostro corpo a proteggersi.

Per la vostra idratazione, se volete essere un po’ glam provate il succo d’uva: non solo lancerete una nuova moda, ma assumerete ancora più vitamina C rispetto a quella contenuta da una spremuta d’arancia, assumendo per giunta un frutto di stagione.

Evitate di assumere invece troppo caffè e té: sono eccitanti ed altamente diuretici, disperderete quindi liquidi che servono ai vostri tessuti. Preferite invece le tisane: quelle di timo, eucalipto o lavanda, delicate, dissetanti, purificanti, antinfiammatorie e dagli aromi decisamente coinvolgenti. Per una prevenzione migliore, sorseggiate almeno 2 o 3 tisane al giorno.







I disturbi psicosomatici

La psicosomatica è un ampio campo della patologia che si colloca a metà strada tra la medicina e la psicologia, in quanto indaga la relazione tra mente e corpo, ovvero tra il mondo emozionale ed affettivo e il soma. Nello specifico, la psicosomatica ha lo scopo di rilevare e comprendere gli effetti negativi che la psiche, la mente, produce sul soma, il corpo.


Le origini della psicosomatica sono davvero antiche. I nostri antenati primitivi, concepivano la malattia come una condizione di disagio dell’uomo in cui l’effetto della volontà di una forza superiore era considerato elemento causale e determinante. Nel mondo magico primitivo non esisteva né una concezione della mente, né una concezione del corpo, né dell’ambiente e l’uomo si sentiva immerso nella natura sotto tutti i suoi aspetti, riconoscendosi inferiore e dipendente da tali forze. In questa visione del mondo, lo sciamano, era l’intermediario tra il mondo degli umani e il mondo degli spiriti. In questo contesto la malattia finiva con il riguardare l’intera comunità assumendo anche il carattere di “evento sociale” che attraverso l’opera dello sciamano poteva essere portata alla guarigione. Nel corso dei millenni, la figura del medico si mantiene, sostanzialmente, collegata a quella del saggio, del sacerdote. La medicina pitagorica, in particolare, aveva ricercato le analogie tra l’uomo e l’universo, tra il microcosmo e il macrocosmo e aveva concepito la malattia come una rottura dell’equilibrio dell’organismo, come una sorta di “perduta armonia” tra queste due forze.
Dobbiamo attendere, però, il contributo di Sigmund Freud che attraverso gli studi sull’isteria, affermò che un contenuto psichico, qualora represso, era capace di provocare importanti modificazioni corporee e il “misterioso salto” dalla mente al corpo era divenuto un evento possibile.
In Italia, lo psicologo Ferruccio Antonelli nel 1981 iniziò a parlare di “brositimia”, letteralmente “sentimento ingoiato”. Secondo questo autore, le persone affette da disturbi di natura psicosomatica, presenterebbero difficoltà nel reagire alle avversità della vita, tanto che questo loro stile di vita risulterebbe essere il principale responsabile delle loro sofferenze, la più chiara espressione della somatizzazione dell’ansia. “Mandare giù”, d’altra parte, ricorda il comportamento dello struzzo: non risolve i problemi ma li dirotta all’interno lasciandoli irrisolti.
I disturbi psicosomatici si possono considerare malattie vere e proprie che comportano danni a livello organico e che sono causate o aggravate da fattori emozionali.
Coinvolgono il sistema nervoso autonomo e forniscono una risposta vegetativa a situazioni di disagio psichico o di stress. Le emozioni negative, come il risentimento, il rimpianto e la preoccupazione possono mantenere il sistema nervoso autonomo (sistema simpatico) in uno stato di eccitazione e il corpo in una condizione di emergenza continua, a volte per un tempo più lungo di quello che l’organismo è in grado di sopportare. I pensieri troppo angosciosi, quindi, possono mantenere il sistema nervoso autonomo in uno stato di attivazione persistente il quale può provocare dei danni agli organi più deboli.

I disturbi psicosomatici sono suddivisibili in due gruppi:
i disturbi psicosomatici primari e secondari.
•    Nei disturbi psicosomatici primari è presente una disfunzione biologica, ad esempio nei disturbi metabolici come il diabete e nelle diatesi allergiche come nell’asma. L’elemento psicosomatico sta nell’esacerbazione emozionale del sintomo già esistente. Ad esempio, un bambino che soffre di asma può avere dei gravi e ricorrenti attacchi d’asma in risposta a stimoli emotivi più che fisiologici, in questo caso può essere chiamata “asma psicosomatica”. Questo non implica in nessun modo un’eziologia psicologica per il disturbo originale.
•    Nei disturbi psicosomatici secondari, invece, non può essere dimostrata nessuna disfunzione biologica all’origine dei sintomi. L’elemento psicosomatico è evidente nella trasformazione dei conflitti emotivi in sintomi somatici. Questi sintomi si possono fissare in una malattia grave e debilitante come l’anoressia o in sintomi meno gravi, ma comunque fastidiosi, come la colite spastica, la gastrite cronica ecc.
 
Sintomi disturbi psicosomatici
•    disturbi a carico del sistema respiratorio: asma bronchiale (frequente soprattutto nei bambini).
•    disturbi del comportamento alimentare anoressia bulimia binge eating.
•    disturbi a carico del sistema gastrointestinale: colon irritabile; gastrite cronica; iperacidità gastrica; stipsi; nausea; vomito; diarrea.
•    disturbi a carico del sistema cardiovascolare: aritmie; ipertensione arteriosa essenziale; crisi tachicardiche; la cefalea emicranica.
•    disturbi a carico del sistema cutaneo: psoriasi; sudorazione profusa; eritema pudico (rossore da emozione); dermatite atopica; orticaria; secchezza della cute e delle mucose.
•    disturbi a carico del sistema muscoloscheletrico: cefalea tensiva; cefalea nucale; torcicollo; lombalgie; cervicalgie.
I modelli lineari, ovvero tutti gli approcci che si focalizzano sul paziente singolo (approccio medico, psicodinamico, comportamentista, cognitivista) spiegano il disturbo psicosomatico come un meccanismo di difesa da emozioni dolorose e intollerabili che si attua con un’espressione diretta del disagio psicologico attraverso il corpo.
L’ansia, la sofferenza, le emozioni troppo dolorose per poter essere vissute e sentite, trovano una via di scarico immediata nel corpo; non sono presenti espressioni simboliche capaci di mentalizzare il disagio psicologico e le emozioni, pur essendo presenti, non vengono percepite.
La persona non può, o non riesce, a esplicitare e a dare parola alle istanze conflittuali, a verbalizzare le tensioni emozionali.


Psicoterapia relazionale e disturbi psicosomatici
Il modello sistemico ha integrato lo studio sui meccanismi psicologici dei disturbi psicosomatici nell’individuo con l’osservazione dell’individuo nel suo contesto e in particolare all’interno delle relazioni familiari. L’unità psicologica non è l’individuo, ma l’individuo nei suoi contesti sociali significativi. Da diversi studi è emerso come certi tipi di organizzazioni familiari siano strettamente correlate allo sviluppo e al mantenimento di sindromi psicosomatiche in uno dei suoi membri, e come i sintomi di quest’ultimo a loro volta giochino un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio familiare. In particolare, le famiglie con pazienti psicosomatici sono caratterizzate dall’impossibilità di esplicitare e dare voce al conflitto e alla tensione emozionale che ne deriva. L’impossibilità di esprimere le proprie emozioni non è dunque una caratteristica di personalità dell’individuo, ma è una qualità del sistema a cui appartiene, la sua famiglia, a cui è costretto a conformarsi.
La manifestazione psicosomatica del disagio corrisponde quindi alla difficoltà di verbalizzare i vissuti emozionali, ma non in conseguenza ad una caratteristica personalità dell’individuo, bensì in conseguenza al fatto che le emozioni vengono accuratamente filtrate in modo da evitare tensioni e conflittualità e da mantenere una pseudo armonia del sistema familiare. Il linguaggio scelto dal paziente per esprimere il disagio, il disturbo corporeo, è quindi il linguaggio della sua famiglia.
Il modo più efficace per cambiare i sintomi è modificare i modelli che li mantengono. La psicoterapia più efficace in questi casi è quindi la terapia familiare.
Il fine della terapia è che cambi non solo l’individuo, ma il sistema funzionale della famiglia, in modo da venire incontro a tutti i bisogni di autonomia e di sostegno dei suoi membri. Oltre all’impostazione sistemico integrata, alcuni psicologi abilitati, affrontano/interpretano/risolvono il problema del sintomo psicosomatico attraverso il  linguaggio simbolico e onirico del paziente, vale a dire mediante sedute di psicoterapia ipnotica. Questa mira innanzitutto a rinforzare l’Io del paziente, la struttura di base dell’individuo che nella tradizione psicanalitica funge da mediatore fra l’Es e il Super-Io e che, attraverso un adeguato “esame di realtà”, permette un’equilibrata interazione con l’ambiente esterno. Ciò determina, nel paziente, la visione di nuove prospettive nella propria realtà e un innalzamento dell’autostima come conseguenza della maggior consapevolezza nelle proprie risorse e potenzialità, talvolta solo dimenticate.
Un “Io” ben strutturato non ha bisogno di negare le emozioni, anche se dolorose, in quanto sa di poter attingere al “magazzino delle potenzialità” per poterle esprimere e, se fonte di conflitto, per poterle affrontare.

Giovanna Gazzoni
Psicologa - Psicoterapeuta - Mestre (VE)

 







Abbronzatura perfetta

L’estate si avvicina e, se è in anticipo come la primavera e tutti i suoi fiori, si avvicina a grandi passi. Meglio allora essere preparati per esporsi al sole e prendere quel meraviglioso colore, dal dorato al brunito, in tutta sicurezza. Come? Preparando la pelle per l’abbronzatura! Preparare la pelle è un passaggio necessario, in quanto non solo l’aspetto esteriore ma anche la salute stessa della pelle dipendono da un’adeguata preparazione.

 
I raggi UV del sole e dei lettini abbronzanti, sono i principali responsabili dell’invecchiamento precoce della pelle. Benché i lettini abbronzanti non siano esattamente un metodo “naturale” per prepararsi all’abbronzatura, qualcuno potrebbe aver già iniziato a farne uso per preparare gradualmente la pelle all’abbronzatura. Che siate fra questi o che siate fra quelli che si espongono giusto per le due settimane di vacanza che hanno a disposizione, la base non cambia, si parte sempre da una situazione di pelle impallidita dal lungo inverno e che deve riabituarsi gradualmente a stare esposta al sole.
Gradualmente è la parola chiave. L’abbronzatura è un processo di protezione ed ossidazione delle cellule epiteliali, che si fanno più scure, producendo melanina, la pigmentazione naturale della pelle, per proteggerla. Esporsi troppo in fretta, troppo a lungo e con la pelle non adeguatamente preparata può dare adito a difetti minimi quali un’abbronzatura  non  uniforme,  macchie,  fino  a  problemi  più  gravi quali scottature, ustioni, eritemi solari. Ecco alcuni dei passi necessari a preparare la pelle per ottenere un’abbronzatura sana, uniforme e bella.
 

Esfoliare
Circa una volta a settimana, meno se avete la pelle delicata, è bene esfoliare la pelle. L’esfoliazione rimuove la pelle secca e così facendo si promuove una sana rigenerazione della pelle, cosa che a sua volta assicura un’abbronzatura uniforme. Ci sono molti modi per esfoliare la pelle, il più semplice e rapido è con un guanto apposito sotto la doccia.
 

Idratare
Dopo l’esfoliazione è molto importante reidratare la pelle,per evitare nuove aree di pelle secca, per restituire morbidezza, elasticità e protezione alla pelle dopo averne rimosso lo strato più superficiale e protettivo. Inoltre l’idratante penetrerà più a fondo e più facilmente nella pelle esfoliata.
 

Gradualità
Non si ripeterà mai abbastanza questo punto: l’esposizione al sole, o ai raggi UV di un lettino abbronzante, deve essere fatta in modo graduale, cosicché la pelle abbia tempo e modo di produrre la giusta quantità di melanina. Per evitare le scottature, che non sono solo una scocciatura estiva momentanea, ma possono causare invecchiamento precoce e anche cancro della pelle. Sia come orari sia come tempo di esposizione.
 

Idratare
Di nuovo, certo, dopo l’esposizione al sole la pelle si secca, per effetto degli UV, del lavorio cui la pelle è sottoposta, per la perdita di un po’ di idratazione e, nel caso di un’esposizione al sole con vento e magari in spiaggia con sabbia e salsedine, la pelle si secca ulteriormente e ha bisogno di essere reidratata.
 

Esposizione
Anche questo consiglio viene ripetuto di anno in anno: evitate di esporvi al sole diretto soprattutto attorno a mezzogiorno, quando i raggi del sole sono molto più potenti.
 

Protezione
È di fondamentale importanza, soprattutto, usare una protezione adeguata. Con questo si intende utilizzare un solare adeguato sia per il vostro tipo di pelle, che per indice di SPF, e anche di utilizzare protezioni “fisiche” come cappelli, occhiali da sole, ombrelloni e magliette chiare. Questi ultimi per lo meno quando non volete prendere il sole, per evitare insolazioni ed effetti disomogenei. Per quanto riguarda le creme solari esistono ormai da anni in commercio anche creme ecobio, dall’INCI verde, che usano soprattutto filtri fisici e non chimici. L’unica controindicazione per questo tipo di creme è che fanno sudare un po’ e richiedono un po’ più di tempo nell’applicazione.
 

Idratazione interna
Non si tratta solo di usare della crema idratante, ma di rimanere idratati anche dall’interno bevendo molta acqua. Se vi state esponendo al sole estivo, cercate di evitare di bere acqua ghiacciata, potreste rischiare una congestione!
 

Alimentazione
Benché in commercio esistano compresse e ritrovati che promettono di aiutare l’abbronzatura e la produzione di melanina, il metodo migliore per aiutare l’abbronzatura dall’interno, oltre a bere molta acqua come abbiamo visto, è quello di adottare un’alimentazione sana, con frutta e verdura di stagione. Naturalmente ricca di tutti i nutrienti necessari per aiutare la pelle a difendersi dal sole.







Il potere nelle nostre mani

Rilassa il corpo e la mente, mitiga il dolore, snellisce. Ma soprattutto il massaggio permette di stabilire un contatto con gli altri.
di Manuela Stefani

 

Sfioramento, frizione, pressione, percussione. Vibrazione, pizzicamento, rotazione, impasta-mento: così i massaggiatori definiscono le diverse “manualità”, cioè i vari modi di trattare il corpo e la pelle, superficialmente o profondamente, con maggiore o minore intensità, con tutta la mano o la sola punta delle dita, con o senza oli, secondo un rituale e un’arte che risalgono alla notte dei tempi e che sono stati così largamente praticati nel mondo da avere valore quasi universale. Uomini di tutte le epoche e civiltà hanno sperimentato le diverse valenze del massaggio che rilassa il corpo e la mente, lenisce il dolore, abbellisce la figura, scioglie le tensioni, rimedia ai traumi, smaltisce la stanchezza e risana. Con alcune differenze. “Non a caso il massaggio nasce in Oriente, parte del mondo dove il culto del fisico è più radicato e profondo. Qui c’è sempre stato maggior rispetto del corpo e maggiore accettazione delle sue caratteristiche e delle sue esigenze”, sostiene Lucio Bonafiglia, psicoterapeuta e sessuologo. “E qui il massaggio è a tutt’oggi uno strumento per indurre al rilassamento, richiede tempi lunghi e una dedizione totale sia da parte di chi lo pratica sia da chi lo riceve. In Occidente invece si è diffuso come pratica a fini estetici, magari terapeutici, e in armonia con il nostro frenetico stile di vita si tende a concentrarlo in piccoli spazi di tempo, come una pausa pranzo. Poco ha a che fare con il suo significato originario”.

Preludio all’intimità
Ma che cosa è soprattutto un massaggio, prima di essere terapeutico, estetico o rilassante? Prima di essere chiamato shiatsu, loomi lomi nui o linfodrenaggio? Il massaggio è prima di tutto una sequenza di tocchi sulla nostra pelle. E il tocco è il primo e principale modo di entrare in contatto con una persona. La pelle, infatti, organo più esteso del corpo umano (2 metri quadrati circa di superficie), letteral-mente tappezzata di recettori nervosi (34 per centimetro quadro nelle donne, contro 17, in media, degli uomini), non è solo il cerchio magico che ci separa dal mondo, una corazza che protegge dalle aggressioni esterne. E anche l’estrema propaggine di noi stessi. Farsi toccare e massaggiare significa affidare il corpo e dunque se stessi a un altro, rendendogli accessibile il nostro io. Il contatto è un bisogno e un momento fondamentale della vita umana. Esprime apertura all’incontro, è preludio all’intimità e in seconda battuta alla sessualità. Essere toccati dai nostri simili e sperimentare il benessere che ne consegue è un’esigenza primaria e costante in tutta la vita umana, dalla nascita alla morte. Dice Keli Procopio, insegnante di watsu, massaggio in acqua calda: “Il bisogno di contatto e d’intimità nasce nell’infanzia, nei primi giorni di vita, quando il neonato trae sensazioni gradevoli dall’essere toccato, maneggiato, accarezzato, massaggiato dalla madre. Un bambino che ha ricevuto questo dono sarà più probabilmente un adulto equilibrato e sessualmente sano. Le manipolazioni della madre infatti lo avranno fatto sentire accolto, dunque amato, e diventeranno il fondamento della sua sessualità in età adulta”. Dai primi giorni di vita, dunque, il tocco e dunque il massaggio si configura come uno strumento utile per aprire il corpo al principio del piacere e per riequilibrarne gli stati emotivi. “Imparare a mettersi all’ascolto del proprio fisico è importante per il benessere personale”, aggiunge Italo Bertolasi, esperto di tecniche orientali per il benessere. “Soprattutto in Occidente, percepiamo il corpo come un insieme di membra separate: siamo abituati a pensare al nostro braccio, alla gamba, al piede sinistro, all’occhio destro. Il massaggio, che fa danzare le mani su tutto il corpo, ci ridà invece il senso dell’unità corporea e predispone le basi per un’armonica integrazione di ciò che è fisico con il mondo delle emozioni”.

Il corpo parla
Si dice che il corpo è una specie di mappa dove sono scritte la nostra storia e le nostre emozioni: guardarlo e, a maggior ragione toccarlo, permette agli altri di leggerlo e di intuire prima e comprendere dopo ciò che vi si nasconde dentro. Il massaggio dunque può essere una chiave di accesso all’interiorità di una persona: “Nell’ambito riservato di una coppia, per esempio, il massaggio si dà e si riceve alternativamente, così come alternativamente si tace e si parla, si comunica e si ascolta, si agisce e ci si ferma”, dice ancora Bonafiglia. Tutto contribuisce a isolare come un atollo gli amanti e a favorire l’instaurarsi di un clima di abbandono, saturo di emotività, più che di razionalità. “Toccando il partner, o massaggiandolo, recepiamo ciò che il suo corpo comunica e a nostra volta possiamo comunicargli ciò che a parole risulterebbe più difficile esprimere. Il tocco parla e ascolta in modo più penetrante, esplicito, esauriente e genuino di un lungo discorso”. Ricordiamocene, e badiamo che non riveli ciò che non vogliamo.


PIACE ANCHE AI NEONATI
Un dolce massaggio giova alla salute fisica e psichica dei piccoli, che si sentono accuditi e accolti: una sensazione che procura loro benessere e sarà fondamento di una serena sessualità in età adulta.

 

 

 

 

 

È MEGLIO DI VACANZE, PALESTRA E SESSO
Gli italiani sono amanti del massaggio. Il 35% della popolazione Io preferisce alle vacanze (23%), alla palestra (17%) e addirittura al sesso (16%). Le categorie professionali più affezionate sono impiegati e liberi professionisti. Quanto alla tipologia di massaggio, il 19% degli intervistati opta per lo shiatsu, il 14 per l’ayurvedico, il 12 per quello al cioccolato, 11 1 per l’olistico, il 13 per il riflessogeno, l’8 con pietre calde, e il 5 per quelli con conchiglie, fiori, piume o spruzzi di acqua calda.

 

 

 

 

 

1. Shiatsu: in giapponese significa “pressione con le dita”. È una terapia orientale originaria della Cina del Nord, importata anticamente in Giappone, dove è stata riconosciuta dal Ministero della Sanità dal 1955. Agisce sui punti di intersezione (tsubo) dei meridiani corporei attraverso i quali scorre l’energia vitale. Si utilizzano, esercitando pressione, i palmi delle mani o le dita, in qualche caso anche i gomiti, il ginocchio e la pianta dei piedi. Alla pressione si alterna la mobilizzazione dolce delle articolazioni. Non si pratica lo shiatsu direttamente sulla pelle: il paziente si sdraia, con indosso panni leggeri, su una stuoia o un materassino.

2. lomi lomi nui: è il nome del massaggio hawaiiano. Può essere praticato da uno o due operatori che usano mani e avambracci per eseguire sul corpo del paziente movimenti lunghi e ritmici come le onde dell’oceano. Anticamente considerato un rituale sacro ed eseguito dai maestri Kahuna, esprimeva rispetto e amore per tutti gli esseri viventi e sintonia con lo spirito di Aloha, ispiratore della filosofia di vita hawaiiana.

