Emporio della solidarietà

Giovedì 25 giugno a Mirano è stato presentato e sottoscritto il Protocollo d’intesa per l’attivazione del progetto “Emporio della solidarietà”, che ha l’obiettivo di creare un sistema di rete per rispondere ai bisogni alimentari di chi si trova nell’impossibilità di provvedere in modo autonomo e nel contempo creare occasioni di lavoro per persone disoccupate.

La firma del Protocollo è stata il punto d’arrivo di un percorso attivato a seguito della legge regionale n. 9 del 2011, relativa alla redistribuzione delle eccedenze alimentari. La Regione, nell’ambito di un programma triennale per la sperimentazione degli empori solidali in tutto il territorio veneto, ha
assegnato un contributo di 60mila euro alla cooperativa sociale Primavera – Gruppo Solidalia di Mirano –   in  qualità  di  capofila  del  progetto  “Emporio  della  solidarietà”, condiviso dal Centro Servizi per il Volontariato, dai Comuni del Miranese e Riviera del Brenta e una ventina di associazioni che operano da anni contro la povertà. Il Comune di Mirano ha messo a disposizione in comodato d’uso lo spazio di villa ex Dissegna in via Marconi e il progetto è stato inserito dalla Conferenza dei Sindaci dell’Asl 13 nei Piani di Zona – Area Marginalità sociale.

All’incontro erano presenti il Vicesindaco del Comune di Pianiga e referente per i Piani di Zona Federico Calzavara, il presidente della Conferenza dei Sindaci dell’Asl 13 Silvano Checchin, la Sindaca di Mirano Maria Rosa Pavanello, la Presidente del Centro Servizi per il Volontariato Luisa Conti, il Direttore della Cooperativa Sociale Primavera Onlus Paolo Tosato e le associazioni di volontariato del territorio che aderiscono al progetto.
Tutti  hanno  sottolineato  la  valenza  globale  del  progetto, che mette insieme il volontariato provinciale per attivare un circuito positivo e virtuoso di flussi di beni e utilizzo di lavoro volontario o retribuito, con creazione di occasioni di lavoro per persone disoccupate e senza reddito.
La Cooperativa sociale Primavera è già al lavoro per adeguare e allestire a proprie spese gli spazi per la gestione e conservazione della merce in arrivo presso villa ex Dissegna; si sta occupando anche della formazione dei volontari coinvolti nella gestione dell’emporio e dell’inserimento lavorativo di alcuni soggetti svantaggiati. L’obiettivo è quello di creare una rete per rispondere alla povertà individuale e familiare, fornendo direttamente gli alimenti provenienti da eccedenze alimentari che supermercati o produttori non riescono a vendere o destinate ad andare distrutte. Si tratta, quindi, di istituire un sistema capace di prendersi in carico persone e famiglie svantaggiate favorendo un percorso di superamento delle situazioni critiche. A settembre l’Emporio sarà pronto per partire e sarà anche uno stimolo per l’intero territorio a lottare contro gli sprechi alimentari.

Alla rete locale delle organizzazioni del volontariato hanno aderito Caritas Spinea, Caritas Noale, Cesvitem, San Vincenzo Mestrina, Amici Casa Famiglia, Caritas Punto di Ascolto Salzano, San Vincenzo Dolo, Caritas Pianiga, Caritas Stra, Agape San Pietro, Caritas Mirano, Caritas Fiesso d’Artico, Cooperativa Sociale Gea, Coordinamento Caritas Cazzago, Cooperativa Olivotti, Agesci Oriago. Capofila è la Cooperativa Primavera di Mirano. Sono partner anche la Diocesi di Treviso –Caritas Tarvisina e la Diocesi di Padova-Caritas Padova. 







Aperitivo o happy hour?

L’happy hour è nato in inghilterra e significava un “momento” durante la giornata (solitamente quando il pub lavorava poco), in cui la birra costava meno. In Italia invece, ha preso un significato diverso: da noi happy hour significa un aperitivo pre-cena “importante e ricco”.

Non le effusioni romantiche, non la moda del sexting: se si conducesse un’indagine sugli SMS più scambiati, in Italia vincerebbe il gettonato «ci vediamo per un ape?». Il ritoì dell’aperitivo è negli ultimi anni un fenomeno di costume tutto tricolore, un momento irrinunciabile per milioni di italiani che, dalle 18 alle 21, si concedono una pausa di relax con gli amici. Si dice aperitivo, si pensa happy hour. Un fraintendimento nato a metà degli anni 2000 nel Nord Italia, quando la moda dell’“ora felice” si è andata via via sostituendo all’aperitivo classico. Una sovrapposizione immotivata, perché i due riti assolvono a funzioni diverse e i punti in comune sono ridotti. La mania dell’happy hour nasce quando, soprattutto in quel di Torino e di Milano, alcuni locali hanno avuto la brillante idea di offrire delle promozioni al termine della giornata lavorativa. Dalle 18 fino alla seconda serata è possibile ordinare un alcolico di proprio gradimento a tariffa fissa, per ricevere l’accesso a un buffet  composto da paste, pizzette, salumi, riso, insalate, panini assortiti e molto altro ancora. Diffusosi rapidamente in tutto il Nord, l’happy hour è diventato un vero e proprio sostituto della cena: ci si reca al locale, si mangia un pasto veloce e si è pronti per i successivi balli in discoteca. Non vi è una precisa ricerca del gusto – sebbene sempre più attività propongano pietanze ricercate, piatti etnici, ricette veg, sushi e sashimi – e il rito in sé comprende qualsiasi tipo di bevanda, dai succhi alle bibite gassate, dal vino ai superalcolici.
Una distinzione doverosa: l’aperitivo prepara alla cena, l’happy la sostituisce. L’aperitivo  in senso tradizionale, infatti, si consuma solitamente prima di sedersi a tavola, sia all’interno di un bar o presso il ristorante scelto.
L’aperitivo nel Nord Italia è stato quasi completamente sostituito dall’happy hour, una tendenza praticamente endemica dalla Valle d’Aosta al Friuli Venezia Giulia. Quello tradizionale permane comunque nei locali più lussuosi delle grandi città oppure come apripista a pranzi e cene nelle occasioni speciali, come matrimoni e anniversari. Nelle città del centroovest, in particolare a Torino e a Milano, per l’aperitivo tradizionale spicca il ricorso ai vini o al Prosecco, ma soprattutto a bitter e seltz in bottiglietta: sul territorio meneghino, ad esempio, il Campari non ha rivali. Le bevande sono associate a semplici stuzzichini salati oppure ad assaggi di salumi, ma anche a patatine fritte, cracker o alla tipica bruschetta lombarda. A Torino, invece, non vi sono precise limitazioni: un alcolico accompagnato da tramezzini può essere spesso acquistato a qualsiasi ora del giorno o della notte. Singolare è invece il caso di Brescia, dove al semplice bitter si preferisce il Pirlo: un mix a base di bianco frizzante, seltz e Campari, spesso associato alla degustazione di formaggi delle Prealpi Orobie. In linea generale, il classico aperitivo è ormai relegato alle occasioni formali e può addirittura essere considerato disdicevole qualora il pranzo e la cena fossero fin troppo ricchi di portate. Per la socialità si preferisce di gran lunga l’happy hour, senza alcuna regola precisa sugli alcolici prescelti e con l’intento dichiarato di sostituire il pasto. In tutto il Triveneto domina lo Spritz a base di vino bianco o Prosecco, bitter, acqua frizzante e seltz. In alternativa, molto gettonato è il Mezzoemezzo: originario di Bassano del Grappa, si crea con Rabarbaro e Rosso Nardini, seltz e limone.







Amazon: dove si compra tutto con un click

Il sito di e-commerce più famoso al mondo ha un cuore italiano. Vicino a Piacenza si trova infatti il centro di distribuzione dei prodotti che ordiniamo on line. Siamo andati a visitarlo e abbiamo scoperto cosa c’è dietro prezzi concorrenziali, tempi di consegna rapidissimi e disponibilità quasi illimitata.

di Fabio Marzano

 
A Castel San Giovanni (Piacenza) c’è il negozio più grande d’Italia: il magazzino di Amazon, il colosso del commercio elettronico sbarcato in rete nel 1995, con miriadi di prodotti, dal dentifricio al computer, in attesa di essere acquistati con un click. Il Centro di distribuzione emiliano, cervello dell’azienda, ha misure gigantesche: 88mila metri quadrati, pari a 12 campi da calcio, che ospitano fino a 94 milioni di articoli. Tutti i giorni, circa 200 camion scaricano ogni genere di prodotti nel magazzino, in grado di gestire fino a 600mila ordini in 24 ore. Non si tratta di un semplice deposito, ma di mi vero e proprio “sistema” che l’azienda, seguendo una politica di trasparenza, ha deciso di mostrare al pubblico. «Il metodo è il nostro business» sintetizza Tareq Rajjal, amministratore delegato alla logistica di Amazon per l’Italia. Dalla pagina web consultata dal cliente alla consegna del prodotto, il segreto del sistema è articolato in combinazioni di software, telecomunicazioni e logistica che aprono e chiudono le serrature del “clicca e compra”, seguite da schermate, password ed email di conferma. Ma come fa il prodotto che abbiamo acquistato ad arrivare fino a casa nostra? Per entrare nello stabilimento di Amazon e capirci qualcosa, bisogna avere una mentalità flessibile...

 

Un navigatore per orientarsi
Il sistema Amazon è una sorta di “grande fratello” che segue la merce dall’acquisto sul sito alla consegna del prodotto. Spiega Tareq Rajjal: «Quando si compra qualcosa su Amazon, l’ordine viene geolocalizzato e inviato ai server. Poi, per circa venti minuti, la richiesta rimane ferma per una serie di verifiche». In questa specie di “limbo” iniziale, il sistema controlla l’identità del cliente e la sua carta di credito. Ma non solo. «Diamo ai clienti il tempo necessario per cambiare idea e annullare la transazione. Secondo la nostra esperienza, infatti, c’è una percentuale significativa di persone che cliccano per sbaglio oppure che si pentono e annullano l’acquisto» continua Rajjal. Se tutto invece fila per il verso giusto, il sistema invia la richiesta d’acquisto allo scanner personale dell’operatore di Castel San Giovanni più vicino al prodotto. «Il software calcola anche qual è il percorso più veloce all’interno del magazzino per prelevare l’articolo dallo scaffale» prosegue l’amministratore delegato alla logistica di Amazon. In altre parole, gli operatori dispongono di una sorta di “navigatore”, che indica loro il percorso più breve per arrivare allo scaffale e al prodotto richiesto. Questa fase, in apparenza banale, è uno dei cardini fondamentali del sistema Amazon, grazie al quale la “macchina” si muove velocemente. «Grazie a questo sistema integrato», spiega Rajjal, «siamo riusciti a ridurre i tempi di consegna, contenendoli in un arco che va da uno a tre giorni». Una volta prelevato, il prodotto passa all’imballaggio ed è pronto a partire per il suo viaggio verso la destinazione finale.

Confusione organizzata
A prima vista non sembra facile destreggiarsi in questo enorme magazzino perché i prodotti non sono ordinati per genere. Tutte le aree del Centro di Castel San Giovanni, infatti, sono divise in zone in funzione del numero degli operatori presenti e non per categorie. L’ordine di distribuzione degli ‘articoli sugli scaffali sembra del tutto casuale, mentre in realtà segue una logica precisa. «In ogni zona ci sono più o meno tutte le tipologie di articoli», prosegue Tareq Rajjal. «Si bada soprattutto a riempire gli spazi vuoti e a evitare che due articoli simili ma non uguali siano uno accanto all’altro». Che cosa vuoi dire? Significa che una Barbie mora non sarà mai sullo stesso scaffale della sua corrispondente bionda per evitare che l’operatore si sbagli quando riceve un ordine di una, prelevando l’altra. È possibile, quindi, che le bambole siano sistemate a fianco dei rasoi e che l’ultimo best-seller si trovi a lato di una cantinetta da cucina. Insomma, l’organizzazione del Centro Amazon è l’esatto contrario di una catena di montaggio dell’industria automobilistica, dove ogni area assembla un solo componente alla volta. Qui si segue solo una regola, ispirata alla curva di Carl Friedrich Gauss, uno scienziato tedesco di metà Ottocento considerato tra i principali fondatori della matematica moderna. Come spiega Rajjal, «qualsiasi prodotto deve avere la stessa probabilità di essere presente in magazzino in qualsiasi momento».

Consegne rapidissime
Dietro quella che potrebbe sembrare una sfida al concetto stesso di assenza di limiti, si nasconde una serie di programmi informatici che analizzano i “Big Data”, cioè le innumerevoli tracce lasciate da ciascuno di noi quando navighiamo in rete, che vengono trattate dagli esperti come dati utili a orientare la selezione dei prodotti. Su come vengano analizzati questi dati, però, il riserbo è assoluto. «La sperimentaziorie e la progettazione di analisi dei Big Data è uno dei segreti del sistema», conclude il dirigente di Amazon. «Grazie a software unici, di nostra creazione, siamo in grado di offrire ai clienti tempi di consegna competitivi, a partire da due ore per la merce fresca e da l a 3 giorni per tutto il resto».


IL CENTRO AMAZON E' APERTO ALLE VISITE
Dall’anno scorso Amazon ha avviato l’operazione porte aperte, una volta al mese si può visitare lo stabilimento. Vogliono mostrare come lavorano: l’onta da cancellare è un articolo del New York Times che descrive l’azienda come una Cayenna dai metodi disumani. Jay Carney, vicepresidente del gruppo, ha replicato accusando il NYT di aver dato voce a dipendenti estromessi per vari reati e di non aver verificato i fatti: “Se lo avessero fatto, la loro storia sarebbe stata molto meno sensazionale. Non avrebbe meritato la prima pagina, ma avrebbe detto la verità’’. Chi fosse interessato a una visita della struttura può approfittare di una delle prossime date utili: 23 e 30 giugno, 21 e 28 luglio, 18 e 25 agosto, 22 e 29 settembre. L’iniziativa è rivolta a tutti i clienti con età superiore a 6 anni. Per registrarsi è sufficiente collegarsi al sito amazontours.it e compilare il modulo d’iscrizione nella prima settimana di ogni mese. Per ogni giornata sono previsti tre tour di circa un’ora ciascuno. Il numero massimo di partecipanti è 30 per ogni turno.

 

SI COMPRA ANCHE IL CIBO FRESCO
Prime Now è il servizio, per ora attivo solo a Milano e in 34 comuni dell’hinterland, che dalle 8 a mezzanotte, 7 giorni su 7, consente di ordinare e ricevere, nel giro di due ore al massimo, alimenti freschi o surgelati e altri prodotti alimentari (minestroni, pane, caffè e molto altro ancora). Per questo servizio, l’azienda ha allestito un apposito centro di distribuzione, che ha un’area di 1.400m2, nel capoluogo lombardo. Le 30 tipologie di frutta e verdura si aggiungono alla gamma di oltre 20.000 prodotti disponibili al servizio Prime Now che offre già surgelati (tra cui buste di minestroni e vaschette di gelato), prodotti freddi (come affettati e yogurt), oltre a pane, pasta, caffè, bibite, birre, vini e alcolici. L’offerta si aggiunge anche agli articoli presenti nel negozio Alimentari e cura della casa, con una selezione di migliaia di prodotti a lunga conservazione (biscotti, popcorn, bibite) di marchi nazionali e internazionali (Barilla, Mulino Bianco, Knorr, Mellin). Tutti gli iscritti Prime possono scaricare l’app Prime Now, disponibile per i dispositivi iOS e Android, verificare i Cap coperti dal servizio e chiedere di ricevere le notifiche per sapere quando il servizio sarà disponibile nella propria area. Inoltre, per trovare i Cap di Milano e hinterland raggiunti dal servizio, i clienti possono visitare www.amazon.it/primenow. La “spedizione in un’ora” è disponibile per i Cap raggiunti da questa modalità di spedizione al costo di 6,90 euro; la spedizione è invece gratuita scegliendo di ricevere il proprio ordine in finestre di due ore. L’importo minimo per gli ordini Prime Now è 19 euro. L’abbonamento ad Amazon Prime è disponibile per 19,99 euro all’anno. I primi 30 giorni sono gratuiti per i nuovi iscritti. I clienti possono iscriversi al link www.amazon.it/prime.







Fair play

IL GIOCO LEALE

Non si tratta di una regola scritta, bensì di un comportamento eticamente corretto da adottare nella pratica delle diverse discipline sportive. Fair play significa rispettare le regole e l’avversario, accettare e riconoscere i propri limiti, sapere che i risultati sportivi ottenuti sono correlati all’impegno profuso.

 

Tuttavia il concetto di fair play non si esaurisce nel semplice rispetto delle regole. Esso, infatti, promuove valori, tanto importanti nella vita quanto nello sport, come l’amicizia, il rispetto del prossimo e lo spirito di gruppo.
Il fair play insegna, in una società in cui il fine giustifica spesso il mezzo, a saper perdere e a considerare anche la sconfitta un insegnamento prezioso per la crescita “umana” e agonistica della persona. La sempre maggiore spettacolarizzazione della società moderna influenza anche il mondo dello sport. Dentro e fuori i campi da gioco l’estetica e la forma dominano spesso sulla sostanza. I corpi sono sempre più ossessionati dalla loro cura e manutenzione, dal loro miglioramento estetico e dalla loro efficienza. Neppure gli ambienti sportivi sono immuni da questa tendenza e l’allenamento spesso è centrato quasi esclusivamente sulla prestazione agonistica dell’atleta, trascurandone quella psicologica, mentale e relazionale altrettanto importanti per la crescita dello sportivo. La frequenza delle condotte dopanti e antisportive sono un triste esempio di questo trend.
Ancor prima di un modo di comportarsi, il fair play è un modo di pensare allo sport come un’occasione di partecipazione e di assunzione di responsabilità.

Il Fair Play è lotta all’inganno, alla violenza fisica e verbale, allo sfruttamento, all’eccessiva commercializzazione e alla corruzione. Lo sport praticato con fair play offre agli individui l’opportunità di conoscere meglio se stessi; di fissare e di raggiungere, attraverso la perseveranza e il sacrificio, gli obiettivi prefissati; di ottenere successi personali; di acquisire e migliorare le proprie capacità tecniche e dimostrare abilità; di interagire socialmente, divertirsi e raggiungere un buono stato di salute.

La lealtà nello sport - o fair play - è benefica per l’individuo, per le organizzazioni sportive e per la società nel suo complesso. Va ricordato, infatti, come gli atleti, in particolare quelli che praticano l’attività sportiva ai più alti livelli, rappresentino per molti giovani dei modelli di riferimento ed hanno dunque una grande responsabilità nei loro confronti. Loro per primi devono fornire sani modelli comportamentali e metterli in pratica durante lo svolgimento dell’attività sportiva. Il lato educativo, formativo e sociale dello sport si mostra in tutta la sua forza soltanto quando il fair play viene posto al centro dell’attenzione di tutti, praticanti e non, e solamente se non viene considerato un concetto marginale. Al Fair Play deve essere dunque attribuita la massima priorità da parte di coloro che, direttamente o indirettamente, favoriscono e promuovono esperienze sportive.

Nel 1975 il C.I.F.P. (Comitato Internazionale Fair Play) pubblicò “La Carta del Fair Play”, un documento che ne racchiudeva i concetti fondamentali. Questo documento è un decalogo internazionale dei nobili principi cui chiunque pratichi lo sport dovrebbe ispirarsi. Qui di seguito i dieci punti su cui esso si fonda:
-    Fare di ogni incontro sportivo, indipendentemente dalla posta e dalla importanza della competizione, un momento privilegiato, una specie di festa;
-    conformarmi alle regole e allo spirito dello sport praticato;
-    rispettare i miei avversari come me stesso;
-    accettare le decisioni degli arbitri o dei giudici sportivi, sapendo che, come me, hanno diritto all’errore, ma fanno tutto il possibile per non commetterlo;
-    evitare le cattiverie e le aggressioni nei miei atti, mie parole o miei scritti;
-    non usare artifici o inganni per ottenere il successo;
-    rimanere degno nella vittoria, così come nella sconfitta;
-    aiutare chiunque con la mia presenza, la mia esperienza e la mia comprensione;
-    portare aiuto a ogni sportivo ferito o la cui vita sia in pericolo;
-    essere un vero ambasciatore dello sport, aiutando a far rispettare intorno a me i principi suddetti.

