In fondo, siamo tutti un po' ladri

Grandi ideali in crisi: si giudica sé e gli altri in base ai propri principi.
Ognuno commette piccole trasgressioni ma non bastano a fare di noi dei poco di buono.

di Manuela Stefani

 

Vi è mai capitato di mettervi in tasca cinque euro di resto che non vi spettavano? O di rubare il giornale del vicino di casa dalla sua cassetta della posta? O di parlare male di qualcuno che in fondo non merita la vostra durezza? Probabilmente sì e altrettanto probabilmente non vi siete sentiti disonesti per questo: per la maggior parte di noi, simili sciocchezze non rappresentano atti di disonestà e non minano il nostro senso di integrità morale. Eppure, non possiamo dire che azioni come queste siano “oneste”. Ma tant’è: qualcuno si difenderà dicendo che si tratta di piccole trasgressioni che non hanno nulla a che vedere con le questioni fondamentali dell’esistenza, sulle quali ci si sente in dovere di essere più rigorosi. Dove sta dunque il limite tra onestà e trasgressione? Lo abbiamo chiesto allo psicologo Luigi Baggio, che ci ha dato una risposta provocatoria: «Una molecola di negatività può addirittura ottimizzare il funzionamento di sistemi complessi come gli essere umani. Un cioccolatino aiuta a sopportare una dieta, il permesso di tenere un angolo in disordine aiuta il genitore a far sì che il figliolo si preoccupi di rassettare il resto. Allo stesso modo una trasgressione a un comportamento integerrimo permette di mantenere sano uno schema di moralità e di onestà». E davvero così? «In ciascuno di noi coesistono parti positive e parti negative, oneste e disoneste. In situazioni di normalità, sono le prime a emergere», continua Baggio. «Sono quelle che ricevono più rinforzi da parte dell’ambiente esterno (genitori o dagli insegnanti). Ciò non significa che le altre non ci siano e che non abbiano bisogno di far sentire la loro voce». Se pensiamo all’adolescenza, età dell’oro delle trasgressioni, viene da pensare che queste siano il modo più forte da parte dei nostri figli per dirci di no: no ad assomigliarci in tutto, no a fare ciò che chiediamo, no a essere un’appendice cli noi. «Se questo meccanismo funziona come si deve, il risultato è un adulto mediamente sano che ha imparato che la trasgressione, usata bene e limitatamente, aiuta a crescere», conclude Saggio, che aggiunge: «Una trasgressione produce anche scariche di adrenalina, aumento del battito cardiaco, tensione muscolare, senso di eccitazione. Ciò diventa un rinforzo positivo creando euforia, senso di potenza, aumento dell’immagine di sé e complicità, se a trasgredire non si è soli. Ovviamente il tutto funziona se si tratta di una piccola trasgressione».

Non si nasce perfetti
«L’onestà non è un tratto del carattere», dice Sergio Marsicano, psicoanalista, «ma l’adeguamento volontario a una convenzione sociale. La regola divide il bene dal male, il possibile dall’impossibile. La legge significa proprio “limite del possibile” e l’onestà può essere intesa come “aderenza” a questo limite». Quindi trasgredire implica superare il limite e sporgersi nel campo dell’impossibile. «La legge ingabbia il desiderio dove esso porta conflitti», aggiunge Marsicano. «La regolamentazione del desiderio si concretizza nella legge. Su ciò si struttura la legislazione di un Paese, alla base della vita sociale e del comune sentire morale».

 

Sulle leggi prevale il giudizio
«La necessità di darsi delle regole nasce dal fatto che l’aggressività è presente nell’uomo ed è difficile gestirla», dice lo psichiatra Gugliemo Campione. «Un modo per contenerla è organizzare la vita sociale sulla base della legge». Ma la legge, prima ancora di appartenere alla società, è dentro l’individuo.
Ognuno le attribuisce un valore speciale, influenzato dalla storia personale. «Oggi viviamo in un’epoca in cui le categorie ideologiche e ideali sono in crisi», sottolinea Campione. «Prevale il giudizio individuale, basato sulle proprie priorità. Secondo questa logica, anche la trasgressione a una legge del gruppo è giudicata soggettivamente e ciò porta a un aumento dei conflitti».

 

Le eccezioni alla regola
Non mancano le reazioni a questa relativizzazione dei valori e chi segue criteri opposti. I cattolici più convinti osservano alla lettera le regole che l’autorità religiosa (il papa) stabilisce e professano di credere a un sistema di valori assoluto e universale. «I musulmani rinunciano al pensiero individuale e accettano di perdere la propria identità per diventare massa (identità-massa). Lo scopo è difendersi meglio dalle aggressioni esterne. La controindicazione è che l’individuo non pensa più», finisce Campione, e la cronaca purtroppo è sotto gli occhi di tutti, tristemente, a ricordarlo.

 

Quando valutiamo l’onestà degli altri, usiamo lo stesso metro che adoperiamo per noi stessi?
“Molto spesso il differente metro di giudizio adottato nel considerare il nostro comportamento o quello degli altri deriva dal mancato riconoscimento di questi come persone», dice il sociologo Pierluigi Avarone. «La formazione dell’identità è basata anche sulla diversità (siamo “noi”, e siamo diversi dagli “altri”) e se questo passaggio può già di per sé diventare causa di conflitto, è fonte di maggiori problemi quando la diversità diventa ostacolo al riconoscimento dell’altro come essere umano e, come tale, nostro simile».

Gli Inuit e i Bantù, per esempio, si autodefiniscono “uomini”: questo infatti è il significato delle due parole nelle rispettive lingue: ciò porta, magari inconsciamente, a non considerare “uomini” tutti gli altri. «Un atteggiamento simile è riscontrabile anche nella nostra cultura quando valutiamo e definiamo gli altri in base alla loro appartenenza politica, religiosa, etnica o di classe in senso dispregiativo. Di fronte a noi non c’è più un uomo, ma solo un individuo contro il quale qualunque atto può essere giustificato», continua Avarone. Per evitare che ciò accada è necessario che i genitori e, successivamente, le strutture scolastiche, educhino le nuove generazioni al rispetto della diversità e al riconoscimento del prossimo come proprio simile.» Per questo è necessario che il bambino venga amato e accettato dai genitori per quello che è, in modo incondizionato (“ti riconosco e ti amo per quello che sei” e non “ti riconosco solo se...”).

Questa forma di rassicurazione. una volta interiorizzata, permetterà al bambino diventato adulto, oltre che di aderire serenamente all’esistenza, di rispettare il prossimo, sempre e chiunque esso sia».







L'errore umano, perchè accade e come evitarlo.

Sembrava andare tutto bene, ma… all’improvviso, un disastro. Perché? Spesso la colpa è del cervello.

Ecco 7 modi in cui può andare “in tilt”.

