Tapis roulant. Iniziare a correre: come allenarsi

La prima volta che camminerete sopra un tapis roulant, indipendentemente dal fatto che siate o meno degli esperti corridori, avrete bisogno di qualche minuto per prendere confidenza con l’attrezzo e l’andatura, abituando il corpo alle nuove sensazioni.

 

Iniziate impostando una velocità modesta e afferrando con le mani i supporti laterali o frontali. Cercate, in ogni caso, di non camminare ad andature troppo basse, che rendono innaturale la passeggiata su tapis roulant; normalmente, la velocità di cammino varia dai 3 ai 6 km/h.

Non appena vi sentirete sufficientemente sicuri, lasciate la presa di una mano e successivamente l’altra, facendo oscillare naturalmente le braccia lungo i fianchi in opposizione agli arti inferiori (nella corsa devono invece essere tenute piegate di circa 120 gradi, in una posizione comunque naturale; le mani, invece, dovrebbero sfiorare le creste iliache).  L’appoggio corretto del piede è dal tallone alla punta, non viceversa, mentre il portamento dev’essere eretto, non rilassato. Anche se la passeggiata sul tapis roulant vi sembra facile e naturale, specie se siete poco allenati, cominciate con una seduta poco impegnativa ed aumentate gradualmente durata ed intensità degli allenamenti.

L’obiettivo di moltissime  persone che iniziano ad allenarsi sul tapis roulant è quello di riuscire a correre senza fermarsi per un certo periodo di tempo. Tale obiettivo, che età e condizioni fisiche permettendo è alla portata di tutti, dev’essere perseguito con il giusto impegno.

Di seguito, riportiamo un semplice schema di allenamento strutturato per traghettare l’utilizzatore dalla completa inattività fisica sino alla capacità di correre senza interruzioni per almeno 50 minuti.

Il programma inizia con la cosiddetta camminata sportiva e prosegue fintanto che l’individuo non è in grado di camminare in maniera ininterrotta per almeno mezz’ora; dopo questa fase di ricondizionamento cardiorespiratorio e muscolare, si prosegue con una serie di progressioni, che permetteranno di correre senza problemi sull’amato tapis roulant. La tabella riporta l’allenamento settimanale.

Gli allenamenti settimanali su tapis roulant andranno da 3 a 5, a seconda del livello del soggetto, della motivazione e del tempo a disposizione; l’importante, comunque, è non strafare. Chiaramente anche le sensazioni che si avranno dopo l’allenamento e nei giorni seguenti saranno importanti e determinanti per decidere quante volte allenarsi durante la settimana.

Non è indispensabile vedere quanta strada si ha percorso o altre misurazioni del genere, perché l’obiettivo da ricercare è soltanto quello di arrivare a correre senza fatica e con facilità sul nostro tapis roulant.







Outdoor training

L’allenamento all’aria aperta (outdoor training) è la nuova frontiera del fitness, sempre più clienti mi chiedono di allenarsi al parco vicino casa piuttosto che sulla spiaggia o in montagna.