Città del Vaticano, 08 Maggio 2015: Papa Francesco torna a riflettere su valori e rischi dello sport. Dopo l’incontro con la Società Sportiva “Lazio”, il Papa incontra in Vaticano la Federazione Italiana Tennis, salutando in particolare i numerosi bambini presenti che partecipano a un progetto ludico-motorio organizzato dalla stessa.
Nel suo discorso, il Pontefice ribadisce che “lo sport è una strada educativa!”, e che, insieme a scuola e lavoro, esso è uno dei «tre pilastri fondamentali per i bambini, i ragazzi e i giovani». Pilastri con i quali «si cresce bene», assicura il Papa: «Quando ci sono tutti e tre, scuola, sport e lavoro, allora esistono le condizioni per sviluppare una vita piena e autentica, evitando così quelle dipendenze che avvelenano e rovinano l’esistenza».


“La Chiesa - aggiunge il Santo Padre - si interessa di sport perché le sta a cuore l’uomo, tutto l’uomo, e riconosce che l’attività sportiva incide sulla formazione della persona, sulle relazioni, sulla spiritualità”. Gli atleti, perciò, hanno una missione da compiere: “poter essere, per quanti vi ammirano, validi modelli da imitare”. Ma anche dirigenti, allenatori e operatori sportivi, sono chiamati “a dare buona testimonianza di valori umani, maestri di una pratica sportiva che sia sempre leale e limpida”.
Specie nel tennis, sottolinea Bergoglio, che è uno sport “molto competitivo”. Tanto che “la pressione di voler conseguire risultati significativi” può spingere “a imboccare scorciatoie come avviene nel caso del doping”. Attenzione a non fare sì che questo accada, ammonisce il Papa, perché “è brutta e sterile quella vittoria che viene ottenuta barando sulle regole e ingannando gli altri!”. L’esortazione, pertanto, è che ciascuno possa “mettersi in gioco non solo nello sport”, ma “nella vita, alla ricerca del bene, del vero bene, senza paura, con coraggio ed entusiasmo”. “Mettetevi in gioco con gli altri e con Dio - incoraggia infine Papa Francesco -, dando il meglio di voi stessi, spendendo la vita per ciò che davvero vale e che dura per sempre. Mettete i vostri talenti al servizio dell’incontro tra le persone, dell’amicizia, dell’inclusione”.

 







Vinilmania


 

Viaggio nell’ultima fabbrica italiana che produce 33 giri.

Il vinile torna di moda, scopriamo il backstage dell’unica azienda italiana che ancora stampa dischi usando macchine che hanno quasi 40 anni, la Phono Press di Settala. Ecco come nasce un disco.


Nessuno avrebbe mai pensato che, con il Compact Disc in declino e lo streaming ai suoi massimi livelli, il vecchio disco in vinile potesse ancora dire la sua. Eppure, e lo dicono i dati di mercato, il vinile sta riscoprendo un vero e proprio periodo d’oro con le vendite degli ultimi anni che hanno sorpassato, numeri e grafici alla mano, i picchi degli anni d’oro dell’alta fedeltà. Il vinile per molti appassionati è la storia, ma per le etichette indipendenti e molti giovani d’oggi è un modo per tornare alla musica genuina di un tempo, non viziata dalle logiche commerciali delle grandi major e guidata soprattutto dalla creatività degli artisti e dalle loro ispirazioni. Di fronte all’impalpabile musica liquida, la copertina quadrata di un disco in vinile, con i suoi disegni e il suo profumo, è ancora un prezioso oggetto da collezionare, spolverare e ascoltare nelle sue piccole imperfezioni e nel suo analogico rumore di fondo. Un boom quello del vinile inatteso, tanto che oggi la parte più complessa da affrontare è quella relativa alla produzione: nel mondo le aziende che ancora stampano dischi non sono più di venti, e tutte hanno in comune un problema non da poco, ovvero la necessità di usare macchine con più di quarant’anni di vita alle spalle, presse che hanno stampato milioni e milioni di dischi e che meriterebbero di andare in pensione se ci fossero degni sostituti.

Ma all’alba del 2016, in piena era digitale, non c’è più nessuno che produce macchine per la creazione di dischi, e pure trovarne di vecchie è difficilissimo: molte stamperie hanno mandato tutto a rottamare, distruggendo un patrimonio che oggi sarebbe ancora stato utilissimo. In Italia avevamo più di dieci aziende che stampavano dischi in vinile, ma oggi solo una di queste è ancora viva, la Phono Press di Settala, in provincia di Milano. Phono Press è sul mercato da oltre 30 anni, e solo di recente ha cambiato sede per far fronte alle richieste di un mercato che è effettivamente esploso: “Se fino a qualche anno fa si stampavano dai 1000 ai 2.000 dischi al giorno - ci dice uno dei responsabili - oggi siamo arrivati a 6.000 dischi”. La domanda è esplosa, tanto che in alcuni paesi europei per un ordine la lista di attesa è lunghissima: in Repubblica Ceca chi ordina una stampa deve attendere fino a 6 mesi per ricevere i dischi. Phono Press produce per tutti, ha clienti italiani e clienti europei: “Tutte etichette indipendenti e qualche ordine di major - ci confermano - ma in media ogni ordine non passa i 500 / 1.000 dischi”.


Confrontarsi con macchine di una certa età, in ogni caso, non è un grossissimo problema: “Le macchine che stampano sono molto vecchie, ma trattandosi di sistemi meccanici costruiti alla vecchia maniera metterci mano non è difficile, e abbiamo anche una piccola officina per le riparazioni. Quella – ci indicano con orgoglio – è una vecchissima pressa per dischi manuale che stiamo rimettendo in sesto, è l’unica che permette di realizzare dischi con lavorazioni particolari, ed esempio l’effetto splash”.

Alla Phono Press ci raccontano che qualche azienda che produce ancora presse per vinili esiste, ma il costo di ogni pressa, circa 300.000 euro, è un investimento che oggi non si riesce ad affrontare.
Il problema vero, in realtà, non sono tanto le presse quanto gli altri elementi che compongono la catena di stampa: il nostro viaggio parte infatti dalla sala dove, tramite il processo di “trascrizione”, si trasforma il master inviato dalla casa cinematografica (un file oppure un CD) in quello che può essere definito il “disco numero 0”.
La macchina visibile nella foto sopra è una sorta di giradischi inverso: al posto di una testina ha un cristallo di zaffiro che incide il solco su una lastra di alluminio ricoperta di una particolare lacca, vernice che ad oggi viene prodotta da una sola azienda al mondo. Macchine di questo tipo non se ne fanno praticamente più: la Neumann, azienda tedesca che ha creato quella realizzata in Phono Press, oggi produce solo ottimi microfoni ma ha abbandonato il settore degli apparecchi industriali.

Il disco che viene realizzato tramite il processo di trascrizione è un vero disco che suona, una copia perfetta di quelli che saranno poi i dischi creati dalle presse. Alla Phono Press ci raccontano che la qualità di un disco è determinata al 90% dalla fase di incisione: la profondità delle piste, la distanza tra una pista e l’altra e tanti altri piccoli dettagli determinano poi la dinamica e la qualità dell’ascolto.

 

Le fasi successive del processo di lavorazione sono molto semplici: c’è una prima fase “chimica” che prevede la creazione delle matrici di stampa e successivamente c’è la fase di stampa vera e propria dove intervengono le presse meccaniche. Per stampare servono però le matrici, dei dischi “negativi” realizzati rivestendo il master con uno strato di argento e nichel in bagno galvanico. In questa fase si pensa anche al futuro: viene creato anche un disco madre, una copia perfetta in nichel del disco “0” da tenere in archivio per eventuali ristampe.

La “magia” viene fatta da rumorose macchina dotate di una forza spaventosa: in Phono Press ci sono sei presse che lavorano a pieno ritmo per realizzare i dischi.
Come materiale di partenza vengono usati piccoli grani di pvc, disponibili in diversi colori: questi grani vengono scaldati da una caldaia e trasformati in un “bicchierino” di pvc, un cilindretto che viene letteralmente schiacciato dalla pressa all’interno delle due matrici. Il risultato, come si può immaginare, è il disco stesso: all’interno della macchina in realtà il processo è leggermente più complesso, con una spruzzata di vapore a oltre 200 gradi per ammorbidire il vinile e un passaggio di acqua fresca per raffreddare il disco. In Phono Press ci svelano anche alcuni piccoli dettagli che stupiscono anche alcuni estimatori del vinile: le etichette dei dischi non sono incollate come si potrebbe pensare ma vengono pressate insieme al disco. La carta utilizzata per le etichette è una carta speciale, con un alto grado di porosità, che viene penetrata dal PVC caldo e diventa parte integrante del disco stesso.
Il ritorno del vinile non è un fuoco di paglia, anzi: le aziende ci credono, i consumatori ci credono e anche ai negozi il vinile piace, con le varie catene che hanno iniziato a dedicare uno spazio ai vecchi 33 giri. Perché, come abbiamo già detto in più occasioni, lo streaming è comodo, ma il 33 giri fa godere ancora.







Tecnologia e Motori: le auto del futuro

Il caso Volkswagen cambia le sorti delle quattro ruote, che fra qualche anno saranno molto diverse. E non solo nel motore. Quando, qualche tempo fa, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’Ambiente (Epa) ha scoperto la Volkswagen barava ai test per omologare alcuni modelli diesel - facendoli sembrare, in laboratorio, più ecologici di quanto non lo fossero su strada - è apparso chiaro che si trattava dell’inizio di un terremoto. I cui effetti avrebbero ben presto varcato i confini americani, investito anche i marchi concorrenti (per la maggior parte già dichiarati “colpevoli” da successivi test di laboratori indipendenti) e messo in discussione il futuro stesso dei motori diesel.

 

OCCHIO, DIESEL! E ora? Che conseguenze avrà tutto ciò sulle auto che guidiamo e che guideremo nei prossimi anni? «Il caso Volkswagen ci sta dimostrando che abbiamo raggiunto il limite di ciò che è possibile fare con diesel e benzina. È giunta l’ora di passare a tecnologie di nuova generazione», ha commentato Elon Musk, numero uno di Tesla, una delle principali aziende che producono auto elettriche. In realtà, secondo alcuni specialisti, il colosso tedesco ha barato non perché la tecnologia disponibile non sia in grado di soddisfare le attuali norme sulle emissioni, ma (indovinate un po’?) solo per... sete di profitto: in particolare, installando un filtro per ripulire i gas di scarico più economico (e meno efficace) e lasciando a un software di bordo il compito di ingannare i laboratori dei test, Volkswagen avrebbe risparmiato tra 50 e 335 dollari per ogni vettura incriminata (secondo uno studio dell’osservatorio indipendente Icct, International Council on Clean Transportation). Indirettamente, però, questo conferma che la tecnologia attuale sarebbe in grado di realizzare un diesel (relativamente) pulito e che più che di un problema “da ingegneri” si tratta forse più di una questione da... contabili. E, sempre a proposito di euro, è facilmente prevedibile pure che, d’ora in poi, i motori diesel avranno addosso gli occhi di tutti, compresi quelli di chi ne sta finanziando lo sviluppo. Come la Commissione Europea, che già da tempo ha iniziato a privilegiare le ricerche su auto elettriche, a metano, a idrogeno e ibride (che sono tutte un po’ più indietro) e non tollererebbe un altro scivolone del diesel.

 

AUTO ALLA SPINA? A conti fatti, una tecnologia (quella dei motori a gasolio), che avrebbe i mezzi per competere con le altre, rischia di soccombere per un incidente di percorso. E uno scenario che vede avvantaggiarsi le tecnologie “alternative” è quanto si aspetta anche Masayuki Kubota, della società giapponese di investimenti Rakuten Securities, secondo il quale «la principale conseguenza sarà proprio quella di favorire motori in cui la componente elettrica avrà un peso sempre maggiore». Andiamo dunque verso un futuro dominato dalle “auto alla spina”? Calma. Le macchine elettriche promettono di fare il botto ormai da qualche lustro: sono “pulite” (non emettono gas di scarico), silenziose ed economicamente vantaggiose da usare (con 1 euro di corrente si percorrono circa 50 km, contro i 15 che si coprono con 1 euro di benzina e diesel). Persino il presidente americano Obama aveva auspicato di mettere un milione di veicoli a batterie sulle strade entro l’anno. Eppure, nonostante l’autonomia e le prestazioni siano ormai all’altezza dei bisogni del pendolare medio, i dati di vendita dicono che siamo lontani dall’obiettivo. Il motivo? Per ricaricarle ci vuole ancora troppo tempo (nella maggior parte dei modelli, per “fare il pieno” occorre una nottata), costano parecchio (come accade sempre quando una nuova tecnologia fa il suo debutto sul mercato) e la rete di “rifornimento” è inadeguata (al momento, per avere un’idea, in Italia ci sono 700 colon-fine di ricarica a fronte di 23 mila distributori di carburante). Senza contare che, volendo fare una valutazione completa sulla “bontà ecologica” di queste auto, si dovrebbero mettere nel conto pure le emissioni prodotte per ottenere l’energia per farle camminare.

CARO IDROGENO... Gran parte di queste controindicazioni riguardano anche l’altra “eterna promessa” delle quattro ruote, l’auto a idrogeno: per ottenere il prezioso combustibile (estraendolo da acqua, metano, benzina o gasolio) è infatti necessario consumare molta energia. Ciononostante, diverse case automobilistiche, soprattutto le orientali (Toyota, Honda e Hyundai) sono tornate a puntare su questa tecnologia e cercano di rilanciarla sul mercato dopo alcuni anni di stallo. Anzi, i primi modelli sono già per strada, anche se resta qualche problema: «Le fuel celi, cioè i dispositivi che trasformano l’idrogeno in energia elettrica, sono sempre più efficienti e meno ingombranti», spiega Giampaolo Sibilia di Nuvera, azienda italiana che produce questi sistemi. «Rimangono però costose e lo rimarranno finché non si realizzeranno adeguate economie di scala». Ovvero finché non diventeranno una tecnologia matura e i produttori non avranno recuperato gli investimenti iniziali. Ecco perché, per dire, un’automobile a fuel cell come la Toyota Mirai (poco più di una berlina) negli Usa costa come una Porsche Cayman (circa 58mila dollari)! Nel tentativo di superare questa empasse, alcuni governi hanno pensato di accordare ai veicoli a idrogeno lo stesso sostegno economico che in passato era stato garantito alle auto elettriche e ibride (quelle che oltre al motore elettrico ne hanno uno tradizionale): accade in Giappone e anche in California, dove la Commissione per l’Energia ha investito 27 milioni di dollari per costruire 19 stazioni di rifornimento. Nulla di rivoluzionario, ma meglio del resto del mondo dove le infrastrutture sono quasi inesistenti. Per il futuro un’idea potrebbe essere quella di scegliere l’idrogeno per alimentare le auto del car-sharing, così basterebbero pochi centri di interscambio per rifornire intere flotte. Ma pure in questo caso servirebbero investimenti milionari e sarà ben difficile assistere a un’invasione di auto a idrogeno a breve.

THE WINNER IS... Ora sarà anche più chiaro il perché, quando si tratta di immaginare l’auto che guideremo entro i prossimi 5-10 anni, gran parte degli specialisti scommette sulle ibride, che abbinano ai vantaggi delle auto elettriche (in termini di “pulizia”) i rassicuranti punti di forza di quelle tradizionali (dove il motore a benzina o a gasolio ricarica la batteria quando è agli sgoccioli). In particolare salgono le quotazioni dei modelli “plug-in”, che si ricaricano anche direttamente dalla presa di corrente, proprio come fanno le auto elettriche “pure”: entro il 2017 dovrebbero arrivare sul mercato decine di nuovi modelli.

CHI LE GUIDERÀ? Ma a prescindere da quel che ci sarà sotto il cofano, ciò che potremmo chiederci, pensando alle auto di domani, è se saremo davvero noi a condurle. O se, invece, non avremo a che fare con auto-robot capaci di guidarsi da sole. La sperimentazione di Google, che ha già sguinzagliato i prototipi delle sue auto senza pilota per le strade attorno a Mountain View, sta dando risultati molto promettenti; e pure Apple è impegnata in un progetto (Titan, sul quale lavora uno staff di 600 persone destinate a triplicarsi nei prossimi anni) che prevede di lanciare un’auto a guida parzialmente autonoma per il 2019.
Non tutti, però, sono convinti che l’anello di congiunzione tra il veicolo manuale e quello automatico sarà un’auto che, davanti a situazioni che il computer di bordo non fosse in grado di gestire, cederà il controllo a un conducente in carne e ossa: «In casi simili potrebbe mancare il tempo di richiamare l’attenzione del guidatore», sostiene Alberto Broggi del Vislab di Parma, tra i massimi esperti mondiali sull’auto senza pilota, «affinché possa prendere una decisione informata. Ecco perché ritengo che si passerà direttamente ad auto che non richiederanno alcuna assistenza umana». Che aspetto avranno? «Saranno salotti in movimento, quindi non molto diverse da quelle di oggi». Semmai restano da risolvere alcuni problemi di natura legale ed etica: in caso di “errore” del pilota automatico, per esempio, chi ne risponderebbe, i passeggeri o il costruttore? In una situazione in cui fossero in pericolo sia i passeggeri dell’auto sia altri automobilisti o pedoni, chi verrebbe tutelato dal sistema? Fatto sta che, secondo la società di consulenza Navigant Research, attorno al 2035 si venderanno ogni anno 85 milioni di veicoli capaci di guidarsi da soli, connessi in rete e in grado di cercare autonomamente le informazioni su meteo e traffico lungo il percorso. A noi resterà, al limite, il compito di programmare a distanza la ricarica della batteria o di impostare la temperatura del condizionatore, magari cliccando sul display di uno smartwatch.







Favaro Veneto e Dese con più verde

Il “Bosco di Mestre” si allarga con l’apertura al pubblico di cinque nuove aree nel territorio di Favaro di proprietà della Fondazione Querini Stampalia, ma in usufrutto trentennale al Comune di Venezia: sono i Boschi Campagnazza, Dese Terronazzo, Dese Praello, Zuin, Manente e Cucchiarina sud per complessivi 104 ettari di nuovo bosco.

Questi si vanno ad aggiungere ai 120 già esistenti dei Boschi Ottolenghi, Franca e Zaher, portando a ben 224 ettari il patrimonio boschivo a disposizione del pubblico nel territorio di Favaro. L’imboschimento delle nuove aree è stato realizzato tra il 2006 e il 2007. Le cure prestate per far crescere e sviluppare il giovane bosco, secondo le moderne tecniche selvicolturali, hanno permesso che in soli nove  anni  (tempi  ragionevolmente  brevi)  gli alberi abbiano raggiunto un sufficiente livello di crescita. Il bosco Campagnazza, che si estende su una superficie di 25 ettari ed è accessibile da via Ca’ Colombara, si trova inserito in un contesto prevalentemente agricolo ed è stato progettato pensando a un laboratorio didattico nel campo delle scienze. Proprio in funzione di questo sono state realizzate tipologie di impianto boschivo naturaliforme diverse tra loro, due aree di prato, un campionario di siepi campestri, alcuni arboreti da legno e un’area agroforestale dove realizzare consociazioni tra arboricoltura e agricoltura: tutto ciò con l’obiettivo di esprimere al massimo le potenzialità del bosco. Attorno le altre aree boschive occupano  una  superficie  complessiva  di  79  ettari,  alle  quali  i visitatori possono accedere percorrendo attraverso i boschi e i tracciati erbosi. Progressivamente, anche queste aree verranno dotate di infrastrutture ed arredi. 







Spiaggia per disabili

IL MARE PER TUTTI

Jesolo  Lido  ha  integrato negli  anni  molti  servizi per rendere il soggiorno dei cittadini e degli ospiti con difficoltà motorie di vario genere più comodo.
E’  stato  riorganizzato  il lungomare,  pensato  per essere accessibile anche con sdraio a rotelle.