1. PREGIUDIZIO DELLA CONFERMA
La nostra mente fa fatica ad abbandonare i vecchi schemi

QUANDO L’IMPIANTO di perforazione petrolifera Deepwater Horizon della Bp esplose nel Golfo del Messico, nel 2010, le fiamme furono visibili a 50 km di distanza .
Lì, in precedenza, il personale aveva testato il sigillo di cemento di un pozzo appena scavato, prima di rimuovere il tubo di perforazione lungo 1,5 chilometri. Il responso fu che il sigillo non era sicuro, e che l’operazione avrebbe potuto comportare un’esplosione... Perché, allora, nessuno se ne preoccupò?
Andrew Hopkins della Australian National University di Canberra (Australia), che si occupa di analisi di disastri, spiega che i tecnici usavano il test soltanto per confermare che il pozzo era sigillato, non per valutare se il sigillo fosse sicuro o meno. La loro riluttanza ad accettare il risultato non è insolita: molti di noi hanno difficoltà a credere a ciò che contraddice quello che già pensiamo. Gli psicologi lo chiamano bias (pregiudizio) di conferma. Da cosa deriva? Michael Frank, neuroscienziato alla Brown University di Providence (Stati Uniti), spiega che questo pregiudizio può avere una base fisiologica nella dopamina, un neurotrasmettitore che nel cervello funziona come segnale di ricompensa.
La dopamina agisce sulla corteccia prefrontale, spingendoci a ignorare le evidenze che vanno contro le nostre esperienze di lunga data.
In un’altra parte del cervello, lo striato, il neurotrasmettitore ha l’effetto opposto: i suoi livelli si alzano in risposta a nuove informazioni, portandoci a considerarle. C’è chi è “IMMUNE”. Nella maggior parte di noi, il risultato netto è quello di favorire le nostre convinzioni sedimentate. Ma gli esperimenti di Frank mostrano che alcune persone hanno un gene che favorisce l’effetto opposto, e sono quindi meno suscettibili al pregiudizio di conferma. Dovremo arrivare a uno screening genetico per trovare gli individui più adatti a prendere decisioni in situazioni ad alto rischio? Probabilmente non è una buona idea, almeno non ancora, dice Frank. Un singolo gene, infatti, non permette di prevedere l’intera gamma di comportamenti che una persona può manifestare, sotto pressione o meno. Ma qualcosa si potrebbe fare comunque. Per esempio, le aziende potrebbero assumere un “avvocato del diavolo”, con il compito di proporre una contro-argomentazione che costringa chi deve prendere una decisione importante a considerare i punti di vista alternativi.

 

2. PARALIZZATI
L’istinto? Si deve evolvere

LA PAURA SI È EVOLUTA come meccanismo di sopravvivenza: in presenza di un pericolo, il cuore accelera ed entra in circolo il cortisolo, l’ormone dello stress, permettendo ai muscoli di accedere a fonti di energia supplementare. Ma il cortisolo abbatte anche le funzioni cognitive come la “memoria di lavoro”, che ci permette di elaborare le informazioni e prendere decisioni, e la “memoria dichiarativa”, la nostra capacità di ricordare fatti ed eventi. In termini evolutivi, questo ha un senso: «Se scappi da una tigre, non è tanto importante ricordare poi come hai fatto», dice Sarita Robinson, neuropsicologa alla University of Central Lancashire a Preston, Uk. Ma nel mondo moderno la destrezza cognitiva può essere più importante delle gesta fisiche.
IN AUTOMATICO. Il cortisolo, comunque, non spegne la “memoria procedurale”, che ci consente di svolgere automaticamente attività come camminare o slacciare una cintura di sicurezza. Ma, se non si è addestrati, si rischiano comportamenti inadeguati. In esperimenti di evacuazione da un elicottero sommerso dall’acqua, Robinson ha notato che i passeggeri intrappolati tentavano di aprire la cintura dal lato, come farebbero in auto, invece che dal centro, dove si trovava la chiusura.
«Non erano in grado di sviluppare in tempo un nuovo comportamento», nota. Questo può spiegare quanto accadde nel 1994, quando la MS Estonia, un traghetto diretto a Stoccolma, affondò provocando la morte di 852 persone su 989. Secondo il rapporto ufficiale, quando la nave si inclinò, alcuni passeggeri rimasero “pietrificati”. La soluzione? Esercitarsi a gestire l’imprevisto, inserendo più eventi inaspettati nelle esercitazioni pratiche. Come nell’addestramento dei piloti d’aereo.

       

3. FISSARSI SUL DETTAGLIO
Troppa concentrazione ci rende ciechi all’improvviso

NEL 2005, A 37 ANNI, ELAIN BROMILEY fu ricoverata per un piccolo intervento alle cavità nasali. Quando ebbe un’ostruzione alle vie respiratorie, tre medici cercarono di inserirle un tubo in gola. Non riuscendoci, avrebbero dovuto effettuare una tracheotomia, cioè inciderle la trachea in modo che potesse respirare. Invece continuarono i tentativi di intubarla, senza accorgersi che la paziente era in carenza di ossigeno. Elaine non si svegliò più.

Questo tipo di errore, che potremmo definire “di fissazione”, è stato evidenziato in un celebre esperimento del 1999 dagli psicologi Daniel Simons e Christopher Chabris. I due hanno chiesto ad alcuni volontari di contare quante volte un gruppo di persone in un video si passava un pallone da basket. Nel filmato, a un certo punto, appariva una donna vestita da gorilla che si batteva il petto. Ma i volontari erano così assorti sul pallone che metà di essi non se ne accorse nemmeno. «Abbiamo una grande capacità di concentrare l’attenzione sulle cose che ci interessano o sono rilevanti per il nostro compito», spiega Simons. Ma a volte ci sfugge qualcos’altro. Lo sanno bene le compagnie aeree, che hanno affrontato il problema incoraggiando i membri dei loro equipaggi a comunicare tra loro: prima la cabina di pilotaggio tendeva a essere gerarchica, e l’equipaggio a volte non osava far notare al capitano quando faceva qualcosa di sbagliato. Le stesse dinamiche si possono verificare in sala operatoria. IL RIMEDIO? UNA CHECK-LIST. Durante l’intervento su Elaine, diversi infermieri avevano notato che la donna stava diventando cianotica, ma non si sentirono di suggerire ai medici quello che avrebbero dovuto fare. Martin, il marito di Elaine, è un pilota, e si è reso conto che le procedure di sicurezza aerea potevano essere utili anche in sala operatoria. In particolare l’uso di check-list: l’équipe medica si presenta e conferma oralmente i passaggi chiave dell’intervento che sta per essere eseguito. Uno studio dell’Università di Toronto, in Canada, ha mostrato che le check-list riducono di due terzi la cattiva comunicazione, causa principale degli errori.
 

4. ANDARE IN STAND-BY
Di fronte alla monotona routine, la mente tende a divagare

CHIUNQUE GUIDI una macchina ha provato questa sensazione: ti ritrovi in un tratto di strada tranquillo e il pensiero va a una cena o a una festa imminente. Non appena l’ambiente diventa prevedibile, sicuro o noioso, la mente inizia a vagare. «Dopo circa 15 minuti, troviamo irresistibile iniziare a pensare ad altro», dice Steve Casner della Nasa. Quando i nostri pensieri vanno alla deriva, entra in funzione un insieme di strutture cerebrali conosciuto come “rete della modalità di default”. Che cosa faccia esattamente è tuttora poco chiaro, ma sembra giocare un ruolo importante nel contribuire a organizzare i nostri pensieri e a pianificare le nostre azioni future, sostiene Johnny Smallwood dell’Università di York, nel Regno Unito. Ma ciò non è detto che sia utile quando, per esempio, si stanno guidando mezzi pesanti. Per fortuna esistono alcune strategie che è possibile utilizzare per tenere concentrata la mente su un compito specifico. Una è quella di essere consapevoli del proprio orologio biologico. Le ricerche suggeriscono che le persone mattiniere prestino attenzione più a lungo nella prima parte della giornata, mentre i nottambuli sono più portati a rimanere concentrati di sera. E chi guida può rendersi conto che quando si percorre una strada non conosciuta la concentrazione è più elevata del solito.
SVEGLIATI! Uno studio recente ha anche scoperto che le persone che guidano su un percorso che utilizzano abitualmente tendono a stare più vicino alla macchina davanti a loro e sono meno attente ai pedoni, effetti che i ricercatori hanno attribuito al sognare a occhi aperti. Anche il consumo di gomme da masticare e caffeina ha dimostrato di aiutare le persone a rimanere concentrate su compiti noiosi. I ricercatori stanno esplorando un altro aspetto: allertare i guidatori quando la loro attenzione è in calo. Alcune case automobilistiche si stanno muovendo in questa direzione: lo scorso giugno, per esempio, Jaguar ha annunciato un progetto di ricerca per monitorare le onde cerebrali dei conducenti in cerca dei segnali che indichino una perdita di concentrazione.