3. massaggio thai: era un massaggio medico praticato dai monaci buddisti della Thailandia che lo hanno tramandato per più di 2500 anni. Viene eseguito premendo con le dita su particolari punti del corpo in associazione a movimenti di stretching assistito. Originariamente, si credeva portasse a uno stato di leggerezza interiore e a un’elevazione spirituale. Organicamente, potenzia l’attività cardiovascolare e favorisce la disintossicazione delle cellule.

4. massaggio ayurvedico: ha antichissime origini indiane e le sue regole sono codificate negli antichi testi Sushruta e Charaka. Ha per scopo quello di mantenere l’equilibrio dell’organismo ed è ancora oggi considerato un utile strumento contro lo stress e un valido aiuto per la cura delle malattie organiche. Ogni seduta può avere una durata variabile dai 60 agli 80 minuti e prevede luci discrete, incensi, oli profumati, musiche rilassanti di accompagnamento. Si parte dai piedi e si arriva alla testa. Attiva la circolazione del sangue, tonifica i muscoli, agisce sul sistema nervoso, è efficace per combattere insonnia, emicrania e stanchezza.

5. watsu: è un sistema di movimenti e sfioramenti del corpo, guidati da un maestro, che si svolge in piscine di acqua riscaldata. Favorisce la circolazione dell’energia nel corpo, scioglie le tensioni e ulteriormente lambisce e accarezza le nostre membra massagglandole. Indicato particolarmente per chi soffre d’ansia e di stress, pare abbia benefici effetti anche sulla sfera sessuale.

6. linfodrenaggio: è un metodo di massaggio che agisce sui canali e gangli linfatici, quel reticolo del nostro corpo attraverso il quale scorre la linfa, il liquido che ci difende dagli attacchi di virus e batteri e rigenera il nostro organismo. Il linfodrenaggio favorisce Io scorrimento della linfa e ha diversi effetti benefici: antiedematoso (riduce gli edemi o gonfiori), cicatrizzante (accelerando lo scorrimento della linfa verso una ferita ricostruisce più rapidamente i tessuti), rilassante, stimolante.

7. riflessologia: è la scienza dei riflessi, intesi come punti della superficie corporea corrispondenti a determinati organi interni. È stato ormai accertato e accettato dalla medicina ufficiale che dagli organi interni partono linee energetiche, che arrivano fino alla pelle: l’esperto in riflessologia qui agisce per alleviare dolori e tensioni originati in quegli organi. I punti corrispondenti degli organi interni sono collocati nelle zone più periferiche del corpo, cioè piedi, mani e testa. Il massaggio su questi punti ripristina il flusso energetico e reca sollievo a molte patologie.







Riflessologia plantare. Benefici e controindicazioni

Che cos’è e come si fa la riflessologia plantare? Per chi è adatta e quali benefici apporta? La riflessologia plantare ha delle controindicazioni?

La riflessologia plantare è una tecnica che sfrutta il massaggio su punti specifici del piede per ristabilire l’equilibrio del corpo. Utile in caso di congestione e tensione, aiuta contro di mal di schiena, la cistite,  l’ansia e lo stress.

Parliamo di  una tecnica mediante la quale si ristabilisce l’equilibrio energetico del corpo, servendosi di un particolare tipo di massaggio che, attraverso la stimolazione e compressione di specifici punti di riflesso sui piedi, relazionati energicamente con organi e apparati, consente di esercitare un’azione preventiva e d’intervento su eventuali squilibri dell’organismo.
L’esordio della riflessologia plantare viene fatto risalire alle antiche civiltà, soprattutto orientali. Tuttavia, documenti di vario tipo ci indicano che questa tecnica venisse praticata anche dalle civiltà precolombiane e dai pellerossa. La rappresentazione di un feto nel piede è presente in un graffito di 6.000 anni fa scoperto in Valcamonica.
In tempi più recenti, la riflessologia plantare sopravvive, e si sviluppa, grazie a Ivan P. Pavlov. All’inizio del Novecento, per merito di un otorinolaringoiatra statunitense, William Fitzgerald, si cominciano a codificare alcuni concetti in tema di riflessologia plantare. A sviluppare poi i concetti del maestro è soprattutto la fisioterapista Eunice Ingham, oggi considerata la vera fondatrice della moderna riflessoterapia, basata sullo sfruttamento di una mappa dettagliatadelle zone riflesse localizzabili sul piede umano.
 
Benefici e controindicazioni della riflessologia plantare
I piedi sono una struttura delicata, preziosa, fondamentale per una buona qualità della vita, che viene sottoposta a inevitabile sovraccarico quotidiano. Meritano quindi di essere oggetto di attenzione e di venir trattati con cura.
L’esistenza di reazioni riflesse a un contatto è non solo oggetto di segnalazioni attendibili da parte di medici, ma esperienza banale molto comune. Un bel bagno caldo, un buon massaggio ai piedi sono sempre seguiti da una sensazione molto piacevole e rilassante.

La riflessologia plantare tende al miglioramento in tre ambiti principali: congestione, infiammazione e tensione. L’obiettivo è quello di eliminare gradualmente, durante le sedute, queste condizioni spesso interconnesse, riuscendo a ripristinare l’equilibrio del corpo. Vi sono alcune controindicazioni. La riflessologia plantare evita di trattare donne in gravidanza e durante il ciclo mestruale. È consigliabile effettuare il trattamento lontano dai pasti e si evita di trattare soggetti estremamente agitati o nervosi.
Questa tecnica è indicata per i dolori più comuni: dal mal di schiena, al mal di testa, al fastidio alla cavità degli zigomi (seni nasali), fino ai problemi alle ginocchia.
Il massaggio riflessologico del piede è anche un ottimo strumento per smettere di fumare o per aiutarsi durante un episodio di insonnia.
Si riescono a combattere problemi quali cistiti, indigestione, cellulite, stress, crampi, artrosi e ansia.







La pelle

È la prima cosa che gli altri vedono di noi e dice se siamo sani o malati, stressati o sereni e persino che rapporto abbiamo con il sesso. Perciò ci teniamo tanto e soffriamo per le sue imperfezioni. Ma più ne soffriamo, più la pelle peggiora.
di Andrea Porta

 

Ci siamo passati tutti: da adolescenti avere il viso coperto di brufoli ci fa sentire a disagio. È ovvio: la pelle, in particolare quella del volto, è il nostro biglietto da visita. Secondo gli psicologi, è la parte superficiale della nostra psiche: qualche anno fa un team di psicologi dell’Università di St Andrews (Scozia) aveva dimostrato che tendiamo a giudicare di primo acchito come più sane le persone con una pelle del viso di un rosa intenso. In modo analogo, chi ha una pelle segnata tende a essere involontariamente percepito come malato, anche quando non è vero. è quello che capita alle persone affette da psoriasi, una malattia infiammatoria cronica che colpisce in Italia più di un milione e mezzo di persone.

Sotto giudizio
Le eruzioni cutanee e le macchie che compaiono su diverse parti del corpo sono causa di forti pregiudizi: ancora in molti la ritengono erroneamente una patologia contagiosa. «Così chi ne è colpito vive spesso in autoisolamento, nella convinzione di essere valutato sulla base della pelle, cosa che può spesso portare alla depressione», ha spiegato Mara Maccarone, presidente dell’Associazione per la difesa degli psoriasici presentando l’iniziativa “Sulla mia pelle”, destinata a spiegare ai giovani l’infondatezza di queste paure.
Nel caso della psoriasi il legame è doppio: se la condizione provoca sofferenza, è anche lo stress a scatenarne gli attacchi. «In questa patologia, che ha un probabile carattere ereditario, gli stress relazionali innescano la produzione di citochine infiammatorie, che danno il via a una catena di eventi che portano alle placche visibili sulla pelle», spiega Piergiorgio Malagoli, direttore del centro Psocare presso il Policlinico San Donato di Milano. «Il collegamento tra pelle e psiche non è quindi soltanto psicosomatico, ma è anche biochimico».

 

Uno stretto legame
Questo legame è stato ribadito anche da uno studio uscito sulla rivista Molecular psychiatly e condotto da alcuni ricercatori del King’s College di Londra: secondo gli studiosi, abusi vissuti durante l’infanzia sono associati a un aumento degli indicatori biochimici di infiammazione, come il fattore di necrosi tumorale-alfa, coinvolto anche in patologie infiammatorie della pelle proprio come la psoriasi. «Ormai è dimostrato che la pelle è un organismo neuroendocrino».

 

Nati dallo stesso foglietto cellulare
Del resto, nell’embrione, la pelle e il sistema nervoso nascono dallo stesso foglietto cellulare, l’ectoderma, il più esterno dei tre foglietti germinativi (gli altri due si chiamano endoderma e mesoderma). I due organi pertanto possiedono lo stesso substrato biologico e per questo mantengono profonde interconnessioni durante tutta la vita della persona. quando veniamo al mondo, la prima forma di relazione con l’ambiente esterno e con gli altri avviene proprio attraverso la pelle, che viene toccata e accarezzata: questo tocco consente al cervello di costruire un abbozzo di senso di identità e di distinzione tra il sé e il resto del mondo, fondamentale per la salute mentale.

 

C’entra anche la sessualità
Non è casuale che le patologie della pelle su base psicosomatica siano in forte relazione con la sessualità, forse il modo più intimo di ricreare in età adulta un legame analogo a quello sperimentato con la madre durante la primissima infanzia.
La pelle, infatti, testimonia la nostra disponibilità sessuale e il suo odore è un fattore centrale nell’attrazione. Tuttavia può esplicitare anche le nostre resistenze psicologiche: brufoli o vesciche possono essere la manifestazione psicosomatica di un desidero sessuale non accettato. «La manifestazione di patologie della pelle localizzate sugli organi genitali, ma anche sulle mani o sul cuoio capelluto, ha un forte impatto sulla vita sociale del paziente», puntualizza Malagoli. «I soggetti con patologie dermatologiche in queste aree sono infatti quelli che più soffrono per la loro condizione». Così, se non viene adeguatamente trattato da dermatologi e psicologi, il problema può essere nello stesso tempo causa e conseguenza e non portare a una soluzione definitiva.


Tre comuni problemi della pelle che nascono dalla mente

Alopecia areata
Caratterizzata da forti implicazioni psicologiche, l’alopecia areata produce una progressiva perdita di capelli. La patologia non riguarda il capello in sé, che è sano, ma il cuoio capelluto: «Viene aggredito dal sistema immunitario, attivato da forti stress emotivi», spiega Piergiorgio Malagoli. Chi soffre di questo disturbo dichiara spesso di essere reduce da stress lavorativi o personali. La buona notizia è che la guarigione è in genere spontanea: nel 90 per cento dei casi la ricrescita dei capelli è naturale, una volta superato  lo stress.

 

 

 

Dermatite  atopica
Il legame tra pelle e psiche non riguarda soltanto lo stress che lavoro e relazioni di coppia possono produrre. La dermatite atopica, causa di arrossamenti, pruriti e desquamazioni, è la patologia dermatologica più diffusa tra i bambini: ne soffre circa il 3 per cento degli alunni delle scuole elementari, in particolare le femmine. Il suo andamento è spesso a cicli alternati di eruzioni cutanee e di remissioni.

 

 

 

Iperidrosi  emozionale
A chi ne soffre basta un’emozione per scatenare un errato coinvolgimento delle ghiandole sudoripare, che producono quantità eccessive di sudore: «Ne consegue un disagio invalidante che impedisce una normale vita di relazione», ha spiegato in un’intervista Marcello Monti, responsabile dell’Unità operativa di Dermatologia dell’Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano). I trattamenti servono a poco: meglio una psicoterapia per imparare a gestire le proprie emozioni.







Cura dei capelli

I momenti particolarmente critici per i capelli sono i cambi di stagione. Primavera e autunno, in particolare, sono periodi di rinnovamento per l’organismo dovuti al ciclo di rinascita o riposo della natura. I nostri capelli seguono questa ciclicità per questo è possibile notare un aumento della perdita di capelli.

 

 

Anche d’inverno la caduta di capelli è un fenomeno del tutto normale. Solo se si nota una consistente perdita è il caso di sottoporsi a una visita specifica. La nostra chioma, infatti, subisce un ricambio fisiologico perché ogni capello muore e rinasce circa una ventina di volte prima di cadere del tutto e questo nell’arco di alcuni anni variabili da capello a capello e compresi tra i 2 e i 7 anni.
Prendersi cura dei capelli è importate per evitare che si indeboliscano e per affrontare meglio la stagione in arrivo. Soprattutto d’estate quando subiscono lavaggi più frequenti o sono sottoposti agli effetti di sole, salsedine e cloro.

 

I nostri consigli
Cura in modo particolare l’alimentazione. Frutta e verdura di stagione sono indispensabili. Rinforza i capelli con gli omega 3 con noci e salmone, ma con vitamine A e antiossidanti contenuti in alimenti come le carote, in modo da prevenire l’invecchiamento.
Rinnova il taglio. Non occorre rivoluzionare il look, ma rinfrescare il proprio taglio, per esempio eliminando le doppie punte. Puoi accorciare il ciuffo laterale o scalare un taglio pari.
Rinfresca il colore. Anche in questo caso non serve cambiare drasticamente ma dare lucentezza al proprio colore. Puoi realizzare anche una tinta naturale usando l’henné o riflessanti naturali.

 

Cibi contro la caduta dei capelli
La bellezza viene da dentro. Letteralmente: per avere capelli belli e forti, infatti, occorre prendersene cura anche dall’interno con la dieta giusta. Il cambio di stagione porta un fisiologico aumento della caduta dei capelli. Ci sono però alcuni alimenti particolarmente utili per arginare il fenomeno. Ecco quali sono.
I broccoli sono ricchi di ferro, elemento utile per l’ossigenazione dei tessuti e la cui carenza può contribuire a causare la caduta dei capelli nelle donne. Ottimi lessati o cotti al vapore (non troppo a lungo per non perderne gli elementi nutritivi), si possono gustare anche crudi, meglio ancora se accompagnati da una fonte di Vitamina C per massimizzare l’assimilazione del ferro.
Le vitamine del gruppo B sono importanti perché regolano il metabolismo del follicolo pilifero. In particolare la Vitamina B4, abbondante nei cereali (da preferire in versione integrale), ma anche in patate e pomodori, ne migliora l’attività.
Le carote contengono molta Vitamina E che contrasta i radicali liberi, responsabili del deterioramento cellulare e della caduta dei capelli. Per farne il pieno l’ideale è condirle col prezzemolo, altro alimento che ne è ricco.
Le noci comuni hanno un alto contenuto di acidi grassi Omega 3 e zinco che svolgono un’efficiente azione anti-caduta e ricostituente: gli Omega 3, infatti, bloccano l’ormone responsabile della caduta dei capelli (DHT).
Tra i responsabili della caduta dei capelli ci sono anche i radicali liberi, da combattere a colpi di antiossidanti, particolarmente abbondanti nelle verdure a foglia verde scuro, ma anche nei frutti di bosco, nei pomodori e, in generale, in tutta la frutta dalla buccia di colore giallo o arancio.

 


Cibi che rinforzano i capelli

Se l’estate li ha stressati, ma anche per prevenire la caduta autunnale, ci sono alcuni alimenti particolarmente utili per rinforzare i capelli. Ecco quali sono.
I fagioli sono ricchi di proteine vegetali, elemento fondamentale per la salute dei capelli, ma anche di biotina, che ne contrasta la fragilità, e di ferro, che favorisce l’ossigenazione del cuoio capelluto.
I peperoni, soprattutto quelli rossi e gialli, sono un’ottima fonte di vitamina C, che serve a dare resistenza ed elasticità al capello e ad aiutare il ferro ad essere assorbito. Per beneficiarne al meglio, prediligi il consumo a crudo: con il calore, infatti, si perde il contenuto di vitamina C.
I semi di zucca sono ricchi di proteine, omega-6, zinco e ferro, che svolgono una potente azione rinvigorente e rigenerante per i capelli. Usali per arricchire zuppe e insalate ma, quando li acquisti, evita quelli già tostati e salati.
Tra le spezie, curcuma, pepe nero e cumino sono tra le più utili per la salute dei capelli. Soffritte in olio d’oliva e aggiunte alle verdure, specialmente nel caso degli ortaggi a foglia verde, creano un mix particolarmente efficace per rinforzare la chioma.
Le proteine e i lieviti contenuti nella birra aiutano a fortificare il capello, stimolando la resistenza della cheratina.  Da bere, però, sempre con moderazione!







Allergie primaverili

Primavera significa boccioli e alberi in fiore, ma per i milioni di persone che soffrono di allergie primaverili  significa  anche  starnuti, congestione, naso che cola e altri problemi e sintomi.

All’inizio della primavera il colpevole principale è il vento carico del polline dagli alberi, mentre in tarda stagione è l’erba (molto spesso le graminacee) che inizia a causare problemi. L’aspetto peggiore delle allergia primaverili è che i segni e i sintomi si verificano durante i giorni caldi, secchi o ventilati, quando c’è un sacco di polline e di muffa nell’aria. Prima di accontentarsi di fiori di plastica e di piante artificiali, provate queste semplici ed efficaci strategie. Non si possono evitare completamente le allergie stagionali, ma è possibile ridurne le conseguenze. Ecco alcuni suggerimenti che vi possono aiutare.
 

1. Ridurre l’esposizione ai pollini
Ci sono alcune cose che si possono fare per ridurre l’esposizione al polline che scatena l’allergia:
- Rimanete in casa nelle giornate secche e ventilate. Il momento  migliore  per  uscire  è  dopo  una  buona  pioggia  che aiuta a ripulire l’aria dal polline.
- Evitare gite e soste prolungate nei prati, sopratutto durante il taglio del fieno per gli allergici alle graminacee. Delegate il lavoro di giardinaggio a qualcun altro, evitate tutto ciò che possa farvi stare a contatto con fiori, alberi o prati (ricchi di graminacee) e che possa produrre allergeni. Lavare spesso con acqua il viso e le altre parti del corpo scoperte dopo l’esposizione.
- Lavate i vestiti che avete indossato all’esterno, sarebbe bene anche farsi una doccia per sciacquare il polline dalla vostra pelle e dai capelli. Evitate che i vostri animali domestici si mettano sul letto o sul divano . Il polline si attacca al pelo animale.  Non  appendete  il  bucato  all’esterno.  Il  polline  si può attaccare a lenzuola e asciugamani. Se lavorate all’aperto, indossate una maschera antipolvere.
2. Fare particolare attenzione quando c’è molto polline
Segni e sintomi dell’ allergia stagionale possono aumentare quando c’è molto polline nell’aria. Questi accorgimenti possono aiutare a ridurre l’esposizione al polline:
- Controllate su Internet le previsioni del polline e i livelli di allergeni da graminacee e altre piante in corso (Il periodo di fioritura delle diverse varietà di polline cambia per zonedifferenti  e,  in  generale,  in  pianura  avviene  prima  che  in montagna.). Se si prevedono elevati livelli di polline nell’aria, iniziate a prendere i farmaci per l’allergia prima della comparsa dei sintomi.
- Chiudete le porte e le finestre di notte o in qualsiasi altro momento, quando i livelli del polline sono elevati. Evitate attività all’aperto nelle prime ore del mattino quando i livelli del polline sono superiori.
3. Mantenere pulita l’aria interna
Non c’è nessun prodotto miracoloso in grado di eliminare tutti gli allergeni dall’aria nella vostra casa, ma questi accorgimenti vi possono aiutare:
- Mettete l’aria condizionata in casa e in auto.
- Utilizzare dei filtri specifici contro l’allergia nel vostro sistema di ventilazione. Evitate che l’aria interna si possa asciugare tramite un deumidificatore.
- Utilizzare un filtro ad alta efficienza per il particolato atmosferico (HEPA) nella vostra camera da letto.
- Pulite i pavimenti con un aspirapolvere che abbia un filtro HEPA ad alta efficacia contro le particelle aeree.
4. Fare attenzione alla pulizia della casa
Le pulizie di primavera sono un ottimo modo per ridurre gli allergeni in casa. In aggiunta alla regolare routine della pulizia di primavera, questi suggerimenti possono aiutarvi se siete allergici agli acari della polvere: Rivestite i materassi e usate delle coperture per cuscini a prova di allergia. Lavate lenzuola  e  coperte  con  acqua  riscaldata  ad  almeno  50  °C. Passate l’aspirapolvere sui tappeti settimanalmente. Sostituite la moquette con un pavimento in laminato o in altro materiale duro che non raccolga gli acari della polvere e altri allergeni, in particolare nella vostra camera da letto.
5. Allergie Crociate
Alcuni alimenti, in particolar modo vegetali, possono indurre reazioni inaspettate (prurito e gonfiore alle labbra ed in bocca per esempio) perché responsabili di allergie crociate: evitare o consumare in seguito a cottura. I pazienti allergici alle betulacee dovrebbero prestare attenzione a carote, mele, nocciole, pere, finocchi, noci, ananas, ciliege, albicocche, banane, susine, prugne e fragole. I pazienti allergici alle graminacee dovrebbero invece fare attenzione a melone, pomodori, angurie, arance, kiwi ed in alcuni casi anche a avena, frumento, orzo, segala e mais. Infine i pazienti allergici alla compositae evitino sedano, anguria, melone, banana, zucchino, cetriolo, carote e prezzemolo.
 

Quando consultare il medico
Per molte persone l’uso di farmaci da banco consente di alleviare i sintomi da allergia alle graminacee ed altre piante, ma se le vostre allergie stagionali sono particolarmente fastidiose, potrebbero essere necessari dei test cutanei o degli esami del sangue per scoprire esattamente quali sintomi vengono innescati dagli allergeni. Ciò può aiutarvi a determinare quali passi è necessario intraprendere per evitare che si possa innescare una reazione allergica e può aiutare il medico a determinare quali trattamenti possono funzionare meglio.