La maggior parte delle volte facciamo allenamenti in “circuit training”, cioè creiamo diverse stazioni o meglio postazioni di esercizi e la classica “serie” finisce al termine delle stazioni.
In  questo  articolo  vi  spiegheremo  come allenarvi in circuito nel parco dietro  casa  o  in  qualsiasi  luogo  all’aperto.
Cominciamo con lo specificare i risultati che si possono raggiungere con questo tipo di allenamento: dal punto di vista psicologico abbiamo un miglioramento sulla motivazione e sullo scarico dello stress accumulato in ufficio.
Dal punto di vista respiratorio, ovviamente, abbiamo a disposizione per i nostri polmoni aria pura e non aria rarefatta e condizionata, classica delle palestre super affollate nell’ora di punta.
Dal  punto  di  vista  dei  risultati  estetici  abbiamo  una  diminuzione  della  percentuale  di  massa  grassa  e  una  tonificazione  generale  del  muscolo  scheletrico,  in  alcuni casi  abbiamo  anche  un’ipertrofia  muscolare  ma  dipende dall’intensità degli esercizi eseguiti. In poche parole allenarsi a circuito in total body ci aiuta  a migliorare le nostre prestazioni di forza funzionale, ci aiuta a perdere grasso, a tonificare il muscolo e a restare in forma.
Iniziamo a capire come preparare il nostro circuito di allenamento total body, abbiamo bisogno di:
• uno spazio di circa 15 metri quadrati;
• una superficie piana.
Ora pensiamo di tracciare un cerchio immaginario sulla nostra superficie piana e segniamo ogni stazione (o postazione) sul diametro di questo cerchio con una bottiglia o un sasso o qualsiasi cosa vi indichi il punto della postazione.
A questo punto non resta altro che decidere quante postazioni preparare e quali esercizi eseguire ad ogni postazione, il tutto viene deciso tenendo conto  della  preparazione  atletica che abbiamo; cercate di non esagerare e se non siete molto preparati in materia rivolgetevi ad un professionista.
Ora  vi  faremo  un  esempio di circuito semplice  da  3  stazioni  per farvi  capire  come  organizzarvi,  ma  potete  scatenare la vostra fantasia e inserire all’interno del nostro cerchio qualsiasi  esercizio  a  corpo  libero  con  o  senza  l’uso  di  pesi.
Nella  prima  stazione  facciamo  dei  piegamenti  sulle  braccia,  nella  seconda  stazione  mettiamo lo squat jump e nell’ultima stazione addominali distesi.
Lo squat jump significa piegare le gambe fino a portare i quadricipiti paralleli al pavimento e da questa posizione saltare in alto per poi ritornare in posizione di partenza, i  piegamenti  sulle  braccia  sono  le  classiche  «flessioni» anche se indicare flessione i piegamenti è errato perché in biomeccanica la  flessione significa flettere  un arto su un altro.
Gli addominali distesi, invece, possiamo farli tirando su le spalle da pavimento di circa 5 centimetri e contraendo l’addome. Cerchiamo di iniziare facendo 15 ripetizioni per ogni esercizio ininterrottamente, per poi fermarci all’ultima stazione,  riposiamo  1  minuto  e  poi  ricominciamo  per  5  volte.
Non ci resta che augurarvi un buon allenamento!







Tornare in forma dopo le vacanze

Le vacanze, nella maggior parte dei casi, sono sinonimo di rilassamento, di benessere, di rigenerazione. Solitamente sono la via di fuga dallo stress cittadino, dal lavoro, dai molteplici impegni familiari. È quel periodo di tempo in cui il corpo si rigenera e recupera energie importanti per affrontare i mesi successivi.

Il troppo rilassamento però non giova; noi siamo persone dinamiche, ci teniamo alla nostra salute e allo star bene. Al rientro tutti a ricominciare la nostra quotidiana attività fisica e, nel caso avessimo messo qualche chilo di troppo, a eliminarlo. Tra i fattori di rischio di patologie degenerative cardiovascolari ci sono la carenza di movimento, l’eccesso di peso, l’ipertensione, il fumo, l’eccesso di zuccheri ematici e il tasso elevato di grassi nel sangue. L’allenamento di resistenza agisce direttamente sulla capacità funzionale cardiaca ma anche su tutti i fattori di rischio precedentemente elencati. Un cuore che lavora meglio, con delle frequenze più basse, da una parte diminuisce il lavoro stesso che gli compete, e dall’altra il rischio di patologie coronariche. Bisogna tener presente che qualsiasi attività di movimento per avere il massimo dei benefici deve esser abbinata a una adeguata ed equilibrata alimentazione. È sempre valido il principio che se consumiamo con l’attività motoria un valore pari a 10 e introduciamo con l’alimentazione un valore pari a 12, sicuramente avremo un aumento della nostra circonferenza vita. Per poter perdere quei chili in più, il rapporto consumo/introito deve esser negativo. Un’attività fisica di resistenza è ottima sia per bruciare le calorie in eccesso che per prevenire le malattie cardiovascolari.