 

5. PREGIUDIZIO SUL RISULTATO
Fino a quando tutto va bene, trascuriamo le anomalie

UN DIRETTORE DI VOLO DELLA NASA, il 23 gennaio 2003, scrisse una mail da Houston agli astronauti dello shuttle Columbia, comunicando loro che un pezzo di schiuma isolante si era staccato dal serbatoio del carburante durante il decollo e aveva colpito un’ala della navetta. «Abbiamo visto questo stesso fenomeno su diversi altri voli e non vi è assolutamente nulla di cui preoccuparsi per il rientro», scrisse. Nove giorni dopo, il Columbia si disintegrò nell’atmosfera, distrutto dall’aria rovente infiltratasi attraverso l’ala danneggiata. Come può la Nasa, un ente scientifico di super esperti, aver notato un problema più e più volte e non avergli prestato alcuna attenzione particolare?
FERMATI E PENSA. La nostra tendenza a ignorare i segnali di pericolo è qualcosa che Robin Dillon-Merrill, alla Georgetown University di Washington (Usa), ha indagato per anni. «Fino a quando le cose vanno bene, gli esseri umani spesso hanno molte difficoltà a riflettere criticamente sui disastri sfiorati o sui propri errori. È un fenomeno noto come outcome bias, pregiudizio sul risultato», dice. «Le persone riconoscono le cose chiaramente sbagliate», continua. «Ma di fronte a cose sbagliate di poco conto, se si ottengono buoni risultati comunque, tendiamo a ignorarle sempre di più». È solo quando la catastrofe colpisce, che ci svegliamo. Perché siamo così sedotti dal successo?
In uno studio del 2012, Tali Sharot e colleghi dello University College di Londra hanno trovato una correlazione tra la nostra tendenza a un ottimismo irreale e il livello di dopamina nel cervello. Da un punto di vista evolutivo, dice Sharot, forse è stato vantaggioso. «Aumenta la motivazione. Se pensi di avere ottime probabilità di successo, è più probabile che tu ti avventuri in esplorazioni», spiega. Per gestire questo pregiudizio, Dillon-Merrill ha un suggerimento per aiutarci a prendere nota dei dettagli negativi. «Un collega della Nasa tiene un workshop che chiama “fermati e pensa”». L’obiettivo? Valutare un processo prima che il risultato sia noto. «Perché, se sai il risultato, sarai prevenuto».

 

6. NON SIAMO ROBOT
Capirsi con le macchine

UNO DEI PEGGIORI incidenti provocati dal fuoco amico che hanno coinvolto le truppe Usa in Afghanistan fu causato da una batteria scarica. Nel 2001, un membro delle forze speciali statunitensi inserì le coordinate di una postazione talebana in un Gps e stava per trasmetterle a un bombardiere B-52 quando la batteria del dispositivo si scaricò. La sostituì e inviò la posizione. Senza rendersi conto che, al riavvio, il dispositivo aveva impostato automaticamente le coordinate della propria posizione. Una bomba di 900 kg fu lanciata sulla postazione di comando americana, uccidendo lui e altri sette compagni. In un mondo sempre più automatizzato, le incomprensioni tra uomo e macchine sono un problema serio, dice Sarah Sharples, ricercatore all’Università di Nottingham (Uk). Parte della sfida è rendere facile agli esseri umani cogliere ciò che i computer vogliono dire; in altre parole, presentare le informazioni in modo chiaro. L’unità Gps in Afghanistan fu criticata per la sua scarna interfaccia: i soldati si lamentarono che la sua lettura era difficile nel trambusto della guerra.
INCOMPRENSIBILE. La confusione tecnologica ha contribuito ad altri incidenti importanti, come quello dell’aereo della Turkish Airlines che si è schiantato in fase di avvicinamento all’aeroporto di Amsterdam, nel 2009. Un altimetro difettoso indusse il computer di bordo a far rallentare l’aereo, come se fosse sul punto di atterrare, quando in realtà si trovava ancora a oltre 300 metri da terra. La prima indicazione di questa modalità di “manetta automatica” era stata una parola apparsa, in piccolo, sul monitor di volo: “Rallentamento”. Che i piloti non notarono. Nel 2013, il volo 214 della Asiana Airlines si schiantò in fase di avvicinamento a San Francisco; uno dei motivi fu che i piloti non erano stati addestrati a sufficienza per comprendere come il complesso computer dell’aereo si sarebbe comportato in determinate situazioni. Parte del problema, spiega Michael Feary, psicologo della Nasa, è l’uso di una lingua “da ingegnere” sugli schermi dei computer di volo. «Dobbiamo migliorare le interfacce sui moderni aeroplani». È un problema che stiamo solo ora cominciando a comprendere e ad affrontare. Nadine Sarter, dell’Università del Michigan ad Ann Arbor, e suoi colleghi della società tecnologica Alion, per esempio, hanno lavorato su un software finanziato dalla Nasa che controlla i progetti degli strumenti delle future cabine di pilotaggio cercandone i difetti. Una delle cose che controlla è che le informazioni cruciali del volo siano presentate in modo chiaro. «Usiamo ciò che abbiamo imparato in passato», dice Sarter, «per poter prevenire gli incidenti piuttosto che spiegare, dopo, come siano avvenuti».

 

7. PENSIERO COLLETTIVO
Siamo portati a uniformarci

È NOTO CHE LA GENTE tende a uniformare le proprie opinioni a quelle della maggioranza. Nel 2011, Jamil Zaki, psicologo della Stanford University (California), e colleghi ne hanno scoperto il motivo. Dipende dalla corteccia prefrontale ventromediale, una parte del centro della ricompensa del cervello, che si “accende” quando ci imbattiamo in qualcosa che ci piace. Il team di Zaki ha scoperto che si attiva anche quando ci viene detto ciò che pensano gli altri. E più si attiva, più indirizza la nostra opinione verso quella della maggioranza.
MEGLIO DUBITARE. Nella vita quotidiana la conformità può essere utile, perché fa sì che gli altri servano da guida in situazioni non familiari, sostiene Lisa Knoll, neuroscienziata dell’University College di Londra. Ma può anche essere pericolosa. Knoll ha pubblicato uno studio in cui ha chiesto di votare quanto fosse rischioso scrivere un Sms mentre si attraversa la strada, guidare senza cinture e così via. Dopo aver visto i voti degli altri, tutti spostavano i loro verso quelli della maggioranza, anche se significava abbassare la loro stima iniziale del rischio. Un meccanismo che si è innescato nel 2012, quando tre membri di un gruppo, composto da sciatori professionisti, giornalisti sportivi e dirigenti del settore, morirono per una valanga nello Stato di Washington, negli Usa. Keith Carlsen, un fotografo che era parte del gruppo, disse al New York Times che lui stesso aveva avuto dei dubbi sulla gita, ma si era detto: “È impossibile che l’intero gruppo prenda una decisione stupida”.

Come evitare questo tipo di errori?
La risposta è simile a quella per i bias di conferma: bisogna incoraggiare il dibattito.







