Orti solidali

A  Montebelluna  nasce  l’iniziativa  “Orti  Solidali”.  Un  grande  orto a gestione collettiva per dare una mano alle famiglie in difficoltà economica.

Un grande orto a gestione collettiva per aiutare le famiglie in difficoltà economiche e creare nuove opportunità di relazione. Integrazione e solidarietà è il binomio perfetto per descrivere il progetto “Orti solidali”, un’iniziativa nata a Montebelluna che mira a favorire l’inclusione sociale e la condivisione attraverso le tecniche “dolci” di coltivazione. I prodotti della terra biologici diventano così un’occasione per dare una mano. Dagli anziani, alle famiglie, dalle scuole alle persone diversamente abili, l’agricoltura, il mestiere delle origini, è stata scelta per raccogliere fondi per il progetto “Nessuno escluso” (che assiste le famiglie di Montebelluna in difficoltà economica) e per creare nuove relazioni sociali.
“Orti solidali” è nato grazie all’associazione “Cittadini Volontari” in collaborazione con il Forum delle Famiglie del Comune  di  Montebelluna  da  una  formazione  sulle  tecniche agronomiche che ha tenuto Mauro Flora, e da un’attività sul lavoro di gruppo. Sono già quaranta le persone che hanno voluto aderire al progetto, reso disponibile anche dal Comune di Montebelluna, che ha messo a disposizione l’area per realizzare il grande orto e 10mila euro per parte dei lavori di allestimento. Tra i partner dell’iniziativa ci sono anche l’associazione “Vita e lavoro” e l’Auser. Sono già state acquistate 65 piante di diverse varietà di frutti di bosco, oltre 50 piante di frutti antichi e biologici, 50 piante da siepe e di alto fusto.
Ci sarà anche un labirinto realizzato con materiale di recupero tra cui ramaglie, cartoni, erba, che vuole simbolicamente rappresentare la vita dell’uomo, il suo percorso che dal principio porta alla fine dell’esistenza grazie a Madre Terra che lo consente donando i suoi frutti. Il grande orto, bche si trova a sud di villa Bertolini, in via Caterina da Siena, è stato inaugurato il 6 e il 7 giugno nell’area di San Gaetano.







Il volontariato: oggi una risorsa irrinunciabile

Quattro persone su dieci hanno svolto servizi per gli altri: erano la metà nel 1998. Qual è il ruolo del volontariato oggi?
L’Osservatorio sul Nordest, curato da Demos per Il Gazzettino, indaga intorno al mondo delle azioni volontarie e gratuite.