 

Vediamo quali sono le attività  più adatte.
Per chi è in sovrappeso. Chi ha qualche chilo di troppo deve iniziare con estrema calma. Bisogna considerare che i muscoli, le articolazioni e i tendini sono costantemente sottocarico. Una attività di impatto, semmai con una fase di volo intermedia, potrebbe causare maggiori danni e portare a un abbandono precoce. Meglio optare per attività in “scarico” in cui le strutture muscolo-tendinee sono poco stressate, così il rischio infortuni resta basso. Ottima l’attività in acqua. Se il nuoto non è il vostro forte potete semplicemente iniziare con del cammino, l’importante è che l’altezza dell’acqua superi il bacino. Ma anche attività come l’hydrobike può essere un’ottima alternativa. Se non avete a disposizione una piscina nelle vicinanze, nessun problema, potete tranquillamente rispolverare la vecchia bici in garage. Vedrete andrà benissimo. Chi vuole andare in palestra per la prima volta deve prestare attenzione all’offerta delle attività, puntando su una struttura che proponga una buona varietà di corsi, senza dimenticare la qualità. Istruttori certificati e preparati sono un fattore fondamentale per ottenere i risultati sperati oltre, naturalmente, al proprio impegno ed alla volontà. è a loro, infatti, che ci si deve rivolgere per avere consigli sul tipo di attività più adatta alle proprie esigenze.

 

Per chi ricomincia dopo lo stop estivo. Chi ha preso alla lettera le vacanze, staccando completamente e con il primo caldo a riposto nell’armadio le scarpette, allora è il momento di riprendere. Come per chi è in sovrappeso, bisogna ricominciare con estrema calma. L’organismo ha bisogno di un primo periodo di adattamento. Più lo stop è stato lungo e più il tempo per il ritorno alla precedente forma sarà lungo. Bisogna iniziare con un’attività di “riattivazione” a basso impatto, che metta nuovamente in moto l’organismo. Ottime le attività quali il fitwalking e la bike. Da non sottovalutare il nordic walking che permette un coinvolgimento anche dei gruppi muscolari degli arti superiori. Per chi ritorna in palestra, invece, il consiglio è sempre quello di evitare il fai da te e rivolgersi al proprio trainer per avere consigli su come programmare il proprio allenamento. Si possono riprendere le attività che si praticavano l’anno prima, ma anche provare le novità che solitamente vengono introdotte proprio tra Settembre e Ottobre. Sono assolutamente da evitare allenamenti troppo intensi sperando di recuperare la pausa estiva: non solo si crea un maggiore stress a muscoli, articolazioni ed all’organismo, innalzando i livelli di cortisolo, contrastando così anche il processo di dimagrimento, ma si rischia di incorrere in infortuni poiché non si da all’organismo il giusto tempo per abituarsi. I primi tempi, quindi, un allenamento frazionato in 3 volte settimanali può essere un’ottima soluzione per riprendere gradualmente il ritmo.

Per chi si è sempre allenato. In questa categoria rientrano coloro che non hanno mai abbandonato uno stile di vita attivo. Anche durante le vacanze hanno avuto la costanza di praticare quel sano sport che dà benefici sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari e, fà star bene. Loro dovranno continuare ad allenarsi come sempre attraverso un’attività di resistenza. Ottima può essere la corsa su strada. Il consiglio è quello di farsi aiutare nella cura della tecnica di corsa e nella scelta delle giuste scarpe da running, unico elemento fondamentale per praticare questo fantastico sport. Ovviamente, per chi si è dedicato anche durante l’estate all’attività fisica, l’impatto con l’allenamento sarà meno duro, ma dovrà comunque riprendere l’attività fisica con gradualità. In questo modo, si inizia con il piede giusto, con una sessione di allenamento efficace e senza rischi di infortuni. 

Quindi la fine dell’estate coincide quasi sempre con l’inizio dei buoni propositi. Comunque abbiate trascorso le vacanze, nell’ozio più totale o praticando qualche sport, Settembre è il mese giusto per iniziare a praticare attività fisica. Il lavoro sinergico tra allenamento e alimentazione porterà ottimi risultati garantendo un ritorno alla forma desiderata in maniera più rapida.
L’importante, qualunque attività si scelga, è di non cedere alle scuse più comuni per non praticare fitness.
Buon allenamento.