Si raccorda con molte passerelle che vanno verso la riva, in spiaggia sono disponibili sedie a ruote adatte per muoversi sulla sabbia e raggiungere  con  facilità  l’acqua.  Lungo la spiaggia sono stati realizzati servizi igienici accessibili a persone
in carrozzina. Inoltre marciapiedi e moltissime strutture ricettive idonee per poter muoversi senza difficoltà. Di particolare rilevanza è il parco giochi inclusivo Europa, immerso nel verde e studiato appositamente per tutte le esigenze, senza l’aggiunta di indicazioni per evidenziare giochi o percorsi più adatti a una persona con abilità differenti. Il concetto sul quale è stato progettato il parco è “Stessi giochi-stessi sorrisi” ! Di seguito alcune descrizioni utili. alcuni giochi possono essere utilizzati senza scendere dalla sedia a ruote (sabbiere; fiori chiacchieroni; gazebo; pannelli attivi; ecc.); altri, invece, consentono al bambino disabile di sfruttare le proprie abilità e risorse fisiche per giocare abbandonando la sedia a ruote (castello; scivolo piccolo; rete orizzontale; duna erbosa; ecc.). Si è cercato anche di favorire l’autonomia del bambino adottando accorgimenti che gli consentano di salire e scendere da solo dalla sedia a ruote. I materiali usati per la pavimentazione consentono una mobilità confortevole anche a bambini su sedia a ruote, e la possibilità  di  gattonare  su  superfici  morbide  e  drenanti.  Le variazioni cromatiche e di consistenza della pavimentazione, e i cerchi bianchi dipinti sulla superficie scura, forniscono ai bambini ipovedenti informazioni utili per orientarsi all’interno dell’area giochi e per riconoscere le aree di potenziale pericolo.Sull’arenile antistante l’ospedale di Jesolo, la spiaggia di Nemo mette gratuitamente a disposizione delle persone diversamente abili 56 ombrelloni in ampie piazzole (alcune
provviste di pedana a 360 gradi per accogliere carrozzine), un parcheggio auto sul fronte spiaggia, servizi igienici, cabine accessibili con ausili per la mobilità e servizio di salvataggio. L’accesso avviene attraverso l’ingresso dell’Ospedale di Jesolo.
All’arrivo, l’utente deve esibire la prenotazione dell’ombrellone in portineria; personale dell’Ulss 10 consegna la chiave che permette l’accesso all’area di sosta riservata e all’apertura del cancello per l’ingresso in spiaggia. Insomma a Jesolo l’accoglienza e l’attenzione alla persona è un principio sul quale si è costruita e continua a costruirsi la città e i suoi servizi.
 







Lavorare all'estero

Se “trasferirsi all’estero”, “emigrare” e “cambiare vita” sono espressioni entrate nei vostri pensieri e spadroneggiano ormai nel vostro vocabolario quotidiano, sappiate che non siete soli. Secondo gli ultimi dati Censis sono oltre 2 milioni i giovani under 35 che tentano di recarsi all’Estero in cerca di possibilità lavorative. Un viaggio che affrontano sempre più, laureati o meno, nella speranza di trovare lavoro in un nuovo Paese e mettere a frutto gli studi di una vita. Ma quali sono le destinazioni più amate dagli Italiani che decidono di trasferirsi per sempre? Quali sono le Nazioni che offrono più possibilità lavorative? Skyscanner ha individuato i Paesi che suscitano maggior interesse nei giovani cervelli in fuga dall’Italia. Dal Canada all’Australia, passando per il Belgio e gli Stati Uniti, ecco 10 paesi diversissimi, per scenari, tradizioni ed economia, dove provare a trovare lavoro.


NUOVA ZELANDA
Se si è alla ricerca di un cambio radicale, ma non si vuole rinunciare ad una vita fatta di mare e di sole, la Nuova Zelanda potrebbe fare al caso vostro. La disoccupazione è al 6% e, se si parla inglese, non si avranno grandi difficoltà a trovare subito una buona occupazione. Per lavorare in Nuova Zelanda è obbligatorio un apposito visto, ma per richiederlo è quasi sempre necessario avere un contratto o una promessa di assunzione. Se si ha un’età compresa tra i 18 e i 30 anni si può prendere parte al programma Working holiday. Ciò permette di ottenere un visto turistico vacanza-lavoro di dodici mesi, che consente di cercare lavoro una volta a destinazione.

STATI UNITI
Il sogno americano è, ed è stato, un po’ il sogno di tutti. La situazione lavorativa negli USA sta migliorando e dal 2010 a oggi il tasso di disoccupazione è sceso dal 10 al 7,3%. Le leggi sull’immigrazione e sugli stranieri sono abbastanza rigide ed è necessario richiedere uno specifico visto, onde evitare problemi che vanno dall’espulsione immediata fino ad arrivare al carcere. Per poter vivere e lavorare negli Stati Uniti è importante avere già trovato un’occupazione prima di partire, specificandolo nel visto. Per iniziare una vita in questa nazione è insomma importante superare certi ostacoli, ma ne vale sicuramente la pena, soprattutto pensando alle infinite possibilità (non solo professionali) qui presenti, che nel corso dei decenni hanno spinto migliaia d’italiani ad emigrare e a raggiungere questo Paese.

BRASILE
Da diversi anni il Brasile sta vivendo un boom economico che l’ha portato ad avere il sesto PIL del pianeta. In vista dei prossimi Mondiali di Calcio e delle Olimpiadi si stanno costruendo innumerevoli infrastrutture, cosa che, assieme all’esportazione di materie prime, rappresenta una parte importante dell’economia odierna del Paese. Al momento la nazione ha un notevole bisogno di personale qualificato e, nonostante i titoli di studio non vengano riconosciuti, si può decidere di seguire un lungo processo burocratico per renderlo valido. Se poi ci si rivolge alle aziende italiane presenti sul territorio sarà sufficiente la laurea italiana per lavorare in Brasile. Il tasso di disoccupazione è di poco superiore al 6%, lo stile di vita particolarmente rilassato, losplendido clima e una natura che la fa ancora da padrona rappresentano le ragioni principali che spingono tanta gente a iniziare qui una nuova vita.

REGNO UNITO
In Inghilterra la disoccupazione sta diminuendo e negli ultimi mesi si è assestata al 7,4%. In tanti continuano a preferire Londra per le numerose opportunità presenti e la dinamicità del mercato lavorativo. Trovare un’occupazione per sbarcare il lunario e iniziare a conoscere questa metropoli non è affatto difficile, mentre lo è ambire a ruoli più qualificati, soprattutto se non si ha un curriculum sopra la media. Altre località presentano meno competizione (soprattutto quelle più piccole), ma per raggiungerle e spostarsi è necessario disporre di un mezzo proprio. La comunità italiana in tutto il Regno Unito è abbastanza grande e conta oltre le 550.000 unità.

BELGIO
L’economia belga è una delle migliori del continente e la qualità della vita è ottima. Conoscere il francese e l’inglese rappresentano il più delle volte un requisito importantissimo per lavorare qui, cosa che da sempre è anche il principale ostacolo per il trasferimento. Il tasso di disoccupazione è del 9%. Incontrare altri italiani in Belgio non è affatto un problema e secondo i dati dell’AIRE, ne sono presenti quasi 240.000.
 
CANADA
Questa nazione nord americana è considerata una delle migliori al mondo per quanto riguarda lavoro, libertà d’informazione, civiltà, felicità, onestà, sostenibilità ambientale e tanto altro ancora. Tutte cose che nel corso degli anni hanno portato innumerevoli persone ad iniziare qui una nuova vita, senza tralasciare il fascino dei grandi paesaggi, dai laghi alle montagne. Le possibilità lavorative sono tantissime e tra le ultime segnaliamo questo bando che consente a chi ha tra i 18 e i 35 anni, di soggiornare in Canada per un anno, senza aver bisogno del visto. La conoscenza della lingua inglese rappresenta un requisito fondamentale per vivere e lavorare qui (un punto in più, se si conosce anche il francese).

AUSTRALIA
L’Australia rappresenta uno dei sogni per tantissimi italiani che vogliono iniziare una nuova vita all’estero. Gli stipendi sono alti, il costo della vita è equilibrato, il tasso di disoccupazione è abbastanza basso (6%) e in generale si vive molto bene. Pensate cosa dev’essere poter raggiungere paesaggi mozzafiato e godere di scenari da sogno, le attrazioni naturali qui sono un vero spettacolo! I requisiti indispensabili per presentare una domanda di emigrazione come lavoratore dipendente in Australia sono: età non superiore ai 45 anni, conoscenza della lingua inglese e possesso di una qualifica professionale.

SVIZZERA
Nella vicinissima Svizzera il tasso di disoccupazione è appena al 4,7%, cosa che ha reso questa nazione una delle più ambite dagli italiani in cerca di lavoro. Ad oggi sono oltre 500.000 i residenti e discendenti di nostri connazionali presenti nel Paese. Siti come Comparis offrono tutte le informazioni necessarie per organizzare e trasferirsi in Svizzera, cercare casa e lavoro. Questa destinazione viene talvolta ritenuta un po’ rigida dal punto di vista delle leggi e della regole di vita, ma se trovare lavoro è la vostra priorità, qui andrete sul sicuro. Va inoltre ricordato che la Svizzera è la seconda nazione al mondo per quanto riguarda il tasso di felicità della popolazione.

SVEZIA
Il tasso di disoccupazione in Svezia è dell’8% e la qualità della vita è ottima. Certamente non è un luogo semplice dove iniziare un nuovo percorso, viste le temperature rigide e la necessità immediata di conoscere l’inglese. Il turismo è uno dei settori trainanti e riguarda soprattutto località quali Stoccolma, Göteborg e Malmo. La nazione presenta un capitalismo competitivo, dove non manca comunque la presenza dello Stato, capace di dare lavoro al 30 per cento della popolazione attiva lavorativamente. La Svezia è nota per essere la quarta nazione più competitiva al mondo e non soprende che da qui provengano marchi affermati in tutto il mondo, come Ikea, Scania, Ericsson, Electrolux, Volvo e H&M.

ARGENTINA
In questa parte del sud America, la situazione lavorativa sta migliorando e il tasso di disoccupazione è sceso al 7%. In Argentina oltre il 50% della popolazione presenta discendenza italiana e arrivare con una conoscenza più che discreta dello spagnolo può aprire importanti opportunità lavorative, soprattutto se si dispone di una qualifica professionale. Se poi si parla anche inglese, allora le possibilità saranno  maggiori e con un po’ di fortuna si potrà riuscire a mantenersi anche in città come Buenos Aires, nota in tutto il mondo per la sua eleganza e la sua bellezze.







Oriente e Occidente: menti a confronto

Cinesi e coreani ragionano come noi? No: le neuroscienze insegnano che cosa possiamo imparare da loro... e loro da noi. Se sta male, un europeo soffre più di un giapponese o di un coreano. Tende ad autoaccusarsi e a rimuginare, alimentando così l’ansia e la
depressione.

Inoltre si preoccupa per quello che potrebbe perdere ed è insoddisfatto per quello che non ha. L’uomo occidentale è il nemico di se stesso, invece che il proprio alleato.
Lo aveva capito, negli Anni ‘70, Jon Kabat-Zinn, giovane e promettente biologo molecolare al Mit di Cambridge  (Massachusetts)  negli  Stati  Uniti.  Era l’epoca della New Age, e la passione per l’Oriente aveva contagiato America ed Europa. Una moda passeggera,  dicevano  i  colleghi  diffidenti.  Ma  Kabat-Zinn  non  la pensava così: era colpito da alcune pratiche di meditazione buddista che sembravano facilitare il distacco dalle cose terrene, liberando dalla sofferenza.

ARRIVA LA MINDFULNESS.Invece di considerare la spiritualità orientale incompatibile con la scienza, Kabat-Zinn prese i concetti fondamentali del buddismo, ne riformulò il linguaggio religioso e costruì un protocollo terapeutico che battezzò “Mindfulness-Based Stress Reduction” (riduzione
dello stress basata sulla consapevolezza). A questo punto introdusse il protocollo in un ospedale del Massachusetts e ne verificò l’efficacia con i criteri e i protocolli della medicina moderna. Era il 1979, e i risultati di quella felice integrazione tra Oriente e Occidente si apprezzano oggi con il successo della “Mindfulness”, una delle pratiche di origine orientale che gode di maggior credibilità nel mondo occidentale.

Tra i risultati più recenti di questa disciplina, che oggi viene applicata a innumerevoli campi , spicca il dato pubblicato quest’anno su Lancet, una delle riviste più  autorevoli  in  campo  medico:  la  Mbct,  cioè  la  terapia cognitiva  basata  sulla  Mindfulness,  ha  la  stessa  efficacia dei farmaci nel prevenire le ricadute della depressione. Per chi soffre di questa malattia, quindi, le medicine non sono più l’unica opzione. L’alternativa, però, non è una passeggiata. «La pratica della Mindfulness richiede molto impegno, ed è quindi in antitesi con la mentalità occidentale, abituata ad affidarsi a pillole e compresse», avverte Fabio Giommi, fondatore e presidente dell’Associazione italiana per la Mindfulness. «Ma il risultato è quello di “cambiare la mente”». La trasformazione che avviene nel cervello è stata descritta da un recentissimo articolo pubblicato su Nature
Neuro-science: la Mindfulness sembra modificare soprattutto le regioni coinvolte nel controllo dell’attenzione (corteccia cingolata anteriore e striato), nella regolazione delle emozioni (regioni prefrontali e limbiche) e nella consapevolezza (insula, corteccia cingolata posteriore e precuneo). In un certo senso, potremmo dire che, con la Mindfulness, la mente si “orientalizza”.

LINGUAGGIO E MUSICA. «Sostenere che esista una mente occidentale e una orientale è però fuorviante: la mente è una  sola»,  avverte  Giommi.  «Certo,  la  cultura  orientale  e quella occidentale sono profondamente diverse, e possono influenzare lo sviluppo del cervello, che notoriamente è
“plastico”. Ma è anche vero che oggi, con la globalizzazione, tra Oriente e Occidente le differenze si stanno assottigliando». Così, se da una parte l’Occidente continua a subire il fascino di pratiche orientali come lo yoga e la meditazione, l’Oriente  si  sta  a  sua  volta  occidentalizzando,  e  con  una
velocità ben più sorprendente, tanto che al momento è difficile prevederne le conseguenze. Ma  quali  sono  le  principali  differenze  tra  noi  e  loro  nel modo  di  pensare?  A  indagarle  è  la  disciplina  emergente delle neuroscienze culturali, che si avvale delle tecnologie di imaging per visualizzare la struttura del cervello.

Innanzitutto  c’è  un  dato  numerico:  il quoziente d’intelligenza. Se in Occidente la media è 100, tra gli asiatici la media è 106, con una punta di 113 a Hong Kong. Una differenza in linea con il rendimento scolastico emerso dal progettoPisa  (Programme  for  international  student  assessmenche coinvolge gli studenti di tutto il mondo: gli asiatici (e i cinesi in particolare) svettano sugli occidentali. Come mai? Una delle ragioni, almeno per la Cina, potrebbe essere la lingua. Uno studio recentemente pubblicato su Pnas, che ha confrontato le aree del linguaggio nei cervelli cinesi e inglesi, ha mostrato che oltre alle già note regioni dell’emisfero sinistro, nei cervelli cinesi si illumina anche una regione dell’emisfero destro che noi occidentali utilizziamo per elaborare la musica. La ragione è semplice: il cinese è una lingua tonale, e lo stesso suono può avere significati completamente diversi a seconda della tonalità con cui viene pronunciato. Che sia questo coinvolgimento cerebrale più ampio a rendere ragione, almeno in parte, della superiorità dei cervelli d’Oriente? Nel dubbio, sempre più occidentali (compresi Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, e il principe William d’Inghilterra) stanno studiando il mandarino.

PROSA VS POESIA.Tra Oriente e Occidente sembra essere diverso anche il modo di comunicare. Da noi si parla molto, si dà importanza al contenuto e si preferisce la prosa; in Oriente si parla meno, si dà risalto alla forma e si predilige la poesia. A partire dai testi sacri: basti pensare ai mantra
tibetani, ripetuti all’infinito, poiché il loro suono è più importante del loro significato. Secondo Christopher Bollas,  tra  i  più  noti  psicoanalisti contemporanei e autore di La mente orientale (Raffaello Cortina editore), mentre il linguaggio occidentale è esplicito e chiaro, marcando le differenze e separando i confini tra  chi  parla  e  chi  ascolta,  quello  orientale  è  implicito  e ambiguo, denso di analogie e metafore, e tende a unire più che a dividere. Il che si riflette anche in una diversa concezione di sé e del mondo.

Lo ha dimostrato Joan Chiao, ricercatrice di origini cinesi alla  Northwestern  University  (Usa),  nel  2009.  C’è  una  regione  del  cervello  subito  dietro  la  fronte,  nella  corteccia prefrontale mediale, che si illumina quando una personadescrive se stessa, e che quindi si ritiene rappresenti il sé.
Ebbene, nei volontari cinesi la stessa regione si illumina anche  quando  descrivono  la  loro  madre:  questo  perché, suggerisce  Chiao,  gli  occidentali  tendono  a  vedersi  come autonomi e unici, i cinesi come connessi a un insieme più ampio.

IN ARMONIA CON IL MONDO.«Le epopee occidentali, a partire da quella sumerica di Gilgamesh, esaltano l’individuo che parte da solo alla conquista del mondo e che fa di tutto per lasciare una traccia di sé», nota Bollas. «Gli antichi testi cinesi e indiani sottolineano invece il dovere di vivere in
armonia con gli altri e con la natura, e insistono sulla transitorietà e insignificanza della vita umana». Gli occidentali subiscono il fascino del furfante, celebrano gli avventurieri, gli  individui  che  sfidano  la  tradizione.  Invece,  secondo  il confucianesimo  e  il  buddismo,  il  compito  dell’uomo  non
è distinguersi dal gruppo, bensì prendere le distanze dalle debolezze terrene per unirsi all’anima universale. Queste  differenze  sono  legate  anche  a  ragioni  storiche. «Mentre in Occidente si affermava la cultura democratica della polis, e insieme le dispute dell’agorà, in Cina il potere si centralizzava, favorendo una cultura della sottomissione e un’etica della cooperazione».

DISTINGUERSI O UNIFORMARSI. Le neuroscienze sembrano confermarlo. Nel 2009, la psicologa Nalini Ambady della Tufts University, sempre negli Usa, ha mostrato a un gruppo di volontari disegni di persone in posizione sottomessa  (con  la  testa  china  e  le  spalle  ricurve)  o  in  posizione
dominante (con lo sguardo diretto e le braccia incrociate). Il circuito dopaminergico della ricompensa si è attivato di più nel primo caso per gli asiatici, nel secondo per gli americani. A riprova di una differenza di valori: per i primi è preferibile sottomettersi, per i secondi imporsi.
Richard Nisbett, psicologo sociale all’Università del Michigan, ha dimostrato che, quando guardano una scena (per esempio un pesce che si muove nell’ambiente marino, o un  elefante  nella  giungla),  gli  statunitensi  focalizzano  lo sguardo sull’oggetto centrale, gli asiatici sull’ambiente circostante. È come se gli occidentali, nel loro rapporto con la realtà, usassero lo zoom, gli orientali il grandangolo. E che i primi siano legati ai valori dell’affermazione individuale e  dell’indipendenza  mentre  i  secondi  a  quelli  dell’armonia con l’ambiente e dell’interdipendenza lo conferma anche un altro esperimento, in cui ad alcuni volontari è stato chiesto di scegliere tra 5 penne, 4 rosse e una verde: gli occidentali hanno scelto in maggioranza la verde, gli asiatici
una delle penne rosse.

DIVERSE ANCHE LE “FACCINE”. C’è  infine  una  differenza emersa più di recente, grazie alla diffusione degli emoticon. Masaki Yuki, giovane ricercatore all’Università di Hokkaido, in Giappone, racconta di aver impiegato parecchio tempo a capire il senso delle più diffuse “faccine” occidentali, quali:-) o :-(. In Giappone la modalità di rappresentare un viso felice o triste era ben diversa, e cioè rispettivamente (^_^) e (;_;).