Shopping compulsivo

Definito in ambito psichiatrico come “compulsione patologica all’acquisto” o anche “oniomania” (mania degli acquisti), lo shopping compulsivo è un disturbo del controllo degli impulsi, caratterizzato dalla spinta irrefrenabile ad entrare in un qualsiasi negozio per acquistare oggetti perlopiù inutili, molto costosi e di cui non si ha la reale necessità.

 

Vi sono delle condizioni che fanno dello shopping un comportamento anomalo e preoccupante:
-    le spese sono eccessive, cioè molto al di sopra delle possibilità economiche di chi acquista;
-    lo shopping si ripete più volte alla settimana;

-    la mania degli acquisti compare come abitudine nuova rispetto a quelle della persona;
-    il piacere è nell’atto di spendere e non nel possesso dell’oggetto;
-    si comprano cose di cui non si ha bisogno e che poi verranno riposte in casa, ancora impacchettate o con l’etichetta del prezzo;
-    la persona diventa schiava del suo comportamento: non comprare provoca gravi crisi d’ansia, panico e frustrazione;
-    la giornata ruota intorno alle ore da dedicare allo shopping e si diventa ansiosi se qualcosa interferisce con i propri progetti;
-    una volta terminato lo shopping, si è pervasi da un profondo senso di colpa e di sconforto, che spinge a nascondere gli acquisti dagli sguardi indagatori dei familiari, o ad eliminarli facendo regali, per dimenticarsene al più presto;
-    a causa di tale mania, la persona vive spesso un disagio personale in termini di stress, problemi sul lavoro e in famiglia, è vittima di indebitamenti o di tracolli finanziari, di separazioni o di divorzi.

Quali sono le cause?
Secondo alcuni psichiatri, lo shopping compulsivo sarebbe il risultato di un cattivo funzionamento dell’attività della serotonina,una sostanza prodotta nel cervello. L’alterazione chimica di tale sostanza provocherebbe dei disturbi tra cui anche il mancato controllo dell’impulsività: da qui la spinta a soddisfare immediatamente un bisogno irresistibile. In realtà, non è ancora chiaro se lo shopping compulsivo è dovuto ad una serie di impulsi irresistibili che si ripetono nel tempo (e in tal caso il disturbo sarebbe davvero legato al cattivo funzionamento della serotonina), oppure se si tratta di comportamenti “ossessivi”, che una persona deve cioè compiere ad ogni costo per placare, almeno temporaneamente, dei pensieri ansiosi. Astenersi da tali comportamenti genera panico ed ulteriore ansia: la persona diventa così schiava delle sue azioni. In questo caso, però, la colpa della mania degli acquisti non sarebbe da attribuire alla serotonina: si tratterebbe invece di un comportamento compulsivo che la persona si sente obbligata a mettere in atto per placare un’idea ossessiva.   
 
La compratrice coatta o “compulsive shopper”
Il 90 per cento delle persone schiave della mania degli acquisti sono donne.
In genere hanno un’età che va dai trenta ai cinquant’anni, di classe sociale media: casalinghe, segretarie, impiegate, commesse. Molto spesso lo shopping compulsivo è il sintomo di un disagio più profondo, che la donna vive da tempo: altre manie e ossessioni, disturbi dell’umore, difficoltà ad accettarsi, scarsa autostima, disturbi del comportamento alimentare. C’è inoltre un legame piuttosto complesso tra la compulsione agli acquisti e la depressione: molto spesso, infatti, le compratrici coatte soffrono di episodi depressivi, durante i quali l’impulso all’acquisto è più forte e si presenta con maggior frequenza. Il tono dell’umore migliora poi facendo shopping.
 

Compulsione o compensazione?
E’ importante distinguere tra i comportamenti compensatori e le compulsioni vere e proprie.
Nel primo caso acquistare e spendere serve ad alleggerire le frustrazioni della vita, a scacciare il malumore, a riempire di oggetti un’esistenza vuota, a sostituire la persona amata che non c’è più. L’azione del comprare provoca un piacere temporaneo, non tanto legato all’oggetto acquistato, quanto all’atto stesso dell’acquisto. E’ un piacere che viene momentaneamente placato, ma che si ripresenta il giorno dopo, in modo simile a quanto accade con la droga, l’alcool o il fumo.
Nel caso della compulsione, invece, la spinta proviene dal tentativo di proteggersi da una determinata paura, da un’idea ossessiva, che si tenta di tenere a bada mediante una sorta di rito, di antidoto contro l’ansia, che è appunto lo shopping. Le paure che stanno dietro alla compulsione sono diverse e variano da un individuo all’altro. La mania di molte compratrici coatte di acquistare vestiti potrebbe ad esempio nascondere il loro timore di apparire poco desiderabili, sciatte, o colmare il loro desiderio di essere al centro dell’attenzione, soprattutto degli uomini. Esse si illudono così di avere sotto controllo la situazione.

 

Cosa si acquista?
Alcuni prodotti commerciali sono preferiti ad altri. Questo dipende, oltre che dai gusti personali, anche dalla classe sociale e dal livello culturale della persona, per via di una diversa importanza attribuita agli oggetti e per un diverso impatto emotivo nei loro confronti.
Molte donne sono motivate dal bisogno di rendere più piacevole e rassicurante la propria casa: gli acquisti saranno morbidi teli da bagno, ammalianti profumi o seducenti capi di biancheria per il letto. L’abitazione finisce per traboccare di divani, tavolini, tappeti, soprammobili, televisori; la cucina di frigoriferi, forni a microonde, frullatori. Ci sono poi gli oggetti che valorizzano il look, meglio se di marca e all’ultima moda: vestiti, biancheria intima, cosmetici per viso e corpo, gioielli, sono collezionati a decine, di tutte le marche, modelli e colori. Gli uomini sono invece maggiormente attratti da nuovi Cd, videogiochi e software, che devono comprare non appena escono sul mercato. Anche cravatte, scarpe e giacche sono regali che spesso si concedono, con la scusante di non avere altri vizi, come il fumo o l’alcool, per ricompensarsi delle fatiche della giornata di lavoro.

 

I significati dello shopping compulsivo
Lo shopping compulsivo può avere diverse finalità, non sempre consapevoli a chi acquista. Può rappresentare:
-    una specie di “terapia dell’anima”, poiché riduce la tensione e aiuta a riacquistare serenità. La ricerca del negozio, del prodotto, del colore, delle dimensioni, della marca, produce un’eccitazione che viene scaricata con l’acquisto. E’ comunque una terapia di breve durata, che può risolvere tensioni momentanee, ma non certo i problemi più profondi della persona.
-    Un modo per attirare l’attenzione e il rispetto degli altri, per affermare il proprio potere e vincere così un complesso di inferiorità. Lo sanno bene i commessi e i negozianti, che non perdono occasione per adulare l’acquirente, sottolineando il suo buon gusto e la sua indiscutibile capacità di scegliere.
-    Un modo per gratificarsi, riempire un vuoto presente o passato, evadere dalla realtà quotidiana frustrante e stressante, tenere a bada ansie e preoccupazioni, riacquistare sicurezza in se stessi.
-    Una forma di gratificazione infantile, poiché permette di incorporare, acquistandolo, l’oggetto del desiderio, rivivendo in qualche modo l’esperienza confortante e protettiva del neonato dopo la poppata al seno della mamma.
 