Farmaci
Alcuni farmaci per le allergie da banco o sotto prescrizione possono aiutare a controllare i sintomi dell’ allergia stagionale:
Corticosteroidi per via nasale. Disponibili sotto prescrizione, i corticosteroidi spray nasali sono un farmaco efficace per le allergie stagionali e vengono spesso prescritti per affrontare dei sintomi fastidiosi.
Non si possono notare miglioramenti se non dopo aver utilizzato questi farmaci per una settimana o giù di lì:
•  Antistaminici.Gli antistaminici aiutano ad alleviare il prurito, gli starnuti e il naso che cola per molte persone che  soffrono  di  allergie,  anche  se  hanno  meno  effetto sulla congestione da allergia. Fanno parte di questa categoria la loratadina, la cetirizina, l’ebastina, desloratadina.
•  Decongestionanti. Questi farmaci a breve durata sono disponibili sia da banco che sotto prescrizione medica in forma liquida, di compresse e come spray nasali. I decongestionanti orali comprendono farmaci contenenti pseudoefedrina. I decongestionanti orali possono aumentare la pressione sanguigna, per cui è bene evitarli se si soffre di pressione alta e possono anche aggravare i problemi di prostata. Gli spray decongestionanti nasali devono essere utilizzati solo per pochi giorni. Un uso prolungato può peggiorare la congestione nasale.

Altri trattamenti
Altri trattamenti per le allergie stagionali comprendono:
•  Immunoterapia  specifica  (vaccino  per  l’allergia). Conosciuta  anche  come  desensibilizzazione,  questo  trattamento può essere adatto se i farmaci non riescono a controllare i sintomi dell’allergia alle graminacee od altra o se possono causare significativi effetti collaterali.
•  Irrigazione  nasale.Per alleviare i sintomi dell’allergia nasale il medico può raccomandare l’ irrigazione nasale (lavaggio nasale). Ciò consente di liberare il naso dal muco e da altre sostanze irritanti tramite l’uso di soluzione fisiologica in fiale o spray.
•  Terapie  alternative. Alcune  persone  sostengono  che  i probiotici, l’agopuntura e l’ipnosi possano essere d’aiuto  contro i sintomi di allergia stagionale, tuttavia non c’è alcuna prova concreta a sostegno dell’efficacia di questi trattamenti.







La dieta che funziona davvero

Pur avendo seguito una dieta equilibrata, molte donne non raggiungono risultati significativi. Il punto è che non basta mangiare meno: bisogna invece cambiare l’atteggiamento nei confronti del cibo.

Dottoressa Pia Bonanni Medico Dietologo

 

Quante volte ti è capitato di aver fatto una dieta e alla fine di avere constatato che il regime alimentare (seguito anche a costo di svariate rinunce) non era servito a  niente?  Questo  non  significa  che  l’avevi fatta male o che il programma nutrizionale non era adeguato: molte volte causa di questo piccolo insuccesso sono la mancanza di motivazione e un’insufficiente forza di volontà. L’approccio emotivo ha infatti un’importanza essenziale quando si vuole dimagrire.

 

 

IL SEGRETO PER AVERE RISULTATI DEFINITIVI

Fare  una  dieta  “miracolosa”  dietro  l’altra  non  è  salutare. Inoltre queste diete, tanto restrittive da metterti in condizioni di disagio, possono amareggiarti l’esistenza: ti fanno sentire affamata, ti procurano ansia e finiscono per far girare tutta la tua vita intorno al problema del cibo.

Fai i cambiamenti necessari. Di certo avrai capito che è il momento di prendere una saggia decisione: devi dare una svolta definitiva, imparare a mangiare nella maniera giusta, seguendo i semplici ma efficaci segreti di un’alimentazione salutare. Se riuscirai a introdurli nella tua vita, grazie a questo cambiamento potrai mantenerti nel peso giusto senza sforzo.

Ricorri alla tua forza interiore. Se sei convinta di voler cambiare, ci riuscirai. E se manterrai questa volontà con semplici strategie psicologiche, avrai raggiunto il tuo obiettivo.

 

I TRE PASSI FONDAMENTALI
L’itinerario di un cambiamento
1. PREPARATI BENE
Prima  di  cominciare  la  dieta  devi  prepararti  psicologicamente. Mettere a fuoco i tuoi obiettivi, i motivi per cui vuoi dimagrire, ti aiuterà a raggiungere il risultato.
2. SEGUI LE INDICAZIONI
Il tuo obiettivo è reimparare a mangiare. È essenziale seguire le linee guida che ti aiutano a nutrirti in modo equilibrato, nelle giuste quantità e senza fame.
3. CONSOLIDA I RISULTATI
Dimenticati che la dieta “comincia e finisce”. A partire da ora hai inaugurato una fase in cui potrai applicare quanto hai appreso e mangiare sempre nel modo giusto.

PER INIZIARE
Trova le ragioni che ti hanno fatto fallire Se desideri controllare il peso e stare in buona salute, oltre alla dieta che seguirai è importante essere convinti di volerla fare. Se sei motivata, rispetterai i consigli nutrizionali e la dieta funzionerà. Il primo passo per riuscirvi, e iniziare in maniera corretta, è rompere con i timori che ti sopraggiungono ogni volta che decidi di metterti a dieta.

 

IL SEGRETO PER RIUSCIRCI SEI TU STESSA
È indiscutibile (ed è provato scientificamente) che il sistema di ricompensa del cervello si attiva quando si mangia, e ciò significa che questa attività produce piacere istantaneo. Questa sensazione è maggiore se ciò che stai mangiando sono alimenti ricchi di grassi e zuccheri.
Esiste  un  modo  per  sostituire  il  desiderio  per i cibi poco sani: puoi “allenare” la tua mente affinché sviluppi un desiderio ancora più forte per seguire un’alimentazione molto più salutare, che ti permetta di sentirti sempre bene (invece che solo per qualche minuto).
Puoi  mangiare  in  modo  più  equilibrato  senza soffrirne. Smettere di assumere alimenti poco salutari èpenalizzante solo se lo vivi come tale. Se, invece, consideri questo processo come un percorso per sentirti meglio, lovivrai in modo molto meno traumatico.
Perché vuoi seguire una dieta?
È importante pensare ai motivi per cui vale la pena iniziare una dieta, ma anche avere ben presenti gli ostacoli di fronte a cui ci si può trovare durante il percorso per raggiungere il proprio obiettivo. Perciò, prima di iniziare con i consigli nutrizionali, conviene valutare tali aspetti per poi intraprendere questo cammino con totale convinzioni.
 

TROVA I TUOI MOTIVI
È necessario fare un esercizio che risulterà utile per convincerti di ciò che potrai ottenere se inizi la dieta. Si chiama esercizio della “bilancia” e, come indica il suo nome, ti aiuta a prendere coscienza di ciò che c’è di buono e ciò che c’è di cattivo nel fatto di iniziare questo cambiamento, come pure nel non farlo.
 

L’ESERCIZIO DELLA BILANCIA
Valuta i fattori positivi e negativi

Crea una tabella e cerca di rispondere alle domande indicate nel modo più sincero possibile.
Quando rispondi.È importante che tu sia il più possibile concreta e specifica. Per esempio, nel riquadro dei fattori positivi  non  mettere  solo  «migliora  la  mia  salute»,  scrivi concretamente quale aspetto della tua salute andrà a migliorare.
•  Quanto  più  tali  fattori  saranno  particolareggiati tanto più ti identificherai con i motivi e capirai meglio se vale la pena o meno di cambiare la tua alimentazione e il tuo stile di vita

Sei motivata a cambiare?

Se hai deciso di voler seguire una dieta potrai affrontare con successo i momenti di insicurezza che possono presentarsi lungo il percorso ed eliminare le cattive abitudini che probabilmente sono radicate da tempo.
Per sempre. L’intenzione non è seguire una dieta di un mese, ma cambiare per sempre il modo di nutrirsi. Questo significa che devi interiorizzare questa volontà di cambiamento e convincerti che mangiare bene diventerà d’ora in poi una costante della tua vita.
Puoi imparare questa volontà. Se continui a credere che seguire una dieta sia noioso, non starai bene e presto o tardi ci rinuncerai. Ma se pensi positivo e ripeti a te stessa che sarai felice mangiando bene e che ti migliorerà, riuscirai a vedere la realtà da un altro punto di vista.
Quando la tua attenzione è focalizzata sugli aspetti positivi di un’alimentazione equilibrata, su come miglioreranno la tua salute e il tuo aspetto, e anche su quanto ti sentirai bene raggiungendo il tuo obiettivo, sarai più motivata.
 

L’ESERCIZIO DEL MOTTO
Ripeti il tuo obiettivo ogni giorno
Ti aiuterà
.Fai tuo il seguente motto: «Mi piace mangiare sano e nella giusta misura». Segnalo in grande sulla tua agenda, ripetilo spesso, spiegalo alle altre persone. A poco a poco questa idea si trasformerà nella tua filosofia di vita.
 

VAI AVANTI
Mantieniti positiva quando sei a metà strada

Gli psicologi affermano che la motivazione si modifica durante tutto il processo di cambiamento. Ciò significa che è assolutamente normale che vi siano momenti in cui puoi sentirti poco invogliata a continuare con il tuo progetto di miglioramento dell’alimentazione e di controllo del peso.
Senza dubbio, essere consapevoli dell’esistenza di fasi di demotivazione  crea  un  vantaggio:  puoi  anticipare  questi momenti, individuarli e cercare di ristabilire la tua volontà. Se per esempio ti trovi in un momento di demotivazione, o se senti che è possibile che tu ci ricada, ti sarà utile rileggere il tuo elenco o riguardare il tuo “collage motivazionale”. Inoltre, vi sono altre tecniche psicologiche che possono aiutarti a non gettare la spugna.

Anticipa le ricadute
Ti aiuterà ad avere successo nel tuo proposito di migliorare le tue abitudini alimentari anche abbattere gli ostacoli che potresti incontrare, anticipandoli.

 

CERCA DI IDENTIFICARE I TUOI PUNTI DEBOLI
Se è già qualche giorno che sei a dieta, è il momento di fare delle valutazioni: quando ti viene la tentazione di abbandonare la dieta? Se lo analizzi, è possibile che arrivi alla conclusione che, per esempio, la cosa più difficile per te è non cedere al desiderio di mangiare un po’ di cioccolato o
rinunciare a uscire per un aperitivo qualche sera. Se questi sono i tuoi punti deboli, perché non riesci a resistere alla tentazione, è possibile che tu abbia già compromesso la dieta.

 

IMPEGNATI A SUPERARLI
Per evitare che diventi un problema, parlane con il tuo nutrizionista. Puoi adattare le indicazioni nutrizionali aggiungendo alla dieta qualcosa che soddisfi il tuo desiderio e che eviti di farti avvertire una sensazione di privazione.Tieni a mente le possibili alternative per superare la tentazione. Per esempio, se il tuo punto debole è il cioccolato, forse ti sarà di aiuto sapere che il cioccolato fondente in piccole quantità non è vietato neppure a chi sta a dieta. Mangiarne un quadretto può saziare il tuo desiderio senza consumare calorie in eccesso. Non prendere però l’abitudine di mangiarlo subito, appena avverti che la tentazione sta tornando, ma può essere bene ricorrervi quando si sente di non poter proprio resistere.
 

EVITA DI FARTI SOPRAFFARE DALL'EMOTIVITA'
Mangi per tristezza? C’è  chi  ricorre  al  cibo come “balsamo emotivo” (se ha una discussione in famiglia o sul lavoro, una brutta giornata). In questi casi si mangia in modo compulsivo per sentirsi meglio, quasi senza pensarlo.
Cerca di cambiare Vivi  con  consapevolezza  tutte  le  tue  emozioni,  sia  quelle positive sia quelle negative. Una volta fatto questo, sarai in grado di dominarle.
Ricompensati bene Fai un elenco delle cose sane che ti piacciono (passeggiare, leggere, guardare le vetrine). Pratica queste attività spesso. Compenserai le tue emozioni in modo salutare.

 

PER SENTIRTI BENE
Muoviti un po’ tutti i giorni. L’ESERCIZIO fisico  favorisce il  sistema  immunitario:  per  questo praticandolo  sei  più  forte.  Inoltre, facendolo si liberano endorfine, che sono  sostanze  che ti  fanno  sentire bene.  Bastano  15  minuti  al  giorno per sentirti molto più vitale. Si tratta di un investimento ideale: dedica
qualche  minuto  a  compiere  un  po’ di esercizio fisico e sarai piena di vitalità per tutto il giorno.

 

ESERCIZIO PRIMA DI DORMIRE
Valorizzare i risultati ti farà proseguire

Ogni giorno, quando vai a dormire, pensa a qualche aspetto  positivo  che  hai  sperimentato  in  relazione  alle  nuove abitudini alimentari.
•  Per  esempio,  l’essere  riuscita  a  sostituire  una porzione abbondante con una più piccola e, in più, una volta finito, esserti sentita ugualmente sazia è un passo avanti molto importante. Non ignorarlo.
Scrivilo in un quaderno e ti sentirai in pace con te stessa. Ti renderai conto di essere molto più contenta e questa sensazione ti spingerà ad andare avanti con la
tua dieta.
Se si dovesse ripetere la situazione, cerca di ricordare come ti sei sentita bene superando questo ostacolo la volta precedente. Consultare il tuo “quaderno dei successi” ti spingerà a non cadere nella tentazione.
 

NUTRIZIONE
Le linee guida che ti facilitano
Abbiamo già elaborato la strategia che ci servirà per raggiungere il nostro obiettivo: d’ora in avanti, mangiare meglio per propria volontà. Ora abbiamo bisogno di una base alimentare  equilibrata,  sana  e  adeguata  che  accompagni questo piano affinché sia veramente efficace e si vedano i risultati. Esistono sei segreti fondamentali che non puoiignorare se desideri perdere peso e, soprattutto, cambiare abitudini.
 

CINQUE VOLTE AL GIORNO
Mangia più spesso e cerca di masticare bene
 

SUDDIVIDI LA TUA GIORNATA alimentare in cinque-sei pasti regolari (3 pasti principali e 2 spuntini, uno a metà mattina  e  un  altro  a  metà  pomeriggio)  e  fra  i  pasti  nonlasciare trascorrere più di 3 ore. Manterrai stabili i livelli glicemici ed eviterai i cali di rendimento.
 

QUANDO CIÒ SUCCEDE (si instaura cioè una ipoglicemia), all’organismo manca l’energia necessaria. Di conseguenza, aumenta molto l’appetito poiché il corpo richiede immediatamente del glucosio. Il modo per evitarlo è mangiare più spesso. Fra un pasto e l’altro puoi anche bere una tisana o ricorrere a spremute naturali.
 

EVITA LA MONOTONIA
Dai sapore ai tuoi piatti

UNA DIETA deve  essere  equilibrata  e  leggera,  ma  anche appetitosa e piacevole, perché altrimenti si trasformerà in una penitenza continua. Per riuscirci senza aggiungere calorie, spezie ed erbe aromatiche sono ottimi alleati. Anche aglio e limone hanno un sapore intenso.
Con una piccola quantità darai sapore ai piatti.

 

PER NON SOFFRIRE LA FAME

Prepara menu sazianti e leggeri
PER SENTIRTI SAZIA
, oltre a mangiare 5 volte al giorno è fondamentale inserire nell’alimentazione quotidiana vegetali (per lo meno tre porzioni di frutta e due di verdura al giorno), preferibilmente freschi. Oltre a vitamine e minerali, fibra e acqua che apportano ti aiuteranno a sentirti sazia
con poche calorie e a regolare il transito intestinale.
IL CONSIGLIO: Sostituisci i cereali raffinati e i loro derivati con quelli integrali (pane, pasta e riso integrali, avena). Questi cibi apportano anche parecchia fibra.
 

NO AI DOLCI INDUSTRIALI
Non saltare la colazione.
SALTARE un pasto non fa affatto dimagrire, come molti pensano. Al contrario, può far sì che si prenda peso. Sia perché sicuramente mangerai di più nel pasto seguente, sia perché il tuo organismo, alimentandolo meno, diventa risparmiatore e brucia meno.
L'IDEALE: Ovviamente,  devi  escludere  la  pasticceria  industriale.  La colazione ideale deve includere latte o yogurt scremati, un frutto fresco e cereali integrali.

 

ALMENO 8 BICCHIERI
Ricordati di bere acqua.
FONDAMENTALE: per  eliminare  le  tossine  dell’organismo, inoltre aiuta a controllare il peso grazie al suo effetto saziante. Infatti, bere un bicchiere d’acqua prima dei pasti dà una sensazione di sazietà, grazie a cui si mangia meno. Lo stesso accade se si beve un bicchiere fra i pasti per controllare la fame

 

RIDUCI LE CALORIE
Limita i grassi saturi e trans
CARNI grasse, insaccati, latte e derivati interi, burro e prodotti con oli vegetali di cocco e di palma sono tutti fonte di grassi saturi (e anche di molte calorie), che oltre ad agire negativamente sul sistema cardiocircolatorio portano a prendere peso.
LA STESSA cosa si verifica con i grassi chiamati “trans”. Oltre ad apportare molte calorie, questi aumentano il colesterolo. I grassi “trans” si trovano per esempio in margarine, salse commerciali, biscotti, pasticcini e dolci industriali, fritti, cibi precotti.

Solo quelli buoni
I grassi insaturi dell’olio di oliva, della frutta secca, del pesce, del prosciutto crudo sgrassato, sono sani, ma devono essere consumati con moderazione.
 







I benefici del tè

È la bevanda più diffusa nel mondo. Oggi viene studiata perché è ricca di sostanze antiossidanti utili a prevenire malattie cardiovascolari e tumori. Ma va bevuta al naturale e senza zucchero.


Da sorseggiare caldo d’inverno, fresco in estate, assieme agli altri nei momenti di condivisione o da soli in quelli di riflessione: il tè ci accompagna da millenni e non a caso è la bevanda più diffusa al mondo dopo l’acqua. Se ne abbiamo bevuto di più in queste ultime settimane, complici le feste natalizie e le fredde giornate invernali, tanto di guadagnato per la salute. Perché il tè è una miniera di sostanze antiossidanti, che ci aiutano a prevenire le più diffuse malattie del nostro tempo, da quelle cardiovascolari ai tumori.


Sorsi di prevenzione
«Dal punto di vista scientifico, il tè è una bevanda molto studiata proprio per il gran numero di antiossidanti che contiene; soprattutto se è tè verde, che mantiene al suo interno una maggiore quantità di sostanze protettive», fa notare Anna Villarini, biologa specialista in Scienza dell’alimentazione e ricercatrice all’Istituto nazionale dei tumori di Milano. «Due tazze al giorno, purché si conduca uno stile di vita sano che preveda attività fisica, il consumo di cereali integrali, legumi, verdura e frutta, sono molto utili nella prevenzione dei tumori e delle patologie cardiovascolari, perché gli antiossidanti che contiene contrastano nelle cellule l’azione dei radicali liberi, vale a dire di quelle molecole che provocano danno cellulare favorendo proprio l’insorgere dei tumori e delle malattie cardiovascolari».


Ottimo anche nero
Molte ricerche hanno dimostrato che il consumo di tè, in quanto ricco di composti antiossidanti come le catechine, migliora l’integrità delle pareti dei vasi sanguigni. Uno studio di ricercatori dell’Università di Berlino, pubblicato sul British journal of nutrition, ha comparato l’effetto del tè verde e di quello nero, meno ricco di catechine, sui vasi sanguigni di 21 uomini sani rispetto all’acqua. «Abbiamo valutato la capacità. del vaso di dilatarsi in risposta al passaggio del sangue e abbiamo visto che i due tè agiscono in modo simile sui vasi migliorandone la dilatazione, salita, rispettivamente, dal 5,4 per cento al 10,2 e dal 5 al 9,1 per cento», spiega Nadine Jochmann che ha coordinato lo studio. Il contenuto di antiossidanti nel tè è molto variabile perché la natura non ci dà uno standard: «Dipende dalla coltivazione, da quando è stato raccolto, dal fatto che il tè sia ricavato dalle foglie piuttosto che dalle gemme o dai legnetti, dal tipo di lavorazione che ha subito, ma anche dall’acqua che usiamo per prepararlo; la migliore è quella minerale», dice Villarini. «Qualunque sia il tipo di lavorazione, non si perde mai completamente il suo potere antiossidante, purché sia bevuto al naturale, senza aggiunta di altri ingredienti».