Lo  psicologo  intuì  che  alla  base  c’era  una  differenza  socioculturale: dimostrò infatti che per leggere le emozioni, i giapponesi guardano gli occhi, gli americani la bocca. Secondo Yuki, i giapponesi ridono raramente perché la cultura nipponica esalta la conformità, l’umiltà e la repressione delle emozioni, considerati tutti tratti importanti per promuovere le relazioni.
Le emozioni trapelano comunque dagli occhi, che sono più difficili da controllare. Invece un sorriso a 32 denti come quello di Julia Roberts, che tanto piace agli occidentali e che l’attrice ha assicurato per 35 milioni di dollari, peri giapponesi risulta innaturale e disturbante.
Paese che vai... 







Phubbing e rapporti sociali

Cos’è il Phubbing? Quante volte vi è capitato di trovarvi a cena, in un locale o anche solo sul tram la mattina e avere di fronte a voi un amico o un conoscente che, mentre parlate, non vi presta attenzione ma continua nelle sue attività social sul cellulare?

Questo modo di fare si è trasformato prima in uno spiacevole trend e poi in un fenomeno di massa, e proprio come l’ultima novità del momento ecco un nuovo vocabolo da aggiungere al vostro dizionario di tutti i giorni: phubbing.
Il phubbing combina i termini inglesi phone e snubbing, ossia il nome telefono e il verbo snobbare, ignorare, trascurare: si tratta di un verbo nato per indicare coloro che, durante le più comuni attività sociali, non si limitano a leggere mail, ma continuano a controllare e aggiornare le proprie attività su Facebook, Instagram, Whatsapp e altri network. Per combattere questo maleducato e fastidioso trend è nato anche un sito, www.stopphubbing.com, che vuole boicottare il phubbing (oltre ad essere un interessante viaggio nel mondo per scoprire le città in cui le interazioni sociali sono drasticamente affette da questo nuovo fenomeno).
Il costante bisogno di essere aggiornati e comunicare al mondo quello che ci accade può essere un modo interessante di condividere, ma non bisogna dimenticarsi che alla base di ogni interazione c’è la comunicazione, quella verbale, semplice, capace di rendere una pausa caffè un po’ meno tecnologica e più “umana”.
Dilaga talmente tanto questo nuovo “stile” che qualcuno è arrivato a dire “La mia vita è diventata la principale distrazione dal telefono”.
È il segnale che, nelle situazioni patologicamente più preoccupanti, il paradigma si è capovolto: non è più l’onnipresente aggeggio (lo smartphone, il tablet, lo smartwatch, quello che vi pare) a costituire una distrazione per la quale sentirsi magari pure in colpa. Tutto il contrario: è piuttosto chi ha avuto la sfortuna di capitare con quel 46,3% di partner protagonisti di phubbing a incarnare un irritante distoglimento dal display. Come dimostra un primo test incluso nello studio “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” firmato da James Roberts e Meredith David pubblicato su Computers in Human Behavior, Il phubbing, è più diffuso di quanto si pensi. E tutti ne siamo probabilmente portatori sani. Piazzare il telefono di fronte alla propria faccia, ingombrando il campo visivo con l’interlocutore, oppure sfoderare il dispositivo – sempre che non sia già adagiato per esempio di fianco alle posate – ogni volta che la conversazione perde un po’ d’intensità e interesse è una pratica diffusissima soprattutto tra i più giovani, ma non solo. L’indagine di Roberts e David dimostra che il 46,3% degli intervistati (campione assai ristretto, 145 persone) ha dichiarato di essere stato “vittima” di simili, sgradevoli trattamenti.
Ma le sorprese arrivano da altri risultati: più di un terzo (36,6%) ha riconosciuto che non ricevere la giusta attenzione dal partner, impegnato come se non ci fosse un domani ad adorare il suo Manitou digitale, e  provoca una certa tristezza che il 22,6% abbia riconosciuto che questo atteggiamento ha scatenato problemi nella relazione.
“Quel che abbiamo scoperto è che quando qualcuno percepisce che il proprio partner lo sta ignorando dedicandosi al telefono, questo crea dei conflitti e conduce a più bassi livelli di soddisfazione nella relazione – ha detto Roberts al magazine della Baylor University– questi bassi livelli portano a loro volta a minore soddisfazione quotidiana e, magari, ad elevate soglie di depressione”.

Ennesima testimonianza, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’ecosistema in cui siamo immersi sta cambiando quasi sempre senza che ce ne rendiamo conto e sta costruendo mutamenti profondissimi nel modo in cui ci relazioniamo. Un lavoro chirurgico al quale non riusciamo a contrapporre un’ecologia decente, cioè una nuova grammatica delle relazioni con questi oggetti che tante opportunità producono ma altrettanti fronti spalancano negli equilibri quotidiani.
Anche e soprattutto nelle situazioni più minimali come una cena fuori o una serata di relax sul divano: è l’essere in carne e ossa che vive o in quel momento trascorre il suo tempo con noi, dicono simili indagini, a divenire l’ingrediente sbagliato, il motivo di disagio rispetto a un flusso comunicativo ininterrotto che transita dalle protesi digitali. Forse sarebbe bene prenderne atto e modificare questo atteggiamento.







Call center pazzi

AGCOM DICE BASTA!
L’Autority emana delle nuove raccomandazioni per limitare il dilagare di offerte truffaldine da parte dei call center che “martellano” i telefoni degli italiani negli ultimi mesi.


Da adesso, se le raccomandazioni verranno recepite dai gestori, saranno validi solo i contratti in cui tutte le condizioni sono state inviate per posta (anche elettronica) al potenziale cliente.

Stop al call center “impazzito”: a dirlo è l’AGCOM che ha deliberato delle nuove regole (ma meglio sarebbe dire “raccomandazioni”) per contenere il dilagante fenomeno dei call center truffaldini che promettono condizioni contrattuali incredibilmente convenienti che però non rispecchiano affatto il contratto di cui chiedono la sottoscrizione o che “martellano” con chiamate ripetute, forti dell’impossibilità di essere tracciati realmente.

I casi sono oramai moltissimi e riguardano tipicamente contratti telefonici, mobili e residenziali, e utenze luce e gas ma anche PayTv. Un malcostume che si sta diffondendo a macchia d’olio: da tempo si denunciano casi di vero e proprio stalking telefonico, come il buffo caso toccato ad una famiglia che ha ricevuto oltre 40 chiamate dal medesimo call center in un pomeriggio.

Anche Striscia la Notizia si è occupata recentemente del tema arrivando alle solite conclusioni: si tratta in larga parte di call center esteri che comunicano attraverso numeri solo apparentemente italiani via linee VOIP (cioè via Internet), spesso neppure direttamente incaricati dalla utility coinvolta ma oggetto di subappalto da parte di agenzie autorizzate.
Le indicazioni emesse dall’AGCOM (che speriamo vivamente vengano considerate “legge” dalle telco e dalle altre utility) stabiliscono alcuni semplici ma cruciali punti:

L’operatore telefonico deve qualificarsi, dare le proprie generalità o il codice identificativo e chiarire immediatamente lo scopo commerciale della propria telefonata
Nel caso in cui il consumatore sia intenzionato ad accettare l’offerta, l’operatore del call center, deve inviare tutta la documentazione relativa all’offerta stessa, con condizioni e note, al cliente, per posta ordinaria o, previa autorizzazione, anche posta elettronica; in alternativa può mostrarle su un’area privata e intestata all’utente del sito aziendale, a patto che non sia modificabile in un secondo tempo.

Il contratto si ritiene perfezionato solo dopo che il consumatore comunica l’accettazione dell’offerta e dichiara di aver preso completa visione della documentazione contrattuale inviata al punto precedente. Solo da questo momento decorrono i termini per il diritto di recesso.

Questo vuol dire che non dovrebbe più essere possibile sottoscrivere offerte di alcun tipo solo per via “verbale”; o meglio, la conferma del consumatore può anche essere verbale e opportunamente registrata, ma le condizioni contrattuali, che sono spesso costellate da note e condizioni, non possono essere semplicemente “raccontate” ma necessitano di opportuna lettura di dettaglio da parte del consumatore stesso.
In questo modo si spera di porre fine a vere e proprie truffe mascherate da “telemarketing aggressivo” che purtroppo stanno mietendo vittime soprattutto tra le fasce più deboli della popolazione. In più, cercando di mettere fuori gioco i call center meno seri, si prova finalmente ad arginare il fenomeno delle chiamate ossessive e ripetute, stante l’attuale completo fallimento del registro delle opposizioni che – oramai è evidente a tutti – non è certo uno strumento che permette all’utente di difendersi dallo stalking telefonico commerciale.

Gli unici dubbi sono legati al potere dell’AGCOM di “pretendere” l’adesione a queste linee guida da parte delle utility: trattandosi di pure raccomandazioni, sembra difficile che tutti si mettano immediatamente in riga, anche se è lecito almeno sperarlo.







Grandi navi fuori dalla laguna?

IL PROTOTIPO DELLA MOTONAVE

“Turisti trasbordati su motonavi a impatto zero”. Il prototipo dell’imbarcazione proposta dai fautori del progetto Venis Cruise 2.0 alla bocca del Lido è stato presentato a Venezia.

La partita si gioca su più tavoli, perché non esistono solo il canale Contorta e il Vittorio Emanuele sul fronte delle grandi navi. All’esame del ministero ci sono anche progetti alternativi che continuano a essere analizzati e, al bisogno, migliorati. Èil caso del Venis Cruise  2.0,  ossia  della  piattaforma  offshore all’esterno della bocca di porto del Lido di Venezia che punta a estromettere in toto le grandi navi dalla laguna, con un occhio anche ai costi. Parte delle infrastrutture rimovibili del cantiere del Mose, infatti, i proponenti vogliono sfruttarle per la nuova infrastruttura, che si dovrebbe caratterizzare per sostenibilità e costi «concorrenziali» rispetto perlomeno allo scavo del ContortaSant’Angelo.

Le novità sul progetto sono state presentate qualche settimana fa alla Scoletta dei Calegheri, dove le aziende proponenti, la Duferco Sviluppo srl e la DP Consulting, hanno illustrato le caratteristiche della piattaforma e a che punto ci si trova della Valutazione di impatto ambientale in corso al ministero dell’ambiente, in vista anche dei pareri che dovranno essere espressi dalla Regione e dai Comuni di Venezia e Cavallino-Treporti, interessati entrambi dal progetto. Per questo motivo all’incontro sono stati invitati anche il primo cittadino del capoluogo lagunare Luigi Brugnaro, alfiere invece dello scavo del Vittorio Emanuale, e di Cavallino-Treporti, Roberta Nesto. Gli organizzatori sottolineano che sono stati presentati anche gli aggiornamenti alla proposta originaria, oltre che i risultati delle prove di simulazione delle manovre di ingresso e uscita delle navi da crociera rispetto al nuovo terminal, che hanno ottenuto il nulla osta della capitaneria di porto di Venezia. Le novità risiedono anche nella fase successiva all’attracco della grande nave: per raggiungere la Marittima, infatti, è stato messo a punto il prototipo di una motonave a basso impatto ambientale che servirà per il trasbordo dei passeggeri. Si tratta di un catamarano a doppio scafo che dalla bocca di porto del Lido alla Marittima impiegherà cinquanta minuti di tragitto. Potrà trasportare 1200 persone e sarà lungo 58 metri, con una propulsione ibrida a diesel e a batterie (che verranno utilizzate nel bacino di San Marco e nel canale della Giudecca per garantire un impatto inquinante praticamente nullo sull’ambiente lagunare).







Gli adolescenti e lo sport

Lo sport come educazione alla vita: impegnarsi, affrontare gli allenamenti con metodo, tenacia, pazienza, senza scoraggiarsi, anche di fronte alle sconfitte, per poter poi apprezzare la bellezza di una vittoria, frutto di tanti sacrifici. È ancora questa la filosofia con cui i ragazzi affrontano oggi le attività sportive?

Il  gioco  sportivo  non  è  solamente  fonte  di  piacere  e  benessere,  ma  anche  una  modalità  di  apprendimento.  In  adolescenza  in  particolar  modo, la  pratica  sportiva  costituisce  un  importante  occasione  di  sviluppo,  assolvendo  funzioni  di  crescita  individuale,  sociale,  cognitiva  ed  emotiva. Lo  sviluppo  degli  obiettivi  e  la  presa  di  decisioni sono  aspetti  della  vita  di  tutti  giorni,  ed  il  gioco sportivo promuovendo la programmazione, le regole, l’impegno e la fatica, aiuta l’individuo a riproporre questo, nelle scelte quotidiane di vita al di fuori dell’ambiente sportivo.
Lo  stesso  processo  vale  anche  per  gli  aspetti  emotivi,  in cui la capacità di tollerare la frustrazione di una sconfitta, dell’incappare  nell’errore,  porta  inevitabilmente  a  “fare  i conti” con i propri limiti confinando il proprio ego e accettando la sconfitta come esperienza di crescita e di miglioramento. In adolescenza lo sport diviene uno strumento di conoscenza di sé. I ragazzi imparano a misurarsi con loro stessi, a conoscere il proprio corpo, le proprie abilità e, soprattutto negli sport di squadra, sperimentano il confronto con gli altri, collaborando in modo leale e rispettoso. Tutto questo assume una più grande rilevanza in quanto, promuovendo processi di socializzazione, cooperazione e strategie di abbassamento della conflittualità, fa sì che l’altro sia vissuto come risorsa e l’esperienza della condivisione restituisce fiducia nel gruppo e in sé stessi.

L’adolescente e la squadra
La squadra costituisce un importante gruppo di appartenenza  per  l’adolescente,  di  cui  sentirsi  parte  e  con  cui identificarsi.  La squadra è un gruppo “diverso” dai gruppi adolescenziali spontanei; è formato al tempo stesso da coetanei ed adulti, l’allenatore è identificato come la figura adulta di riferimento e queste caratteristiche, peculiaridel  gruppo  sportivo,  assolvono  a  vari  bisogni  e  funzioni. I coetanei, con cui si instaurano rapporti reciproci di interdipendenza, solidarietà, collaborazione e competizione, promuovono lo sviluppo del senso di comunanza. La condivisione di obiettivi comuni, l’accettazione delle regole utili allo  svolgimento  della  gara,  la  cooperazione,  il  reciproco senso di appartenenza tra l’individuo e il gruppo, rinforzano la coesione del sé e contribuiscono alla presa di coscienza della propria identità. Inoltre, attraverso il proprio apporto  al  lavoro  collettivo  si  alimenta  la  sensazione  di sentirsi utili e competenti, aumentando la propria autostima. Il ruolo dell’allenatore che guida ed indirizza, aggiunge al gruppo funzioni normative, di sostegno e di responsabilità, funzioni queste, maggiormente identificabili all’interno delle famiglie.

L’aggressività
Le  funzioni  di  cui  abbiamo  parlato,  indirizzano  inoltre  l’individuo  nell’incanalamento  dell’aggressività tanto  che  la  pratica  sportiva  può  fungere  come  strumento  di  prevenzione  al  disagio  psichico  e  sociale  promuovendo  l’interiorizzazione  delle  norme,  valori  e  obiettivi,  caratterizzanti  la  cultura  sportiva  e  in  particolare del  gruppo  di  appartenenza.  L’aggressività,  la  rivalità  e la  competizione,  possono  essere  vissute  ed  espresse  attraverso  il  gioco,  con  modalità  socialmente  riconosciute.
Lo sport diviene quindi uno strumento educativo fondamentale, ciò che si apprende sul campo da gioco diventa riproducibile nella vita. Le funzioni positive e benefiche della pratica sportiva fino ad ora esposte, dipendono in modo imprescindibile dalla modalità con cui si vive e si pratica lo sport. Fondamentale è come ci si accosta a tale attività.

L’adolescente e l’approccio all’attività sportiva
Spesso la buona riuscita nella disciplina sportiva diviene motivo  di  stress  per  l’adolescente,  la  pressione  psicologica della performance e le aspettative vincenti da parte dell’ambiente circostante, potrebbero divenire fattori di disagio o/e disturbi psicologici. Se la prestazione è accompagnata da un’eccessiva ansia, da numerosi insuccessi sportivi, uniti a giudizi colpevolizzanti, il senso di autoefficacia viene ridotto, questo può generare vissuti frustranti tali da provocare la perdita di interesse per l’attività svolta (burnout) e l’abbandono della pratica sportiva (drop-out)
Questi due ultimi fenomeni sono molto frequenti tra gli adolescenti  soprattutto  nel  mondo  della  pratica  sportiva agonistica.   Da  numerose  indagini  svolte  in  diverse  città italiane, emerge che i giovani sembrano non tollerare più la“corazza” imposta da un agonismo esasperato, che alberga
più nei pensieri delle figure adulte che ruotano intorno al sistema sportivo. Vi è un senso di “riacquistata libertà” e di maturazione, per uno “sport dal volto più umano”. Ma una seconda chiave di lettura del fenomeno, permette ad altri  di  affermare  invece  che  vi  è  una  minore  volontà  al sacrificio, all’impegno ed alle regole, che spinge i giovani verso una pratica più divertente, meno agonistica e stressante, oltre che verso scelte diverse dal contesto sportivo.
Il fenomeno, però, può anche spiegarsi con l’incapacità del sistema sportivo di rinnovarsi, di offrire modelli nuovi e più eccitanti e che metta in conto anche le molteplici “offerte” di una società profondamente mutata. Sembra così spiegarsi anche l’elevata percentuale di “abbandono sportivo” (drop out) nell’attività sportiva giovanile. Da medesimi studi si può evincere che vi sono circa un 33% di ex-praticanti fra gli studenti delle scuole secondarie di primo grado, che hanno già avuto esperienze legate al mondo dello sport, ma  hanno  anche  già  perso  interesse  per  questo  mondo.
Fra i fattori che possono aver influenzato un numero così elevato di giovani nella decisione di abbandonare la pratica sportiva,emerge che il 77,9% dei ragazzi ha abbandonato dopo aver praticato per uno, due o tre anni, ininterrottamente una disciplina, mentre il restante 22,1 % ha dichiarato una ex-pratica saltuaria.
Le risposte evidenziano fra i principali motivi di abbandono, due aspetti generali:
• uno riferito al mondo della scuola, per l’eccessivo impegno richiesto dallo studio (56,5%);
• l’altro alle modalità di svolgimento dell’attività ed al rapporto con allenatori e compagni - poiché fare sport “è venuto a noia” (65,4%).
Se a quest’ultimo si aggiungono le percentuali relative ai seguenti  motivi  di  abbandono:  istruttori  troppo  esigenti (19,4%), istruttori che non seguono (14,2%), “troppa fatica” (24,4%),  difficoltà  a  socializzare  (28,7%),  ne  consegue  che sono  evidenti  le  difficoltà  legate  al  rapporto  con  “l’organizzazione”  dell’attività  praticata  e  quindi  la  necessità  di rivedere il modello organizzativo su cui intervengono le Società Sportive.
Potremmo  concludere  sottolineando  i  significativi  vantaggi  che  la  pratica  sportiva  esercita  negli  adolescenti  e forse, se le figure di riferimento come allenatori e genitori si concentrassero sugli aspetti psicologici e sugli obiettivi educativi, i rischi di abbandono dello sport da parte degli adolescenti ridurrebbero.







Arriva Peeple, il Tripadvisor degli essere umani

E' questa l’idea dietro la nuova app “Peeple”, che promette di cambiare il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Se fino ad oggi era possibile recensire un ristorante, un luogo pubblico, un posto di lavoro, questa applicazione consentirà agli utenti di dare un voto alla persona con cui hanno appena avuto un appuntamento, così come al capo, alla babysitter, al professore universitario. Il requisito fondamentale è che ci sia una persona, in carne ed ossa, da giudicare, da classificare e da votare, scegliendo da una a cinque stelle.