Altri disturbi del controllo degli impulsi
Lo shopping compulsivo è una vera e propria dipendenza, non fisica, come nel caso di alcool e droga, ma psichica: sono depresso, quindi devo acquistare per tirami un po’ su! Si comincia in maniera lieve e sporadica, per rimanere presto chiusi in un circolo vizioso che spinge a comprare e a spendere sempre di più.
I disturbi del controllo degli impulsi hanno le seguenti caratteristiche:
-    incapacità di resistere ad un impulso, a un desiderio impellente, o alla tentazione di compiere un’azione pericolosa per sé o per gli altri;
-    prima di compiere l’azione, la persona avverte una sensazione crescente di tensione o di eccitazione;
-    nel momento in cui commette l’azione stessa, prova piacere, gratificazione o sollievo;
-    dopo l’azione, vi sono rimorso o senso di colpa.

Lo shopping compulsivo assomiglia, per queste caratteristiche, ad altri disturbi del controllo degli impulsi:
-    come la cleptomania, che è caratterizzata dall’ incapacità di resistere all’impulso di rubare oggetti che non hanno utilità personale o valore commerciale; la differenza fondamentale tra i due disturbi è che la compratrice coatta provvede sempre a pagare ciò che acquista;
-    un altro disturbo del controllo degli impulsi è il gioco d’azzardo patologico: come lo shopping, anche il gioco produce un’impennata di adrenalina, uno stato di tensione, una sensazione temporanea di potere; in comune c’è anche la consapevolezza di non riuscire a fermarsi una volta iniziato a comprare o a giocare, e questo può creare paura e angoscia. Perdere il controllo genera poi il desiderio di rimettersi alla prova: ecco allora un nuovo acquisto o un’altra giocata.

Vi sono persone che più facilmente cadono preda delle varie forme di dipendenza. Talvolta lo stesso individuo ne presenta più d’una (ad esempio bulimia e shopping, gioco patologico e alcool, shopping e droga, ecc.), oppure può accadere che una dipendenza prenda il posto di quella che è stata da poco superata.     
 
Il ruolo della pubblicità
Lo shopping compulsivo è una di quelle malattie legate alla società del consumo e del benessere. Il ruolo della pubblicità non è infatti da sottovalutare: la pubblicità ci invita a credere che lo shopping possa diventare una ragione di vita e permetta di cambiare la propria personalità, se non l’intera esistenza.
La pubblicità ci assicura di poter comprare quello che vogliamo essere: dà la forma commerciale ai nostri desideri inconsci, tanto che un vestito, un profumo, un accessorio riescono a soddisfare desideri di sicurezza, conforto, identità, status sociale e potere.
Questo perché la cultura contemporanea  ci spinge a forme di gratificazioni infantili invece che alla ricerca di condizioni di vita più appaganti, sul piano familiare, lavorativo o sociale.
I periodi delle svendite e dei saldi, inoltre, esercitano un fascino irresistibile per i compratori coatti.
Anche la diffusione della carta di credito, che permette di possedere all’istante e di pagare in seguito, si rivela deleterio, poiché attenua le inibizioni e i limiti che normalmente ci si pone di fronte agli acquisti.
 
Le cure
Dal momento che lo shopping compulsivo si presenta spesso come problema collegato ad altri disturbi mentali o di comportamento, è lo specialista che deve valutare l’insieme delle problematiche presenti nella persona per arrivare ad una diagnosi il più completa possibile. Per quanto riguarda il trattamento a base di farmaci, le medicine impiegate appartengono al settore dei farmaci antidepressivi, che servono a rendere stabile l’umore, oltre a farmaci che tengono sotto controllo le idee ossessive.
Non esiste ancora la pillola infallibile nella cura della mania degli acquisti. Quello che è certo è che non è necessario nessun farmaco per quelle donne che solo saltuariamente presentano episodi di compere compulsive, che non causano solitamente gravi situazioni di stress personale, socio-familiare o finanziario. Nella maggior parte dei casi, invece, ad una cura a base di farmaci, può essere molto utile aggiungere una psicoterapia. E’ importante capire quale valore simbolico ha la dipendenza per la persona che ne soffre e andare alla radice del problema: quali sono i bisogni psicologici che la dipendenza soddisfa, se vi sono blocchi psicologici, ferite narcisistiche dimenticate o rimosse dalla coscienza.
Essendo lo shopping compulsivo un modo per sopperire alla mancanza di autostima della persona, l’intervento terapeutico ricerca i motivi che stanno alla base della svalutazione di sé.
Da ultimo, sull’esempio dei gruppi per alcolisti, in America si stanno già organizzando gruppi di Debitori Anonimi, vittime della malattia degli acquisti. Si tratta di una forma di terapia di gruppo ancora in via sperimentale, dove i compratori compulsivi si ritrovano per condividere le emozioni negative (senso di colpa, sconforto) che si provano una volta terminato lo shopping.
 
Consigli utili
Vi sono delle strategie, usate anche nelle psicoterapie volte alla cura dello shopping compulsivo, che mirano ad aggirare l’ostacolo, cioè a trovare dei modi per togliere la forza all’impulso irrefrenabile di comprare e spendere:
-    evitare di imporsi dei divieti sul proprio comportamento, poiché questo non fa che aumentare la voglia di infrangerli;
-    girare per negozi senza acquistare niente almeno per la prima ora: la compulsione infatti si allenta se si interrompe la sequenza “sono in ansia-spendo-mi calmo”;
-    prescrivere il sintomo, cioè dire “o mi astengo dal comprare, o devo comprare almeno dieci oggetti uguali a questo”: in questo modo la persona gestisce il suo sintomo e il sintomo perde molta della sua forza coercitiva.







Giocare per tentare la fortuna

L’INTERVISTA DEL MESE: HAPPY GAMES CLUB

Per inseguire i desideri più reconditi o, più semplicemente, per passare un po’ di tempo libero e svagarsi divertendosi, è una pratica molto diffusa nel mondo e che sta permeando, nei suoi aspetti positivi, anche la cultura italiana.

Prima c’era la lotteria di capodanno e il totocalcio, oggi invece, grazie all’intensa e radicale trasformazione e regolamentazione dell’offerta del gioco pubblico voluta dallo Stato, l’offerta di intrattenimento è ricca e variegata: lotterie, schedine, gratta e vinci, scommesse, skill games, new slot, videolottery, solo per citare i giochi più conosciuti.
Una molteplicità  di  giochi  per  una  domanda  sempre  più diversificata ed esigente. Un volume di affari in costante crescita che sembra non risentire delle crisi di mercato e che contribuisce da un lato ad aumentare gli introiti erariali, dall’altro a creare sviluppo di impresa e occupazione.
Per saperne  di  più  ne  abbiamo  parlato  con  l’ing.  Arturo Vespignani,  amministratore  di  Happy  Games  Club,  azienda che opera da diversi anni nell’offerta di intrattenimento tramite terminali Videolottery e che dal 2014 è presente con una sala a Villorba in provincia di Treviso.

Ing. Vespignani, l’offerta di intrattenimento tramite apparecchi Videolottery è certamente tra le più diffuse e genera importanti volumi di affari; quale la peculiarità di questi apparecchi e cosa li contraddistingue dagli apparecchi da bar (New Slot)
Il mercato delle Vlt, sin dal suo avvio ha richiesto da parte di tutti gli operatori un consistente impegno in termini di  investimenti  e  di  sforzi  organizzativi.  Per  assicurare  le migliori performance i modelli di vendita e di promozione verso la clientela sono stati inevitabilmente rimodulati rispetto a quelli adottati per gli apparecchi New Slot da bar. Con le Videolottery si è da subito inteso che non era più sufficiente  collocare  un  apparecchio  dentro  un  esercizio commerciale e lasciare che si “vendesse da solo”, occorreva integrare l’offerta del prodotto di gioco con una serie di servizi e con modelli di vendita in grado di soddisfare le esigenze diverse di una nuova clientela.
Il pay out e premi significativamente più elevati rispetto a quelli delle New Slot hanno infatti aumentato e diversificato la componente di intrattenimento rendendo le Videolottery appetibili anche a segmenti di clientela fino a quel momento poco interessati ma sicuramente più esigenti.