 

UNA SOLA PIANTA, TANTI TÈ
La pianta da cui si ricava il tè è la Camellia sinensis (in latino sinensis significa cinese), che ama i terreni acidi e permeabili, senza ristagni d’acqua, i climi piovosi tropicali e subtropicali con precipitazioni che toccano anche i 2 metri l’anno, e che può svilupparsi sino a 2.500 metri di altitudine. Tutti i tipi di tè hanno origine dalle foglie, dai germogli e da altre parti di questa pianta: sono i metodi di lavorazione che differenziano le tipologie. Ecco le principali:

TÈ NERO
È il più diffuso in Occidente. Dopo la raccolta le foglie sono bagnate con acqua calda, arrotolate, fatte fermentare in luoghi umidi e poi essiccate ad alta temperatura. In questo modo le sostanze che contengono si ossidano e si sviluppano dei composti che non sono presenti inizialmente nella pianta: teorubigine, che danno il colore rosso scuro, e teoflavine, che conferiscono l’aroma.
TÈ VERDE
Le foglie sono essiccate appena raccolte e non subiscono la fermentazione.
Gyokuro: il tè verde giapponese più rinominato fatto essiccare all’aperto su speciali stuoie o in cestini di bambù.
Matcha: si usa per la cerimonia del tè. È ridotto in polvere molto sottile che deve essere sbattuta nell’acqua calda con un frullino di bambù per creare un’emulsione dal colore verde chiaro acceso. Si utilizza anche in cucina come spezia o come colorante naturale.
Sencha, Bancha, Hojicha: Sencha significa “tè grigliato” ed è fatto con foglie molto piccole e sottili, il Bancha è molto povero di caffeina, mentre i resti dei rametti del tè Hojicha (una varietà di tè Bancha) sono venduti col nome di Kukicha dopo tre anni di essiccazione: è un tè quasi privo di teina proprio perchè si ricava dai rametti anziché dalle foglie.
Gunpowder: molto diffuso e molto usato in Nord Africa per preparare il tè alla menta. Il nome inglese significa “polvere da sparo”, perché le sue foglie sono arrotolate in piccole pallette che sembrano i grani di una miscela esplosiva.

 

TÈ OOLONG
È semifermentato: la fermentazione viene bloccata prima che il tè diventi nero. A volte è più simile al tè verde, a volte a quello nero.

 

TÈ BIANCO
Si ottiene dalle gemme o dalle prime foglie della pianta, raccolte, essiccate al sole e poi subito confezionate prima che fermentino. Il nome deriva dalla sottile peluria bianco-argentata che ricopre le gemme ancora chiuse e che conferisce alla pianta un aspetto biancastro. Alcuni studi hanno dimostrato l’attività antibatterica di questo tè.

 

TÈ PROFUMATO E AROMATIZZATO
È prodotto miscelando a tè neri, verdi od oolong i fiori, gli oli essenziali, le spezie o, nei tè di più bassa qualità, gli aromi artificiali. I più comuni: al gelsomino, agli agrumi, alla rosa, alla vaniglia, al bergamotto (Earl Grey).


AROMI
Il tè si può aromatizzare unendo alle foglie fiori, oli essenziali, spezie e persino aromi artificiali. I più comunemente usati sono rose, gelsomini, agrumi, vaniglia, bergamotto, come vediamo in questa antica erboristeria di Shanghai (Cina).


NO A LATTE E ZUCCHERO
Il tè “all’inglese”, addizionato di latte come vuole la tradizione britannica, perde invece i suoi benefici effetti, come spiega la biologa: «Perché gli antiossidanti del tè si legano ad alcune sostanze contenute nel latte e non vengono più assorbiti dall’organismo. Un altro errore è dolcificare la bevanda, soprattutto con lo zucchero, perché ci espone ai picchi di glicemia (lo zucchero nel sangue) che a lungo andare predispongono al diabete e a tutte quelle malattie che proprio con il tè potremmo invece prevenire».

 

HA ORIGINE CINESE
Si narra che oltre 5.000 anni fa, in Cina, l’imperatore Shennong per ragioni igieniche avesse emanato un editto in cui comandava a tutti i sudditi di fare bollire l’acqua prima di berla. Un giorno d’estate, durante un viaggio, Shennong si fermò con la sua carovana per riposarsi al fresco. I servi misero a bollire l’acqua, ma il vento fece cadere nella pentola alcune foglie che formarono un’infusione dorata. L’imperatore si incuriosì e assaggiò il liquido, trovandolo rinfrescante e gradevole. Cosi sarebbe nato il tè. Un’altra leggenda racconta che il monaco indiano Bodhidharma, fondatore del Buddismo in Cina nel 500 d.C., rimase per nove anni in meditazione in una grotta nei pressi di un monastero. Per non cadere in preda al sonno, che l’avrebbe distolto dalla meditazione, si tagliò le palpebre e le gettò a terra. Nel punto in cui caddero le ciglia, sarebbe cresciuta una pianticella di tè.

 

COME SI ELIMINA LA TEINA
Il tè, se viene ricavato dalle foglie dove si concentrano sostanze chiamate teina e teofillina, è una bevanda da nervina come il caffè: velocizza i tempi di reazione, allevia il senso di fatica, stimola il sistema nervoso e cardiocircolatorio. La teina, infatti, non è altro che caffeina, chiamata  in modo diverso per assonanza con il nome della bevanda.
«Addirittura c’è più caffeina nelle foglie di tè che nei chicchi di caffè, ma il rapporto si capovolge dopo le rispettive lavorazioni», chiarisce Anna Villarini. E aggiunge: «Se non desideriamo gli effetti stimolanti, possiamo bere i tè naturalmente privi di teina, come i verdi bancha e kukicha». Ci sono poi in commercio i tè deteinati con un apposito trattamento. Ma attenzione: «Bisogna scegliere quelli in cui la teina è stata eliminata con un procedimento ad acqua, senza l’uso di solventi», avverte Anna Villarini. Lo si può fare da soli con un semplice accorgimento: «Se volete deteinare il tè in modo naturale, lasciate la bustina in infusione per un minuto in acqua bollente: la teina è molto solubile in acqua e sarà quasi tutta rilasciata nel liquido. Buttate poi via questa prima acqua di infusione e rifate il tè con la medesima bustina, lasciandola in infusione per il tempo che preferite», conclude l’esperta.

 

PER GLI INGLESI È UN SIMBOLO NAZIONALE
I primi a importare il tè in Europa furono i portoghesi e gli olandesi, seguiti dai francesi. Gli inglesi arrivarono dopo, nella seconda metà del 1600, ma sfruttarono al massimo il mercato, anche grazie alla Compagnia delle Indie Orientali, fondata da Elisabetta I nel XVII secolo per promuovere i commerci con l’Oriente. Il tè era considerato, specialmente negli ambienti della corte britannica, una valida alternativa al consumo di alcol. Quando le città cominciarono a essere servite dalle reti di acqua potabile, il tè rappresentò anche per i poveri la possibilità di cenare con qualcosa di caldo e zuccherato. Per le classi lavoratrici, l’apporto calorico della birra fu sostituito dallo zucchero disciolto in un tè molto forte: la caffeina e lo zucchero aiutavano a lavorare con più energia. La tradizione di bere il tè alle cinque del pomeriggio risale al 1838 e si deve alla regina Vittoria che lo offri alla cerimonia pomeridiana della sua incoronazione a Buckingham Palace.







Il futuro delle lenti a contatto

Il telescopio più compatto? Può stare nelle lenti a contatto: è questa l’incredibile novità presentata dalla École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL) in Svizzera con il sostegno dell’americana DARPA.

Questa lente a contatto potrebbe migliorare notevolmente la vita di chi è affetto da degenerazione maculare. Si tratta di un piccolo dispositivo che, applicato come una lente a contatto e con l’aiuto di speciali occhiali elettronici, permettere l’ingrandimento di 2,8 volte la vista normale, come in un minuscolo telescopio. Una delle novità rispetto alla versione del 2013 è il controllo dello zoom tramite la chiusura degli occhi. Utilizzando occhiali elettronici che riconoscono il movimento delle palpebre (e sono in grado di ignorare i battiti fisiologici), si può ingrandire la vista strizzando l’occhio destro e tornare alla vista normale con lo stesso movimento del sinistro. È uno strumento importante anche in ambito militare, e questo spiega il coinvolgimento del Pentagono nella ricerca.
Il telescopio riflettore è integrato in lenti spesse 1,55 millimetri: sono lenti leggermente più grandi e più rigide di quelle usate per correggere la miopia, chiamate lenti sclerali, normalmente utilizzate da persone con problemi di cornea irregolare. La lente telescopica nella sua forma finale è composta da plastica, micro specchi di alluminio e sottili pellicole polarizzanti (foto 1). Secondo le stime di tremblay, potrebbero essere disponibili al pubblico entro un paio di anni.
 

Google e le lenti a contatto che scattano foto con un occhiolino
Google  ha  presentato  un’interessante  novità  che  è  uscita  direttamente  dalle  stanza dei Google X lab dove si lavora sul futuro: stiamo parlando di uno speciale tipo di lenti acontatto  che  includono  componenti  elettronici  e  biosensori in grado di monitorare costantemente lo stato di salute dell’utente. Ma non solo perché includono anche una vera e propria fotocamera che consentirà di andare a scattare ad esempio foto con un gesto specifico ad esempio un rapido occhiolino. Basterà fissare per qualche secondo una persona per avviare una ricerca di informazioni sullaì stessa:  si  recupereranno  le  pagine  sociali  che  la  vedono protagonista grazie a un sistema di riconoscimento facciale evoluto. Ma si parla anche di medicina. Nello specifico si  rivolgono  ai  pazienti  che  soffrono  di  diabete  andando a calcolare il livello di glucosio nel sangue evitando in tal modo i continui controlli mediante piccola puntura di uno spillo nei polpastrelli.Tutto è miniaturizzato con tanto di micro antenna grande quanto un capello umano e luci LED che servono ad avvertire nel caso il livello sia salito in modo pericoloso.La lente a contatto LED si applica come una normale “lentina” salvo mostrare il suo potenziale proiettando direttamente in retina – e dunque, dalla prospettiva dell’utente, nel campo visivo – informazioni e migliorando la visuale stessa. Calcolano il livello di glucosio  nel  sangue  studiando  il  fluido  lacrimale ed evitando così i prelievi continui di sangue, solitamente dal dito. In tal  modo  i  diabetici  potranno  monitorare  in  ogni  istante il livello di zucchero, con la possibilità di comunicare più velocemente con strumenti come i microinfusori. Potranno anche essere aiutati i pazienti con patologie all’occhio. Intanto si studiano anche modelli alimentati a energia solare.
 

Un computer nelle lenti a contatto
Un computer dentro la lente a contatto? Potrebbe arrivare nel prossimo decennio: lo schermo è già bello che pronto grazie a una tecnologia sviluppata dall’Università di Gand  in  Belgio,  più  precisamente  presso  il  Centre  of  Microsystems (Cmst). Come funziona il prototipo? Per ora è piuttosto  basilare  con  una  lente  che  include  un  display LCD ovviamente ricurvo e flessibile per aderire alla superficie dell’occhio (Foto 4). Proiettando in trasparenza immagini, scritte e quant’altro, le lenti a contatto LCD potranno permettere a chi le indossa di vedere in sovra-impressione uno  strato  di  informazioni  arricchite  in  realtà  aumentata. Le possibili applicazioni sono molteplici, scopriamole. Nell’attesa dei computer sempre più piccoli e indossabili, che magari potranno essere fissati dietro l’orecchio oppure a mo’ di ciondolo, lo schermo è già pronto. E magari chissà fra quanto tutto sarà direttamente integrato proprio nella lente. Le lenti a contatto LCD a realtà aumentata dell’Università di Gand possono compiere diversi ambiti. Con un solo grande cristallo liquido si scuriscono in caso di sole intenso fungendo da schermo protettivo oppure possono visualizzare contenuti visibili solo all’utente stesso. Rimane da perfezionare il resto ossia la parte più delicata: la trasmissione dati (necessariamente wireless) e l’approvvigionamento energetico.







Come avere una pancia piatta

Almeno una volta nella vita ognuno di noi si è chiesto come fare per avere una pancia piatta.  Ci sono metodi e rimedi che possono togliere qualche chilogrammo di troppo.

Se vogliamo eliminare anche 5 o 10 chilogrammi non si parla più di pancia piatta ma di dimagrimento in generale e non è scopo di questo articolo raggiungere quell’obiettivo, affidarsi ad un esperto o al proprio medico è la cosa migliore. Se invece cerchiamo di ridurre la piccola pancetta che ci impedisce di far vedere gli addominali allora dobbiamo per forza voler trovare il modo per avere una pancia piatta. Sostanzialmente, dobbiamo prima regolarizzare le nostre abitudini e soprattutto la nostra alimentazione. Se non abbiamo una pancia piatta a causa del gonfiore allora dovremmo individuare tutti quegli alimenti che ce lo provocano. Se invece la causa è del grasso depositato dobbiamo adoperare una strategia che ci garantisca una pancia piatta in un tempo ragionevolmente breve. Questa strategia consente di ridurre la pancia bruciando il grasso e regolarizzando l’alimentazione favorendo la riduzione del grasso accumulato sull’addome. Il passo successivo potrebbe essere quello di tonificare gli addominali per far risaltare i muscoli.

 

Riassumendo serve:
- un’alimentazione per pancia piatta,
- esercizi o allenamenti specifici per bruciare i grassi,
- esercizi addominali.
Su quest’ultimo punto bisogna sfatare un tabù, chi cerca di ottenere una pancia piatta con gli addominali è sulla strada sbagliata. Infatti, tonificando gli addominali non si toglie il grasso sopra di essi e l’effetto è quello di avere la pancia come prima e dei muscoli sviluppati. Per togliere quel grasso bisogna bruciarlo e smaltirlo. Solitamente la camminata veloce e la corsa sono l’ideale.
Sottolineare che la pancia piatta non si ottiene se siamo in sovrappeso ed i chili di troppo sono ovunque è il punto di partenza. Il passo successivo è quello di andare a capire il perché la nostra pancia non è piatta. Le possibilità sono essenzialmente due:
- abbiamo la pancia con le maniglie dell’amore,
- abbiamo parecchia aria e gonfiore addominale.
Queste due cause hanno ovviamente dei metodi e delle tecniche differenti per poter raggiungere una pancia piatta. In molti casi bastano piccoli accorgimenti e rimedi per ottenere i risultati in poco tempo.
 

Rimedi per sgonfiare la pancia
La pancia gonfia - spesse volte riconosciuta con il termine meteorismo - è in genere accompagnata da alterazioni della frequenza di evacuazione (stipsi o diarrea), crampi addominali, flatulenza ed eruttazione.
Spesso, la pancia gonfia costituisce un sintomo passeggero, causato per esempio da un pasto troppo abbondante o consumato voracemente, oppure da un aumento di peso. Altre volte, invece, il gonfiore addominale è un sintomo di fenomeni fisiologici, quali sindrome premestruale e menopausa. In altri casi ancora, la pancia gonfia nasconde patologie più importanti, quali: appendicite, cancro al colon e all’ovaio, calcoli alla cistifellea, fibrosi cistica, gastroenterite virale/batterica, intolleranze alimentari (es. celiachia), sindrome dell’intestino irritabile ecc..
Non va dimenticato che il gonfiore può essere causato anche da tensioni e stress. Saper gestire queste tensioni permette di ridurre immediatamente i disagi e a goderne non sarà non solo il corpo.
Se il nostro problema è il gonfiore, porre particolare attenzione al corretto abbinamento dei cibi costituisce un eccellente rimedio per “sgonfiare” più in fretta la pancia gonfia, oltre a: - Mangiare lentamente e con moderazione.
- Assumere yogurt con fermenti lattici vivi od un probiotico in caso di terapia antibiotica (utile per la cura del meteorismo dipendente da gastroenterite batterica).
- Mantenere un discreto apporto di fibra ed un buon livello di idratazione (bere almeno 2 litri d’acqua al giorno).
- In assenza di patologie lombo-sacrali come lombalgie, ernie ecc., un buon rimedio per attenuare il meteorismo è “allenare la pancia” mediante esercizi di torsione del busto con bastone. L’esercizio consiste nell’inclinare leggermente il tronco in avanti, ruotando da destra a sinistra (e viceversa) un bastone che poggia dietro la testa, sopra le spalle.
- Diminuire lo stress. Anche se scontato, diminuire le tensioni quotidiane costituisce un ottimo rimedio per alleviare il gonfiore addominale dipendente da eccessivo stress.
- Seguire corsi yoga, pilates o qualsiasi altra forma di rilassamento.
- Praticare esercizio fisico costante: lo sport è un rimedio particolarmente efficace sia per l’umore, sia per alleviare il gonfiore alla pancia.
- Contattare immediatamente il medico se assieme al gonfiore addominale, si osservano altri sintomi potenzialmente gravi come febbre alta, diarrea grave, inappetenza, aumento dei dolori addominali alla palpazione.
- Se necessario, assumere antibiotici non assorbibili che esercitano la loro azione riequilibrante sulla flora batterica a livello enterico senza essere assorbiti dall’intestino.
- Non parlare mentre si mangia.
 

Cosa NON fare
- Abbuffarsi. Le grandi abbuffate sono i peggiori nemici della pancia gonfia
- Seguire un regime dietetico sbilanciato, caratterizzato da eccessi, alimenti iperlipidici e cibi “spazzatura”.
- Abusare di lassativi a base eteropolisaccaridica (fibre): questi prodotti (compresi quelli erboristici) si gonfiano a livello gastro-intestinale, favorendo la pancia gonfia.
- Coricarsi immediatamente dopo il pasto.
- Bere bibite gassate.
- Masticare chewingum o succhiare troppe caramelle può favorire il gonfiore addominale.
- Bere con la cannuccia o sorseggiare la superficie di una bevanda calda può aumentare il senso di pancia gonfia. Con questo atteggiamento, infatti, viene inconsapevolmente ingerita anche aria.
- Abbinare molti cibi insieme (es. pasta, carne, pesce e dolci).
- Sedentarietà.
- La depressione, l’ansia e lo stress accentuano la tensione addominale.
- Fumare durante i pasti.
 

Cosa Mangiare
- Assumere tanta frutta e verdura, in quanto ricca di antiossidanti (vitamina C ed E).
Se necessario, controllare la fame preferendo alimenti integrali (pasta, riso) e ricchi in fibre.
- Concedersi un frutto zuccherino lontano dai pasti, dal momento che questi alimenti favoriscono la fermentazione dei cibi a cui vengono associati.
- Associare proteine a verdure (non fritte).
 

Bere dopo i pasti infusi di:
Finocchio, favorisce l’espulsione dei gas.
Menta, diminuisce la fermentazione e la pancia gonfia.
Mela, interviene nella regolazione della fermentazione intestinale.
Mirtillo, vanta proprietà antifermentative.
 

Cosa NON Mangiare
- Evitare il consumo di alimenti di difficile digestione, come intingoli, fritture, alimenti piccanti e ricchi di grassi.
- Evitare (o limitare al massimo) il consumo di alimenti che possono indurre flatulenza, come legumi: ceci, lenticchie, piselli, fagioli, fagiolini, cavoli, cipolle, melanzane, lieviti, carote.
- Latte e latticini: limitare il consumo di latte e derivati costituisce un ottimo rimedio per alleviare o prevenire il gonfiore addominale nei soggetti intolleranti al lattosio.
- Bibite, dolci e dolcificanti artificiali: fermentando a livello intestinale, questi alimenti favoriscono o aggravano la percezione di pancia gonfia.
- Gli abbinamenti “Latte + uova” così come “legumi + carne” sono sconsigliati in caso di pancia gonfia.
- Alimenti complessi (che, costringendo l’apparato gastrointestinale ad un super lavoro digestivo, rallentano la digestione).
- Panna montata, frappé, frullati, maionese e pasta sfoglia (contengono aria, pertanto possono aggravare la sensazione di pancia gonfia).
 

Cure e Rimedi naturali
Il carbone - vegetale, animale, officinale composto e medicato - costituisce il rimedio erboristico più noto ed efficace per contrastare la pancia gonfia non patologica. Il carbone è l’unica sostanza in grado di assorbire i gas. Esso vanta straordinarie proprietà assorbenti, tali da inglobare l’aria in eccesso ingurgitata con l’alimentazione.
Anche le piante carminative contribuiscono a ridurre il gonfiore addominale che contraddistingue il meteorismo. Diversamente dal carbone, queste droghe esercitano la propria azione terapeutica contro la pancia gonfia eliminando (e non adsorbendo) i gas:
Cumino: proprietà carminative, digestive e antimicrobiche
Anice: proprietà carminative, digestive ed antimicrobiche
Finocchio: azione stimolante sulla motilità dello stomaco e dell’intestino, attività antifermentativa
Angelica: attività spasmolitiche, procinetiche e carminative
Menta: proprietà spasmolitiche, digestive, antisettiche
Melissa: proprietà rilassanti, digestive, antibatteriche, antinfiammatorie, antispasmodiche
Camomilla: spasmolitica, antinfiammatoria ed antibatterica.

Integrare la dieta con prodotti naturali formulati con fibre può costituire un buon rimedio per trattare la pancia gonfia (anche se, attenzione, l’eccesso di fibre può favorirla):
Agar agar
Glucomannano
Gomma guar
Pectine di psillio
Gomma Karaya
Glutammina: nutriente fondamentale per gli enterociti (cellule della mucosa intestinale dalla cui salute dipende la corretta selettività e capacità di assorbimento intestinale).
 

Cure Farmacologiche
Non sempre è necessario ricorrere a specialità farmacologiche per porre rimedio alla pancia gonfia. Più spesso, è sufficiente seguire una dieta sana e bilanciata, associata ad una pratica sportiva regolare. Ad ogni modo, alcuni pazienti ricorrono all’ausilio di farmaci, che vanno sempre assunti con moderazione e buon senso, previo consiglio/prescrizione medica:
Farmaci parasimpatico-mimetici (agonisti muscarinici): favorendo la peristalsi, questi farmaci velocizzano i tempi di allontanamento del gas intestinale
Betanecolo (es. Myocholine)
Farmaci antischiuma + antiacidi:
Dimeticone (es. Simecrin, Meteosim)
Integratori probiotici: utile rimedio in caso di pancia gonfia. Essendo in grado di regolarizzare l’attività intestinale, questi farmaci favoriscono l’attecchimento della flora batterica simbionte.