 


Peeple sarà operativa da novembre, ma ha già fatto discutere: “New York Times”,”The Washington Post” e altri media internazionali hanno dedicato la propria attenzione a questa app che, come scrive “The Verge”, “consentirà a chiunque di recensire esseri umani come se fossero prodotti comprati su Amazon”.
Una prospettiva che spaventa, soprattutto per le conseguenze che potrebbe avere: cosa succederebbe, ad esempio, se ad usarla fossero gli adolescenti? Come cambierebbe la loro vita? I rischi di un uso smodato o non corretto sono molteplici; per questo gli utenti hanno espresso il proprio disappunto sui social network: “Difetto fondamentale di Peeple - si legge in un commento su Twitter - è che l’unica categoria di persone che vorrebbe ‘valutare’ altre persone è proprio quella che non può permettersi di farlo”.
Nata da un’idea di Julia Cordray e Nicole McCullough, l’applicazione “permette di valutare gli individui con i quali interagisci durante il giorno, seguendo tre categorie: sfera personale, professionale e appuntamenti”. Sul sito ufficiale, viene spiegata la qualità fondamentale di Peeple: “Utilizza la tua reputazione online per darti l’accesso a opportunità di lavoro e a network migliori e vuole provvedere a dare maggiori informazioni per facilitare la scelta di alcune persone”. “Non importa quanto educato, talentuoso, ricco e alla moda credi di essere. È il modo in cui tratti gli altri che dice tutto di te”, si legge in un post condiviso su Facebook.
Secondo le fondatrici, Peeple potrebbe rappresentare una vera e propria svolta nelle relazioni umane, in senso positivo e senza rischi. L’utente viene tutelato in questo modo: prima di tutto, non sono consentite recensioni anonime e chiunque voglia entrare a far parte della comunità deve avere un account Facebook o un numero di telefono attivo. Quando si viene “colpiti” da un voto negativo, si hanno a disposizione 48 ore di tempo per contattare l’altro e provare a fargli cambiare idea. Inoltre, è bandita ogni forma di bullismo e qualsiasi accenno di questo tipo viene condannato. Anche le recensioni poco accurate vengono rimosse.
I dubbi sulla sua utilità reale, però, rimangono, anche perché non è ancora chiaro come, nel dettaglio, funzionerà l’app. Nonostante le critiche ricevute, Julia Cordray e Nicole McCullough sono ottimiste e si dicono soddisfatte dei risultati ottenuti nel periodo di prova. Per dire la loro hanno scritto, in un post condiviso su Facebook, una “ode al coraggio”: “Gli innovatori sono spesso zittiti perché le persone hanno paura e non capiscono. Noi siamo delle pioniere e non ci scusiamo perché vi amiamo abbastanza da farvi questo regalo. Sappiamo che siete straordinari, speciali e unici e spesso non riuscite ad urlarlo. Ma le persone che vi conoscono hanno scelto di essere nella vostra vita e supportarvi anche quando non vi piacete. Siamo progrediti tanto come società, ma in questo modo digitale siamo spesso disconnessi e soli. Voi meritate di meglio, meritate di avere tanto, meritate gioia e rapporti reali. Meritate di prendere le decisioni migliori, con le massime informazioni possibili, per proteggere i vostri figli e i vostri beni più grandi. Avete lavorato così a lungo per costruirvi questa reputazione tra le persone che conoscete. Come innovatrici, noi vogliamo rendere la vostra vita migliore e darvi l’opportunità di provare quanto sia importante essere amati da così tanta gente”. E ancora: “sono  feedback per te, puoi usarli a tuo vantaggio”.

 

Ma chiunque abbia un po’ di buon senso dirà: “Non voglio usarli, Julia e Nicole. E soprattutto non voglio che accada una cosa molto precisa, in grado di aggiungere stress e inutili preoccupazioni a un’esistenza già complessa di suo. Che sia cioè una startupper di Long Beach che abita a Calgary a decidere di trasformare la mia vita in un palcoscenico dove non si chiude mai il sipario. Una performance continua nella quale non avrò mai la certezza che una chiacchierata, dal vicino di casa all’amico incontrato per un caffè, non rischi di diventare un implacabile quanto parziale giudizio sulla mia persona. I giudizi, per chi crede, appartengono ad alt(r)e sfere. Per chi non crede, forse neanche a se stessi.







La bellezza è negli occhi di chi guarda

Fin dall’antichità la bellezza femminile è stata valutata e misurata sulla base di un modello estetico di riferimento, riconosciuto dalla società in un determinato contesto storico, sociale ed economico.


Dal modello ideale vengono desunti i canoni estetici, cioè le caratteristiche tipiche della bellezza: più una donna si avvicina a quei parametri, più è considerata bella. Ogni popolo, nel corso della storia, ha definito la bellezza secondo i canoni della propria cultura e ha sempre avuto la pretesa di fissare un criterio di bellezza riconosciuto a livello universale, ma questo inevitabilmente è sempre mutato nel volgere dei tempi.
L’ideale estetico è frutto di costruzioni socioculturali, in quanto è modellato e plasmato dalla società e dalla cultura del momento e, come tale, è soggetto a mutare in relazione al mutare delle mode, dei costumi e delle consuetudini.
Ogni epoca storica ha avuto il suo modello di bellezza ideale, documentato dalle fonti letterarie e iconografiche, che da sempre si sono ispirate alla figura femminile. Il modo di rappresentarla e il ruolo simbolico da essa svolto sono cambiati nel corso dei secoli, di pari passo con il variare del gusto estetico e con il diverso modo di concepire il ruolo della donna nella società.
Che il corpo femminile, realtà anatomica e biologica, sia anche un’entità culturalmente costruita e determinata dal gruppo sociale di appartenenza, è testimoniato dal fatto che ad esso sono stati associati nel tempo significati socioculturali diversissimi, ognuno corrispondente a determinati canoni estetici: dalla fecondità delle veneri preistoriche dalle forme sovrabbondanti, alla castità delle madonne medioevali dai corpi esili ed acerbi; dall’opulenza delle matrone romane, alla sensualità delle donne barocche dalle curve e forme procaci.
Un tempo in Europa, e ancora oggi in alcuni Paesi poveri, le forme femminili morbide e abbondanti erano sinonimo di ricchezza: solo le donne ricche potevano permettersi il lusso di non fare attività fisica, quindi di non lavorare, e di mangiare in abbondanza. Solo le donne del popolo e le contadine erano magre perché mangiavano poco e lavoravano molto. Per lo stesso motivo, dai canoni di bellezza femminile erano banditi i muscoli, troppo mascolini e propri delle donne impegnate nei lavori manuali.
Oggi, al contrario, una donna è considerata bella se ha un corpo magro e scolpito dall’attività fisica. Anche il candore della pelle è stato per secoli un parametro estetico importante: più le donne avevano la carnagione bianca più erano considerate belle; il pallore era un segno di distinzione sociale. L’abbronzatura, al contrario, era inammissibile: una pelle abbronzata era indice di prolungata esposizione ai lavori esterni, manuali e faticosi.

In aggiunta a questa premessa riferita al corpo nel suo complesso, uno studio appena pubblicato su Current Biology conferma ciò che il senso comune predica da tempo: “la valutazione estetica di un volto è strettamente personale ed è il risultato di esperienze uniche per ciascun individuo”. Nel giudicare l’attrattività di un volto, i geni e l’ambiente familiare di provenienza non contano: anche due gemelli monozigoti possono trovarsi in disaccordo su ciò che piace.

Alcuni aspetti della bellezza si basano su parametri largamente condivisi: per esempio, tendiamo ad apprezzare maggiormente i volti più simmetrici. Su canoni come questo si basa il 50% del giudizio: l’altra metà dipende dal vissuto personale.
Studi precedenti si erano concentrati sull’individuazione delle “leggi universali” della bellezza. Un team di ricercatori del Massachusetts General Hospital, dell’Università di Harvard e del Wellesley College (Boston) ha voluto invece indagare che cosa ci sia all’origine dei giudizi discordanti sulla bellezza altrui.
 
Gli psicologi hanno dapprima studiato le risposte di 35 mila volontari a un test di valutazione estetica di volti online; con questi dati, hanno chiesto a 547 coppie di gemelli monozigoti e 214 coppie di gemelli dello stesso sesso, ma non identici, di giudicare l’attrattività di 200 volti.
 
Anche se studi precedenti dimostrano che quasi ogni tratto di personalità e abilità umana abbia in qualche modo a che fare con i geni (compresa la capacità di riconoscere le facce note) la preferenza estetica per un volto o l’altro dipende invece da fattori ambientali: in particolare da esperienze altamente individuali.
Queste hanno poco a che fare con la famiglia d’origine. Non contano il contesto socio economico di provenienza, la scuola frequentata o il vicinato. A costruire i nostri canoni estetici sono invece le interazioni sociali altamente specifiche come quelle con amici e partner, i volti apprezzati sui social media o in tv, il viso del primo fidanzato/a.

Ulteriori studi dovranno chiarire quali siano le esperienze personali più determinanti e se queste abbiano anche un ruolo nello “scolpire” altre preferenze estetiche, come quelle per un animale domestico o un’opera d’arte.







I fratelli aiutano a crescere

Amandosi, odiandosi odiandosi e contendendosi le attenzioni di mamma e papà, i fratelli hanno una palestra di vita che manca ai figli unici. Per sfruttarla al meglio occorre però che i genitori sappiano gestire i conflitti: troppi favoritismi generano tensioni che non si risolvono più e adulti depressi.

di Andrea Porta

 

Si amano e non possono fare a meno l’uno dell’altro, in alcuni casi. In altri, i contrasti e le gelosie li portano a separarsi a lungo. I fratelli sono le prime persone con cui ci confrontiamo alla pari: è con loro che cresciamo e condividiamo le gioie e le difficoltà a relazionarci con i genitori. I fratelli sono importanti per il nostro sviluppo psicologico, anche se sono spesso causa di contrasti. «Sovente si pensa che essere figli unici sia una condizione di privilegio e in un certo senso questo è vero», spiegano Aurora Mastroleo e Mariangela Mazzoni, psicoterapeute dell’Associazione Pollicino e Centro crisi genitori onlus di Milano e autrici di Fratelli. Come gestire la relazione, come intervenire nei litigi, come amarli nella diversità (Red!).
 

Bisogna gestire il conflitto
«Tuttavia la relazione tra fratelli può rappresentare un fattore eccezionale per la maturazione dei bambini, a patto che l’ambiente famigliare consenta di affrontare ed elaborare le naturali conflittualità». Il conflitto è infatti inevitabile: «La fratellanza è una guerra fisica, affettiva, scolastica e verbale», scrive Marcel Rufo, psichiatra infantile all’Hòpital de la Timone di Marsiglia e autore di Fratelli e sorelle. Una malattia d’amore (Feltrinelli). Secondo una ricerca dell’Università del Missouri (Usa) , i conflitti più aspri sono legati all’invasione degli spazi personali, come quando uno prende un oggetto dell’altro. Ma se gestite correttamente, anche queste dinamiche sono arricchenti. In fondo, il legame tra fratelli è la relazione più intima e duratura che si possa sperimentare con un proprio pari. «Gelosia e invidia appartengono al funzionamento fondamentale dell’affettività dell’essere umano fin dalla tenerissima età», spiegano Mastroleo e Mazzoni. «Nel percorso di maturazione che consente la progressiva separazione psicologica del bambino dalla sua mamma, la presenza di un fratello o di una sorella acuisce facilmente questi sentimenti». La gelosia tra fratelli nasce dal dubbio del bambino rispetto al posto che occupa all’interno della famiglia e nei desideri di mamma e papà. Così è frequente che gli psicologi infantili abbiano a che fare con bimbi con un comportamento alimentare alterato (ad esempio bimbi che fanno i capricci a tavola, che mangiano troppo o che rifiutano il cibo) sviluppatosi all’arrivo di un fratellino.
 

A tavola esce il peggio
«La tavola rappresenta il teatro in cui prende corpo la scena famigliare», aggiungono le psicologhe: «Basta pensare a quanto spesso le liti tra fratelli si scatenino a cena, sulla base di rivendicazione di gusti diversi o di contese per il posto a sedere». Su questi sentimenti i genitori devono interrogarsi: se gestite male, gelosia e invidia possono portare a conseguenze che si trascinano negli anni. Uno studio dell’Università di Harvard (Usa) ha evidenziato ad esempio un aumento del rischio di depressione in fratelli con rapporti conflittuali. L’analisi, condotta su 229 uomini seguiti per oltre 30 anni, ha evidenziato come talvolta conflitti infantili non sopiti possano essere riattivati, in età adulta, da presunti favoritismi dei genitori, problemi legati alla loro cura una volta anziani o dispute sull’eredità.
 

I risvolti in età adulta
Ma c’è anche il rovescio della medaglia: avere un buon rapporto con il proprio fratello o sorella aiuta nelle relazioni con l’altro sesso. All’Università del Texas (Usa) sono stati osservati adolescenti mentre parlavano con il loro partner: quelli che avevano un fratello maggiore di sesso opposto parlavano di più e con più naturalezza. Le ragazze con un fratello più grande, ad esempio, si sentivano più a loro agio e ridevano di più: probabilmente la familiarità derivava da un’esperienza fraterna positiva. Certo, da grandi i rapporti possono cambiare: «Non sempre rimane una profonda intimità tra fratelli», spiega Judy Dunn, psicologa all’Università di Cambridge (GB), «ma più un senso di vicinanza, di appartenenza alla stessa famiglia». Ciò non toglie che l’imprinting resti vivo e plasmi i nostri rapporti per tutto il resto della vita.
 

L’ordine di nascita influenza la personalità
Nei rapporti fraterni conta anche l’ordine di nascita: essere primogeniti, ultimogeniti o mediani influisce sul modo di essere. «Quando nasce un fratellino, ogni bambino è attraversato da emozioni contrastanti di gioia e di dubbio rispetto alla propria amabilità e al desiderio di mamma e papà verso di lui», spiegano Aurora Mastroleo e Mariangela Mazzoni. Tendenzialmente il fratello minore è visto come un intruso, ma è normale: «Anzi, sarebbe il caso di preoccuparsi per i fratelli maggiori che non manifestano alcuna aggressività verso i minori: rischiano di esplodere con brutalità», precisa Marcel Rufo. A fianco le caratteristiche dei fratelli in base all’ordine di nascita.

 

Primogenito
Avverte tipicamente tenerezza per il nuovo arrivato in casa, ma spesso arriva a desiderare, senza esprimerlo, di metterlo in un angolo. Al contempo mostra responsabilità e autorità, è tendenzialmente tradizionalista e conservatore e crescendo si mostra pronto a fare sforzi per raggiungere i risultati prefissati.

Mediano
Spesso caratterizzato da entrambe le doti dei primogeniti e degli ultimogeniti, è equilibrato, diplomatico e negoziatore.

Ultimogenito
Da piccolo tende a sperimentare ammirazione per il maggiore, alimentando non di rado il progetto di poterlo un giorno spodestare. Dovendo lottare per conquistarsi una posizione, da adulto è temerario e sfrontato, ma anche ribelle, innovativo, amante del cambiamento. È tipicamente attento ai valori di giustizia.

 

Cocco di mamma... o di papà
Ogni genitore ha il suo figlio preferito, è inevitabile. Ciò non fa che accrescere la rivalità. Secondo una ricerca dell’Università di Davis (USA), succede al 70% dei padri e delle madri. Se si tratta di una leggera preferenza è normale, ma quando si traduce in uno spiccato favoritismo le conseguenze sono più gravi. Alcuni anni fa una società americana di ricerca sullo sviluppo infantile, la Society for research in child development, aveva dimostrato che un trattamento iniquo da parte dei genitori genera risentimento nei figli sfavoriti, minando anche il rapporto tra fratelli. Tuttavia, secondo i pedagogisti, i fratelli oggetto di trattamento iniquo (quelli che sono sgridati di più o che ricevono meno attenzioni) patiscono con minore intensità lo svantaggio, se ricevono una spiegazione.
 

Gemelli, non tutto fila liscio
I fratelli possono essere affettivamente legati, ma mai quanto i gemelli: «Arrivano in famiglia insieme, dunque il loro rapporto rappresenta il massimo grado di condivisione», spiegano Mastroleo e Mazzoni. «Questo però non li rende necessariamente più affiatati: anzi proprio la condivisione può generare nel tempo fortissime contese, rivalità, ma anche conflitti, il cui fine è rivendicare la propria autonomia e la propria individualità rispetto all’altro». Proprio per questo può capitare che possano avvertire più intensamente il bisogno di riavvicinarsi per ritrovarsi e nuovamente confrontarsi reciprocamente, anche da adulti.

 

 


CAINO E ABELE, LA PRIMA RIVALITA' FINITA MALE

La storia è piena di fratelli e sorelle che si sono fatti la guerra tutta la vita. Ma ce ne sono altri, invece, che hanno stretto patti di ferro, alleandosi in ogni situazione.

Quello fraterno è un rapporto importante, ma sempre meno frequente: oggi la media di figli per coppia in Italia è tra l’1,2 e l’1,3. «Avere fratelli rispetto a essere figli unici non è né meglio né peggio», ci spiega la sociologa Chiara Saraceno: «è semplicemente un’esperienza diversa, ma certamente arricchente». Del resto, la storia è piena di alleanze e antagonismi tra fratelli, per esempio nella professione: dagli inventori del proiettore cinematografico Anguste e Louis Lumière al gruppo comico dei fiatelli Marx fino ai patrioti italiani Affilio ed Emilio Bandiera. «In particolare, l’appartenenza allo stesso genere aumenta le occasioni di confronto diretto tra fratelli e quindi accende la rivalità», dicono Aurora Mastroleo e Mariangela Mazzoni, psicoterapeute dell’Associazione Pollicino e Centro crisi genitori onlus di Milano. «Spesso tra fratelli maschi la competizione può essere la modalità fondamentale cli relazionarsi».
 

Così lontani, così vicini
Non è un caso che molti fratelli maschi si siano scontrati, pur restando sempre affiatati, nel lavoro o nella politica, nello sport o nello spettacolo: i fratelli David ed Ed Miliband, nel 2010 sfidanti a guidare il Partito laburista inglese oppure i fratelli Mirco e Mauro Bergamasco, campioni di rugby, o Giuseppe, Carmine e Agostino Abbagnale, celebri canottieri. «Anche la differenza di età, finché non si appiana il divario psicologico che ne deriva», chiariscono le psicologhe «incide sulla possibilità di un legame fraterno basato sulla cooperazione».
 

La famiglia è cambiata
Quel che è certo è che la famiglia nel corso degli ultimi decenni è cambiata, sul piano sociologico, e così si è trasformato anche il ruolo dei fratelli: «La prima evidenza è che ce ne sono sempre meno: le famiglie con figli unici sono in aumento, soprattutto nel Mezzogiorno», precisa Saraceno. «Al nord la tendenza era in atto già da tempo». Così il rapporto tra coetanei dentro le mura di casa è più raro: «La famiglia è oggi sempre più verticale e il confronto tra pari avviene più spesso fuori dalla famiglia, a scuola». Pertanto, per gli psicologi, i gruppi di socializzazione tra ragazzi sono fondamentali: sopperiscono al ruolo che prima era del fratello.


E Le più antiche aziende familiari del nostro Paese raccontano storie di fratelli. Il record della più longeva appartiene alla vetreria veneziana Barovier & Toso, nata da una bottega presente sull’isola di Murano dal 1295: già nel Cinquecento ben tre fratelli Barovier erano padroni di tre fornaci con tre diverse insegne. Nonostante gli scontri, le tre insegne di bottega sono ancora oggi presenti nello stemma dei Barovier. La grande maggioranza delle aziende italiane ultracentenarie (circa 800) è fatta di imprese familiari, spesso possedute da due o più fratelli discendenti del capostipite. Hanno dimensioni medio-piccole (meno di 50 dipendenti), si trovano soprattutto al Nord e sono nate quasi tutte tra il Sette e Ottocento. La storia delle aziende di famiglia (anzi, di fratelli) è lunga e arriva fino a oggi: basta citare la Fratelli Carli di Imperia, fondata nel 1911 e ancora oggi produttrice di olio d’oliva, i fratelli Branca, dinastia a capo della distilleria che ancora oggi produce il Fernet-Branca, o i fratelli Rossetti, calzaturieri, orgoglio del made in Italy.

 

DAL CINEMA ALLA MUSICA: I PIU' CELEBRI DELLO SPETTACOLO

Il mondo dello spettacolo è pieno di celebri coppie di fratelli e sorelle.

I fratelli Marx Furono un gruppo comico costituito dai cinque fratelli Marx: Zeppo (Herbert), Harpo (Adolph), Chico (Leonard), Groucho (Julius) e Gummo (Milton). Attori comici newyorkesi d’origine ebraica, erano celebri per l’umorismo sopra le righe contro le convenzioni ipocrite della società borghese. L’American Film Institute li ha inseriti tra le più grandi star della storia del cinema di tutti i tempi.