La sala Happy Games Club di Villorba che caratteristiche ha e cosa si può aspettare un cliente che viene a trovarvi?
La sala Happy Games Club di Villorba è una sala di medie dimensioni (circa 300 mq) che ospita 50 apparecchi videolottery  dei  modelli  “Novomatic”  e  “Inspired”,  cioè  delle aziende  produttrici  tra  le  più  importanti  del  contesto  di riferimento, con i migliori giochi presenti sul mercato in grado di accrescere la componente di intrattenimento di una sala. Le architetture degli interni sono state affidate a professionisti di settore che, a seguito delle analisi funzionali e dei più recenti studi di marketing strategico per la vendita di servizi di gioco, hanno proposto delle soluzioni in cui l’effetto scenico, basato su un’alternanza cromatica, e la scelta di arredi moderni ed ergonomici, favoriscono l’accoglienza e l’intrattenimento. Obiettivo del prossimo futuro è quello di dotare la sale anche di un servizio bar: gliallestimenti sono stati già predisposti.

Quali sono le professionalità alla base della vostra realtà aziendale?
Happy Games ha identificato nella costante attenzione alle esigenze dei propri clienti e nell’implementazione di processi che tendano all’efficienza e al miglioramento continuo le parole d’ordine per il suo modus operandi. Il cliente viene nella sala Happy Games Club per divertirsi e per passare un po’ del suo tempo libero. Sulla base di questo presupposto la nostra politica aziendale si fonda su specifici principi che tutto il personale deve sempre condividere e che possono essere riassunti nei seguenti due assiomi: responsabilità e attenzione al cliente.
Tutta l’organizzazione aziendale, a tutti i livelli, opera per assicurare le migliori performance e il raggiungimento di questi obiettivi.
Ciò  significa  prevedere  quale  sia  l’evoluzione  del  mercato, anticipare gusti e tendenze. Dunque, non solo stare “al passo con i tempi”, ma anticiparne gli stessi.
La nostra attenzione nei confronti dei nostri clienti passa anche attraverso la registrazione delle loro opinioni. Periodicamente tramite appositi questionari o tramite interviste vengono registrate le opinioni, i suggerimenti ed eventuali critiche che noi usiamo per migliorarci costantemente e per tarare la nostra offerta alle loro esigenze. Al di là dei modelli di Videolottery e dei giochi presenti in sala, i principali artefici del successo della sala stessa sono le risorse umane.
Un impiegato Happy Games non è solo un dipendente, ma è un organizzatore dell’intrattenimento, che in tutti i momenti del suo lavoro deve assicurare entusiasmo e professionalità.

Come si pone Happy Games nei confronti delle problematiche sociali del gioco patologico e delle critiche dell’opinione pubblica che ne derivano? Avete attivato qualche specifica iniziativa?
Purtroppo, si deve ancora constatare molta disinformazione sul mondo delle videolottery sempre sotto l’occhio “malevolo” del ciclone.
Alcuni fatti di cronaca prestano il fianco a vibranti critiche e a facili generalizzazione tendenti a screditare complessivamente il comparto, senza in alcun modo valutare il costante impegno e gli sforzi finora compiuti da parte delle componenti istituzionali e dalla maggior parte degli operatori, per assicurare un’offerta di intrattenimento lecita e sicura. Il problema del gioco patologico naturalmente esiste, soprattutto  perché  a  nostro  avviso  non  esiste  una  corretta cultura del gioco. Da sempre, di concerto con il nostro Concessionario di riferimento, ci adoperiamo con delle attività di informazione e sensibilizzazione che attuiamo direttamente in sala nei confronti della nostra clientela. Un percorso di informazione e sensibilizzazione, che pone chiaramente l’accento sull’aspetto del divertimento, vero unico obiettivo di quanti si avvicinano al gioco. Ma non ci limitiamo solo a questo. C’è anche da sottolineare, che tutto l’organico aziendale presente nelle nostre sale è formato sulle problematiche del gioco patologico. Tale percorso formativo tende a offrire non solo tutte le nozioni normative e cliniche relative a tale patologia ma anche gli strumenti ele modalità per rilevare eventuali comportamenti anomali o a rischio da parte dei clienti.
Siamo fermamente convinti che spetti a tutti gli operatori della filiera, in diversa misura e secondo le proprie competenze e responsabilità, adottare le misure più adeguate affinché l’offerta di gioco sia sempre controllata e soprattutto sicura in modo da far vivere la pausa di gioco come mero piacere di svago e divertimento.
 







Licenziamento. Come riprendersi e ripartire.

 

Diminuiscono i licenziamenti dei lavoratori italiani: l’anno scorso i rapporti di lavoro cessati sono stati 841.781, con un calo dell’8,14 per cento rispetto al 2014. I dati vengono dal Ministero del lavoro e fanno ben sperare. Certo l’occupazione resta un problema importante e perdere il posto, nel corso della vita di ciascuno di noi, rappresenta ancora un’eventualità tutt’altro che remota. Recentemente una ricerca svedese ha evidenziato il legame tra un evento traumatico come il licenziamento e l’insorgere di gravi problemi psichici. Condotto da Lena Johansson dell’Università di Goteborg, lo studio ha indagato la relazione tra fattori di stress psicosociali come divorzio e disoccupazione e la possibilità, in particolare nelle donne, di sviluppare una qualche forma di demenza. Gli autori hanno monitorato per quarant’anni 800 lavoratrici di età compresa tra i 38 e i 54 anni registrando, al termine dello studio, 153 casi di demenza fra i quali 104 di Alzheimer. Ovviamente questi sono casi estremi, ma di certo tutti, di fronte al licenziamento, ci chiudiamo in noi stessi, siamo presi da profondo sconforto e proviamo rabbia verso il mondo oppure verso noi stessi.

Importante non colpevolizzarsi
«Queste emozioni sono il risultato di un lavoro cognitivo inconsapevole che le persone fanno in relazione a se stesse, giungendo spesso ad attribuirsi la responsabilità principale di ciò che è loro accaduto», spiega ad Airone Pier Giovanni Bresciani, presidente della Società italiana di psicologia del lavoro e dell’organizzazione. «Possono presentarsi inoltre diversi comportamenti che esprimono scarsa fiducia in sé, ansia, angoscia, sensi di colpa e vergogna». La disoccupazione può agire come un “detonatore” in quelle persone che già da prima vivevano situazioni psicologiche precarie: «E il caso di molti lavoratori con percorsi professionali frammentari che si impoveriscono ulteriormente proprio con la disoccupazione», spiega lo psicologo. Inoltre vive male il licenziamento chi ha, come spiegano gli psicologi, un focus of contiol interno, cioè quelle persone che tendono ad attribuire a se stesse la causa principale di ciò che accade loro. «Questi soggetti vivono il licenziamento come tm fallimento invece che considerarlo una contingenza dovuta al mercato del lavoro attuale». Un fattore che permette di vivere il licenziamento in modo meno traumatico è l’apertura mentale.