Prevenzione
Il miglior rimedio per la cura della pancia gonfia è la prevenzione. In assenza di patologie sottostanti, è possibile prevenire la pancia gonfia semplicemente seguendo un regime dietetico sano e bilanciato, rispettando quanto dettato dall’educazione alimentare ed eseguendo regolarmente esercizio fisico. L’adozione di una corretta tecnica respiratoria (vedi respirazione addominale) può favorire la riduzione dei gonfiori grazie al massaggio intestinale costantemente esercitato dal diaframma durante gli atti respiratori

Trattamenti medici
In genere, non sono necessari trattamenti medici specifici per porre rimedio al gonfiore addominale. Ad ogni modo, il paziente affetto da pancia gonfia può essere sottoposto ad un mirato intervento medico nelle seguenti circostanze:
- Ostruzione intestinale: richiede un trattamento chirurgico consistente nella rimozione di tutte le parti intestinali in necrosi.
- Cancro al colon/ovaie: richiede un trattamento radio/chemioterapico e/o chirurgico.
- Appendicite: richiede l’appendicectomia.
- Calcoli alla cistifellea: richiede colecistectomia.
 

Rimedi per eliminare il grasso dalla pancia
Se invece la pancia è dovuta ad un sovrappeso generale, forse è meglio seguire qualche percorso di dimagrimento. Diversamente i rimedi sono semplici e molteplici. Il concetto è quello del rimettersi in forma e del rimettersi in linea. Se riuscissimo a regolarizzare il nostro ritmo di vita facendo attenzione ad alcune cose vedremmo già dei notevoli miglioramenti dopo una settimana.
Regolarizzare l’alimentazione, evitando accostamenti di alimenti che possano portare a gonfiore oppure che possano creare un mix di grassi difficilmente smaltibili
Fare movimento, camminare, correre, andare in bici. Se non si ha tempo è necessario sfruttare le pause della giornata oppure gli spostamenti.
Fare una dieta per dimagrire, ci consentirà di perdere peso un po’ ovunque e quindi anche sulla pancia.
- Evitare alcolici e dolci, spesso sono le due principali cause di accumulo di grasso addominale. Soprattutto i superalcolici.
- Non prendete l’autobus o la macchina per 2 km andate a piedi (molti perdono la pancia solo camminando in pausa pranzo).
- Fate le scale e non prendete l’ascensore.
- Evitare indumenti ed accessori che possano comprimere la pancia.
- Non usare lassativi.
- Usare degli integratori naturali che aiutino la digestione

Se dopo un paio di settimane vediamo che non otteniamo risultati dovremmo attuare il processo di dimagrimento che comporta una serie di attività tra le quali sport, dieta ed alimenti. La dieta per dimagrire solo nella pancia è quindi una dieta equilibrata, senza eccessi e senza troppi limiti di alimenti. Indichiamo cosa non si dovrebbe mangiare e quali consigli si dovrebbero seguire:
- ridurre i carboidrati,
- ridurre ad una volta la settimana i salumi e gli insaccati,
- eliminare i formaggi stagionati,
- mangiare tanta verdura e frutta,
- prediligere il pesce e le carni bianche,
- mangiare poco la sera,
- eliminare tutti gli altri alimenti dopo la cena.

Esercizi per eliminare la pancia
Ci sono molti esercizi per rassodare i muscoli dell’addome, per snellire i fianchi e la pancia. Fare esercizi di potenza in una prima fase non serve, ecco perché fare solo addominali per la pancia piatta non basta. Molti sostengono che è possibile mantenere certi vizi di alimentazione moltiplicando lo sforzo fisico, questo potrebbe essere vero ma fino ad un certo punto, se l’alimentazione è troppo sregolata il ragionamento non vale. Gli esercizi per pancia piatta sono sostanzialmente sul posto e simulano un’attività aerobica come la camminata o la corsa.

Esercizio pancia piatta 1
Camminare sul posto per 10 minuti. Questo fa aumentare il battito cardiaco entrando in capacità aerobica. Dopo qualche minuto alzate le ginocchia ed aumentate la camminata sul posto. Molto utile per l’inverno, per iniziare e come alternativa alla camminata. Ripetete per 3 volte in modo da arrivare a 30min.

Esercizio pancia piatta 2
Aerobica e step. Fare dell’aerobica con un gradino, seguendo la musica per esempio, è uno dei modi migliori per dimagrire sulla pancia in inverno. Chiaramente uno sforzo di questo tipo fa dimagrire e tonificare il corpo in generale ma i benefici sulla pancia sono notevoli

Esercizio pancia piatta 3
Rotazioni del busto. In piedi con le gambe leggermente piegate e le mani dietro la testa con ginocchia aperta, ruotare il busto a destra ed a sinistra. Avere una buona elasticità della pelle, dei tessuti e della massa muscolare consente un miglior drenaggio e smaltimento del grasso in eccesso. Questo esercizio è ottimale anche con un bastone dietro il collo. Ripetere questo esercizio negli intervalli di recupero dell’esercizio 1.

Pancia Piatta in una settimana?
Se ci si chiede come fare per ottenere una pancia piatta in 10 giorni o addirittura in una settimana l’impresa è piuttosto ardua. Infatti dovremmo smaltire il grasso sulla pancia in pochissimo tempo. Ma quanta pancia abbiamo?
Se abbiamo una pancia consistente è praticamente impossibile riuscirci dopo 10 giorni. Se invece abbiamo un leggero filetto si possono provare a fare degli allenamenti e diete serrate per ottenere una pancia piatta in una settimana ma attenzione, i risultati vanno poi mantenuti perché tornando alle vecchie abitudini si perderanno rapidamente. Senza costanza non si raggiunge l’obiettivo.
Per una pancia piatta in una settimana dobbiamo fin da subito adottare la seguente strategia:
- regolarizzare l’alimentazione: ridurre i grassi, eliminare gli alcolici vino compreso, eliminare i dolci, magiare tanta frutta e verdura, bere tanto e mangiare poco e più volte al giorno, eliminare pastine, patatine ed altre sfizioserie inutili;
- camminare velocemente (oppure corsetta leggera, bici o cyclette agile) almeno un’ora al giorno o camminare due volte al giorno per almeno 30 minuti;
- eliminare tutte le nostre comodità, evitate ascensori, camminate il più possibile, se dovete fare delle commissioni andate a piedi o in bici, non prendete la macchina per fare ogni cosa.
Ovviamente se si comincia a dire:
beh un bicchiere di vino non fa male,
beh se vado in bici perdo troppo tempo,
faccio solo 30 minuti di camminata veloce...
non otterremo mai il risultato in una settimana, per questo si deve essere abbastanza radicali Una volta raggiunto il risultato si deve però mantenere adottando un’alimentazione ed un’attività sportiva seppur meno rigida.







Per l'endometriosi ora basta un ticket

IL MINISTERO LA RICONOSCE COME MALATTIA CRONICA INVALIDANTE

 

In Italia ne soffrono tre milioni di donne e occorrono in media sette anni per una diagnosi sicura. Nei casi più gravi si spendevano 500 euro al mese tra farmaci e visite.
di Paola Occhipinti


E' un grande traguardo per tutte le donne malate di endometriosi, che in Italia raggiungono la cifra impressionante di tre milioni: il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha dichiarato che la: cura della malattia nella sua forma più grave entrerà nei Lea (Livelli essenziali di assistenza), vale a dire tra le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti con il pagamento del ticket. Dopo anni di battaglie, un significativo passo avanti per tutte quelle donne costrette sinora a pagare di tasca propria una media di 500 euro al mese tra farmaci e visite, senza considerare il dover restare confinate tra le mura domestiche per almeno cinque giorni al mese in preda a dolori lancinanti.
«Aspettiamo dal 2012 che l’endometriosi entri nelle tabelle Inps», sottolinea Annalisa Frassineti, presidente di Ape Onlus (Associazione progetto endometriosi, una delle più attive in Italia). «Chi ne è affetta non può neppure portare un certificato per giustificare l’assenza lavorativa o avere l’invalidità che dovrebbe spettare ai casi più gravi. La nostra richiesta è chiara, che l’endometriosi venga riconosciuta come malattia sociale. Lo dobbiamo alle donne che vivono sopportando disagi pesantissimi, pensiamo a quelle costrette a portare il catetere».
«L’endometriosi è una malattia subdola e difficilmente riconoscibile», spiega Fiorenzo De Cicca, professore aggregato all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e direttore del Centro di Endometriosi Profonda del Policlinico Agostino Gemelli di Roma, un luminare della materia. «Consiste in una presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, l’endometrio, in altri organi come le ovaie, la vagina, l’intestino. Occorrono mediamente sette anni per arrivare a una diagnosi sicura, e i motivi sono fondamentalmente due: il primo è che ci sono ancora pochi centri specializzati in questa patologia con team dedicati [per sapere quali sono, consultate il sito www. apeonlus.it, ndr]. Il secondo è che gli strumenti per una diagnosi corretta sono presenti soltanto in pochi centri ospedalieri.
«Per far sì che la malattia non progredisca in quella che si definisce endometriosi profonda, che coinvolge altri organi come il retto, l’utero, l’ovaio e l’uretere, è molto importante non trascurare i primi campanelli d’allarme», prosegue il professor De Cicco. «Mi riferisco soprattutto a un flusso mestruale molto doloroso fin dall’adolescenza, chiamato Sms (Sindrome mestruale severa), che impedisce una normale vita quotidiana. A questo si associano spesso altri sintomi, tra cui cistiti ricorrenti, stitichezza alternata a diarrea, dolore durante i rapporti sessuali, cisti ovariche e talvolta difficoltà a restare incinta. La tetripistica della diagnosi e la corretta cura sono quindi fondamentali per evitare una cronicizzazione della malattia, che può addirittura portare a infertilità e a problemi renali anche gravi».
Problemi che grazie alla novità introdotta dal ministero, e ai nuovi strumenti diagnostici e di cura, sarà possibile prevenire con maggior efficacia.
 

 







Che fatica dormire

Sono 15 milioni gli italiani che soffrono di insonnia. Le donne son le più colpite.


Perché c’è chi riposa 4 ore per notte e chi ne ha bisogno di 12? Come fa il cervello a regolare il nostro orologio interno? Ecco le nuove armi per vincerei disturbi del sonno, dal pigiama speciale ai cibi giusti
di Rubina Ghioni

 

Sei uno dei 15 milioni di italiani che soffrono di insonnia? Spegni il cellulare. Secondo uno studio recente condotto dai ricercatori del Karolinska Institute e dell’Università di Uppsala, in Svezia, e dalla Wayne State University del Michigan, negli Stati Uniti, le radiazioni dei telefonini ostacolerebbero, infatti, le persone a raggiungere gli stadi più profondi del sonno. Faremmo così più a fatica a “recuperare” nel sonno la stanchezza accumulata durante la giornata.

 

Di notte si rinforza il sistema immunitario
Che dormire bene sia fondamentale per la nostra salute lo hanno accertato anche i ricercatori dell’Università di Chicago, che pochi giorni fa hanno appurato che un sonno disturbato riduce la capacità del corpo di regolare il livello di zucchero nel sangue, aumentando il rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Come conferma Luigi Ferini Strambi, primario del Centro di Medicina del sonno dell’Ospedale San Raffaele di Milano «La privazione di sonno determina un’insulino-resistenza, e quindi altera la nostra capacità di assimilare il glucosio: i soggetti che dormono meno mostrano una maggiore possibilità di sviluppare il diabete. Dormire poco ci rende, inoltre, più sensibili e fragili: nel sonno produciamo, infatti, le citochine, proteine che fanno fìmzionare meglio il nostro sistema immunitario».
 

Ma perché riposiamo?
Perché è uno dei maggiori piaceri nella vita, verrebbe da rispondere. Troppo facile... «Le funzioni del sonno sono diverse e ancora oggi non le conosciamo tutte», continua Ferirli Strambi. «Quello che sappiamo è che il sonno da un lato serve al recupero dell’energia: durante la fase profonda, negli stadi 3 e 4 nonRem (il primo tipo di sonno), il cervello si comporta come un computer in standby, e vi è una netta riduzione del consumo cli energia. Infatti, soprattutto durante il sonno profondo, viene inibito il cortisolo, l’ormone dello stress che mantiene attivo l’apparato cardiovascolare. La pressione e la frequenza cardiaca diminuiscono e nelle aree cerebrali si ha un minor consumo energetico».

Costruiamo i ricordi
Il secondo tipo di sonno è quello Rem, o sonno paradosso, presente soprattutto nell’ultima parte della notte. «Il sonno Rem è importante per la funzione del sogno, un momento fondamentale di sfogo e di pulsione e, soprattutto, per la memoria», dice Ferini Strambi. «Questa fase consente infatti un “riempimento” dei depositi della memoria: non solo memorizziamo, ma creiamo collegamenti tra le nozioni che abbiamo appreso durante la giornata».

Il ritmo sonno-veglia
Tutti abbiamo un orologio biologico interno, un meccanismo neuro-ormonale che ha lo scopo di regolare il ritmo sonno-veglia e che si è sviluppato come adattamento alla vita sul nostro pianeta.

Questo orologio interno funziona grazie a una struttura chiamata “nucleo soprachiasmatico”, situata nell’ipotalamo, una zona del cervello dove si incrociano i nervi ottici. Dato che la Terra ruota sul proprio asse una volta ogni 24 ore, con circa 12 ore di luce e 12 di oscurità, l’uomo, evolvendosi, ha prodotto sostanze chimiche che lo condizionano a “funzionare” quasi allo stesso ritmo della rotazione terrestre quotidiana. Il nostro orologio interno è governato da un ormone, la melatonina, la cui secrezione, che raggiunge il picco tra I’1 e le 5 della mattina, è inibita dalla luce. Grazie alla melatonina ciclicamente alterniamo veglia e sonno secondo im ritmo che è leggermente più lungo di quello cui ci “obbliga” il mondo esterno: la nostra giornata “interna” sarebbe di 25 ore, mentre quella convenzionale è di 24 ore. Questo ciclo è detto ritmo circadiano, che dal latino circa e diem significa “circa un giorno”.
 

COSA SUCCEDE AL NOSTRO CORPO QUANDO DORMIAMO?
ll sonno ha una struttura ciclica e consiste nell’alternarsi di fasi di sonno Rem e non-Rem. Ogni stadio ha una durata di 10-110 minuti e si alternano 4-5 volte nel corso della notte con fasi di diversa intensità. Nella prima parte della notte prevale il sonno profondo non-Rem (stadi 3 e 4), mentre nell’ultima parte predomina il sonno Rem.
 

SONNO REM
Rappresenta circa il 20 per cento del sonno di una notte ed è caratterizzato da movimenti oculari rapidi e da assenza di attività muscolare. Il respiro accelera o diventa irregolare e superficiale. Gli occhi saettano rapidamente in varie direzioni (ecco perché si chiama Rapid eye movement) e i muscoli degli arti si paralizzano temporaneamente: gli impulsi inviati dal tronco encefalico escludono i neuroni nella spina dorsale, impedendo, così, l’attività durante i sogni. Il ritmo cardiaco, l’afflusso di sangue al cervello e la pressione sanguigna aumentano e il respiro è irregolare. In questa fase il cervello è in piena attività e alcune sue aree sono più attive che durante la veglia: ecco perché viene anche chiamato “sonno paradosso”. Questa fase del sonno si abbrevia progressivamente dopo i 30 anni.
 

SONNO NON-REM
È privo di movimenti oculari rapidi ed è suddiviso in 4 stadi che esprimono il progressivo approfondimento del sonno:

FASE 1 - È la fase di addormentamento, e cioè di transizione tra veglia e sonno. Gli occhi si muovono lentamente e l’attività muscolare rallenta. Gli occhi sono chiusi, ma il risveglio è facile.
FASE 2 - Le onde cerebrali rallentano, con picchi occasionali di onde rapide e ii respiro è regolare. Le persone svegliate dopo pochi minuti di sonno spesso non ricordano i minuti prima di assopirsi. La riduzione della capacità di ricordare è chiamata “amnesia correlata al sonno” e spiega perché quando spegniamo la sveglia e torniamo a letto non ricordiamo di averlo fatto.
FASE 3 - Le onde cerebrali continuano a rallentare e cominciano a comparire le onde profonde del sonno, le onde delta, intervallate da onde più piccole e veloci. La temperatura corporea e il ritmo cardiaco si abbassano.
FASE 4 - Il cervello passa quasi completamente al sonno profondo delle onde delta. Il ritmo cardiaco è lento. Aumenta la produzione dell’ormone della crescita. importante soprattutto per i bambini. Gli ormoni “riparano” le cellule dei tessuti e dei nostri organi vitali, che si rigenerano e si sviluppano ossa e muscoli.

 

LE  REGOLE PER UN SONNO PERFETTO
Con la consulenza del prof. Luigi Ferini Strambi

RISPETTA GLI ORARI
È importante essere regolari sia nel momento in cui si va a letto sia in quello in cui ci si alza, anche durante il weekend o in vacanza. Le ore ideali di sonno per notte sono 7: ognuno di noi ha, però, una sua esigenza, in base alla quale deve regolarsi. Per i “brevi-dormitori sono sufficienti 4-5 ore, per i “medi” 7 ore, mentre ai “lungo-dormitori” servono 9-10 ore.

ALZATI E CAMMINA!
Se non riesci a prendere sonno non continuare a rigirarti nel letto, altrimenti rischi di peggiorare la situazione. Meglio, invece, alzarsi e camminare, magari andando in un’altra stanza.

MAI LA TV PRIMA DI DORMIRE
Evita di esporti alle fonti luminose prima di andare a dormire: non stare davanti al computer o alla tv. La luce inibisce, infatti, la melatonina, ormone fondamentale per facilitare l’addormentamento.

MANGIA I CIBI GRASSI
Spiega Laura Rossi, nutrizionista dell’Inran: «Prima di dormire evita gli alimenti nervini, che stimolano cioè il sistema nervoso, come il cioccolato,  il té, il caffè o le bevande con caffeina. Gli alimenti che facilitano il sonno sono, invece, quelli ricchi di grassi, come latte e formaggi».

NO AL MATERASSO A MOLLE, Sì AL PIGIAMA SPECIALE
Non ne esiste uno ideale: ognuno di noi lo deve scegliere più duro o più morbido in base alle sue esigenze. Gli unici sconsigliabili sono quelli a molle, che non consentono un buon sonno. È stato, però, inventato il pigiama perfetto. Si chiama Dermasilk, regola in modo costante la temperatura del corpo assicurando un riposo tranquillo.

RIMANDA LITIGI E DISCUSSIONI
Cerca di evitare i contrasti “serali”: il sonno comincia circa 2 ore prima dell’addormentamento vero e proprio, quando inizia un fase di globale rallentamento delle nostre funzioni.







Sesso: a letto con il nemico

False credenze su orgasmo, dimensioni dell’organo maschile, punto G, possono rovinare il momento clou di un rapporto. Ecco i più comuni miti da sfatare.


Il punto G esiste, ma non è un punto e non si chiama G: inutile cercare “un bottone” dell’orgasmo. Il Viagra non provoca l’infarto: al massimo un gran mal di testa. E non è con la masturbazione che si diventa impotenti (se non si esagera, ovvio).
Lo sapevate? Forse sì. Eppure, secondo gli esperti, falsi miti sul sesso come questi resistono eccome: ci prepariamo a colonizzare Marte, ma in quanto a educazione sessuale, anche nel cosiddetto mondo civilizzato, l’ignoranza regna tra uomini, donne, giovanissimi e non più giovani. Risultato? Una vita sessuale per lo più insoddisfacente, quando va bene. Gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili, quando va peggio.


RELAZIONI PERICOLOSE. «Una delle idee più rischiose è credere che praticando il sesso orale non si contraggano malattie sessualmente trasmissibili come la gonorrea, la sifilide, l’herpes genitale fino al virus HIV. Oppure, pensare che praticando il coito interrotto si evitino le gravidanze: anche se è ancora il metodo “contraccettivo” più usato al mondo, non significa che sia valido, nonostante ogni tanto affiorino ricerche assurde che cercano di riabilitarlo. Ricordiamoci che già nel liquido pre-eiaculatorio maschile possono esserci spermatozoi attivi», osserva Roberta Rossi, presidente della Federazione italiana di sessuologia scientifica. Gli ultimi dati, a proposito di falsi miti sul concepimento, arrivano dal 90esimo Congresso nazionale Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia), dove è stata presentata un’indagine effettuata in 12 Paesi su circa 5.900 donne dai 20 ai 30 anni, di cui 500 italiane. Due numeri fra i tanti: il 5% delle giovani donne pensa che con il coito interrotto si possa prevenire una gravidanza indesiderata, mentre il 4% crede che un bagno caldo dopo un rapporto non protetto sia una valida alternativa alla pillola del giorno dopo.
Ci sono perfino donne che credono di poter restare incinte solo raggiungendo l’orgasmo. «Altre si illudono che la posizione del missionario faciliti un’eventuale gravidanza, meglio se dopo si resta un’ora o più con le gambe all’insù. Altre, invece, sperano di scongiurarla facendo l’amore in piedi o saltellando dopo il rapporto per espellere lo sperma. Per non parlare dell’uso della Coca Cola come spermicida», dice Chiara Simonelli, psicosessuologa all’Università La Sapienza di Roma.