Paola & Chiara ll celebre duo, composto dalle sorelle milanesi lezzi (Milano, 1973 e 1974) nasce dopo una collaborazione in qualità di coriste con gli 883. Dopo quell’esperienza parteciparono a Sanremo Giovani nel 1996 e continuarono la loro attività fino al 2013 anche se intervallata da esibizioni soliste, che sono continuate anche dopo quell’anno.

Paolo e Vittorio Taviani Celeberrima coppia di registi e sceneggiatori, i fratelli Taviani si trasferirono a Roma verso la metà degli anni Cinquanta, quando iniziarono a lavorare nel cinema dirigendo alcuni documentari. Autori di pellicole dalle forti implicazioni politiche, hanno ricevuto numerosi riconoscimenti: per esempio per Padre padrone (1977) la Palma d’oro al Festival di Cannes, mentre per La notte di San Lorenzo (1982) il Gran premio della giuria allo stesso Festival.

Le gemelle Kessler Le più celebri gemelle della tv italiana, Alice ed Ellen nate a Nerchau (Germania) nel 1936, devono la loro notorietà proprio al nostro Paese. Vi si tra sferirono a 24 anni quando iniziarono a dedicarsi alle commedie teatrali leggere e, dal 1961, alla televisione. Nel 2011, dopo trent’anni di assenza dal palcoscenico, sono tornate a teatro con il musical Dr Jekyll e Mr. Hyde, ispirato al romanzo di Robert Louis Stevenson.

I Jackson 5 II gruppo musicale composto dai 5 fratelli Jackson (Michael, poi divenuto il “re del pop”, Jackie, Tito, Jermaine e Marlon) si formò negli anni Sessanta nell’Indiana (Usa). Tra i loro successi più celebri ci sono I want you back (1969) e Abc (1970). Sono presenti nella Rock and roll hall of fame, il museo del rock di Cleveland (Ohio, Usa).


Oltre la parentela
Certamente l’importanza del ruolo fraterno è segnalata anche dalla lingua: i termini “fratellanza” e “sorellanza” sono utilizzati infatti per indicare tutti i rapporti tra pari, per esempio quelli che legano gli appartenenti ad alcuni ordini religiosi. «Alla base della fraternità come valore cui fanno riferimento molti credenti c’è il rapporto d’amore che accomuna i fedeli in quanto figli di Dio e dunque fratelli fra loro», scrive Roberto Cipriani, sociologo all’Università Roma Tre. Non solo: il concetto di fratellanza ha investito anche eventi politici: «Ha caratterizzato la Rivoluzione francese, insieme con quelli di libertà e di uguaglianza. Più tardi, nell’Ottocento, l’idea di fratemità ha accompagnato lo sviluppo del marxismo, in riferimento alle relazioni all’interno di una stessa classe sociale, come il proletariato». Tutte occasioni di condivisione profonda che va ben oltre l’ideologia: del resto gli antropologi spiegano che è proprio la fratellanza a guidare il sentimento di appartenenza. «In varie zone dell’Africa vengono stabilite finte parentele fra tribù e clan diversi in modo da creare rapporti di cooperazione stretti con un patto di sangue», aggiunge Cipriani. Dalla fratellanza di sangue deriva una promessa di fiducia e solidarietà per tutta la vita.







Il volontariato: oggi una risorsa irrinunciabile

Quattro persone su dieci hanno svolto servizi per gli altri: erano la metà nel 1998. Qual è il ruolo del volontariato oggi?
L’Osservatorio sul Nordest, curato da Demos per Il Gazzettino, indaga intorno al mondo delle azioni volontarie e gratuite.

Quasi 4 nordestini su 10 dichiarano di aver preso parte almeno una volta nell’ultimo anno ad attività in associazioni di volontariato. La crescita nel tempo è stata costante: infatti, il saldo è positivo di 17 punti percentuali rispetto al 1998 e di 6 guardando al 2006.
Nell’opinione pubblica, poi, appare molto chiara l’importanza del ruolo del volontariato per il territorio.
L’87%  degli  intervistati,  infatti,  ritiene  che  il  volontariato sia fondamentale perché, in sua assenza, molti servizi non sarebbero a disposizione dei cittadini. Il volontariato è una tradizione che parte da lontano e che fa del Nordest una delle aree del Paese più ricche di “capitale sociale”, la fondamentale risorsa che fa crescere la fiducia interpersonale e rinsalda le comunità.
In questa fase, in cui coesistono una progressiva contrazione delle risorse degli enti locali e una popolazione dai bisogni crescenti, il volontariato ha assunto un ruolo ancora più centrale che in passato, diventando necessario per garantire alcuni servizi essenziali. Basti pensare ai sempre più pressanti bisogni di anziani o malati, disabili o bambini, poveri o vittime di violenza: la cura della popolazione più fragile è sempre più legata all’azione gratuita e volontaria.
Quanti prestano oggi questa opera? Com’è variata nel tempo? In Veneto, Friuli-Venezia Giulia e nella provincia di Trento la percentuale di volontari è notevolmente cresciuta: nel 1998 era il 21% degli intervistati a fare volontariato, mentre oggi la quota raggiunge il 38%. Inoltre, nel confronto con l’Italia, dove i volontari sono il 34%, le regioni del Nordest appaiono più partecipative di circa 4 punti percentuali.
Qual è il profilo dei volontari? Considerando congiuntamente genere ed età, possiamo ritrovare indicazioni interessanti. Ad essere maggiormente impegnate nel volontariato sono le donne di età compresa tra i 55 e i 64 anni (45%), anche se è tra le più giovani che l’attivismo raggiunge e supera la soglia della maggioranza assoluta. Il volontariato, infatti, coinvolge il 63% delle ragazze con meno di 25 anni e il 51% di quelle di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Tra gli uomini, invece, sono gli under- 25 a mostrare una partecipazione superiore alla media (43%). Dal punto di vista dell’istruzione, invece, osserviamo una maggiore presenza di persone in possesso di un diploma o una laurea (47%). Dal punto di vista politico, poi, è tra gli elettori del Pd (49%) e di Ncd (53%) che la quota di volontari appare più alta della media. Sostanzialmente in linea con il dato generale del Nord Est, invece, sono i volontari presenti tra i sostenitori di Sel e del M5s (rispettivamente: 38% e 36%). Meno presente questa pratica partecipativa tra quanti voterebbero per la Lega Nord o Indipendenza Veneta (28 e 29%), anche se la quota più contenuta di volontari è rintracciabile tra gli elettori di Forza Italia (18%). A fronte di una partecipazione caratterizzata da questi tratti, l’importanza del ruolo del volontariato appare plebiscitaria: l’87%, infatti, ritiene che queste azioni siano fondamentali per garantire molti servizi ai cittadini. Questa idea raggiunge la quasi totalità tra gli uomini under-35 anni e le donne tra i 25 e i 34 anni, oltre che tra quelle di età compresa tra i 45 e i 64 anni.







Netflix è arrivato in Italia

Ecco i prezzi: il popolare servizio di streaming americano ha di recente fatto il suo ingresso nel nostro Paese. Tre le offerte di abbonamento disponibili per guardare film, serie Tv, documentari e one-man show.

 

Tre le tariffe di abbonamento disponibili, distinte per qualità di streaming e numero di accessi in simultanea. Si partirà con un’offerta «base» da 7,99 euro (contenuti in qualità standard da un solo dispositivo a scelta fra console, smart tv, tablet, pc, tv box e smartphone), si proseguirà con una proposta «standard» da 9,99 euro (in Full HD e su due dispositivi a scelta) per arrivare a un piano «premium» da 11,99 euro (contenuti in 4K accessibili da quattro dispositivi diversi). Per accedere a Netflix è necessario prima di tutto disporre di un collegamento Internet. I requisiti di banda per accedere al servizio sono di 0,5 megabit al secondo (requisiti minimi) e 1,5 Mbps (consigliata). Per sfruttare appieno le potenzialità del servizio, tuttavia, Netflix suggerisce connesioni da 3.0 Mbps per trasmissioni in qualità standard, 5.0 Mbps per quelle in HD e 25 Mbps per l’Ultra HD (4k).
L’iscrizione al servizio può essere effettuata creando un account sul sito della società (oppure attraverso l’app Netflix), selezionando uno dei tre pacchetti disponibili (prezzi da 7,99 a 11,99 euro) e inserendo le proprie coordinate bancarie. Il servizio può essere testato gratuitamente per un mese. Terminata l’iscrizione è possibile collegarsi a Netflix tramite Smart Tv (purché dotate di sistema operativo compatibile), PC, smartphone, tablet, console giochi (PlayStation, Nintendo Wii e WiiU), Apple Tv, Chromecast, lettori Blu-Ray e box tv dedicati. L’utente può scegliere la lingua, i sottotitoli nonché la tipologia di audio surround. È prevista anche una modalità di ascolto per non vedenti con la narrazione delle scene. Netflix consente di creare fino a un massimo di cinque profili personalizzabili in base ai propri gusti. Il servizio invita l’utente a selezionare in prima battuta tre titoli diversi presenti su catalogo (fra film, serie tv, documentari e contenuti per bambini) in modo da offrire suggerimenti personalizzati. Netflix utilizza una tecnologia di “adptive streaming” che permette all’utente di avviare la riproduzione del film o della serie tv in pochi secondi dal clic, a prescindere dal tipo di connessione utilizzata. Il sistema modula il bitrate in base alla connessione dati disponibile in quel dato momento. Il servizio può essere utilizzato in modo ubiquo su diversi dispositivi: è possibile ad esempio avviare la riproduzione di un titolo sul televisore e concluderlo su un tablet.

Funzionerà con smart-tv, lettori blu-ray e console giochi.
Per accedere a Netflix sarà necessario - oltre all’abbonamento - un dispositivo che supporti gli standard trasmissivi del servizio. Ad oggi sono più di trecento i modelli di smart tv compatibile, ma in alternativa sarà possibile utilizzare una normale console gioco(Xbox, PlayStation, Nintendo Wii U), lettori Blu-Ray, box tv dedicati, Apple Tv, Chromecast oltre ai vari dispositivi mobili quali smartphone e tablet. Resta ancora da capire quale sarà il ruolo degli operatori nella distribuzione del servizio. Vodafone e TIM saranno di sicuro nella partita, offrendo abbonamenti combinati (dati più contenuti), strumenti hardware per collegamento alla Tv (TIMVision) e sistemi di tariffazione integrati, ma non è chiaro se tutto questo si tradurrà anche in particolari formule scontate.
“Abbiamo già sperimentato questa opzione in Francia, con Orange, e in Germania e UK con Vodafone”, ha spiegato a Panorama.it Joris Evers, VP, Head of Emea Communications della società, sottolineando l’importanza e il valore della Rete per la customer satisfaction: “Per offrire la migliore esperienza possibile abbiamo bisogno di una connettività efficiente e dunque della collaborazione dei service provider. Più veloce è la connessione Internet, minore sarà il tempo d’attesa per vedere film e serie tv”.

Tante serie Tv (soprattutto americane)
Ma cosa potranno vedere in concreto gli utenti italiani che si abboneranno a Netflix? Sulla carta un mix di film, serie Tv, documentari e one-man show di diverso tipo e per ogni età, dai thriller alle commedie, dai film d’azione ai fantasy e ai cartoni animati. Nei fatti, ci saranno soprattutto serie Tv americane: “Il 70% dei nostri utenti preferisce questo tipo di contenuti, forse perché sono più facili da fruire”, spiega Evers che però precisa: “Le nostre selezioni a livello locale non sono comunque standard: stiamo cercando di capire cosa vogliono gli italiani, cosa guardano in tv, quali sono i dvd che noleggiano, in parole povere quali sono i loro gusti”.
Non ci saranno, ad ogni modo, film a luci rosse, né tantomeno eventi sportivi o talent: “Il nostro focus restano le famiglie e gli utenti che vogliono vedere contenuti cinematografici”, puntualizza il responsabile, svelando in anteprima i titoli delle cosiddette produzioni originali, le serie realizzate ad hoc per la piattaforma: Daredevil, Marco Polo, Bloodline, Unbreakable Kimmy Schmidt, Chef’s table, Sense 8, Narcos, solo per citare le principali.

È una strategia che risponde (anche) a precise esigenze di carattere commerciale, dal momento che i contenuti cinematografici sono spesso protetti da accordi di esclusiva. “A differenza di altri settori, come ad esempio la musica, i contenuti video non possono essere trasmessi su più piattaforme contemporaneamente. Il nostro obiettivo è comunque quello di acquisire il maggior numero di diritti per diventare una piattaforma davvero globale. Vogliamo che tutti i nostri iscritti, in tutte le nazioni, abbiano accesso ai nuovi titoli del catalogo Netflix nello stesso momento».







Essere anziani oggi

Le Nazioni Unite hanno definito il 1999 come anno dell’anziano, riconoscendo e confermando che il progressivo invecchiamento della popolazione, una tendenza già da tempo messa in evidenza dai demografi, rappresenterà una delle priorità del 21° secolo. Infatti, l’invecchiamento della popolazione appare come un fenomeno emergente universale. La confluenza del calo della fertilità e dell’aumento della longevità dovuta al miglioramento delle condizioni di vita (in particolare nei settori dell’alimentazione e dell’igiene) e ai progressi scientifici in ambito medico, ha determinato la crescita numerica e proporzionale della popolazione anziana in tutto il mondo.

 

Nel 2050, secondo il report dell’agenzia governativa delle Nazioni Unite dal titolo World Report on Ageing and Health 2015, il numero di persone di età superiore ai 60 anni dovrebbe raddoppiare, con effetti non da poco per la composizione sociale e per le prospettive globali: il cambiamento riguarda anche quei paesi dove i redditi sono bassi e dove non sempre il prolungamento dell’aspettativa di vita si accompagna a condizioni dignitose. Tra 35 anni, insomma, più di una persona su 5 sarà oltre i 60. Entro il 2020 ci saranno più anziani che bambini prossimi all’età scolare.
Si stima che dal 2050 l’80% degli anziani vivrà nei paesi a reddito medio-basso con le conseguenze che questo stato di fatto comporta: il rapporto mira a sfatare l’idea, un po’ semplicistica, che “i 70 siano i nuovi 60”, perché mancherebbero le evidenze scientifiche su questo assunto.

All’interno poi del più generale discorso sull’invecchiamento, va considerato quello più prettamente di marca femminile, perché le donne saranno in maggioranza tra gli anziani e nei paesi poveri la salute di questa fascia di popolazione giocherà un ruolo particolarmente importante anche in ottica welfare. Un mix combinato di cambiamenti personali, dai comportamenti della vita quotidiana, e sociali (dalle tecnologie di assistenza alle social facilities) dovrebbe contribuire a un quadro dove la vecchiaia è una fase ancora costruttiva e ricca di opportunità.

Le cause dell’invecchiamento
L’invecchiamento della popolazione rappresenta, in un certo senso, un successo per l’uomo; le società contemporanee hanno il lusso di invecchiare. Tuttavia, la crescita costante della popolazione anziana prospetta un gran numero di sfide ai politici di molti Paesi.
I demografi usano l’espressione transizione demografica quando una società si sposta da una situazione ad alto tasso di fertilità e mortalità a una a basso tasso.

Riduzione della natalità
Il più importante fattore storico capace di influire sull’invecchiamento della popolazione è stato il calo della fertilità. A partire dal 1900 e fino a oggi questo abbassamento continuo nei Paesi sviluppati ha portato, nella maggior parte di essi, a tassi di fertilità inferiori ai 2,1 nati vivi per ogni donna. Tale fenomeno è particolarmente evidente in Italia, che è  uno dei Paesi con il più basso tasso di fertilità del mondo. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, la discesa della fecondità, pure sensibile, non ha ancora ridotto in maniera consistente le nascite, che anzi continuano ad aumentare in valore assoluto per il grande numero di persone che si trovano in età feconda. Infatti, il tasso di fertilità totale nell’insieme rimane superiore a 4,5 figli per donna in Africa e in molti Paesi del Medio Oriente, mentre i livelli totali in Asia e in America Latina si sono ridotti di circa il 50% (da 6 a 3 figli per donna).

Aumento dell’attesa di vita
Lo spettacolare incremento dell’aspettativa di vita, che ebbe inizio verso la metà del XIX° sec. e che continuò a registrare notevoli effetti durante tutto il secolo successivo, costituisce senza dubbio un elemento importante per l’invecchiamento della popolazione.
Questo fenomeno è spesso ascritto principalmente ai progressi nel campo della medicina e della sanità, pur se i miglioramenti più significativi in tale ambito si sono avuti solo alla fine del XIX secolo. Resta comunque ampiamente documentato e condiviso il fatto che i primi e più importanti fattori a determinare un aumento dell’attesa di vita sono dovuti alle innovazioni nella produzione industriale e nelle tecnologie agricole, nonché nella distribuzione dei beni di consumo, tutti fattori che ebbero – e non potevano non avere – positive e consistenti ripercussioni sulle opportunità nutrizionali e, quindi, sulle aspettative di salute e di benessere di un gran numero di persone. Non a caso, un sempre maggiore numero di ricerche, sviluppate nei primi anni del XXI° sec., attribuisce il guadagno in termini di longevità osservato a partire dall’inizio dell’Ottocento a una complessa interazione di avanzamenti nella medicina e nell’igiene, insieme all’affermarsi di nuovi modelli familiari, sociali, economici e di organizzazione politica.

Aspetti sociali dell’invecchiamento della popolazione in Italia
I rapidi cambiamenti demografici osservati nei Paesi sviluppati negli ultimi decenni hanno determinato importanti modificazioni sociali. In particolare, in Italia, si sono verificati cambiamenti rilevanti nella struttura familiare, nel contesto abitativo, nella situazione economica e lavorativa. Questi sono certamente aspetti importanti e necessari per riuscire a capire chi è un anziano oggi in Italia e come esso si inserisce nella nostra società.

 

 

Le famiglie degli anziani
In Italia negli ultimi decenni la famiglia si è profondamente trasformata nella struttura, nelle funzioni, nelle relazioni fra i componenti e con l’esterno. In particolare, si è osservato un processo di semplificazione o nuclearizzazione della famiglia associato in parallelo a un processo di invecchiamento dei suoi componenti. Da alcuni anni, infatti, è stato evidenziato un incremento graduale del numero di famiglie  e una diminuzione della dimensione familiare media . È aumentato quindi il numero delle famiglie formate da uno o due componenti, ed erano soprattutto gli anziani a vivere da soli. Questa tendenza sembra più accentuata tra le donne rispetto agli uomini. Ciò accade sia per l’assai maggiore longevità delle donne, sia per la tendenza degli uomini a sposare donne più giovani di 3-4 anni. Se si associa la maggiore probabilità che gli uomini rimasti soli hanno di contrarre un nuovo matrimonio, si comprende perché la donna anziana si ritrovi a vivere in media una decina di anni da sola.

Il contesto abitativo
Dall’esame dei dati internazionali si rileva come lo stato civile e l’esistenza di parentela – oltre che una diversa concezione e cultura della famiglia – influenzino molto il luogo dove la persona anziana si trova a vivere, nel senso che gli anziani non coniugati (in particolare donne) e quelli che non hanno figli si ritrovano molto più frequentemente a vivere in istituzioni. Tuttavia questo dato varia notevolmente tra le diverse regioni italiane, con una percentuale di istituzionalizzazione molto più elevata nelle regioni dell’Italia settentrionale, rispetto al Centro e al Sud.
In Italia la quota di persone affidate a strutture è abbastanza modesta, molto inferiore a quella che si riscontra in alcuni Paesi europei, e non è chiaro se possa essere determinata da una carenza di domanda o di offerta, cioè se sono gli anziani che non vogliono fare ricorso alle istituzioni o se invece non ci siano strutture sufficienti, dal punto di vista sia qualitativo sia quantitativo, a soddisfare la domanda degli anziani. La conseguenza di un così basso ricorso all’istituzionalizzazione è che l’anziano vive presso la propria abitazione, frequentemente con il supporto di un aiuto costituito dai familiari o sempre più spesso da badanti provenienti da Paesi stranieri.
È stato calcolato che vivono in Italia circa 800.000 badanti straniere, con un costo di circa 8 miliardi di euro all’anno per le famiglie italiane.