I soggetti più a rischio
«Sono maggiormente a rischio i soggetti con personalità rigide, poco disponibili e aperte alla novità, con atteggiamenti di chiusura che possono sfociare in forme di ritiro e disadattamento», sottolinea Bresciani. Al contrario, gli ottimisti sono abituati ad accettare i cambiamenti: è dimostrato, ad esempio, che l’eccessivo attaccamento all’impiego precedente è un fattore importante nel contribuire a reazioni negative di fronte alla perdita del lavoro. Claudio Soldà, public affairs director dell’agenzia per il lavoro Adecco, ci spiega che le caratteristiche di chi ha maggiore difficoltà a superare un licenziamento sono proprio la scarsa attitudine al cambiamento, la difficoltà ad adattarsi e ad acquisire nuove competenze. Certamente però anche altre variabili hanno il loro peso: contano il genere (ancora oggi le donne incontrano maggiore criticità), l’età (gli over50 e i giovani under 24 sono i più svantaggiati), le competenze professionali, il livello scolastico e la durata del periodo di disoccupazione: chi è senza lavoro da più di sei mesi, ad esempio, incontra più difficoltà. «Così le persone con più di cinquant’anni, specialmente donne con famiglie che dipendono dal loro reddito, sono le più vulnerabili», precisa Soldà.


Un buon "Coach" può essere d'aiuto
Rimettersi in pista dopo un licenziamento non è facile. Ancora meno se si ha più di 40 anni. Sono d’aiuto i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro (maggiori informazioni su www. assolavoro.eu, il sito dell’associazione che le raggruppa). Possono essere utili anche i career coach, consulenti di carriera, che aiutano a mettere a fuoco le proprie risorse, capacità e attitudini così da “vendersi” al meglio sul mercato del lavoro. «Il coach», spiega Massimo Del Monte, psicologo, coach e cofondatore della società di consulenza Kairos Solutions, «al pari di una guida alpina non sceglie la destinazione, non cammina al posto degli esploratori, non scandisce la velocità, ma è un esperto del territorio che accompagna gli escursionisti in luoghi sconosciuti, li sostiene, li motiva a continuare, li riporta sul tracciato, conosce e sa decodificare le tracce». Si tratta di servizi a pagamento, pertanto occorre scegliere bene. Un aiuto viene dal sito della Federazione internazionale dei coach (www.icf-italia.org).

 

Rimboccarsi le maniche
Il licenziamento è un momento di crisi anche a livello aziendale. Da una ricerca condotta da David Edwards, manager dell’azienda di consulenza nel campo delle risorse umane Drake International, emerge che in seguito al ridimensionamento del personale si assiste sempre a un calo motivazionale e della produttività. Anche chi rimane impiegato in un’azienda in cui sono avvenuti tagli al personale tende a scoraggiarsi, temendo che possa accadere anche a lui. Così, invece di sentirsi stimolato a produrre, si demotiva con il risultato che si genera un clima lavorativo di tensione e sfiducia e un calo di attaccamento all’azienda. Per uscirne occorre impegnarsi a trovare le risorse dentro di noi. «Si tratta di mettere a fuoco come si è arrivati a perdere il lavoro e con quali risorse e condizioni di vita si deve fare i conti», spiega Bresciani. Ma serve anche un po’ di carattere: «Un tratto di personalità come l’estroversione, ad esempio, è tra i fattori che ci proteggono dai possibili rischi di vittimizzazione dopo un licenziamento». In questo naturalmente hanno un peso anche gli strumenti a disposizione dei lavoratori per reinventarsi la carriera: «È fondamentale che gli over 40 siano sostenuti per riempire eventuali mancanze nelle loro competenze, soprattutto nell’uso delle nuove tecnologie», dice Bresciani. Le agenzie per il lavoro possono essere utili: «Coinvolgiamo le persone senza competenze o con competenze superate», conclude Soldà, «in percorsi che offrono loro orientamento, consulenza informativa, un bilancio delle proprie competenze, formazione professionale e accompagnamento al lavoro».

 

 


SUPERA IL LICENZIAMENTO IN 6 MOSSE
«L’importante è cambiare la rappresentazione della disoccupazione: da condizione definitiva che indica un fallimento esistenziale a evento temporaneo», spiega Pier Giovanni Bresciani. «Viviamo in una società che non ha pazienza e ciò rende tutto molto più complicato». Secondo gli psicologi del lavoro e gli esperti di ricollocamento, occorre seguire alcune accortezze per evitare che la fine del lavoro sia un trauma insuperabile.

1. Teniamoci aggiornati
Informiamoci e studiamo il mercato del lavoro. É fondamentale avere sempre la curiosità di conoscere che cosa c’è oltre al lavoro che abbiamo finora svolto.

2. Facciamo un’analisi di ciò che sappiamo fare
Analizziamo le nostre competenze professionali, le passioni e gli hobby per capire come reinserirci.

3. Facciamo un’analisi del mondo del lavoro
Studiamo il mondo del lavoro che ci circonda sia a livello locale sia a livello nazionale e internazionale: quali aziende ci sono, quali profili cercano, quali servizi di intermediazione (le agenzie, per esempio) e programmi di reinserimento esistono, quali sono le opportunità di metterci in proprio. In questo la Rete è di grande aiuto, ma anche le conoscenze attorno a noi.

4. Capiamo se abbiamo le competenze
Verifichiamo se possiamo candidarci ai nuovi posti di lavoro che abbiamo individuato o se abbiamo bisogno di acquisire nuove competenze. Reperiamo informazioni sull’esistenza di corsi di formazione utili a noi.

5. Prepariamo la nostra candidatura
Scriviamo o riscriviamo il nostro curriculum, declinandolo in modo diverso per ogni posto di lavoro al quale ci candidiamo.

6. Non facciamoci problemi a chiedere aiuto
Ricorriamo alla nostra rete di conoscenze, ma anche a personale specializzato: agenzie di lavoro, intermediari e cacciatori di teste. Ci serve per trovare lavoro più rapidamente e per evitare il rischio di isolamento.







Call center pazzi

AGCOM DICE BASTA!
L’Autority emana delle nuove raccomandazioni per limitare il dilagare di offerte truffaldine da parte dei call center che “martellano” i telefoni degli italiani negli ultimi mesi.


Da adesso, se le raccomandazioni verranno recepite dai gestori, saranno validi solo i contratti in cui tutte le condizioni sono state inviate per posta (anche elettronica) al potenziale cliente.

Stop al call center “impazzito”: a dirlo è l’AGCOM che ha deliberato delle nuove regole (ma meglio sarebbe dire “raccomandazioni”) per contenere il dilagante fenomeno dei call center truffaldini che promettono condizioni contrattuali incredibilmente convenienti che però non rispecchiano affatto il contratto di cui chiedono la sottoscrizione o che “martellano” con chiamate ripetute, forti dell’impossibilità di essere tracciati realmente.

I casi sono oramai moltissimi e riguardano tipicamente contratti telefonici, mobili e residenziali, e utenze luce e gas ma anche PayTv. Un malcostume che si sta diffondendo a macchia d’olio: da tempo si denunciano casi di vero e proprio stalking telefonico, come il buffo caso toccato ad una famiglia che ha ricevuto oltre 40 chiamate dal medesimo call center in un pomeriggio.

Anche Striscia la Notizia si è occupata recentemente del tema arrivando alle solite conclusioni: si tratta in larga parte di call center esteri che comunicano attraverso numeri solo apparentemente italiani via linee VOIP (cioè via Internet), spesso neppure direttamente incaricati dalla utility coinvolta ma oggetto di subappalto da parte di agenzie autorizzate.
Le indicazioni emesse dall’AGCOM (che speriamo vivamente vengano considerate “legge” dalle telco e dalle altre utility) stabiliscono alcuni semplici ma cruciali punti:

L’operatore telefonico deve qualificarsi, dare le proprie generalità o il codice identificativo e chiarire immediatamente lo scopo commerciale della propria telefonata
Nel caso in cui il consumatore sia intenzionato ad accettare l’offerta, l’operatore del call center, deve inviare tutta la documentazione relativa all’offerta stessa, con condizioni e note, al cliente, per posta ordinaria o, previa autorizzazione, anche posta elettronica; in alternativa può mostrarle su un’area privata e intestata all’utente del sito aziendale, a patto che non sia modificabile in un secondo tempo.