Quasi 4 nordestini su 10 dichiarano di aver preso parte almeno una volta nell’ultimo anno ad attività in associazioni di volontariato. La crescita nel tempo è stata costante: infatti, il saldo è positivo di 17 punti percentuali rispetto al 1998 e di 6 guardando al 2006.
Nell’opinione pubblica, poi, appare molto chiara l’importanza del ruolo del volontariato per il territorio.
L’87%  degli  intervistati,  infatti,  ritiene  che  il  volontariato sia fondamentale perché, in sua assenza, molti servizi non sarebbero a disposizione dei cittadini. Il volontariato è una tradizione che parte da lontano e che fa del Nordest una delle aree del Paese più ricche di “capitale sociale”, la fondamentale risorsa che fa crescere la fiducia interpersonale e rinsalda le comunità.
In questa fase, in cui coesistono una progressiva contrazione delle risorse degli enti locali e una popolazione dai bisogni crescenti, il volontariato ha assunto un ruolo ancora più centrale che in passato, diventando necessario per garantire alcuni servizi essenziali. Basti pensare ai sempre più pressanti bisogni di anziani o malati, disabili o bambini, poveri o vittime di violenza: la cura della popolazione più fragile è sempre più legata all’azione gratuita e volontaria.
Quanti prestano oggi questa opera? Com’è variata nel tempo? In Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nella provincia di Trento la percentuale di volontari è notevolmente cresciuta: nel 1998 era il 21% degli intervistati a fare volontariato, mentre oggi la quota raggiunge il 38%. Inoltre, nel confronto con l’Italia, dove i volontari sono il 34%, le regioni del Nordest appaiono più partecipative di circa 4 punti percentuali.
Qual è il profilo dei volontari? Considerando congiuntamente genere ed età, possiamo ritrovare indicazioni interessanti. Ad essere maggiormente impegnate nel volontariato sono le donne di età compresa tra i 55 e i 64 anni (45%), anche se è tra le più giovani che l’attivismo raggiunge e supera la soglia della maggioranza assoluta. Il volontariato, infatti, coinvolge il 63% delle ragazze con meno di 25 anni e il 51% di quelle di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Tra gli uomini, invece, sono gli under- 25 a mostrare una partecipazione superiore alla media (43%). Dal punto di vista dell’istruzione, invece, osserviamo una maggiore presenza di persone in possesso di un diploma o una laurea (47%). Dal punto di vista politico, poi, è tra gli elettori del Pd (49%) e di Ncd (53%) che la quota di volontari appare più alta della media. Sostanzialmente in linea con il dato generale del Nord Est, invece, sono i volontari presenti tra i sostenitori di Sel e del M5s (rispettivamente: 38% e 36%). Meno presente questa pratica partecipativa tra quanti voterebbero per la Lega Nord o Indipendenza Veneta (28 e 29%), anche se la quota più contenuta di volontari è rintracciabile tra gli elettori di Forza Italia (18%). A fronte di una partecipazione caratterizzata da questi tratti, l’importanza del ruolo del volontariato appare plebiscitaria: l’87%, infatti, ritiene che queste azioni siano fondamentali per garantire molti servizi ai cittadini. Questa idea raggiunge la quasi totalità tra gli uomini under-35 anni e le donne tra i 25 e i 34 anni, oltre che tra quelle di età compresa tra i 45 e i 64 anni.







E' una bufala, ma ci crediamo

Steven Spielberg posa soddisfatto davanti alla carcassa di un triceratopo. La foto viene caricata su Facebook dall’umorista jay Branscomb che scrive: «Un’immagine drammatica, il cacciatore posa felice davanti a un triceratopo appena ammazzato». In meno di ventiquattro ore la foto ottiene 30mila condivisioni e 10mila commenti. Buona parte hanno questo tenore: «Feroce assassino! Vergognati! Uccidere un animale indifeso! Non guarderò mai più i tuoi film, animal killer!». Migliaia di persone credono davvero che Steven Spielberg abbia ucciso un triceratopo e che si sia fatto ritrarre trionfante davanti all’animale morto, ignorando le più basilari nozioni dell’evoluzione: il triceratopo si è estinto circa 65 milioni di anni fa. La verità è che il regista ha posato davanti alla riproduzione dell’animale preistorico ai tempi di Jurassic Park (1993). Una bufala bella e buona, dunque. Impossibile crederci, direte voi: eppure ogni giorno il nostro cervello è messo alla prova dalla diffusione di notizie che potrebbero apparire vere. Basta poco per farci cadere nel tranello.

 

Preferiamo non ragionarci su

«È, molto più facile crederci prendendo per buono quello che ci viene detto, anziché sforzarci di capire se l’informazione è falsa», dice Federica Alemanno, neuroscienziata e dottore di ricerca in neurologia sperimentale all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