69: NUMERO PERFETTO. Si possono contare tutte le bugie che circolano sul sesso? Lo hanno fatto due medici statunitensi: Aaron Carroll e Rachel Vreeman. Dopo aver consultato centinaia di ricerche scientifiche, ne hanno elencate 69: un numero non causale, se si cerca un titolo furbo per vendere un best-seller sul sesso (Don’t Put That in There! And 69 Other Sex Debunked, letteralmente: Non infilarlo lì! E più di 69 falsi miti smascherati), ma che la dice lunga su come la sessualità sia ancora e ovunque un tabù, quantomeno un argomento del quale molti credono di sapere già tutto mentre, invece, così non è.
Uno dei 69 falsi miti è che il profilattico serva a ritardare l’eiaculazione. Al massimo, toglie un po’ di sensibilità. «Dipende soprattutto dall’età. In particolare, dai 18 ai 30 anni un uomo raggiunge l’orgasmo in media dopo 6 minuti e mezzo dalla penetrazione, mentre dopo i 50 anni la media si abbassa a 4,3 minuti. Non serve nemmeno astenersi dalla masturbazione o dai rapporti sessuali per avere un maggior quantitativo di sperma durante l’eiaculazione: un uomo che eiacula dopo un giorno di astinenza produce 2,3 ml di liquido seminale, mentre se aspetta una settimana 3,4 ml, non molto di più», avverte la co-autrice Rachel Vreeman, docente e ricercatrice alla Facoltà di medicina dell’Università dell’Indiana. Del resto, le coppie in cerca di figli prendano nota, - nemmeno la qualità degli spermatozoi guadagnerebbe dall’astinenza sessuale maschile. I ricercatori australiani della Sydney University hanno chiesto a 42 uomini con anomalie negli spermatozoi di eiaculare tutti i giorni per una settimana. Risultato? Quelli dell’ultimo giorno, esaminati al microscopio, erano più “sani” di quelli prelevati dopo tre giorni di astinenza.


DA SOLI... O NO. Restiamo in zona: non è vero che la masturbazione causa impotenza. Anzi, è un esercizio eccellente, almeno dal punto vista vascolare: il pene è un tessuto a bassissima quantità di ossigeno che ha bisogno di essere irrorato di sangue (quindi di ossigeno), attraverso l’erezione. «È vero però che la masturbazione estrema favorisce l’impotenza, che non è rara in pazienti che si masturbano due o più volte al giorno. L’eccessiva frequenza e le erezioni troppo prolungate provocano, all’interno del corpo cavernoso, l’effetto contrario: il ristagno di sangue. Inoltre, rispetto all’attività sessuale completa e soddisfacente, con la masturbazione non vi è quel coinvolgimento psicofisico responsabile della produzione di ormoni, il testosterone innanzitutto, molto importanti per il benessere generale», spiega Emmanuele A. Jannini, docente di Endocrinologia e Sessuologia medica all’Università Tor Vergata di Roma. Riassumendo: dal punto di vista biologico e medico, masturbarsi va bene (senza esagerare), ma avere anche rapporti completi e soddisfacenti è meglio. Potendo scegliere, fare sesso, lo confermano tanti studi, fa bene. E, per fortuna, esiste il Viagra. Tutti contenti? No, ci sono uomini che credono di rischiare la vita. «Ricordo il caso clinico di un paziente che per suicidarsi ne prese 20 compresse: ebbe solo una forte emicrania», racconta Jannini. «Altri pazienti mi dicono: “Professore, so che rischio di andare all’altro mondo se prendo il Viagra, ma preferisco vivere un giorno da leone piuttosto che mille da pecora”. La mia risposta è sempre questa: “Mi spiace deluderla, lei andrà all’altro mondo prima o poi, ma non certo per colpa della pillola blu o della ormai famosa, ma discretissima, mentina dell’amore. Se proprio vuole affrettare quel momento, stia in poltrona tutto il giorno, mangi più che può, fumi di più e beva alcol.”». Una precisazione: il Viagra e gli altri farmaci per l’erezione funzionano come cardioprotettori. Per questo molti cardiologi non hanno nulla in contrario a farli assumere alle persone con varie cardiopatie. Naturalmente sono sconsigliati a quei soggetti per i quali è controindicata l’attività sessuale o che assumono nitrati per l’angina.


“LUI” NON È TUTTO. Esiste poi un fiorire di leggende su correlazioni tra dimensioni del pene e altezza, oppure indice di massa corporea. Se non addirittura di lunghezza di naso, mani e dita dei piedi. Dalla recente indagine Sigo è emerso che il 12% delle giovani donne crede che esista un legame tra il numero di scarpe e le dimensioni del pene. L’ultima smentita è arrivata dal King’s College di Londra, dove sono stati passati in rassegna 17 studi scientifici condotti su 15.521 peni di uomini da tutto il mondo. Ebbene: solo due studi hanno evidenziato una debole correlazione tra lunghezza del pene e numero di scarpa, ma in tutti gli altri non sono stati dimostrati legami tra dimensioni dei genitali, altezza e indice di massa corporea. Curiosità: la ricerca ha chiarito che le dimensioni medie dell’organo genitale maschile sono di 9,16 cm a riposo e 13,12 cm in erezione. Finalmente. Ma misurare “lui” per trovare rassicurazioni su future prestazioni sessuali è assurdo. Ed ecco un mito che resiste soprattutto a causa del mercato del porno, sia patinato che “fai da te”: le dimensioni del pene determinerebbero il grado di piacere femminile. Non è così. Una ricerca dell’Università dell’Indiana ha analizzato le preferenze sessuali di 5.865 persone. Conclusione: l’uomo raggiunge più facilmente l’orgasmo con la penetrazione, mentre la donna grazie a una varietà di atti sessuali e stimolazioni corporee, sesso orale compreso, con le quali le dimensioni del membro hanno poco a che fare.
Ancora: gli autori di uno studio pubblicato sulla rivista European Urology hanno chiesto a 170 donne di valutare l’importanza di lunghezza e circonferenza del pene su una scala che andava da “totalmente ininfluente” a “molto importante”: solo il 20% ha risposto che la lunghezza era “importante” e appena l’1% delle donne che era “molto importante”.

 

MALEDETTO PUNTO G. Di miti sull’orgasmo, poi, ce ne sono diversi. Uno: gli uomini non lo simulano mai. «Con meno frequenza e capacità, dato che il loro culmine del piacere è legato all’eiaculazione. Ma ci sono uomini che non sentono nulla e fingono di provare piacere», aggiunge Roberta Rossi. Due: solo le donne possono avere più orgasmi consecutivi. «Non è vero, può accadere anche agli uomini, seppur con tempi diversi dalle donne, soprattutto se molto giovani», precisa Chiara Simonelli. Tre, ed è il più diffuso: le donne che non lo raggiungono non hanno il punto G. «Per dirla in una battuta: il punto G esiste e non è mai stato così bene. Ma non è un punto e non si chiama G», spiega Jannini, autore dei vari studi pubblicati sul JournalofSexual Medicine, in cui ha chiarito che in ogni donna esiste un’estesa e variabile area anatomica detta Cuv, che comprende il clitoride, l’uretra e la parete anteriore della vagina: sono queste parti, in comunicazione tra loro, che durante il rapporto sessuale reagiscono in modo più o meno intenso alla stimolazione, provocando l’orgasmo.

 

DISINFORMAZIONE ONLINE. Ma la lista delle bufale sul sesso potrebbe superare il fatidico numero 69. Anche perché molte corrono e si amplificano online, soprattutto tra i più giovani alla ricerca di informazioni che non trovano né in famiglia né a scuola. Tra le più assurde, quelle che con il sesso si possa ingrassare o dimagrire un po’. Ma... Primo: lo sperma non è un liquido ipercalorico. È composto da acqua e sostanze nutrienti, ma contiene zuccheri in gran parte sotto forma di fruttosio: solo 5/7 calorie ad eiacula- zione. Secondo: la pillola non fa ingrassare. Ben 49 studi provano che il dosaggio ormonale è molto basso. Terzo: lanciandosi in prestazioni acrobatiche a letto non si perde peso. Hanno fatto i conti alcuni ricercatori dell’Università di Alabama, a Birmingham: considerata la durata media dei rapporti sessuali (solo 6 minuti), si consumano solo 21 calorie. Per la precisione: 3,5 calorie al minuto. Decisamente... meglio la ginnastica.

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La banca degli occhi

Fondata nel 1987 a Mestre, detiene il primato europeo per numero di cornee distribuite.

È la prima struttura italiana per la raccolta dei tessuti oculari e l’unica al mondo in grado di coltivare le cellule staminali della cornea. Che in dieci anni hanno restituito la vista a 50 persone.
di Isabella Vergara

 

Olga stava cercando di aprire una bottiglia di liquido per sturare i lavandini quando ha sentito come una coltellata in un occhio: uno schizzo di acido l’aveva investita. Dopo il dolore, il buio. «Il mio occhio è diventato opaco. Ero cieca», racconta Olga, che oggi è tornata a vedere grazie a un intervento reso possibile dagli sforzi della Fondazione banca degli occhi del Veneto (Fbov), la più importante organizzazione europea per la distribuzione del tessuti oculari e l’unica al mondo in grado di coltivare cellule staminali prelevate dalla cornea.


5 mila trapianti all’anno
«La cornea è la lente più potente dell’occhio, quella parte trasparente che costituisce la porzione più anteriore del bulbo oculare», spiega Diego Ponzin, direttore di Fbov. La cornea di Olga era stata bruciata dall’acido e i raggi luminosi non potevano più attraversarla per raggiungere i centri nervosi della visione. La sua unica speranza era un trapianto di cornea, «un intervento di cui si avvalgono ogni anno in Italia 5 mila pazienti, 2 mila grazie ai tessuti distribuiti dalla nostra banca», dice Ponzin. E sopratutto grazie alla generosità dei familiari di persone che sono morte e che hanno donato i loro occhi a chi non può più vedere per colpa di una malattia, di un incidente sul lavoro o in casa.

Tutto è cominciato nel 1987, quando il chirurgo oftalmologo Giovanni Rama, allora primario a Mestre, pensò di creare una banca dove raccogliere i tessuti oculari. «L’idea nasceva dal bisogno di cornee per i trapianti», racconta il figlio Paolo Rama, che dirige l’unità di oculistica dell’ospedale San Raffaele a Milano.

Un miracolo italiano
Oggi esistono 16 banche degli occhi sparse sul territorio italiano. «E il sistema funziona alla grande», continua Rama. «Gli ospedali mandano le cornee dei deceduti alla banca di riferimento, che le lavora e poi le distribuisce sotto richiesta. Non si deve più aspettare come un tempo il donatore: oggi in caso d’urgenza possiamo operare anche domani!».
La tecnica si è evoluta e ora è possibile innestare anche piccole porzioni di cornea. «L’intervento viene eseguito in anestesia locale e dura dai 30 ai 90 minuti», spiega Rama.
«La cornea viene suturata con un filo di nylon che può rimanere anche anni». La nostra Olga però, aveva un problema in più: l’acido le aveva bruciato il limbus, una regione al confine tra cornea e congiuntiva dove si trovano le staminali, cellule “madri” che rinnovano di continuo l’epitelio (il rivestimento) della cornea. «In mancanza del suo epitelio», spiega il chirurgo, «la cornea viene ricoperta da uno strato cicatriziale vascolarizzato che comporta la perdita della trasparenza. Ecco perché in mancanza di queste cellule staminali il trapianto non può avere successo». Per fortuna Olga vive in Italia e qui esiste il laboratorio leader nel mondo in grado di coltivare le staminali della cornea. Lo hanno fondato all’Ospedale San Giovanni e Paolo di Mestre, Graziella Pellegrino e Massimo De Luca, oggi docenti all’Università di Modena e Reggio Emilia. Nel 1997 i due scienziati hanno messo a punto una procedura che consente di coltivare le speciali cellule partendo da una biopsia di un millimetro quadro ricavata dall’occhio sano del paziente. Le cellule vengono fatte crescere su uno strato di fibrina, una specie di colla biologica. Il risultato è una sorta di lente a contatto che verrà innestata sull’occhio malato.

Tornare di nuovo a vedere
«Dopo sei mesi dall’intervento, riusciamo a capire se le cellule si sono insediate», dice il dottor Rama, che ha eseguito più di cento innesti. «A volte questo può bastare a restituire la vista, ma se il danno è più profondo sarà necessario sostituire anche la cornea danneggiata». La probabilità di successo è del 75 per cento. «Ma non tutti possono avvalersi di questa metodica», avverte il chirurgo. «Deve essere presente almeno una parte sana di limbus e non deve essere compromesso il sistema che produce le lacrime, indispensabili a nutrire le cellule staminali». Alla Fbov si studiano anche altri tipi di cellule staminali per rigenerare le varie parti dell’occhio e poter curare malattie della retina, del nervo ottico e delle ghiandole lacrimali.







Terapia fisica e riabilitazione

L’impiego di mezzi fisici (termalismo, talassoterapia, ecc.) e terapie manuali (massaggi, mobilizzazioni, ecc.) per il benessere e la cura del corpo è conosciuto e impiegato dall’uomo fin dagli albori dell’umanità. Tuttavia dobbiamo attendere gli inizi del XX Secolo, per parlare di vere e proprie tecniche fisioterapiche.


Per quanto riguarda la fisioterapia, grazie al progressivo avanzamento delle conoscenze neurologiche ed ortopediche, iniziarono a diffondersi un gran numero di metodiche riabilitative, che ancora oggi vengono quotidianamente impiegate per la riabilitazione delle patologie neurologiche. Il concetto fondante fu quello di creare delle nuove figure professionali sanitarie che potessero lavorare sul deficit funzionale (disabilità), per ridurre il più possibile l’impatto negativo di questo sulla partecipazione alle attività della vita quotidiana (handicap). è per questo che la fisioterapia ben si adatta alle esigenze terapeutiche non solo di tipo cronico-progressivo bensì anche alle affezioni acute di minor entità (es. lombalgia) che possono comunque creare uno stato di “disabilità ed handicap” transitorio (basti pensare al disagio personale, sociale, lavorativo che provoca una lombalgia acuta). Il principale obiettivo che si pone la Terapia Manuale è la normalizzazione delle strutture neuro-muscolo-scheletriche, disfunzionali e sintomatiche, riducendo la spiacevole sensazione dolorosa conseguente alla disfunzione stessa.
Le terapie fisiche rappresentano l’insieme degli strumenti utilizzati in fisioterapia, che si servono realmente della somministrazione diretta nel corpo umano di energie. Questi strumenti sono utilizzati all’interno del trattamento riabilitativo al fine di ridurre il sintomo doloroso e il gonfiore,  o per stimolare la rigenerazione dei tessuti. Esse includono una vasta gamma di energie, che vengono applicate al corpo umano sotto forma di:
•    energia luminosa (laser)
•    energia elettrica (tecarterapia, tens, diadinamiche, ionoforesi…)
•    energia meccanica (ultrasuoni, onda d’urto)
•    energia magnetica (magnetoterapia)

TECARTERAPIA
La Tecarterapia è una tecnica che stimola energia dall’interno dei tessuti, attivando i naturali processi riparativi e antinfiammatori.
Trasferire energia ai tessuti infortunati è comune a molte terapie, ma tutte queste somministrano energia proveniente dall’esterno. La Tecarterapia richiama le cariche elettriche da tutto il corpo, sfruttando il modello del condensatore, cioè due conduttori affacciati e separati da un isolante. Nella Tecarterapia un elettrodo è collegato a un generatore la cui frequenza è pari a 0,485 MHz, mentre il secondo conduttore è rappresentato dal tessuto biologico. La scelta di utilizzare la frequenza sopracitata deriva dal fatto che, in base ai numerosi studi eseguiti fino a questo momento, essa sembra essere quella più efficace a livello di risultati. Nella zona sotto terapia si avrà un flusso di cariche con attivazione metabolica e un effetto termico endogeno (cioè, che per effetto JOULE, nasce dall’interno). Se l’elettrodo mobile non è elettricamente isolato, la concentrazione di cariche avviene nei tessuti a più alta resistenza (osso e articolazioni) che fungono quindi da isolanti (contatti resistivi).
Il motivo per cui l’energia elettrica è così utile all’uomo è che essa può facilmente essere convertita in altre forme di energia, in particolare energia termica (calore). Ciò può essere facilmente osservato in un resistore, che quando è percorso da una corrente elettrica si riscalda, ovvero libera o dissipa una parte dell’energia elettrica sotto forma di calore. Anche nella lampadina il principale effetto del passaggio di corrente è il calore, che fa diventare incandescente il filamento, sviluppando di conseguenza energia luminosa. Un ferro da stiro o una stufetta elettrica sfruttano proprio questa proprietà.
È detto effetto Joule, dal nome del fisico inglese James Prescott Joule (1818-1889) che lo scoprì, il fenomeno per cui il passaggio di corrente elettrica attraverso un conduttore è accompagnato dallo sviluppo di calore.
La Tecarterapia è stata applicata inizialmente nel mero ambito sportivo, in particolar modo in quello agonistico, un settore in cui accelerare i tempi di guarigione e di ripresa dell’attività ha un’importanza notevole. Le esperienze positive e gli ottimi risultati conseguiti hanno poi fatto sì che la Tecar si sia estesa, e si stia tuttora estendendo, in diversi altri ambiti.
Viene somministrata secondo due modalità: quella capacitiva e quella resistiva.
La modalità di funzionamento capacitiva ha il suo campo d’azione sui tessuti e sulle strutture maggiormente idratate come i muscoli, i vasi sanguigni e i vasi linfatici, mentre la modalità resistiva agisce su tessuti e strutture con alta densità connettivale (capsule articolari, cartilagini, cordoni fibrotici, legamenti, osso, tendini ecc.).
La corrente non è presente per contatto diretto, ma come movimento di attrazione e repulsione delle cariche ioniche naturali. I risultati in profondità vengono ottenuti senza che la superficie cutanea sia attraversata da alcuna forma di proiezione diretta di energia. La presenza di protesi metalliche non costituisce una controindicazione al trattamento.
Le applicazioni della tecarterapia:
La tecarterapia integra in modo decisivo l’intervento terapeutico nelle patologie osteoarticolari acute e croniche. Il suo impegno è quindi fondamentale nelle terapie riabilitative per il recupero di distorsioni, lesioni tendinee, tendiniti borsiti, esiti di traumi ossei e legamentosi, distrazioni osteoarticolari acute e recidivanti, artralgie croniche di varia eziologia, come indubbia è la sua utilità anche nella cura delle diverse forme di osteoporosi e nei programmi riabilitativi post chirurgici, in particolare dopo interventi di artroprotesi.
Ecco alcune significative applicazioni della tecarterapia:
•  Algie croniche;
•  Capsulite adesiva;
•  Condropatia rotulea;
•  Coxartrosi;
•  Pubalgia cronica;
•  Sperone calcaneare;
•  Riabilitazione post-traumatica.







Concentrarsi, che fatica!

Per i ragazzi è sempre più difficile focalizzare l’attenzione su un solo stimolo. Ecco qualche suggerimento per aiutarli a sviluppare una maggiore capacità di concentrazione.

La difficoltà di concentrazione appare oggi una delle problematiche maggiori presentate dai bambini, non solo nei contesti scolastici. A scuola e a casa, prestare attenzione continua mentre si svolge un’attività può sembrare a volte complesso per i ragazzi. Capire meglio cosa c’è dietro questo problema e cosa si può fare per evitarlo è un buon punto di partenza per migliorare le cose. Troppi stimoli? I “nativi digitali” hanno acquisito la capacità di svolgere più attività contemporaneamente, soprattutto usando gli strumenti tecnologici: riescono a inviare messaggi, navigare su internet e giocare alla Playstation nello stesso momento, con una facilità a volte disarmante per gli adulti che li osservano. Eppure, questi stessi bambini sono sempre più in difficoltà quando si chiede loro di focalizzare l’attenzione su un solo stimolo, che siano in classe ad ascoltare l’insegnante o a casa nel tentativo di svolgere un compito a loro assegnato. La mente vaga, e sembra davvero impossibile riportarla al “momento presente”; a volte pare che la frustrazione derivante dal dover veicolare l’attenzione a un solo oggetto di osservazione sia così grande da impedire ai ragazzi di svolgere adeguatamente singoli compiti per un periodo di tempo prolungato. Anche per questo sono sempre di più le difficoltà di apprendimento e i comportamenti disturbanti in classe, pure senza arrivare a scomodare i veri e propri disturbi dell’età evolutiva.
Ai troppi stimoli esterni, si aggiunge spesso la difficoltà degli adulti di porre delle regole rigide di comportamento: troppe volte si tende a lasciar correre o a lasciare che i bambini abbandonino anzitempo compiti considerati troppo difficili o troppo complicati per loro, insegnandogli in questo modo a non affrontare la frustrazione, la fatica, e a non utilizzare una qualità fondamentale come la perseveranza.

 

Come aiutare i ragazzi
Quali sono le azioni che possono essere utilizzate per aiutare i ragazzi a sviluppare una migliore capacità di concentrazione?

- Eliminare tutti gli stimoli distraenti: smartphone e giochi potranno essere usati alla fine dei compiti, e solo come rinforzo dinamico (“se ti sei impegnato, potrai usarli”).

- Fare delle pause: un bambino è in grado di concentrarsi bene solo quando ha la possibilità di “staccare” e riposarsi, perciò è importante prevedere brevi pause di qualche minuto ogni mezz’ora di studio o di attenzione.