Un 3 maiuscolo

Giacinto Facchetti:
un campione indimenticabile, un uomo irreprensibile, una vita esemplare. Adesso un nuovo libro a lui dedicato ce lo racconta in modo originale ed emozionante perché nasce dal cuore di un appassionato e non di un tifoso.

 

Il calcio è un gioco. Partendo da questo assunto ci si può inoltrare con molta più leggerezza in un argomento che sembra aver acquisito con il tempo solo connotazioni poco lusinghiere. Ma non è così.
Facendo un excursus mediatico anche piuttosto sommario non può sfuggire l’idea che siamo in presenza di un’overdose massiccia di informazioni riguardanti il mondo del football, soprattutto nostrano. Sia perché gli eventi principali - le partite - vengono sparpagliati per tutta la durata della settimana, con annessi e connessi commenti, opinioni, polemiche, processi e moviole assortite, sia perché, esaurito l’eco del match, vengono presi in considerazione “effetti collaterali” che poco hanno a che fare con l’aspetto tecnico e sportivo.
Il rischio, perciò, è quello di ricadere nelle tentazioni dell’audience facile innescata da un rigore non dato, da un fuorigioco inesistente o dalla “wag” di turno.
Allora possiamo provare a cavalcare un’onda benefica che s’è recentemente formata con l’ausilio per una volta positivo del web, ovvero la (ri) scoperta del calcio vintage. Parola orribile ma che ricorre spesso come espediente per identificare un’epoca calcistica che, dagli albori, si spinge fino alla fine degli anni ’80. Un’epoca i cui eroi (Sivori, Mazzola, Rivera, Riva, Zoff, Rossi, Baggio, solo per citare i più noti) risplendono ancora come stelle luminosissime e pietre di paragone per ogni giudizio sul calcio. Ecco che la ricerca da parte di collezionisti, appassionati e nostalgici di qualsiasi cosa che ricordi quel calcio è diventato uno dei passatempi preferiti dai profughi del calcio moderno che vogliono trovar riparo in quello puro del loro recente passato. Sono per lo più giovanotti nati dagli anni ’70 in giù, ma contemplano anche ventenni e trentenni che hanno rinnegato il football moderno, stridulo e poco appetibile, per il più fascinoso e suadente calcio vintage. Abbiamo incontrato uno di loro, Daniele Bonesso da Quarto d’Altino (Venezia), 50 anni da compiere, di professione grafico free-lance, appassionato di musica (suonata ed ascoltata), di teatro e, soprattutto, di calcio… d’antan.
L’abbiamo incontrato perché è esattamente il tipo di persona che, abbandonato definitivamente il calcio mediatico del terzo millennio, s’è immerso nel mondo della Storia del Pallone e da lì non s’è più mosso. Da sempre colleziona quintali di carta sotto forma prima di fumetti poi, col tempo, di figurine e, infine, tutto ciò che la carta ha impresso riguardo il calcio fino agli anni ’80. Entrare nel suo antro - o “rifugio”, come lo definisce lui - è immergersi nelle passioni più intime di un padre di famiglia desideroso di mantenere intatto quel legame che ci unisce alla nostra infanzia, al giocare leggero, in una sorta di primordiale sindrome di Peter Pan. Non a caso ci ha tenuto a precisare come “…amo la lingua inglese poiché in un solo verbo, “to play”, ha tradotto le mie tre passioni più grandi: “giocare”, “suonare” e “recitare”…

Daniele, com’è nata questa tua passione?
Collezionare per me è sempre stata una questione quasi primaria. Fin da piccolo raccoglievo  e radunavo elementi diversi della stessa natura: i bottoni di mia mamma sarta, automobiline, soldatini, fumetti e, immancabilmente figurine. Poi, finite le medie le figurine diventano “cose da  bambini” e non ci pensi più per un bel po’. Poi ti sistemi e certe tue passioni sopite tornano a reclamare lo spazio che meritano. Cerchi quindi di recuperare gli anni perduti e soprattutto di ritrovare le cose che, nel frattempo, avevi frettolosamente buttato o regalato ai cuginetti.
 