Porci la domanda “sarà vero?” richiede infatti ulteriori risorse che non sempre siamo disposti a impiegare». Requisito fondamentale per farci credere in qualcosa è la fiducia che riponiamo in chi ha pronunciato la bufala. «Partiamo dal presupposto che chi crede nelle bufale è un soggetto incline a farsi influenzare dagli altri», specifica la psicologa e psicoterapeuta di Milano Laura Duranti, «e più la fonte è ritenuta affidabile, meno si attivano i meccanismi di valutazione e di critica. Inoltre, più persone sostengono la notizia falsa, più la disinformazione è “appiccicosa”». Che cosa significa? Il ricercatore Stephan Lewandowsky dell’University of West Australia chiama il fenomeno stickiness of misinformation, cioè la capacità di un’informazione di essere vischiosa, appiccicosa. In pratica, la notizia falsa si “attacca” alla nostra mente e diventa resistente alla correzione e al cambiamento. In più, la fonte di cui ci fidiamo spesso è ritenuta attendibile non tanto per la competenza, ma per affinità emotive e morali che sembra avere con noi. Ciò è confermato dal fatto che arriviamo addirittura a  dimenticare la fonte della notizia: è il cosiddetto sleeper effect, per il quale ricordiamo benissimo l’informazione, ma non chi ce l’ha fornita. Questo non ci impedisce di esserne influenzati, quando tocca uno dei nostri tasti emotivi.

Facciamo un esempio. Nel 2008 si era diffusa la notizia che la giovane modella Jessica Ainscough, affetta da un sarcoma al braccio, aveva interrotto le cure tradizionali per sperimentare una particolare dieta, sostenuta da sedicenti ricercatori, basata su frullati e clisteri al caffè. Centinaia di persone hanno iniziato a crederci e a farla propria, nonostante la contrarietà degli oncologi. La ragazza purtroppo è recentemente scomparsa, ma nemmeno la sua morte ha scoraggiato quanti l’avevano imitata. Chi ha potuto credere a questa bufala? Per la maggior parte, i malati di cancro e i loro familiari. Il motivo è presto detto: l’argomento li riguardava da vicino.

 

Segni caratteristici

«La bufala deve essere verosimile, avere contenuti recepibili velocemente e non destare alcun campanello d’allarme cognitivo», spiega Alemanno. «Deve inserirsi in quella che si chiama coerenza interna», aggiunge Duranti, cioè deve essere in grado di rafforzare le nostre conoscenze e ciò a cui crediamo. Oppure deve riguardare temi che non conosciamo: in questo caso siamo propensi a farci convincere facilmente perché non abbiamo un bagaglio di conoscenze tale da mettere in discussione la notizia. Questione di feeling, quindi, ma anche di come la notizia viene impacchettata. Punti esclamativi, immagini forti, date e dati con numeri facilmente memorizzabili, scritte in stampatello e in rosso sono tutti stratagemmi che chi crea bufale e le diffonde attraverso Internet o la carta stampata, conosce bene.

 

Alcune sono involontarie

Secondo l’esperto di bufale Paolo Attivissimo, giornalista informatico (dalla metà degli anni Novanta in prima linea per scovarle e raccoglierle sul suo sito www.attivissimo.net), «alcune bufale nascono involontariamente. I loro creatori sono persone in buona fede che credono di raccontare la realtà. Così avviene per esempio quando si lanciano appelli per donazioni di sangue destinate a persone specifiche: inizialmente gli appelli sono autentici e solo successivamente diventano bufale, continuando a circolare per anni dopo che i destinatari dell’appello hanno risolto l’emergenza. Altre bufale, invece, nascono per calcolo: vengono fabbricate, sapendo benissimo che si tratta di fandonie, allo scopo di ottenere un guadagno, in termini di denaro o d’immagine». Spesso, infatti, i siti utilizzano le bufale per attirare l’attenzione e portare il maggior numero di utenti a cliccare sulla pagina. Ciò si traduce in guadagno: più il sito è visitato, più gli sponsor faranno a gara per ottenervi uno spazio. «Infine, esistono le bufale nate per incompetenza, quando viene osservato un fenomeno insolito e si tenta di spiegarlo senza conoscenze adeguate», conclude Attivissimo.