- Trovare il momento migliore per studiare o fare i compiti: ogni bambino ha attitudini diverse e può essere importante cercare di scoprirle insieme a lui. Tuttavia, è molto importante ricordare che la concentrazione necessita di energie fisiche e mentali, e che dunque fare attività troppo faticose prima di studiare o di fare i compiti potrebbe risultare controproducente.

- Aiutare il bambino a rendere lo studio o i compiti interessanti: può essere difficile imparare le cose semplicemente a memoria, oltre che piuttosto inutile da un punto di vista di crescita individuale. È importante aiutare il bambino a legare i concetti studiati o esercitati con la propria vita quotidiana, in modo che riesca a comprenderne l’importanza e l’utilità, migliorando la memorizzazione.

- Non avere fretta: se un bambino fatica a concentrarsi, può essere utile allenare la concentrazione, iniziando con periodi brevi, allungando i tempi di volta in volta e ricordando di rinforzare tutti i miglioramenti ottenuti.

- Utilizzare contesti differenti nei quali rafforzare la capacità di concentrazione: oltre allo studio e ai compiti, può essere utile fare giochi, soprattutto “sociali”, che richiedano un certo livello di attenzione per essere appresi e successivamente eseguiti. In questo modo i bambini imparano quanto la concentrazione sia fondamentale per affrontare adeguatamente molti aspetti della loro vita.

 

Il disturbo dell’attenzione
A volte una difficoltà marcata di concentrarsi e di prestare attenzione durante una lezione, un compito o una qualunque attività che richieda un impegno cognitivo, può essere il sintomo di un disturbo evolutivo definito ADHD, disturbo dell’attenzione con iperattività. I bambini che presentano questo disturbo si mostrano continuamente agitati, non riescono a rimanere fermi, non riescono a stare seduti al posto quando sono in classe, danno spesso fastidio ai compagni e non riescono a svolgere i compiti a loro assegnati. Quando si sospetta che un bambino presenti questo problema è molto importante cercare aiuto rapidamente: l’ADHD non è un disturbo marginale che si risolve con l’età e può portare a disagi relazionali e a problemi importanti di autostima e di adattamento sociale. Fortunatamente, oggi la terapia cognitivo comportamentale permette di raggiungere buoni risultati.

 

La mindfulness nei bambini
Una delle terapie oggi maggiormente utilizzate per affrontare la “rimuginazione” nell’adulto è la cosiddetta mindfulness, un percorso attraverso il quale apprendere una forma accogliente e non giudicante di consapevolezza del presente. I pensieri attraversano continuamente la nostra mente ed essa è normalmente portata a seguirli, nel tentativo di controllarli, “risolvendo” le preoccupazioni. Imparare a lasciar andare i pensieri, qualunque ne siano i contenuti, è il fulcro centrale del percorso di mindfulness. Per questo può essere uno strumento efficace anche nell’aiutare i bambini con difficoltà di attenzione: essi possono apprendere a guardare tutti i loro pensieri come se fossero semplici “film mentali” che scorrono su uno schermo bianco, tornando ogni volta al focus d’attenzione scelto, sia esso un compito, un film o un gioco.

 

Per informazioni sulla mindfulness consultare www.ipercorsidellamente.it







Viagra femminile - Luci e ombre

APPROVATO IL FARMACO PER IL DESIDERIO DELLE DONNE
Erroneamente chiamato Viagra femminile. Luci e ombre - soprattutto ombre - dell’Addyi o flibanserina, il farmaco per il desiderio sessuale delle donne che sarà in vendita negli Stati Uniti dal 17 ottobre e che è sbagliato definire come il Viagra per le donne.

Dal 17 ottobre, negli Stati Uniti, la casa farmaceutica Sprout Pharmaceuticals metterà in vendita un farmaco per curare la mancanza di desiderio sessuale nelle donne. Il suo nome è Addyi, o flibanserina e da molti giornali è stato definito come il viagra femminile. Il che è un errore grossolano frutto di una semplificazione giornalistica.
 

NON È IL VIAGRA DELLE DONNE.  La flibanserina, infatti, non agisce sull’irrorazione sanguigna e non deve essere assunto prima dell’atto sessuale come nel caso del Viagra: funziona infatti a livello cerebrale, regolando alcuni neurotrasmettitori, e deve essere assunto una volta al giorno, indipendentemente dal fatto che si presenti o meno un’occasione fra le lenzuola.

A COSA SERVE. Addyi è stato studiato per curare il cosiddetto  desiderio  sessuale  ipoattivo  (in  inglese  hypoactive sexual  desire  disorder  o  HSDD),  cioè  una  condizione  di scarso o inesistente desiderio sessuale. A prescindere dalla causa, che può dipendere dalla scarsa produzione di alcuni ormoni, dall’abuso di alcol o sostanze  stupefacenti, e da un problema psicologico irrisolto, il farmaco interagiscecon la dopamina e la noradrenalina proprio per risolvere chimicamente la mancanza di libido.


LE POLEMICHE E I DUBBI.  L’approvazione  da  parte  della FDA,  l’agenzia  americana  per  il  farmaco,  è  arrivata  dopo che per ben due volte ne era stata respinta l’introduzione per i numerosi studi che sottolineano l’efficacia ridotta dell’Addyi (solo dall’8 al 13 per cento delle donne che lo prendono  hanno  benefici  superiori  a  quelli  prodotti  dal placebo) e i numerosi effetti collaterali (bassa pressione, nausea, svenimento, insonnia). Ne erano seguite numerose polemiche. In particolare l’associazione per i diritti femminili Even the Score aveva accusato la FDA di essere sessista, per aver approvato solo farmaci contro la disfunzione erettile dell’uomo, ignorando quelli per i problemi sessuali delle donne. Mentre  alcune  rappresentanti  dei  movimenti  per  i  diritti delle donne hanno accolto con soddisfazione la commercializzazione di Addyi, altri ritengono che la FDA abbia ceduto a una sorta di ricatto morale approvandone l’uso.
 

MOLECOLE CHE CAMBIANO LO “STILE DI VITA”.  E se è vero che la pillola può essere venduta solo dietro prescrizione medica, dunque in seguito ad attenta valutazione di vantaggi e svantaggi, ciò non elimina le preoccupazioni.
Una in particolare, quella che riguarda le cosiddette lifestyle drugs e le patologie fantasma: Adriane Fugh-Berman della  Georgetown  University,  spiega  senza  mezzi  termini che la HSDD è una sindrome inventata dalle case farmaceutiche per poter vendere farmaci che in realtà non sono medicine.
I dati sono ancora poco chiari: secondo vari studi ne soffre una donna adulta su dieci e il 7 per cento delle donne in pre-menopausa; secondo altri colpisce almeno una volta nella vita un terzo delle donne adulte. Solo il tempo e ulteriori studi potranno forse chiarire chi ha davvero ragione.







La salute è una questione di sesso


Le donne vivono in media 5 anni più degli uomini. Eppure, rispetto a loro, hanno più malanni. Perché? La risposta è emersa durante Future of Science, il convegno organizzato a Venezia dalla Fondazione Umberto Veronesi dedicato alla Medicina di precisione. E, in particolare, a quella di genere che studia cioè come maschi e femmine si comportino in maniera differente rispetto alle malattie, sviluppando sintomi specifici e reazioni diverse alle terapie. «Un approccio mirato al paziente, che tenga conto del sesso a cui appartiene, permette non solo di prevenire meglio le patologie, ma anche di curarle con maggiore appropriatezza» spiega Giovannella Baggio, ordinario dí Medicina di genere dell’Università degli studi di Padova e presidente del Centro studi nazionale su Salute e medicina di genere.
La parola d’ordine quindi sta diventando “personalizzare”. Grazie a questa piccola rivoluzione avremo finalmente una medicina che si occupa di noi per aiutarci a vivere non solo più a lungo, ma soprattutto in piena salute.

Perché in certi sport sono più brave
I due sessi sono molto diversi anche nel modo di fare attività fisica, tanto che potremmo parlare di “sport di genere” al femminile. Con l’aiuto del personal trainer, Dario Marino, scopriamo in quali discipline riescono meglio e perché:
Ginnastica, attrezzistica e danza «Le donne, che hanno il bacino ampio e tendono a sviluppare i muscoli degli arti inferiori, hanno maggior equilibrio rispetto agli uomini. Inoltre, secondo la mia esperienza, sono più portate all’impegno e al rispetto delle regole che in queste discipline sono indispensabili».
Pallavolo «La ricerca della precisione dei gesti è una prerogativa femminile: per questo le ragazze giocano così bene a volley, sport che richiede uno sforzo sia fisico sia mentale per individuare la strategia migliore in pochi secondi».
Il nuoto di fondo «Il pannicolo di grasso sottocutaneo, che nelle donne è più spesso, favorisce il galleggiamento. Restando facilmente in superficie diminuiscono la resistenza dell’acqua e insieme l’affaticamento».

 

IL CUORE
LA SCOPERTA
Contrariamente a quanto si crede, le malattie cardiache non sono una prerogativa maschile. Anzi, questa patologia è più aggressiva sulle donne: il 38% delle femmine (contro il 25% degli uomini) colpite da infarto muore nel giro di un anno, rivela uno studio dello European Heart Network.
LA SPIEGAZIONE «Nei due sessi i sintomi dell’infarto non sono gli stessi: l’uomo di solito avverte dolore al petto e al braccio sinistro, mentre la donna può sentire male alle spalle, al collo, alla pancia o addirittura non presentare nessuna manifestazione a parte stanchezza e nervosismo» spiega Giovannella Saggio. «E risultato è che spesso si attribuiscono questi malesseri a un problema di natura psicologica o gastrica, non cardiaca. E non si interviene immeditamente nel modo appropriato».
IL CONSIGLIO «Controlla la salute del cuore con un elettrocardiogramma ogni 5 anni. Ma se hai familiarità con disturbi cardiaci, soffri di pressione alta o diabete fallo ogni 2».


IL METABOLISMO
LA SCOPERTA
Secondo l’osservatorio del Progetto Diabete, le donne che soffrono di questa patologia metabolica sono più degli uomini (il 5,2% contro i 14,4%,) e tendono ad avere una peggiore qualità e una minore aspettativa di vita: il diabete, infatti, le espone a un rischio quattro volte più alto di contrarre patologie cardiovascolari.
LA SPIEGAZIONE «Il livello di glucosio nel sangue può aumentare in momenti particolari della vita femminile, come la menopausa o la gravidanza: in quest’ultimo caso spesso i valori tornano normali dopo il parto, ma la loro alterazione è un campanello d’allarme di cui tenere conto» sostiene Giovannella Raggio. «Le ultime ricerche evidenziano che il 50% delle donne incinte con problemi di glicemia, dopo 5-10 anni sviluppa un diabete di tipo 2».
IL CONSIGLIO «Per abbassare il rischio riduci il consumo di grassi e zuccheri, cammina almeno 20 minuti al giorno e non accumulare troppo peso, soprattutto sull’addome. Segui queste buone abitudini perché, nel caso in cui tu avessi una predisposizione al diabete, aiutano a ridurne l’impatto negativo».

 

L'APPARATO DIGERENTE
LA SCOPERTA
Molti studi scientifici hanno dimostrato che le donne sviluppano calcoli alla colecisti tre volte più spesso rispetto agli uomini.
LA SPIEGAZIONE «Gli ormoni femminili contribuiscono a rendere la bile più densa, alimentandone il contenuto di colesterolo, la sostanza che forma i “sassolini”».
IL CONSIGLIO «Evitare di saltare i pasti: devono essere cinque al giorno, vale a dire i tre principali e due spuntini a metà mattina e pomeriggio. Così si evita che la bile si addensi troppo, riducendo il rischio che si formino calcoli.

 

LA PSICHE
LA SCOPERTA
È un dato: le donne si ammalano il doppio di depressione rispetto all’altro sesso, afferma l’American Psychological Association.
LA SPIEGAZIONE «È vero che esiste una predisposizione genetica femminile, ma spesso è sopravvalutata: la vera causa è il nostro ruolo sociale» sostiene Giovannella Baggio. «È il farci carico di impegni, fatiche e responsabilità a rappresentare il principale fattore di rischio».
IL CONSIGLIO «Impara a leggere i segni della depressione in te e negli altri: le femmine mostrano sintomi fisici come stanchezza, disturbi dell’appetito, insonnia. Gli uomini, invece, manifestano la malattia in modo più velato, tendendo a isolarsi e a parlare poco».


Le donne consumano il 40% di farmaci in più rispetto agli uomini.

Il tumore del fegato nelle donne progredisce più lentamente

 







Lo sport per i nostri figli

 

COME CRESCERE SANI DIVERTENDOSI

Una guida pratica e alfabetica per scegliere lo sport giusto: a quale età iniziare, quali i maggiori benefici di ogni specialità e quali controindicazioni si possono presentare. Cosa c’è da sapere per essere aggiornati e consapevoli, bravi genitori anche dal punto di vista sportivo.

I figli: la cosa più importante della nostra vita. Cosa non si farebbe per loro? Qualsiasi sacrificio, pur di vederli crescere sani e svegli, pronti ad affrontare le esigenze della vita. Chiunque sia genitore sa cosa intendiamo dire.
Gli psicologi confermano che nel rapporto complesso che intercorre fra chi ha generato e chi viene generato si instaura una specie di transfert: inconsciamente scarichiamo sui figli tutte le frustrazioni e le insoddisfazioni della nostra esperienza di vita precedente alla loro nascita. In altre parole, se noi non abbiamo conseguito risultati brillanti nella nostra carriera scolastica pretendiamo che nostro figlio ci regali almeno una laurea; se non siamo riusciti a diventare campioni in uno sport, ci fa sognare soltanto il pensiero che il nostro erede  brilli in qualche specialità sportiva; se non siamo brillanti in compagnia o se quando tocca a noi di partecipare a un karaoke i nostri amici si tappano le orecchie, nostro figlio deve cantare come Pavarotti; se il nostro aspetto fisico non ci soddisfa, desideriamo intensamente che la nostra prole sia fisicamente perfetta.
Spesso questo atteggiamento si tramuta in qualcosa di patologico, con aspetti quasi ossessivi, più frequenti quando il figlio è uno solo. Ma non intendiamo approfondire questo tipo di discorso, che rischierebbe di portarci fuori strada rispetto all’argomento di cui vogliamo parlare. I figli sono realmente, come li definisce una efficace espressione popolare napoletana, “piezz’e core”, un pezzo del nostro cuore. E noi per loro siamo davvero disposti a tutto, ancheper quanto riguarda la loro attività fisica e la cura del loro corpo in formazione.

Lo sport come evoluzione del gioco
Il movimento fisico è innato e istintivo nel bambino, che in modo del tutto naturale - ancor prima di cominciare a camminare - sa quali “esercizi” compiere per agevolare nella crescita il proprio sistema muscolare e nervoso. Altrettanto importante, e altrettanto istintiva, è la propensione al gioco, fondamentale nella fase evolutiva di ogni essere umano; alcuni movimenti, come calciare una palla con una gamba restando in equilibrio sull’altra, correre a nascondersi cercando di non essere scoperti, assumere atteggiamenti imitativi del comportamento degli adulti o degli altri bambini sono step irrinunciabili nella crescita sana e “regolare” dell’individuo.
E lo sport?  Lo sport è, o dovrebbe essere, una evoluzione naturale del gioco, generata dal graduale inserimento di regole nella fase del divertimento. Va da sé che si tratta di un passaggio-chiave nella fase evolutiva del bambino, che è nostra responsabilità di adulti e di genitori guidare in modo consapevole per garantire all’essere in formazione i migliori risultati sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico. La domanda, quindi, è: verso quale sport indirizzare nostro figlio, tenendo conto di tutte le variabili che devono essere considerate per una scelta migliore? Passiamo in rassegna, specialità per specialità, le più diffuse discipline sportive, cercando insieme di valutare il pro e il contro di ognuna di esse.
Quale sport scegliere?

ATLETICA LEGGERA
La corsa, specialità atletica su varie distanze, è la più istintiva e immediata pratica sportiva per il bambino. Ovviamente, tale istintività deve essere contenuta e sviluppata sotto l’attenta guida di un allenatore che insegni al giovane sportivo come ottenere il meglio da sé stessi, sia attraverso un più razionale sfruttamento delle proprie caratteristiche fisiche sia attraverso un allenamento specifico. Proprio in virtù dell’allenamento specifico, recenti studi hanno dimostrato che anche un bambino – contrariamente a quanto si supponeva anni fa - può cimentarsi anche nella corsa di lunga durata. Correre è fondamentale per avere un sistema cardio-vascolare in perfetta efficienza e un metabolismo attivo e preciso, ma attenzione al sovrappeso: se la pratica è ideale per smaltire il peso in eccesso, elevati sono i rischi di traumi articolari e muscolari fino a quando non viene raggiunto il peso-forma. Da considerare positivamente anche il fatto che la corsa è alla base di altre specialità di atletica leggera: crescendo all’interno di una società sportiva ben organizzata e multidisciplinare, il ragazzino avrà tempo e modo di scegliere su quale specialità intende concentrare la propria attenzione e i propri sforzi. Più l’atleta è giovane e più è probabile che un’attività “solitaria” come quelle comprese nella disciplina dell’atletica leggera tenda ad annoiarlo. Sarà compito dell’allenatore e dei genitori stimolarlo nella ricerca dell’adeguato entusiasmo.

 

BASKET
Dopo alcuni decenni di continua crescita, il movimento cestistico italiano sta segnando il passo, soprattutto in campo maschile, in crisi di risultati in particolare per quanto riguarda le squadre nazionali. Può essere interessante tenerne conto se si vuole considerare lo spirito dell’ambiente con il quale il ragazzino dovrà confrontarsi. Da molti anni esiste il Minibasket, una vera e propria categoria speciale pensata per favorire l’approccio infantile a questo sport. La pratica può essere iniziata anche prima dei 10 anni di età, ma è soltanto a 11 anni che la Federazione permette il tesseramento a una Società Sportiva e la conseguente effettuazione di campionati regolari. Il basket è particolarmente indicato per favorire le capacità anaerobiche(essenzialmente velocità e potenza muscolare) e come tutti gli sport di squadra sviluppa la socializzazione e il senso di responsabilità. Giocandosi di norma in piccoli spazi, favorisce la rapidità  di decisione e d’esecuzione, il colpo d’occhio, la precisione nei movimenti. Viene considerato uno “sport di allungamento” particolarmente efficace per il benessere della colonna vertebrale. Non sono indicate particolari precauzioni; soltanto si consiglia di evitare l’avvio al basket di ragazzini sovrappeso: i ripetuti salti e lo stress al quale sono sottoposte le articolazioni della parte inferiore del corpo potrebbero nuocere provocando malfunzionamenti.

CALCIO
E’ lo sport nazionale italiano e a tutti i genitori piacerebbe avere un figlio campione, anche in virtù degli enormi potenziali guadagni (si è letto tempo fa sui giornali di un giovanissimo calciatore italiano che, appena diventato maggiorenne, ha regalato una villa con piscina ai propri genitori). Le società sportive, attraverso le loro Scuole Calcio, possono iscrivere bambini dai 6 anni in poi ma il primo campionato può essere disputato nella categoria “pulcini” a 8 anni compiuti. Il calcio si dimostra particolarmente adatto ad allenare il fisico agli sforzi prolungati e ad insegnare al bambino il controllo delle proprie pulsioni nervose, oltre ad abituarli a giocare in squadra, sviluppando l’idea del collettivo (una partita non si vince e non si perde da soli…). Importante è tenere il bambino per quanto possibile lontano dai fenomeni di divismo e di emulazione che circondano negativamente il mondo del calcio. Per la pratica sportiva non esistono particolari controindicazioni, se non quelle legate alla possibilità di farsi male negli scontri fisici con gli avversari e in caso di cadute.

GINNASTICA ARTISTICA
I migliori risultati si ottengono iniziando questa pratica sportiva l’anno precedente al raggiungimento dell’età scolare, quando il bambino gode ancora di una particolare condizione di elasticità articolare e, con un allenamento minimo, è ancora possibile migliorare la coordinazione dei movimenti. I maggiori benefici che il bambino può trarre dalla pratica della ginnastica artistica sono lo sviluppo perfettamente simmetrico della muscolatura, totalmente messa in funzione durante ogni esercizio; il colpo d’occhio e la capacità di reazione; la capacità di coordinarsi nei movimenti; la possibilità di mantenere a lungo la perfetta flessibilità delle articolazioni. Unica seria controindicazione per la pratica della ginnastica artistica è la presenza di gravi alterazioni, congenite o di origine traumatica, alla colonna vertebrale. Una accurata visita medica e/o un’analisi sintomatologica preventive potranno fare chiarezza in questo senso.