E cominci a ricomprare figurine, no?
Esatto. Ma c’era troppa roba da seguire, allora decisi di specializzarmi in figurine che riguardavano esclusivamente l’Inter. Raccoglievo tutto ciò che la riguardasse e che fosse in formato cartaceo: cartoline, foto, ritagli, poster, riviste, libri.

Poi, nel settembre 2006 morì Giacinto Facchetti, l’allora presidente dell’Inter. Tu ci rimasi male.
Avevo da poco perso mio padre e sapevo cosa voleva dire perdere così una persona cara. Moralmente mi intrufolai quasi nel dolore della sua famiglia, di cui non conoscevo nessuno, personalmente. Ed ebbi così a cuore quell’uomo, quel campione che inconsciamente divenne per me
un simbolo, una specie di secondo padre sentimentale e il pensiero di aver perso pure questo mi convinse che avrei dovuto rendergli omaggio in qualche maniera e da lì iniziò la mia specializzazione in “collezionista di figurine di Facchetti”.
Una collezione altamente specifica ma anche limitata… Apparentemente. Mi son reso conto che, tra Inter e Nazionale Italiana, tra varianti e raccolte antologiche i pezzi diversi che si conoscono al momento sono almeno 300! E temo di ignorare ancora l’esistenza di altri pezzi sconosciuti.

Hai avuto, conseguentemente, un’idea forse un po’ ardita. Ce ne parli?
Sì. L’idea primigenia era quella di mettere ordine filologico alla collezione, che nel frattempo si faceva sempre più corposa, arrivando a migliaia di pezzi. Per farlo pensai di crearmi un album personalizzato a schede, visto che, grazie alla mia professione, avevo una discreta manualità e creatività… dall’album al libro il passo fu breve, anche se mi resi conto che avrei potuto permettermi di realizzare solo un cosiddetto “fotolibro”, di quelli che trovi tranquillamente sul web a prezzi tutto sommato abbordabili.

Quindi abbandonasti l’idea del libro
Tutt’altro. Divenne un obiettivo a cui puntare, ma mancavano le condizioni per arrivarci.

Ma le condizioni si crearono di lì a poco.
Già. Ed è una bella storia da raccontare.

Raccontacela, allora…
Per accaparrarmi i pezzi mancanti, ovviamente lo strumento privilegiato era il famoso sito d’aste online Ebay. Mi ci perdevo le serate alla ricerca del Facchetti mancante… solo che, spesso, il mio tentativo veniva vanificato da un tale che per prontezza e “capacità di fuoco” sembrava imbattibile soffiandomi da sotto il naso ogni obiettivo. Alla lunga la cosa diventò noiosa e dài uno, dài due, dài tre… alla fine mi son deciso che, come recita un vecchio adagio, “se non lo puoi combattere, fattelo amico”. Mi misi in contatto con questo “signore” di cui conoscevo solo il criptico nickname. Me lo immaginavo di mezza età, pelato e con un folto paio di baffoni, risoluto e pronto a fregarmi ogni pezzo solo per il gusto di farmi un dispetto… Gli racconto quasi misericordiosamente della mia collezione, dell’idea di farne un libro e mi vantavo dell’intenzione prima o poi di proporlo a Moratti… o alla famiglia Facchetti. La risposta fu un fulmine a ciel sereno. Mi ero imbattuto non in un tizio di mezza età ma in una gentile signora, gradevole ed educata che sembrava fosse molto interessata alla mia idea. Anzi, lo era il suo compagno che poteva vantare un legame affettivo di tutto rispetto con il buon Giacinto: ne era il figlio! Era proprio Gianfelice Facchetti!

Una bella “botta di… vita”!
Altroché! Ma sai, sono quelle cose che poi alla fine pensi che debbano succedere per forza…

Quindi, cominciasti a “frequentare” Gianfelice Facchetti?
Sì. Ed è stata una bella cosa che ora posso definire una buona amicizia… Sono stato spesso ai sui incontri di presentazione del suo splendido libro “Se no che gente saremmo”, libro bellissimo che, per altro, consiglio a tutti, non solo agli appassionati di calcio e dell’Inter in particolare.
Gianfelice é una persona solare, tranquilla che emana serenità. Credo che suo padre fosse esattamente così.