 

Confermano i nostri pregiudizi

Le bufale che hanno più successo sono quelle che confermano luoghi comuni e che avvallano pregiudizi, diffidenze, odio. Un esempio classico è la bufala dei segni che gli zingari lascerebbero sui citofoni o sui muri delle case per indicare quelle dove sarebbe più conveniente mettere a segno un furto: «Questa bufala circola perché mette in guardia la gente comune contro un pericolo reale, quello dei furti», spiega Attivissimo. «Essa ci dà la possibilità di esprimere la nostra paura nei confronti del diverso e ci indica un gesto concreto come antidoto al pericolo: avvisare tutti inoltrando l’allarme». Il più delle volte proprio questo succede: la bufala viene recepita, assimilata e condivisa. «Il sentirsi parte di una comunità che necessita di risposte e spiegazioni, ci induce a coinvolgere più persone possibile. Da soggetti passivi ci trasformiamo in protagonisti attivi nella diffusione dell’informazione. Ciò ci fa sentire utili e importanti», spiega la psicologa clinica di Milano, Francesca Mangiafico. La conseguenza, però, è che si crea un effetto vortice pericoloso: «Siamo nell’era del complotto: ne sono esempio le bufale quotidiane sulle scie chimiche o sui vaccini. Il pericolo, quindi, sta nel diventare partecipanti attivi di un processo inutile se non dannoso e che non ha alcun valore sociale né individuale». Un rimedio c’è: teniamo allenata la nostra mente, coltiviamo la curiosità intellettuale e informiamoci.







Social ed email cosa succede dopo la morte?

Eredità digitale, social ed email: cosa succede dopo la morte? Facebook, Twitter, Gmail e non solo: che fine fanno i nostri account e dati in caso di scomparsa? Su Facebook ci sono 3 milioni di account di persone scomparse, se fosse un luogo reale sarebbe due volte il cimitero di Ohlsdof, in Germania, il più grande d’Europa.

Si stima che sul social network di Mark Zuckerberg entro il 2065 gli account dei defunti supereranno quelli dei vivi. Questo perché la vita digitale aderisce sempre più a quella reale. Ed è un tema che non riguarda solo Facebook: tutto
ciò che è online continua a rimanere sul web, anche dopo la morte. Oppure rischia di essere cancellato in automatico dai server: documenti, progetti, fotografie e materiale con un valore sentimentale o economico.

Quando il testamento non basta
E’ un settore vuoto di diritto spiega durante un’intervista  il  Dott.  Bechini  notaio  esperto di eredità digitale. Il problema più grande riguarda la proprietà intellettuale online, per esempio progetti di architetti o le fotografie caricate sul cloud. Secondo Bechini la scelta migliore è anticipare il problema e scegliere un mandatario post mortem per il digitale, cioè una persona fidata a cui consegnare le proprie password. La nomina dev’essere fatta con un documento ufficiale, che però non deve esser confuso con il testamento: il primo è un documento privato, il secondo diventa pubblico dopo la morte.
E non è il caso di mettere a disposizione di tutti le chiavi d’accesso. Bechini però avverte che, per i beni patrimoniali, il discorso è diverso: Dare le password del proprio conto corrente online non significa nominare un erede, in questo caso continuano a valere le leggi sulla successione. Per esser più precisi: se chi ha ricevuto le chiavi d’accesso non è un erede legittimo e decidesse di usare l’online banking del defunto potrebbe essere accusato di truffa. È una situazione che capita sempre più spesso quando muore qualcuno in una coppia non sposata e senza figli, spiega Bechini.

E chi non pensa al fine vita digitale?
In questo caso la faccenda si complica. Il web è globale mentre le leggi sulla successione sono nazionali. Per Google, Microsoft, Oracle e le tante società della Silicon Valley su cui viaggiano i nostri dati, valgono le leggi della California. Se l’azienda è nella Baia di San
Francisco e si rifiuta di collaborare, i parenti devono nominare un avvocato che viaggi negli Stati Uniti e chieda l’accesso ai dati a un tribunale di Santa Clara, in California.I costi diventano altissimi e il successo non è
garantito. Tutto è più complesso anche quando gli eredi vogliono accedere alla posta elettronica del defunto: secondo la legge italiana hanno diritto a ricevere la corrispondenza di un defunto, e ciò vale anche per le email. Quindi con i provider italiani ormai non ci sono problemi, ma con quelli stranieri – che sono la maggior parte – non c’è alcuna certezza.