NUOTO
Non esiste un’età migliore per cominciare a nuotare. Galleggiare nell’acqua è la cosa più naturale per un esserino che è vissuto nove mesi nella pancia della mamma. Ma se tecnicamente non esistono impedimenti per iniziare a nuotare anche a pochi mesi si età, si consiglia di attendere almeno i 3 anni compiuti per far affrontare a nostro figlio un vero e proprio corso di nuoto. Per essere avviati all’agonismo e alle gare, invece, occorre che il bimbo abbia compiuto almeno gli 8-9 anni. I benefici apportati dal nuoto allo sviluppo psicofisico del bambino sono risaputi. Tutto il corpo si può giovare dei vantaggi di una pratica sportiva che contribuisce allo sviluppo armonico e completo del fisico. Però è opportuno considerare alcune controindicazioni che possono causare, se trascurate, fastidiose conseguenze. Per esempio, un’attività agonistica troppo intensa può favorire il peggioramento di una situazione scoliotica non individuata in precedenza, come pure stili quali la rana –se praticati intensamente- possono accelerare, in soggetti predisposti, la formazione di ernie discali. Ancora: se l’ambiente caldo-umido della piscina è particolarmente indicato per chi soffre d’asma, così non si può dire per i soggetti con altre disfunzioni otorinolaringoiatriche: specialmente nei mesi invernali e specialmente nel momento dell’uscita dall’ambiente piscina è fondamentale coprirsi spesso per evitare bronchiti, tracheiti, riniti  e otiti da raffreddamento. Appartiene invece al grande libro delle leggende metropolitane la notizia che in acqua aumenta il rischio di contrarre malattie infettive. Il livello di asetticità dell’acqua di una piscina (soprattutto coperta) è assai elevato, grazie alle sostanze disinfettanti, antibatteriche, antimicotiche in essa disciolte. Alcune semplici precauzioni, come calzare sempre –ovviamente fuori acqua- ciabattine di gomma evita il rischio di contrarre funghi o verruche ai piedi.

PALLAVOLO
Come nel basket, la pratica agonistica deve essere preceduta da un’attività propedeutica, che in questo caso si chiama Minivolley:  le iscrizioni sono possibili a partire dai 9-10 anni. Per disputare il primo campionato regolare previsto dalla Federazione occorre aver compiuto i 14 anni anche se, in presenza di particolari condizioni di sviluppo fisico, possono essere concesse deroghe fino a un limite fisico di 11 anni compiuti.  La pallavolo ha il grande vantaggio di non sottoporre chi la pratica a scontri diretti: per questo è molto amata dalle mamme, spesso preoccupate dalla fisicità esistente in altri sport di squadra. Lo sviluppo geometrico e razionale del gioco favorisce l’acuirsi del senso della posizione e della responsabilità, caratteristiche molto formative per il bambino. La frequenza dei salti e le gestualità atletiche previste dalla disciplina assegnano questo sport alla categoria di quelli di “allungamento”, ricchi di benefici per la colonna vertebrale. Inoltre, la pallavolo è raccomandata per favorire velocità e potenza muscolare.

SCHERMA
 Forti di una tradizione centenaria che ci colloca stabilmente ai vertici mondiali di questo sport, gli italiani continuano ad avvicinarsi alla disciplina in numero sensibile e il movimento è in crescita. E’ importante tenerne conto, responsabilizzando il bambino nei confronti della grande tradizione che si troverà in qualche modo a rappresentare. Tutto ciò sarà molto educativo, anche in considerazione del fatto che già ancor prima di saper leggere e scrivere il bambino può essere avviato a tirar di scherma, specialità fioretto, utilizzando armi di plastica. E’ arcinoto che la scherma favorisca la coordinazione dei movimenti e lo sviluppo armonico del corpo, ma studi più recenti hanno dimostrato che anche molte qualità psicologiche possano essere efficacemente sviluppate dalla pratica schermistica, quali l’autocontrollo e il senso della percezione spaziale. Particolare importanza assume, nella scherma, anche il rispetto dell’avversario: solo nelle arti marziali di origine orientale esiste qualcosa di simile dal punto di vista didattico. Controindicazioni: spada, fioretto, sciabola – per quanto innocue nella loro particolare versione agonistica-, sono comunque armi fatte per offendere. Anche se le probabilità di incidenti sono di fatto molto basse, non si può non tenerne conto invitando il bambino a una particolare attenzione per non fare male a sé e agli altri. Infine, anche la scherma può essere considerato uno sport “asimmetrico” e quindi possibile causa di squilibri scheletrici e muscolari; anche per questo sport è importante prevedere opportune attività fisiche di compensazione per le parti del corpo meno utilizzate.

SCI
Accade sempre più di frequente di vedere sui campi da sci bambini piccolissimi che con estrema naturalezza calzano gli sci  e affrontano piccole discese in compagnia dei  genitori o dei fratelli maggiori.
Non c’è da stupirsi: i movimenti alla base dello sci di discesa risultano infatti molto naturali e istintivi anche per chi ha circa 3 anni, l’età consigliata per iniziare a effettuare le prime discesine su pendii e campetti solo parzialmente inclinati. La naturale flessuosità del fisico infantile e la sua elasticità articolare facilitano il controllo degli sci e la sua somiglianza a un gioco, per di più svolto in presenza di una materia “insolita” come la neve, diverte molto i bambini. I maggiori benefici, per il piccolissimo sciatore, derivano soprattutto dalle condizioni ambientali nelle quali si pratica lo sport: la montagna, l’alta quota, l’aria pura chedonano un senso di benessere particolare. Più avanti, crescendo e affrontando discese sempre più impegnative, il bambino potrà godere anche di importanti vantaggi psicofisici: secondo alcune ricerche recenti, lo sci di discesa è uno degli sport più completi e utili nell’età evolutiva, sia per lo sviluppo muscolare che favorisce, sia per le capacità reattive che stimola, sia per la gratificazione che deriva dall’effettuare gare contro il tempo, condizione che invita il giovane atleta a migliorarsi in continuazione e a essere con misura molto esigente con sé stesso.

TENNIS
Contrariamente a quanto si possa pensare, il tennis può essere praticato anche in tenerissima età (perfino a 5 anni), con alcuni accorgimenti.  Primo, importante, l’utilizzo di racchette specifiche per dimensioni e peso su campi di dimensioni ridotte; secondo, importantissimo, l’integrazione dei movimenti propedeutici alla disciplina con esercizi che interessino altre parti del corpo oltre a quelle specifiche della specialità. Essendo infatti  il tennis sport “asimmetrico” per definizione, è opportuno che il giovanissimo atleta abbia la possibilità di sviluppare armoniosamente, con attività di compensazione, il proprio fisico. Secondo alcuni pediatri, il tennis è una specialità molto gradita ai bambini perché consente loro di scaricare molta aggressività senza esporli ai rischi di uno scontro fisico con l’avversario. Inoltre, la rapidità di esecuzione dei movimenti richiesti, il colpo d’occhio, il senso dell’ingombro e dello spazio sono facoltà che il ragazzino sa di dover sviluppare e il tennis gli consente di farlo in modo divertente e piacevole. Da non sottovalutare, dal punto di vista psicologico, l’importanza dell’aiuto che il tennis può dare per sviluppare la capacità di concentrazione.







Sport: come modifica il nostro corpo

Una  definizione  restrittiva, ma molto salutista di sport è “qualunque  attività  che  migliora  significativamente  le caratteristiche  fisiologiche dell’individuo“. Il termine “caratteristiche  fisiologiche”  è volutamente vago per dare la massima estensione salutista.

Esistono sport che in base a tale definizione non possono essere considerati tali, altri che sono al limite e dipendono dall’interpretazione soggettiva. Si pensi al golf, al tiro a segno,  ai  tuffi  o  a  tutti  quegli  sport  in  cui  la componente tecnica è predominante. Gli appassionati di questi sport sicuramente non saranno d’accordo, ma per convincerli basta eseguire un’analisi del sangue dell’atleta: è praticamenteimpossibile  distinguerla  da  quella  di  un  sedentario.  Peraltri sport la situazione è più sfumata e dipende da come lo sport viene interpretato. Un portiere di una squadra di calcio può fare sport o meno a seconda dell’impegno individuale  che  infonde  negli  allenamenti:  in  teoria,  se  ha molta classe, potrebbe limitare al minimo la parte atletica e quindi non aver nessun beneficio salutistico. La stessa situazione si ha per tutti coloro che fanno sport a livello amatoriale: se il livello non è sufficientemente intenso, fisiologicamente non si ha nessuna modificazione e quindi nessun beneficio.
Il concetto è proprio questo: fare sport non vuol dire muoversi o passare ore in palestra o sul campo. Fare sport vuol dire migliorare la propria situazione salutista. L’indicatore della nostra pratica sportiva non è pertanto il tempo che dedichiamo, ma la variazione del nostro corpo sotto lo stimolo allenante: se nulla varia, possiamo solo illuderci di fare sport.

 

Vediamo pertanto in dettaglio cosa lo sport può modificare.
Peso – L’attività fisica dovrebbe favorire la diminuzione del peso corporeo. Il condizionale è d’obbligo perché spesso viene impiegata come alibi per supportare un’alimentazione non ottimale. Se il soggetto non è magro l’attività praticata non apporta nessun beneficio salutista, anzi spesso nei  soggetti  sovrappeso  un’intensa  attività  sportiva  può essere controproducente. Una pratica sportiva ottimale e una sana alimentazione mantengono i livelli dei trigliceridi inferiori a 100 mg/dl.
 

Frequenza cardiaca a riposo – Se il volume del cuore aumenta per stimoli di potenza (aumento delle pareti cardiache) o di resistenza (aumento del volume cardiaco), a riposo il cuore farà meno fatica a supportare le esigenze del corpo e la frequenza cardiaca diminuirà. Una frequenza cardiaca a riposo inferiore alle 60 pulsazioni al secondo è una naturale conseguenza di un allenamento in un soggetto normale (cioè che già di per sé non sia bradicardico).
 

Muscolatura – Come per il peso anche la muscolatura è un indicatore che deve modificarsi in presenza di un’attività salutista; la variazione può essere globale o parziale (per esempio solo gli arti inferiori). Per la reale valutazione della muscolatura occorre anche tener conto della percentuale di massa grassa del soggetto: l’atleta non deve apparire grosso solo perché il grasso in eccesso ha gonfiato la muscolatura.
 

Pressione arteriosa  –  Sicuramente  avere  una  pressione alta  è  tipico  di  un’attività  sportiva  non  ottimale.  Se  esistono altri fattori che possono mascherare i benefici dello sport, è pur vero che l’ipertensione negli sportivi si riscontra spesso per errori nella pratica sportiva. I più comuni sono un’attività troppo blanda (il soggetto resta sostanzialmente un sedentario) o, al contrario, troppo stressante (la qualità prevale nettamente sulla quantità).
 

Colesterolo HDL  –  Anche  se  alcuni  sostengono  che  lo sport diminuisca il colesterolo totale, in realtà aumenta il colesterolo  HDL  (quello  buono)  e  quindi  riduce  il  rischio cardiovascolare  (colesterolo  totale/colesterolo  HDL);  se  il colesterolo HDL è troppo basso (inferiore a 40-50 mg/dl) l’attività sportiva non è servita allo scopo.
 

Glicemia – Una pratica sportiva regolare e sufficientemente intensa abbassa la glicemia sotto i 100 mg/dl, spesso sotto i 90 mg/dl. Ovviamente la glicemia è influenzata anche dall’alimentazione e da altri fattori, ma è rarissimo trovare un vero atleta con la glicemia alta.
 

MCV – È il volume globulare medio: negli sport aerobici il corpo aumenta le dimensioni dei globuli rossi per trasportare meglio l’ossigeno. Valori tipici sono superiori a 90 fl.

Attenzione che anche condizioni patologiche (come il fumo o l’alcol) possono farlo variare in tal senso. Non  limitatevi  a  riscontrare  che  “qualche”  parametro  è sportivamente corretto; il vostro obiettivo è di renderli tutti corretti.







Perchè siamo più grassi dei nostri genitori

Uno studio rivela che a parità di dieta e movimento, negli anni ’80 si restava più magri.

 


Il valore energetico dei cibi viene comunemente espresso in Calorie. In realtà, la cosiddetta Caloria è una Chilocaloria ( = 1.000 calorie) ed indica tecnicamente la quantità di calore necessaria per aumentare di un grado centigrado la temperatura di 1 gr di acqua. La caloria è quindi una quantità di energia che verrà poi “usata” dalle cellule del nostro corpo per espletare le diverse funzioni.
Il valore energetico (e quindi calorico) dei cibi varia a seconda della loro composizione in macronutrienti (grassi, carboidrati e proteine). Infatti, mentre i grassi producono circa 9 calorie per ogni grammo, proteine e carboidrati producono circa 4 calorie per grammo. Quindi, possiamo risalire al valore energetico dei cibi se conosciamo la quantità di proteine, zuccheri e grassi presenti.

Alcuni alimenti sono considerati ad elevata densità calorica, cioè forniscono un’elevata quantità di calorie in rapporto al peso (ad esempio, burro e cioccolato e la maggior parte degli snack in commercio). Altri alimenti, quali carote, banane e lattuga, sono a bassa densità calorica. Questi ultimi contengono molta acqua: l’acqua (così come le fibre, le vitamine e i minerali) non influenza il contributo calorico dei cibi.
Il fabbisogno calorico di un individuo per mantenere stabile il peso dipende dall’età, dal sesso, dalla taglia, dallo stile di vita (soprattutto dalla quantità di attività fisica), dalla struttura corporea e da fattori ereditari. Nel caso si voglia aumentare o ridurre il peso corporeo, il fabbisogno calorico può essere modificato di conseguenza. A livello indicativo, esistono dei Livelli di Assunzione Giornalieri Raccomandati di Nutrienti per la popolazione italiana (LARN). I LARN indicano l’apporto quotidiano medio di nutrienti consigliato per le diverse fasce di età ad individui in buona salute.
Ogni individuo ha poi un proprio Metabolismo Basale (MB), che rappresenta il consumo di calorie (spesa energetica) per mantenere in vita l’organismo in stato di riposo. Infatti il metabolismo è l’insieme delle trasformazioni chimiche ed energetiche che avvengono continuamente nell’organismo. Il metabolismo basale dipende da diversi fattori soggettivi: età (è maggiore nelle fasi di crescita, diminuisce poi con l’età); sesso (è più alto nei maschi); massa muscolare (è maggiore negli individui più muscolosi); temperatura corporea; stato di nutrizione; gravidanza (aumenta nelle fasi finali della gestazione). E’ influenzato, inoltre, da fattori oggettivi quali: clima (aumenta con il freddo), pressione atmosferica.
Uno studio condotto all’Università di York e pubblicato sulla rivista Obesity Reserch Clinical Trial – condotto negli Usa su diverse migliaia di persone tra il 1971 e il 2008 – ha cercato di capire se il rapporto tra le calorie assunte, i nutrienti assunti (perché 100 calorie di una mela non sono la stessa cosa che 100 calorie di una merendina), lo sport praticato e il sovrappeso si sia modificato nel tempo. E ha scoperto di sì: una persona che aveva 20 anni negli anni ’80, mangiando esattamente come un 20enne di oggi e muovendosi altrettanto spesso, pesava meno. O meglio aveva un indice di massa corporea di 2,3 kg/m minore, era circa un 10% più magro. Che può sembrare assurdo. I ricercatori hanno cercato di dare delle motivazioni, che restano tuttavia solo delle ipotesi: la cosa potrebbe dipendere dal fatto che oggi siamo esposti a una maggior quantità di sostanze chimiche che sono state messe in relazione con l’aumento di peso. I pesticidi, le confezioni in plastica di alcuni cibi, i ritardanti di fiamma dei divani.
Ma assumiamo anche più farmaci: specie gli antidepressivi hanno subito un vero e proprio boom, ed è ben nota la loro interazione con l’accumulo di peso.
Qualche responsabilità ce l’avrebbe anche la flora intestinale, che sarebbe parecchio cambiata a seguito di un cambio di dieta generale che ci ha visto mangiare meno minestrone e più hamburger e prodotti di origine animale, ma soprattutto più dolcificanti artificiali che, ormai si sa, sono accusati di far ingrassare per diversi motivi (ad esempio avevamo già parlato del fatto che l’aspartame che ingeriamo con le bibite zero, o i chewing gum senza zucchero, viene accusato di far ingrassare perché massimizza l’assorbimento degli altri nutrienti: ma questo dettaglio non è buono per vendere, quanto il claim “zero calorie”).
Tutto questo ci fa pensare ai pregiudizi che ancora ci ostiniamo a dare per scontato, come l’idea, diffusissima, anche a livello inconscio e a tutte le latitudini, che una persona grassa sia una persona pigra, incapace di regolarsi, sciatta. Ci sono invece molte e ben note motivazioni sul perché una persona possa non riuscire a perdere peso, e sarebbe bene imparare che spesso non dipendono dalla sola forza di volontà. Tuttavia, certamente, come detto, l’attenzione all’alimentazione resta fondamentale per stare bene e in forma. Andrebbe spezzata una lancia anche a favore di chi si informa ed è cosciente dei rischi derivanti da un’alimentazione affrettata, dai cibi pronti e industriali. E a chi va anche oltre, ed è sensibile per esempio agli effetti della plastica in cucina: troppo spesso, ancora oggi, chi pone attenzione a ciò che mangia è considerato un “hipster”, un fissato, qualcuno che stupidamente segue una moda (ad esempio perché sceglie biologico o preferisce cereali integrali, o perché considera con attenzione il tipo di confezione del cibo che compra).
Infine, questa ricerca è anche un invito a guardare con più indulgenza agli adolescenti di oggi. Se ci sembrano più fragili e viziati di quel che eravamo noi, se ci sembrano troppo indulgenti con le paranoie tipiche della loro età, dovremmo considerare che il loro mondo è completamente diverso da quello in cui siamo cresciuti noi.







Conservare il cibo nelle calde estati


 

Gli esperti ci insegnano che abbassare la temperatura del frigorifero di un grado non basta: bisogna anche considerare la disposizione degli alimenti nell’ambiente frigorifero, l’umidità e la composizione dell’aria. Nelle giornate calde bisogna fare maggiore attenzione alla conservazione degli alimenti, soprattutto quelli freschi. In questo periodo i batteri trovano le condizioni migliori per proliferare e, di conseguenza, diventare più aggressivi.
 

I cibi vanno disposti in frigo non casualmente. Ogni alimento ha la sua temperatura di conservazione, quindi il suo posto in frigo. Dal basso verso l’alto la sistemazione corretta prevede a 0°C quelli di origine animale che presentano una forte componente proteica (come carne e pesce); a 2°C i frutti invernali (mela, kiwi) e i vegetali a foglie; a 4°C i latticini, le uova e i cibi confezionati; a 7-8°C i frutti tropicali.

Bisogna considerare poi che la temperatura all’interno del frigo è costantemente “minacciata” dall’uso che, aprendo lo sportello e mettendovi altri cibi a temperatura differente, si fa dell’elettrodomestico stesso. Variazioni, queste, che possono avere il loro effetto soprattutto su carne e pesce, gli alimenti più delicati sotto il profilo igienico-sanitario.

Anche tante reazioni chimiche che avvengono negli alimenti, come l’irrancidimento dei grassi, diventano più rapidi alle temperature elevate e i cibi perdono rapidamente la loro freschezza. Mai come d’estate, allora, il frigorifero diventa un alleato prezioso.

Ecco come conservare al meglio i prodotti freschi.
Per conservare gli alimenti in frigo non vanno utilizzate le borse in plastica per la spesa, neppure quelle in materiali ecologici. Optare, piuttosto, per gli appositi sacchetti per alimenti, i contenitori in plastica adatti al contatto con i cibi, oppure per quelli in vetro.

Per capire quanto a lungo si può conservare un alimento fresco confezionato, basta leggere attentamente l’etichetta. Le diciture “data di scadenza” e “consumare preferibilmente entro” non indicano la stessa cosa. La data di scadenza va rispettata rigorosamente perché è usata per gli alimenti che, dopo tale giorno, possono presentare problemi di sicurezza.  Nella  seconda  ipotesi,  invece,  significa  che  quel prodotto fino a tale data mantiene al massimo le sue proprietà nutrizionali e organolettiche, ma non diventa necessariamente dannoso
qualche giorno dopo. Per esempio, il latte si altera facilmente, mentre il riso resta integro.

In frigorifero, è buona regola conservare insieme gli alimenti della stessa famiglia: carne con carne, verdure con verdure, eccetera). Gli alimenti più “sporchi”, come la verdura non pulita, o che possono rilasciare liquidi (una bistecca che si scongela), vanno messi in basso, per non rischiare che contaminino i cibi che si trovano nei piani sottostanti.
È consigliabile tenere i cibi chiusi e ben separati uno dall’altro, per evitare possibili contaminazioni crociate tra un alimento e l’altro.

Evitare il più possibile il contatto tra i cibi già cotti e quelli ancora crudi, perché il rischio di contaminazione crociata è forte. La cottura è il metodo migliore per sanificare i cibi, ma non li protegge dalla ricontaminazione successiva.

Se dalla refrigerazione si passa al congelamento l’obiettivo è sempre quello di preservare la qualità degli alimenti. Per quanto riguarda l’aspetto sanitario, I batteri, si sviluppano nel passaggio dalla temperatura di un cibo cotto a quella del frigo o freezer: la carica batterica risulterà tanto maggiore quanto più lungo sarà il tempo di raffreddamento. Da tempo, per questioni sanitarie, nelle cucine professionali esiste l’obbligo dell’abbattitore, ossia di un sistema che,
abbassando rapidamente la temperatura, mantiene le proprietà del cibo scongiurando la proliferazione batterica; Il controllo della velocità del processo di congelamento, ed in particolare l’accelerazione dello stesso, favorisce anche un miglioramento delle caratteristiche sensoriali e nutrizionali dell’alimento.
Durante il congelamento si possono verificare due fenomeni: la nucleazione, ossia la formazione di piccoli cristalli di ghiaccio, e l’accrescimento di questi cristalli. La qualità del cibo sarà tanto migliore quanto più piccoli saranno i cristalli, quindi quanto più velocemente avverrà l’operazione di congelamento.
 







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