Ma con lui, ne avete parlato del libro, in seguito?
E come no! Io ormai avevo capito che dovevo portarlo a termine. Era una mia mission, ormai. Lui mi ha sempre sostenuto in questo, mi ha fatto una bellissima prefazione che orgogliosamente condivido con tutti. Gliene feci avere una copia prototipo stampata in digitale e ne rimase entusiasta. Poi, da lì, ho dovuto riprendere in mano il progetto e rifarlo praticamente da capo a piedi a causa di problemi “tecnici”. Ne ho approfittato per aggiornarlo con gli ultimi arrivi ed è alla fine diventato un bel volume di 144 pagine fitte fitte nelle quali ho esposto, racchiuse nelle 18 stagioni della sua carriera, tutte le centinaia di pezzi della mia collezione.

Hai scritto anche una sua biografia?
Non ce n’era bisogno. Diciamo che è già di per sé una biografia per immagini stampate, di ogni sorta e di ogni provenienza, dalla figurina alla cartolina, dalla foto stampata al poster, dalla rivista al libro eccetera…

Ma, Daniele, dammi un buon motivo per dire che valga la pena possedere questo libro, considerato che di biografie di Facchetti ne son state scritte parecchie e tutte da autorevoli giornalisti, scrittori e, addirittura da lui stesso
(“La rabbia del gol”, autobiografia del 1970, n.d.r.) e da suo figlio. Hai perfettamente ragione. Li possiedo tutti. Li ho letti tutti e sono tutti ben fatti. C’è chi si concentra più sul Facchetti calciatore e dirigente, chi sul Facchetti uomo o sul Facchetti padre. Ma il mio libro si concentra totalmente sul Facchetti immagine, intesa proprio come rappresentazione bidimensionale del suo essere quel che era: un campione di calcio adorato dai tifosi e dai non tifosi. Infatti, credo questo sia un libro passionale, nel senso che non aggiunge nulla a ciò che ha fatto da calciatore, poiché già detto e raccontato, ma lo racconta in maniera originale, ovvero con l’occhio del bambino che è sempre in noi.

L’occhio del bambino? Spiegati meglio…
Tutti noi maschietti abbiamo giocato con le figurine, da piccoli, tutti. Quella manipolazione tipica nell’abituale rito del “celo… manca…”, quel fatto di memorizzare ogni volto, ogni maglia di ogni  giocatore è un tatuaggio sentimentale che non va più via. Io li riconosco ancora tutti i giocatori degli anni ’70! Con il mio libro volevo proprio che si rievocasse questo sentimento che è comune a chiunque abbia giocato con le figurine. E per come è strutturato, non può che essere così… almeno a me fa questo effetto! Per amor di metafora dico spesso che l’occhio è una parte del nostro corpo che fisicamente non cresce con l’età, resta sempre uguale. Il senso sta proprio in questo: l’occhio del bambino, nell’adulto resta tale e quale così come resta tale e quale ciò che vi è rimasto impresso…

E il tuo libro fa proprio questo?
Ci ho provato, almeno. Ma sembra che ci sia anche riuscito. I riscontri e le recensioni sono favorevoli… D’altronde non si può non rimanere affascinati di fronte a un racconto per immagini che ti
immerge in quel che era il calcio tra gli anni ‘60 e gli anni ‘70. Èun excursus non solo nel calcio d’epoca ma anche nella società di allora. Certe immagini tratte da riviste sportive degli anni’60
raccontano di un modo di narrare il calcio ben diverso da adesso. Si privilegiava esclusivamente il fatto tecnico con estrema competenza. Molti articoli sportivi erano firmati da fior di letterati e
uomini dalla cultura eccelsa come Brera, Arpino, Del Buono, Bianciardi, solo per citarne alcuni. Anche l’evoluzione nell’aspetto grafico delle figurine, racconta l’evoluzione anche della società stessa.

Possiamo dire, senza commettere eresia, che è un libro di storia, di costume e società, quindi?
Se vogliamo “fare i fighi”, forse anche sì, ma il rischio è quello di farla un po’ fuori...