La sentenza sul diritto all’oblio potrebbe cambiare le cose
Qualcosa però sta cambiando. La sentenza della Corte di giustizia  europea  sul  diritto  all’oblio  avrà  riflessi  anche sull’eredità  digitale.  E  le  società  della  Silicon  Valley  presto potranno trovarsi a rispettare le leggi locali sull’eredità e la successione. Bechini ci spiega che se un’azienda fornisce servizi per gli utenti di un Paese, guadagna grazie  alla  pubblicità  fornita  da  quel  Paese,  non  può  continuare a far riferimento alla legge di un altro Stato. È un trend giovane, ma non c’è dubbio che sia questa la  direzione:  una  localizzazione  del  diritto  di  Internet.

L’identità digitale dopo la morte
Dopo la morte di un utente, il suo profilo Facebook continua  a  esistere,  a  ricevere  notifiche  e  commenti,  le  foto a essere taggate. Per evitare di aggravare il dolore a chi ha conosciuto la persona scomparsa, dal 2011 Facebook ha introdotto la funzione “account commemorativo” dove solo
gli amici online potranno aggiungere commenti. Può essere richiesto dai conoscenti stretti o dai parenti. Non è però la sola strada, si può anche scegliere la cancellazione o la disattivazione dell’account, in quest’ultimo caso la bacheca viene “congelata”: esisterà solo sui server di Facebook ma, a differenza dell’eliminazione, può essere riattivata.

È una soluzione pragmatica, ma può portare altro dolore. Come nel caso di Louise Palmer: nel 2012 sua figlia Becky morì per un cancro al cervello, il suo account fu segnalato per diventare commemorativo e sua madre – che trovava conforto nel leggere i messaggi di sua figlia –non poté più
accedere all’account di Becky. Lo staff di Facebook  fu  inflessibile e  continuò  a  negarle l’accesso “per motivi di  privacy”.  Con  i  social network è davvero difficile  capire  come muoversi. Se i genitori chiedono l’account commemorativo mentre il partner vuole la cancellazione del profilo Facebook a chi dovrà dar ragione? In ogni caso le richieste devono essere valutate dallo staff di Mark Zuckerberg e i tempi possono diventare lunghi. Se un amico online del defunto decidesse di vandalizzare l’account commemorativo la risposta del social network può non essere immediata.

Come si comportano i social network
Ogni rete sociale haun modo diverso di trattare il profilo di un defunto. Twitter disattiva l’account in automatico dopo sei mesi d’inattività, LinkedIn solo se qualcuno segnala la morte dell’utente, mentre Pinterest non prevede quest’eventualità. Google ha un sistema più flessibile, la “gestione account inattivo”: una specie di esecutore testamentario automatico. L’utente può impostare entro quanto tempo d’inattività Mountain View lo ritenga morto.
È un intervallo che va da 3 a 18 mesi. Un mese prima del limite, Google prova a telefonare al proprietario dell’account,  se  non  arriva  alcuna  risposta  ci  sono  due  strade: l’utente può scegliere di far cancellare tutti i dati o di far inviare la corrispondenza Gmail, i propri contatti i propri video YouTube ad alcune persone fidate.Secondo la legge italiana i parenti potrebbero comunque entrare in possesso dei dati, anche se l’utente avesse scelto la cancellazione ma Bechini ci avvisa: “ se si qualificano come eredi presso Google non è detto che la spuntino”.

Nessuno può impossessarsi dell’account di un defunto
Né Twitter né Pinterest né Google+ rimettono a disposizione dei nuovi utenti l’account o il nickname (i soprannomi digitali) di un defunto. E vale anche per i principali account di posta elettronica. Per i servizi digitali più piccoli non c’è questa certezza, ma anche se non c’è una legge scritta, la prassi prevalente è di non ridare l’identificativo digitale.







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