Aspetti economici
Da un punto di vista economico gli anziani costituiscono di certo una delle categorie maggiormente a rischio e ad alta vulnerabilità. La condizione socioeconomica costituisce in effetti una preoccupazione comune per gli anziani. In tal senso i dati ISTAT hanno evidenziato in questi soggetti una percezione di indebolimento delle proprie possibilità economiche, diffusa soprattutto tra i nuclei familiari nei quali la persona di riferimento ha più di 65 anni di età.
Se infatti, da una parte, questi nuclei si trovano a vivere in una casa di proprietà con maggiore frequenza rispetto alla media della popolazione, sono anche quelli che lamentano con più intensità un peggioramento della propria condizione: il 45,4% dei nuclei con capofamiglia anziano dichiara di avere assistito a un peggioramento delle proprie condizioni economiche. Naturalmente questa situazione economica si riflette anche nei consumi degli anziani, che sono certamente molto diversi rispetto a quelli della popolazione giovane e, in generale, tendenzialmente più ridotti, tenuto conto anche del fatto che i redditi del primo aggregato sono minori (la pensione è per il 78,3% degli anziani l’unica fonte di sostentamento).
Dati ISTAT concernenti i consumi della popolazione italiana rilevano che tra gli ultrasessantenni aumenta l’incidenza della spesa per quei beni e servizi che non sono comprimibili, quali gli alimentari, le bevande, l’abitazione (la maggior parte degli anziani risulta proprietaria della casa in cui alloggia), i combustibili, l’energia, e si riduce la spesa per quello che riguarda i beni voluttuari, quali l’abbigliamento, il tempo libero, i trasporti.
Una popolazione anziana manifesta dunque nei consumi una domanda molto diversa da quella di una popolazione giovane, con ovvie conseguenze sulla struttura economico-produttiva, che peraltro non sempre si adegua per tempo con investimenti o differenziazioni di prodotti.

Anziani e occupazione
Nei Paesi sviluppati la partecipazione degli anziani all’attività produttiva è andata diminuendo nel tempo. Tale circostanza è, in generale, da attribuire sia alla modificazione della tipologia di attività prevalente (riduzione del peso del settore agricolo a vantaggio di quello industriale e dei servizi, in cui gli anziani trovano meno spazio), sia al sempre maggiore grado di protezione sociale collettiva che determina l’uscita dell’anziano dal ciclo produttivo. Inoltre, sempre in connessione ai due motivi precedenti, tra gli anziani i tassi di attività maschili sono progressivamente diminuiti nel tempo, contrariamente a quelli femminili che, pur attestandosi a livelli di gran lunga inferiori, risultano stabili o mostrano una tendenza all’aumento via via che le generazioni più istruite e dinamiche si affacciano alla soglia della terza età. Anche in Italia la partecipazione degli anziani all’attività produttiva è andata riducendosi nel tempo, in primo luogo per motivi analoghi a quelli suddetti, ma anche per cause congiunturali – la crisi economica, i costi del lavoro, l’automazione – che favoriscono in molti casi l’uscita forzata (prepensionamenti e licenziamenti) degli anziani dal mercato del lavoro. Il nostro Paese è oggi agli ultimi posti per quanto riguarda i tassi di occupazione degli anziani. Una delle grandi problematiche concernenti l’attività lavorativa è legata al fatto che la vita individuale è migliorata e a 60-65 anni la maggior parte delle persone è ancora in salute e in grado di lavorare. Inoltre, i pochi dati disponibili sul lavoro nero indicano la presenza di una consistente proporzione di anziani. Questi dati, insieme a una forte crisi del sistema previdenziale, dovrebbero suggerire norme legislative più flessibili per il lavoro degli anziani anche dopo il pensionamento, con margini di elasticità più ampi nel decidere in maniera autonoma il momento giusto per uscire dal mercato del lavoro.

 

L’assistenza agli anziani in Italia
Migliorare le capacità dei servizi sociosanitari al fine di soddisfare le esigenze degli anziani, e in particolare di quelli non autosufficienti, è una delle più importanti sfide dei nostri tempi. Gli anziani non autosufficienti hanno bisogno sia di assistenza nella vita quotidiana sia di cure sanitarie. Questi bisogni, di pertinenza dei servizi sociali e dei servizi sanitari, non sono indipendenti gli uni dagli altri. Così la presa in carico della non autosufficienza si dovrebbe esercitare in modo concomitante e integrato. Non a caso nella maggior parte dei Paesi sviluppati il modello ideale di assistenza all’anziano è stato individuato nella rete dei servizi, un circuito assistenziale che accompagna l’evolversi dei bisogni dell’anziano e della sua famiglia, fornendo di volta in volta interventi diversificati, in un continuum assistenziale. Tale rete si basa su strutture e servizi in collegamento funzionale con caratteristiche organizzative e architettoniche idonee, nel cui ambito lavora personale con una specifica preparazione gerontologico-geriatrica. In Italia il Progetto obiettivo anziani (POA), contenuto nel Piano sanitario nazionale 1994-1996, ha ridisegnato la struttura dell’assistenza sanitaria, rispondendo alle nuove esigenze della popolazione e affidando all’assistenza geriatrica la gestione del problema della disabilità dell’anziano. L’assistenza geriatrica è infatti, secondo il POA, quella rivolta agli anziani non autosufficienti, a quelli solo in parte autosufficienti e a quelli affetti da pluripatologia ad alto rischio di invalidità, soprattutto quando si tratta di pazienti che superano i 75 anni di età. Sulla base di positive esperienze compiute in altri Paesi, l’assistenza geriatrica si avvale di servizi e strutture operanti all’interno di un modello organizzativo a rete, dove il comparto sociale e quello sanitario agiscono in maniera integrata, un modello che viene identificato dal POA nella già citata rete dei servizi. L’obiettivo di questo sistema è di garantire un’assistenza continuativa, globale e flessibile, in base al percorso assistenziale: la flessibilità diventa caratteristica indispensabile, garantendo così la qualità e l’efficacia dell’intervento. Interventi singoli, sporadici o settoriali nei confronti del paziente geriatrico, a elevato rischio di non autosufficienza o già disabile, sono infatti destinati inesorabilmente a fallire. L’efficacia di un tale modello organizzativo a rete è stata dimostrata in uno studio condotto nella provincia canadese della Columbia Britannica, nella quale, in 15 anni di applicazione sistematica sul territorio di una rete assistenziale efficiente, la percentuale degli anziani istituzionalizzati è diminuita dal 9 al 6%, quella degli assistiti a domicilio è aumentata dal 6 al 9%, e il numero di posti letto in ospedale per acuti si è quasi dimezzato. Questi benefici, però, sono stati ottenuti a fronte di un congruo aumento del finanziamento statale per l’assistenza continuativa. Al centro di questa rete di servizi è posta l’Unità di valutazione geriatrica (UVG), individuata come l’organo più adeguato per coordinare il rapporto tra l’anziano e i servizi sul territorio. Essa, infatti, è costituita da una équipe multidisciplinare capace di valutare al meglio i problemi clinico-assistenziali e sociali dell’anziano, quindi di guidarlo verso la forma assistenziale più idonea.
La realtà italiana, però, presenta una rete assai fragile, ancora lontana dal sistema funzionale ed efficiente previsto dal POA. Nel panorama attuale è soprattutto la famiglia, quando presente, a sostenere il carico assistenziale, che può raggiungere livelli veramente devastanti. I servizi della rete italiana presentano infatti alcuni punti deboli: l’assistenza domiciliare integrata in realtà fornisce interventi parcellari e discontinui; i servizi riabilitativi sono insufficienti; le strutture residenziali sono un’entità non ben definita, chiamata con nomi diversi a seconda del contesto locale; le strutture non presentano un collegamento funzionale, rendendo impossibile l’attuazione sistematica e continua di un piano assistenziale personalizzato; molto spesso non è il geriatra ad accompagnare l’anziano nel percorso assistenziale, ma operatori senza una specifica formazione e l’UVG riveste di frequente solo la funzione burocratica di allocare l’anziano nei vari servizi, senza una reale responsabilità di gestione continuativa del caso. Questo confuso quadro organizzativo, inoltre, si presenta sul territorio in modo disomogeneo, a causa della diversità demografica e socioeconomica tra le varie regioni. Non a caso, secondo un’indagine del Censis condotta nel 2004 il 75,1% degli anziani italiani, in caso di malattia o invalidità, riceve aiuto dai figli, il 41,6% dal coniuge/convivente, il 20,6% da altri parenti e il 4,1% dai vicini. Solo l’1% degli intervistati in caso di necessità riceve aiuto dai servizi sanitari territoriali e lo 0,8% dai servizi sociali. Si tratta di un carico assistenziale che le famiglie faranno sempre più fatica a sopportare, soprattutto alla luce del rapido incremento previsto per i prossimi trent’anni del numero di non autosufficienti, ma nello stesso tempo anche per l’evoluzione dei nuclei familiari (meno figli, meno matrimoni, aumento dei nuclei monocomponenti) che sta modificando in modo progressivo il tessuto sociale.







Lavorare non stanca se c'è lui in ufficio

ANCHE LE AZIENDE ITALIANE APRONO LE PORTE A FIDO.

Dipendenti più rilassati, produttivi, pronti a collaborare e in ottima salute. Il segreto?
Il cane in ufficio.
Che aiuta l’azienda.

 

Come ben sanno tutti i piccoli imprenditori italiani che non si separano mai, nemmeno sul luogo di lavoro, del loro fidato “aiutante” a quattro zampe. E non è un caso. La conferma arriva direttamente dai colossi statunitensi più in forma del momento: tra loro ci sono il leader delle vendite online Amazon, la società specializzata nello sviluppo di videogiochi di San Francisco Zynga, i programmatori di Tumblr, piattaforma di micro blogging, e ovviamente tutto il pianeta Google.
Settori diversi, ma con un punto fermo in comune: le porte aperte ai cani. All’estero, in particolare negli Stati Uniti e in Canada dove già oggi un’azienda su cinque è pet-friendly, ma anche in Italia.
Così, nella sala riunioni della sede milanese di Google può accadere che, durante una videoconferenza, due orecchie canine spuntino dal tavolo di lavoro. E alla Nintendo Italia di Vimercate, in Brianza, non sono da meno. Ma c’è chi si è spinto oltre, e ha messo a punto, dopo studi e ricerche, un vero e proprio modello. Reso pubblico con l’auspicio che sia esportato lungo tutto lo Stivale. A tracciare la via è Purina, azienda del settore dell’alimentazione e cura per animali domestici, che dallo scorso anno ha lanciato Pets@Work, il progetto che consente a tutti i dipendenti del gruppo Nestlé di portare con sé il proprio cane negli uffici del campus della società ad Assago, Milano. L’iniziativa è frutto di un percorso durato circa due anni, per le verifiche necessarie a garantire il rispetto della salute e della sicurezza delle persone che lavorano in azienda, oltre che dei cani.

Il risultato è stata la creazione di una politica dedicata, che stabilisce regole condivise, e la realizzazione di un’area per la cura dei cani con tutti i comfort per far fronte alle loro necessità. A corredo, poi, è stata condotta da parte del professor Penn Schoen Berland della Mississippi State University College of Veterinary Medicine una ricerca specifica. Basata su un campione di 750 intervistati, ha evidenziato come la presenza dei cuccioli sul posto di lavoro porti minor stress, maggior produttività, soddisfazione professionale e spirito di collaborazione. In sintesi, un aumento del benessere sul luogo di lavoro. In particolare, dallo studio emerge che i dipendenti che lavorano in contesti pet-friendly hanno quasi il doppio delle probabilità di essere più soddisfatti del loro impiego rispetto a chi non ha questa possibilità. La riduzione dello stress come effetto della presenza del proprio cane sul posto di lavoro, inoltre, è stata testimoniata da un recente studio del professor Randolph Barker della Virginia Commonwealth University.

Barker ha studiato i dipendenti di un’azienda nella Carolina del Nord, scoprendo che i livelli di stress dei dipendenti che portano i loro cani al lavoro si riducono fino all’11 per cento. Ma non solo. Pare che la presenza dei cani renda più piacevole il lavoro anche ai colleghi dei proprietari di Fido. Come dimostra la realtà del Campus Nestlè. «Noi abbiamo fatto la nostra parte», spiega Marco Travaglia, direttore generale di Purina Sud Europa. «Crediamo fortemente che quando le persone e gli animali da compagnia stanno insieme, la vita si arricchisca.
L’iniziativa Pets@Work ha portato in vita questa visione. Si tratta di una conquista che cambia il modo di lavorare in azienda e vuole contribuire a sensibilizzare sempre più sui benefici che il rapporto con un animale da compagnia può portare nella vita quotidiana. Un esempio virtuoso che ci auguriamo possa spingere sempre più aziende a valutare la possibilità di intraprendere un percorso di apertura di tutti i luoghi di lavoro ai cani».







Gengle

COS’È E COME FUNZIONA:
IL SOCIAL NETWORK
PER GENITORI SINGLE.

Il nome Gengle nasce dall’unione delle parole Genitore e Single: ecco di cosa si tratta e come usarlo. Com’è nata l’idea di Gengle, il social network per genitori single? L’idea nasce grazie a Giuditta Pasotto, 34enne fiorentina appena separata, che ha voluto dare risposta ad alcuni bisogni oggettivi di mamme e papà rimasti soli con i loro bambini.
Dopo una separazione, organizzare una vacanza, una gita fuoriporta o una semplice cena può rivelarsi particolarmente complicato, soprattutto se tutti gli amici sono accoppiati o senza figli. L’obiettivo è quello di mettere in contatto mamme e papà appena separati, divorziati o vedovi, permettendo loro di incontrarsi e svolgere diverse attività. Basta iscriversi sul sito - gratuitamente - per conoscere altre persone con le stesse esigenze e problematiche.
 

Cosa si può fare con Gengle. Il motore principale che regge l’intero sistema del social network è quello della condivisione: pomeriggi di compiti, passeggiate al parco, gite domenicali. Piccoli momenti di vita quotidiana da vivere tutti insieme, genitori e bambini. Per combattere la solitudine o anche solo ottimizzare i tempi e aiutarsi a vicenda.
 

Come funziona. La community è organizzata per città, e offre diverse attività. Una volta registrati basta navigare alla ricerca di altre mamme e papà con cui stringere amicizia e trascorrere del tempo, scegliendo tra le attività più disparate organizzate di volta in volta.
Gengle prevede anche una sezione forum, in cui è possibile confrontarsi riguardo alle problematiche della vita quotidiana, chiedere consigli o anche semplicemente sfogarsi con persone che probabilmente affontano le stesse situazioni o le hanno affrontate in passato. C’è anche una pagina dedicata allo scambio dell’usato e una vetrina “Cerco lavoro”.
A guadagnarci non sono solo i genitori, ma anche i bambini, che possono vivere delle esperienze che diversamente non avrebbero avuto modo di intraprendere. Una vacanza con un gruppo di genitori e altri bambini, che fino a prima rischiava di essere utopia, grazie alla nuova community diventa possibile.
 

I numeri. In meno di sei mesi dalla nascita, Gengle vanta oltre seimila iscritti. Milano è tra le città che hanno accolto meglio  l’idea,  con  circa  1200  genitori  pronti  a  condividere impegni e momenti di relax e divertimento. Così la sua fondatrice, Giuditta Pasotto, guarda già avanti pensando di aggiungere anche servizi di consulenza psicologica e legale, in risposta alle domande degli utenti.
 

Gli  eventi. Tra gli ultimi eventi organizzati dagli utenti ci sono pizzette, gite sul lago, serate per conoscersi. Ma c’è anche chi da Roma programma un viaggio in occasione dell’Expo e si rivolge agli iscritti milanesi per un aiuto. I prossimi eventi già in programma sono previsti a Venezia, il 28 febbraio e l’1 marzo.
 







Viagra femminile - Luci e ombre

APPROVATO IL FARMACO PER IL DESIDERIO DELLE DONNE
Erroneamente chiamato Viagra femminile. Luci e ombre - soprattutto ombre - dell’Addyi o flibanserina, il farmaco per il desiderio sessuale delle donne che sarà in vendita negli Stati Uniti dal 17 ottobre e che è sbagliato definire come il Viagra per le donne.

Dal 17 ottobre, negli Stati Uniti, la casa farmaceutica Sprout Pharmaceuticals metterà in vendita un farmaco per curare la mancanza di desiderio sessuale nelle donne. Il suo nome è Addyi, o flibanserina e da molti giornali è stato definito come il viagra femminile. Il che è un errore grossolano frutto di una semplificazione giornalistica.
 

NON È IL VIAGRA DELLE DONNE.  La flibanserina, infatti, non agisce sull’irrorazione sanguigna e non deve essere assunto prima dell’atto sessuale come nel caso del Viagra: funziona infatti a livello cerebrale, regolando alcuni neurotrasmettitori, e deve essere assunto una volta al giorno, indipendentemente dal fatto che si presenti o meno un’occasione fra le lenzuola.

A COSA SERVE. Addyi è stato studiato per curare il cosiddetto  desiderio  sessuale  ipoattivo  (in  inglese  hypoactive sexual  desire  disorder  o  HSDD),  cioè  una  condizione  di scarso o inesistente desiderio sessuale. A prescindere dalla causa, che può dipendere dalla scarsa produzione di alcuni ormoni, dall’abuso di alcol o sostanze  stupefacenti, e da un problema psicologico irrisolto, il farmaco interagiscecon la dopamina e la noradrenalina proprio per risolvere chimicamente la mancanza di libido.


LE POLEMICHE E I DUBBI.  L’approvazione  da  parte  della FDA,  l’agenzia  americana  per  il  farmaco,  è  arrivata  dopo che per ben due volte ne era stata respinta l’introduzione per i numerosi studi che sottolineano l’efficacia ridotta dell’Addyi (solo dall’8 al 13 per cento delle donne che lo prendono  hanno  benefici  superiori  a  quelli  prodotti  dal placebo) e i numerosi effetti collaterali (bassa pressione, nausea, svenimento, insonnia). Ne erano seguite numerose polemiche. In particolare l’associazione per i diritti femminili Even the Score aveva accusato la FDA di essere sessista, per aver approvato solo farmaci contro la disfunzione erettile dell’uomo, ignorando quelli per i problemi sessuali delle donne. Mentre  alcune  rappresentanti  dei  movimenti  per  i  diritti delle donne hanno accolto con soddisfazione la commercializzazione di Addyi, altri ritengono che la FDA abbia ceduto a una sorta di ricatto morale approvandone l’uso.
 

MOLECOLE CHE CAMBIANO LO “STILE DI VITA”.  E se è vero che la pillola può essere venduta solo dietro prescrizione medica, dunque in seguito ad attenta valutazione di vantaggi e svantaggi, ciò non elimina le preoccupazioni.
Una in particolare, quella che riguarda le cosiddette lifestyle drugs e le patologie fantasma: Adriane Fugh-Berman della  Georgetown  University,  spiega  senza  mezzi  termini che la HSDD è una sindrome inventata dalle case farmaceutiche per poter vendere farmaci che in realtà non sono medicine.
I dati sono ancora poco chiari: secondo vari studi ne soffre una donna adulta su dieci e il 7 per cento delle donne in pre-menopausa; secondo altri colpisce almeno una volta nella vita un terzo delle donne adulte. Solo il tempo e ulteriori studi potranno forse chiarire chi ha davvero ragione.







Lo sport per i nostri figli

 

COME CRESCERE SANI DIVERTENDOSI

Una guida pratica e alfabetica per scegliere lo sport giusto: a quale età iniziare, quali i maggiori benefici di ogni specialità e quali controindicazioni si possono presentare. Cosa c’è da sapere per essere aggiornati e consapevoli, bravi genitori anche dal punto di vista sportivo.