Allora restiamo più aderenti alla realtà. E’ un album?
Forse questo invece è un po’ riduttivo. Diciamo che non è un libro… anzi, e molto più che un libro! E’ un compendio di passioni vere, autentiche, quasi infantili ma è pur vero che gli occhi dei bambini non mentono e, siccome come dicevo prima, gli occhi sono una parte del corpo che non cresce mai con l’età, non possono che raccontare sempre e solo la verità. Ogni volta che osservo queste figure e queste figurine, i miei occhi raccontano di mille emozioni venuti dagli spicchi di un pallone di cuoio, da campi dall’erba incerta, da stadi zeppi e maglie multicolori.

Grazie, Daniele, della tua testimonianza.
Grazie a voi dello spazio che mi avete dato e… comprate il libro







Passione cavallo

Benefici per il corpo e la mente. Dal punto di vista di un osservatore inesperto può sembrare che il cavaliere stia semplicemente seduto in sella e che sia il cavallo a svolgere tutto il lavoro, ma chiunque abbia mai montato un cavallo, sa benissimo quanto quest’impressione sia sbagliata: c’è molto di più!

L’equitazione, oltre ad essere un ottimo esercizio per allenare corpo e mente, è soprattutto un piacere, un momento per godersi la natura.
 

Benefici Fisici
L’equitazione sviluppa l’equilibrio e migliora la coordinazione motoria, rafforza i muscoli, aumenta i riflessi e la mobilità articolare stimolando il sistema cardiovascolare e migliorando la circolazione sanguigna. Altri vantaggi includono la stimolazione dell’integrazione sensoriale, una migliore percezione visiva dello spazio, sviluppo della responsabilità, della pazienza, dell’autodisciplina oltre alla crescente fiducia in sé stessi. Una passeggiata a cavallo stimola gli organi interni come una passeggiata a piedi, aiuta a migliorare il funzionamento del fegato e la digestione: a cavallo si bruciano 5 Calorie al minuto ed aumentando l’andatura aumenta la quantità di calorie bruciate. L’equitazione è un hobby ed uno sport divertente sia per adulti che per bambini. I bambini possono imparare ad essere responsabili e a prendersi cura di un animale molto più grande di loro. Strigliare il cavallo, pulire la stalla, maneggiare selle, attrezzature o balle di fieno è come andare in palestra, costituisce un ottimo esercizio per la muscolatura e per le ossa, molti cavalieri trovano utili questi esercizi ritenendoli simili a pilates e yoga. L’equitazione è un modo divertente per evadere dallo stress quotidiano e immergersi nell’ambiente circostante: basta stare all’aria aperta e godersi il paesaggio, questo amplificherà il vostro benessere generale e farà emergere un senso di libertà che non è paragonabile a nessun’altra emozione.
 

I benefici mentali
All’inizio potrete pensare che già montare e condurre un cavallo siano una sfida; una volta consolidate queste capacità si presenteranno sempre nuove sfide, sempre più impegnative e sentirete il bisogno di migliorarvi: anche il cavaliere più esperto ammetterà che c’è sempre qualcosa da imparare.
La mente ha bisogno, tanto quanto i muscoli, di essere sempre tenuta in esercizio per rimanere sempre attiva e giovane, andare a cavallo mantiene costantemente allenato il cervello.
 

I benefici emozionali
Molte persone ritengono che con il cavallo si istauri una connessione con la natura, altri trovano amicizia e confronto sia all’interno del maneggio che fuori, altri ancora trovano giovamento e sollievo dalla quotidianità mentre lavorano col proprio cavallo, nonostante le sfide che si presentano di giorno in giorno. Incontrare persone appassionate di equitazione è molto piacevole ed è divertente assistere a competizioni e uscire in passeggiata in compagnia.

Se soffrite di solitudine andare a cavallo può aiutarvi. Il binomio che si instaura tra cavallo e cavaliere è un rapporto spirituale in sintonia con le proprie emozioni ed i propri sentimenti, più di qualsiasi legame tra esseri umani. Nei periodi di stress il cavallo può essere un vero amico silenzioso che non giudica.







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