I figli: la cosa più importante della nostra vita. Cosa non si farebbe per loro? Qualsiasi sacrificio, pur di vederli crescere sani e svegli, pronti ad affrontare le esigenze della vita. Chiunque sia genitore sa cosa intendiamo dire.
Gli psicologi confermano che nel rapporto complesso che intercorre fra chi ha generato e chi viene generato si instaura una specie di transfert: inconsciamente scarichiamo sui figli tutte le frustrazioni e le insoddisfazioni della nostra esperienza di vita precedente alla loro nascita. In altre parole, se noi non abbiamo conseguito risultati brillanti nella nostra carriera scolastica pretendiamo che nostro figlio ci regali almeno una laurea; se non siamo riusciti a diventare campioni in uno sport, ci fa sognare soltanto il pensiero che il nostro erede  brilli in qualche specialità sportiva; se non siamo brillanti in compagnia o se quando tocca a noi di partecipare a un karaoke i nostri amici si tappano le orecchie, nostro figlio deve cantare come Pavarotti; se il nostro aspetto fisico non ci soddisfa, desideriamo intensamente che la nostra prole sia fisicamente perfetta.
Spesso questo atteggiamento si tramuta in qualcosa di patologico, con aspetti quasi ossessivi, più frequenti quando il figlio è uno solo. Ma non intendiamo approfondire questo tipo di discorso, che rischierebbe di portarci fuori strada rispetto all’argomento di cui vogliamo parlare. I figli sono realmente, come li definisce una efficace espressione popolare napoletana, “piezz’e core”, un pezzo del nostro cuore. E noi per loro siamo davvero disposti a tutto, ancheper quanto riguarda la loro attività fisica e la cura del loro corpo in formazione.

Lo sport come evoluzione del gioco
Il movimento fisico è innato e istintivo nel bambino, che in modo del tutto naturale - ancor prima di cominciare a camminare - sa quali “esercizi” compiere per agevolare nella crescita il proprio sistema muscolare e nervoso. Altrettanto importante, e altrettanto istintiva, è la propensione al gioco, fondamentale nella fase evolutiva di ogni essere umano; alcuni movimenti, come calciare una palla con una gamba restando in equilibrio sull’altra, correre a nascondersi cercando di non essere scoperti, assumere atteggiamenti imitativi del comportamento degli adulti o degli altri bambini sono step irrinunciabili nella crescita sana e “regolare” dell’individuo.
E lo sport?  Lo sport è, o dovrebbe essere, una evoluzione naturale del gioco, generata dal graduale inserimento di regole nella fase del divertimento. Va da sé che si tratta di un passaggio-chiave nella fase evolutiva del bambino, che è nostra responsabilità di adulti e di genitori guidare in modo consapevole per garantire all’essere in formazione i migliori risultati sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico. La domanda, quindi, è: verso quale sport indirizzare nostro figlio, tenendo conto di tutte le variabili che devono essere considerate per una scelta migliore? Passiamo in rassegna, specialità per specialità, le più diffuse discipline sportive, cercando insieme di valutare il pro e il contro di ognuna di esse.
Quale sport scegliere?

ATLETICA LEGGERA
La corsa, specialità atletica su varie distanze, è la più istintiva e immediata pratica sportiva per il bambino. Ovviamente, tale istintività deve essere contenuta e sviluppata sotto l’attenta guida di un allenatore che insegni al giovane sportivo come ottenere il meglio da sé stessi, sia attraverso un più razionale sfruttamento delle proprie caratteristiche fisiche sia attraverso un allenamento specifico. Proprio in virtù dell’allenamento specifico, recenti studi hanno dimostrato che anche un bambino – contrariamente a quanto si supponeva anni fa - può cimentarsi anche nella corsa di lunga durata. Correre è fondamentale per avere un sistema cardio-vascolare in perfetta efficienza e un metabolismo attivo e preciso, ma attenzione al sovrappeso: se la pratica è ideale per smaltire il peso in eccesso, elevati sono i rischi di traumi articolari e muscolari fino a quando non viene raggiunto il peso-forma. Da considerare positivamente anche il fatto che la corsa è alla base di altre specialità di atletica leggera: crescendo all’interno di una società sportiva ben organizzata e multidisciplinare, il ragazzino avrà tempo e modo di scegliere su quale specialità intende concentrare la propria attenzione e i propri sforzi. Più l’atleta è giovane e più è probabile che un’attività “solitaria” come quelle comprese nella disciplina dell’atletica leggera tenda ad annoiarlo. Sarà compito dell’allenatore e dei genitori stimolarlo nella ricerca dell’adeguato entusiasmo.

 

BASKET
Dopo alcuni decenni di continua crescita, il movimento cestistico italiano sta segnando il passo, soprattutto in campo maschile, in crisi di risultati in particolare per quanto riguarda le squadre nazionali. Può essere interessante tenerne conto se si vuole considerare lo spirito dell’ambiente con il quale il ragazzino dovrà confrontarsi. Da molti anni esiste il Minibasket, una vera e propria categoria speciale pensata per favorire l’approccio infantile a questo sport. La pratica può essere iniziata anche prima dei 10 anni di età, ma è soltanto a 11 anni che la Federazione permette il tesseramento a una Società Sportiva e la conseguente effettuazione di campionati regolari. Il basket è particolarmente indicato per favorire le capacità anaerobiche(essenzialmente velocità e potenza muscolare) e come tutti gli sport di squadra sviluppa la socializzazione e il senso di responsabilità. Giocandosi di norma in piccoli spazi, favorisce la rapidità  di decisione e d’esecuzione, il colpo d’occhio, la precisione nei movimenti. Viene considerato uno “sport di allungamento” particolarmente efficace per il benessere della colonna vertebrale. Non sono indicate particolari precauzioni; soltanto si consiglia di evitare l’avvio al basket di ragazzini sovrappeso: i ripetuti salti e lo stress al quale sono sottoposte le articolazioni della parte inferiore del corpo potrebbero nuocere provocando malfunzionamenti.

CALCIO
E’ lo sport nazionale italiano e a tutti i genitori piacerebbe avere un figlio campione, anche in virtù degli enormi potenziali guadagni (si è letto tempo fa sui giornali di un giovanissimo calciatore italiano che, appena diventato maggiorenne, ha regalato una villa con piscina ai propri genitori). Le società sportive, attraverso le loro Scuole Calcio, possono iscrivere bambini dai 6 anni in poi ma il primo campionato può essere disputato nella categoria “pulcini” a 8 anni compiuti. Il calcio si dimostra particolarmente adatto ad allenare il fisico agli sforzi prolungati e ad insegnare al bambino il controllo delle proprie pulsioni nervose, oltre ad abituarli a giocare in squadra, sviluppando l’idea del collettivo (una partita non si vince e non si perde da soli…). Importante è tenere il bambino per quanto possibile lontano dai fenomeni di divismo e di emulazione che circondano negativamente il mondo del calcio. Per la pratica sportiva non esistono particolari controindicazioni, se non quelle legate alla possibilità di farsi male negli scontri fisici con gli avversari e in caso di cadute.

GINNASTICA ARTISTICA
I migliori risultati si ottengono iniziando questa pratica sportiva l’anno precedente al raggiungimento dell’età scolare, quando il bambino gode ancora di una particolare condizione di elasticità articolare e, con un allenamento minimo, è ancora possibile migliorare la coordinazione dei movimenti. I maggiori benefici che il bambino può trarre dalla pratica della ginnastica artistica sono lo sviluppo perfettamente simmetrico della muscolatura, totalmente messa in funzione durante ogni esercizio; il colpo d’occhio e la capacità di reazione; la capacità di coordinarsi nei movimenti; la possibilità di mantenere a lungo la perfetta flessibilità delle articolazioni. Unica seria controindicazione per la pratica della ginnastica artistica è la presenza di gravi alterazioni, congenite o di origine traumatica, alla colonna vertebrale. Una accurata visita medica e/o un’analisi sintomatologica preventive potranno fare chiarezza in questo senso.

NUOTO
Non esiste un’età migliore per cominciare a nuotare. Galleggiare nell’acqua è la cosa più naturale per un esserino che è vissuto nove mesi nella pancia della mamma. Ma se tecnicamente non esistono impedimenti per iniziare a nuotare anche a pochi mesi si età, si consiglia di attendere almeno i 3 anni compiuti per far affrontare a nostro figlio un vero e proprio corso di nuoto. Per essere avviati all’agonismo e alle gare, invece, occorre che il bimbo abbia compiuto almeno gli 8-9 anni. I benefici apportati dal nuoto allo sviluppo psicofisico del bambino sono risaputi. Tutto il corpo si può giovare dei vantaggi di una pratica sportiva che contribuisce allo sviluppo armonico e completo del fisico. Però è opportuno considerare alcune controindicazioni che possono causare, se trascurate, fastidiose conseguenze. Per esempio, un’attività agonistica troppo intensa può favorire il peggioramento di una situazione scoliotica non individuata in precedenza, come pure stili quali la rana –se praticati intensamente- possono accelerare, in soggetti predisposti, la formazione di ernie discali. Ancora: se l’ambiente caldo-umido della piscina è particolarmente indicato per chi soffre d’asma, così non si può dire per i soggetti con altre disfunzioni otorinolaringoiatriche: specialmente nei mesi invernali e specialmente nel momento dell’uscita dall’ambiente piscina è fondamentale coprirsi spesso per evitare bronchiti, tracheiti, riniti  e otiti da raffreddamento. Appartiene invece al grande libro delle leggende metropolitane la notizia che in acqua aumenta il rischio di contrarre malattie infettive. Il livello di asetticità dell’acqua di una piscina (soprattutto coperta) è assai elevato, grazie alle sostanze disinfettanti, antibatteriche, antimicotiche in essa disciolte. Alcune semplici precauzioni, come calzare sempre –ovviamente fuori acqua- ciabattine di gomma evita il rischio di contrarre funghi o verruche ai piedi.

PALLAVOLO
Come nel basket, la pratica agonistica deve essere preceduta da un’attività propedeutica, che in questo caso si chiama Minivolley:  le iscrizioni sono possibili a partire dai 9-10 anni. Per disputare il primo campionato regolare previsto dalla Federazione occorre aver compiuto i 14 anni anche se, in presenza di particolari condizioni di sviluppo fisico, possono essere concesse deroghe fino a un limite fisico di 11 anni compiuti.  La pallavolo ha il grande vantaggio di non sottoporre chi la pratica a scontri diretti: per questo è molto amata dalle mamme, spesso preoccupate dalla fisicità esistente in altri sport di squadra. Lo sviluppo geometrico e razionale del gioco favorisce l’acuirsi del senso della posizione e della responsabilità, caratteristiche molto formative per il bambino. La frequenza dei salti e le gestualità atletiche previste dalla disciplina assegnano questo sport alla categoria di quelli di “allungamento”, ricchi di benefici per la colonna vertebrale. Inoltre, la pallavolo è raccomandata per favorire velocità e potenza muscolare.

SCHERMA
 Forti di una tradizione centenaria che ci colloca stabilmente ai vertici mondiali di questo sport, gli italiani continuano ad avvicinarsi alla disciplina in numero sensibile e il movimento è in crescita. E’ importante tenerne conto, responsabilizzando il bambino nei confronti della grande tradizione che si troverà in qualche modo a rappresentare. Tutto ciò sarà molto educativo, anche in considerazione del fatto che già ancor prima di saper leggere e scrivere il bambino può essere avviato a tirar di scherma, specialità fioretto, utilizzando armi di plastica. E’ arcinoto che la scherma favorisca la coordinazione dei movimenti e lo sviluppo armonico del corpo, ma studi più recenti hanno dimostrato che anche molte qualità psicologiche possano essere efficacemente sviluppate dalla pratica schermistica, quali l’autocontrollo e il senso della percezione spaziale. Particolare importanza assume, nella scherma, anche il rispetto dell’avversario: solo nelle arti marziali di origine orientale esiste qualcosa di simile dal punto di vista didattico. Controindicazioni: spada, fioretto, sciabola – per quanto innocue nella loro particolare versione agonistica-, sono comunque armi fatte per offendere. Anche se le probabilità di incidenti sono di fatto molto basse, non si può non tenerne conto invitando il bambino a una particolare attenzione per non fare male a sé e agli altri. Infine, anche la scherma può essere considerato uno sport “asimmetrico” e quindi possibile causa di squilibri scheletrici e muscolari; anche per questo sport è importante prevedere opportune attività fisiche di compensazione per le parti del corpo meno utilizzate.

SCI
Accade sempre più di frequente di vedere sui campi da sci bambini piccolissimi che con estrema naturalezza calzano gli sci  e affrontano piccole discese in compagnia dei  genitori o dei fratelli maggiori.
Non c’è da stupirsi: i movimenti alla base dello sci di discesa risultano infatti molto naturali e istintivi anche per chi ha circa 3 anni, l’età consigliata per iniziare a effettuare le prime discesine su pendii e campetti solo parzialmente inclinati. La naturale flessuosità del fisico infantile e la sua elasticità articolare facilitano il controllo degli sci e la sua somiglianza a un gioco, per di più svolto in presenza di una materia “insolita” come la neve, diverte molto i bambini. I maggiori benefici, per il piccolissimo sciatore, derivano soprattutto dalle condizioni ambientali nelle quali si pratica lo sport: la montagna, l’alta quota, l’aria pura chedonano un senso di benessere particolare. Più avanti, crescendo e affrontando discese sempre più impegnative, il bambino potrà godere anche di importanti vantaggi psicofisici: secondo alcune ricerche recenti, lo sci di discesa è uno degli sport più completi e utili nell’età evolutiva, sia per lo sviluppo muscolare che favorisce, sia per le capacità reattive che stimola, sia per la gratificazione che deriva dall’effettuare gare contro il tempo, condizione che invita il giovane atleta a migliorarsi in continuazione e a essere con misura molto esigente con sé stesso.

TENNIS
Contrariamente a quanto si possa pensare, il tennis può essere praticato anche in tenerissima età (perfino a 5 anni), con alcuni accorgimenti.  Primo, importante, l’utilizzo di racchette specifiche per dimensioni e peso su campi di dimensioni ridotte; secondo, importantissimo, l’integrazione dei movimenti propedeutici alla disciplina con esercizi che interessino altre parti del corpo oltre a quelle specifiche della specialità. Essendo infatti  il tennis sport “asimmetrico” per definizione, è opportuno che il giovanissimo atleta abbia la possibilità di sviluppare armoniosamente, con attività di compensazione, il proprio fisico. Secondo alcuni pediatri, il tennis è una specialità molto gradita ai bambini perché consente loro di scaricare molta aggressività senza esporli ai rischi di uno scontro fisico con l’avversario. Inoltre, la rapidità di esecuzione dei movimenti richiesti, il colpo d’occhio, il senso dell’ingombro e dello spazio sono facoltà che il ragazzino sa di dover sviluppare e il tennis gli consente di farlo in modo divertente e piacevole. Da non sottovalutare, dal punto di vista psicologico, l’importanza dell’aiuto che il tennis può dare per sviluppare la capacità di concentrazione.







Perchè siamo più grassi dei nostri genitori

Uno studio rivela che a parità di dieta e movimento, negli anni ’80 si restava più magri.

 


Il valore energetico dei cibi viene comunemente espresso in Calorie. In realtà, la cosiddetta Caloria è una Chilocaloria ( = 1.000 calorie) ed indica tecnicamente la quantità di calore necessaria per aumentare di un grado centigrado la temperatura di 1 gr di acqua. La caloria è quindi una quantità di energia che verrà poi “usata” dalle cellule del nostro corpo per espletare le diverse funzioni.
Il valore energetico (e quindi calorico) dei cibi varia a seconda della loro composizione in macronutrienti (grassi, carboidrati e proteine). Infatti, mentre i grassi producono circa 9 calorie per ogni grammo, proteine e carboidrati producono circa 4 calorie per grammo. Quindi, possiamo risalire al valore energetico dei cibi se conosciamo la quantità di proteine, zuccheri e grassi presenti.

Alcuni alimenti sono considerati ad elevata densità calorica, cioè forniscono un’elevata quantità di calorie in rapporto al peso (ad esempio, burro e cioccolato e la maggior parte degli snack in commercio). Altri alimenti, quali carote, banane e lattuga, sono a bassa densità calorica. Questi ultimi contengono molta acqua: l’acqua (così come le fibre, le vitamine e i minerali) non influenza il contributo calorico dei cibi.
Il fabbisogno calorico di un individuo per mantenere stabile il peso dipende dall’età, dal sesso, dalla taglia, dallo stile di vita (soprattutto dalla quantità di attività fisica), dalla struttura corporea e da fattori ereditari. Nel caso si voglia aumentare o ridurre il peso corporeo, il fabbisogno calorico può essere modificato di conseguenza. A livello indicativo, esistono dei Livelli di Assunzione Giornalieri Raccomandati di Nutrienti per la popolazione italiana (LARN). I LARN indicano l’apporto quotidiano medio di nutrienti consigliato per le diverse fasce di età ad individui in buona salute.
Ogni individuo ha poi un proprio Metabolismo Basale (MB), che rappresenta il consumo di calorie (spesa energetica) per mantenere in vita l’organismo in stato di riposo. Infatti il metabolismo è l’insieme delle trasformazioni chimiche ed energetiche che avvengono continuamente nell’organismo. Il metabolismo basale dipende da diversi fattori soggettivi: età (è maggiore nelle fasi di crescita, diminuisce poi con l’età); sesso (è più alto nei maschi); massa muscolare (è maggiore negli individui più muscolosi); temperatura corporea; stato di nutrizione; gravidanza (aumenta nelle fasi finali della gestazione). E’ influenzato, inoltre, da fattori oggettivi quali: clima (aumenta con il freddo), pressione atmosferica.
Uno studio condotto all’Università di York e pubblicato sulla rivista Obesity Reserch Clinical Trial – condotto negli Usa su diverse migliaia di persone tra il 1971 e il 2008 – ha cercato di capire se il rapporto tra le calorie assunte, i nutrienti assunti (perché 100 calorie di una mela non sono la stessa cosa che 100 calorie di una merendina), lo sport praticato e il sovrappeso si sia modificato nel tempo. E ha scoperto di sì: una persona che aveva 20 anni negli anni ’80, mangiando esattamente come un 20enne di oggi e muovendosi altrettanto spesso, pesava meno. O meglio aveva un indice di massa corporea di 2,3 kg/m minore, era circa un 10% più magro. Che può sembrare assurdo. I ricercatori hanno cercato di dare delle motivazioni, che restano tuttavia solo delle ipotesi: la cosa potrebbe dipendere dal fatto che oggi siamo esposti a una maggior quantità di sostanze chimiche che sono state messe in relazione con l’aumento di peso. I pesticidi, le confezioni in plastica di alcuni cibi, i ritardanti di fiamma dei divani.
Ma assumiamo anche più farmaci: specie gli antidepressivi hanno subito un vero e proprio boom, ed è ben nota la loro interazione con l’accumulo di peso.
Qualche responsabilità ce l’avrebbe anche la flora intestinale, che sarebbe parecchio cambiata a seguito di un cambio di dieta generale che ci ha visto mangiare meno minestrone e più hamburger e prodotti di origine animale, ma soprattutto più dolcificanti artificiali che, ormai si sa, sono accusati di far ingrassare per diversi motivi (ad esempio avevamo già parlato del fatto che l’aspartame che ingeriamo con le bibite zero, o i chewing gum senza zucchero, viene accusato di far ingrassare perché massimizza l’assorbimento degli altri nutrienti: ma questo dettaglio non è buono per vendere, quanto il claim “zero calorie”).
Tutto questo ci fa pensare ai pregiudizi che ancora ci ostiniamo a dare per scontato, come l’idea, diffusissima, anche a livello inconscio e a tutte le latitudini, che una persona grassa sia una persona pigra, incapace di regolarsi, sciatta. Ci sono invece molte e ben note motivazioni sul perché una persona possa non riuscire a perdere peso, e sarebbe bene imparare che spesso non dipendono dalla sola forza di volontà. Tuttavia, certamente, come detto, l’attenzione all’alimentazione resta fondamentale per stare bene e in forma. Andrebbe spezzata una lancia anche a favore di chi si informa ed è cosciente dei rischi derivanti da un’alimentazione affrettata, dai cibi pronti e industriali. E a chi va anche oltre, ed è sensibile per esempio agli effetti della plastica in cucina: troppo spesso, ancora oggi, chi pone attenzione a ciò che mangia è considerato un “hipster”, un fissato, qualcuno che stupidamente segue una moda (ad esempio perché sceglie biologico o preferisce cereali integrali, o perché considera con attenzione il tipo di confezione del cibo che compra).
Infine, questa ricerca è anche un invito a guardare con più indulgenza agli adolescenti di oggi. Se ci sembrano più fragili e viziati di quel che eravamo noi, se ci sembrano troppo indulgenti con le paranoie tipiche della loro età, dovremmo considerare che il loro mondo è completamente diverso da quello in cui siamo cresciuti noi.







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