Il contratto si ritiene perfezionato solo dopo che il consumatore comunica l’accettazione dell’offerta e dichiara di aver preso completa visione della documentazione contrattuale inviata al punto precedente. Solo da questo momento decorrono i termini per il diritto di recesso.

Questo vuol dire che non dovrebbe più essere possibile sottoscrivere offerte di alcun tipo solo per via “verbale”; o meglio, la conferma del consumatore può anche essere verbale e opportunamente registrata, ma le condizioni contrattuali, che sono spesso costellate da note e condizioni, non possono essere semplicemente “raccontate” ma necessitano di opportuna lettura di dettaglio da parte del consumatore stesso.
In questo modo si spera di porre fine a vere e proprie truffe mascherate da “telemarketing aggressivo” che purtroppo stanno mietendo vittime soprattutto tra le fasce più deboli della popolazione. In più, cercando di mettere fuori gioco i call center meno seri, si prova finalmente ad arginare il fenomeno delle chiamate ossessive e ripetute, stante l’attuale completo fallimento del registro delle opposizioni che – oramai è evidente a tutti – non è certo uno strumento che permette all’utente di difendersi dallo stalking telefonico commerciale.

Gli unici dubbi sono legati al potere dell’AGCOM di “pretendere” l’adesione a queste linee guida da parte delle utility: trattandosi di pure raccomandazioni, sembra difficile che tutti si mettano immediatamente in riga, anche se è lecito almeno sperarlo.







Padri e figlie: una storia complicata

Protettore del “sesso debole” ma estraneo alla natura femminile, il padre, presente o assente, ha il potere, inevitabile, di segnare l’immaginario e l’inconscio di ogni donna. Abbiamo cercato di capire, con i nostri esperti, quali sono le problematiche più frequenti.

di Sara Ficocelli

 


Là dove finisce la primavera dell’infanzia e il corpo abbandona le sembianze di bambina per diventare quello di una donna, gli equilibri familiari cambiano. A volte migliorano, a volte impazziscono. Quello fra padre e figlia è un rapporto complesso, che esplode proprio in questa fase, nell’adolescenza, quando “lo sguardo del padre” diventa per la ragazza un viatico verso la conquista della vita e della sessualità o viceversa una gabbia, più o meno morbosa, dove finiscono per chiudersi i propri sogni.

 

UN RAPPORTO COMPLESSO
“In questa fase della vita” spiega Daniele Novara, pedagogista, Direttore del CPP di Piacenza (www.cppp.it), “il padre consente alla figlia di uscire dal puro e semplice rispecchiamento della madre e di rompere il guscio del nido materno. I padri pericolosi sono quelli troppo fragili o troppo innamorati della figlia. Quelli troppo fragili perché finiscono col consegnare la figlia a un’infanzia estremamente prolungata. Quelli troppo innamorati perché diventano possessivi e morbosi, tenendo letteralmente in ostaggio le figlie segregandole nell’adorazione del padre”. In entrambi i casi, la vita affettiva di queste donne diventa una corsa a ostacoli dove vincere è molto difficile. “Nell’educazione della figlia” continua Novara, “ci vuole un progetto comune fra genitori. Il maschile e femminile non sono soltanto dati biologici. Si coltivano. Anzitutto ci vuole rispetto fra i genitori, anche in caso di separazione difficili. E poi un gioco di squadra che permetta alla figlia di coltivare la propria femminilità nello sguardo benevolo maschile che sollecita a cercare dentro di sé le necessarie integrazioni”. “La figura paterna” spiega Adelia Lucattini, Psichiatra, psicoterapeuta e Psicoanalista, “svolge un ruolo fondamentale nella crescita dei figli, in modo diverso nei maschi e nelle femmine ma ugualmente importante. Il padre, attraverso la sua presenza, non costituisce soltanto un modello per la scelta del partner ma anche un esempio a cui le figlie possono attingere per definire la propria vita professionale e il proprio stile di vita”.

UN LIBRO CON LE “ISTRUZIONI PER L’USO”
Nel loro libro “Padri e figlie, istruzioni per l’uso”, Véronique Moraldi, specializzata in problemi di bullismo, e Michèle Gaubert, psicoterapeuta, analizzano questo complesso legame, partendo dal presupposto che il cuore di una giovane donna non deve appartenere al papà, deve essere libero. Di diritto. “Guai a quei padri idoli” spiegano le autrici, “che rendono impossibile un altro amore. Guai a quei padri così assillanti da impedire di vivere una vita propria. Guai, infine, a quei padri assenti che costringeranno la figlia a una ricerca lunga tutta una vita”. Contemporaneamente protettore del “sesso debole” ed estraneo alla natura femminile, il padre, presente o assente, ha il potere, inevitabile, di segnare l’immaginario e l’inconscio. Tutto ciò che farà o non farà, dirà o mostrerà, avrà delle ripercussioni sull’identità, sui comportamenti, sulla psiche e sulle relazioni affettive della figlia, una volta adulta. Quest’ultima cercherà a volte di sostituire l’irreprensibile papà adorato o di rifiutare il padre violento, e a volte di soddisfare il genitore esigente o di riempire il vuoto di un padre assente. Fermo restando che ogni generalizzazione corre il rischio di essere anche una semplificazione, si possono però trovare nei rapporti padre figlia alcune caratteristiche e stili di rapporto prevalenti. Vediamole con Adelia Lucattini:

IL PADRE “PRINCIPE AZZURRO”
“Tutte le bambine” continua Lucattini, “vedono il padre come il proprio fidanzato o come il “principe azzurro”: se questo elemento però rimane nella vita adulta può creare dei problemi nei rapporti con l’altro sesso, perché qualunque ragazzo o fidanzato verrà sempre paragonato al padre, e non sempre uscirà dal confronto vincente. Durante l’adolescenza, le ragazze spesso hanno un “rapporto conflittuale” con i genitori ed in particolare con il padre, vissuto come portatore di autorità e difensore dei confini intesi come limiti alla propria libertà personale. Se crescendo questa conflittualità non viene elaborata e il padre visto come un interlocutore attivo e disponibile, le ragazze tenderanno a preferire partner con cui possono instaurare dei rapporti di tipo conflittuale, ritenendo che è bello soltanto un ‘amore litigarello’ “.

IL PADRE PERDUTO E IDEALIZZATO
Ci sono poi situazioni in cui la figlia ha a che fare con un “padre idealizzato”, soprattutto in caso di perdite o separazioni: “in questo caso la figura paterna rifletterà tutti i desideri e i bisogni della ragazza, in modo non realistico e difficilmente realizzabile ma ostinatamente ricercato e darà origine ad un rapporto in cui il compagno è percepito come perfetto e inattaccabile, a scapito di una percezione realistica di sé e di una realizzazione personale al di là delle proprie abilità e competenze”.

IL PADRE “MAMMO”
Negli ultimi decenni si è tuttavia affermato un nuovo tipo di paternità, in cui i padri spesso si sostituiscono alle madri diventando quasi dei “mammi”. “Se però il padre non riesce a recuperare con la propria figlia un rapporto più squisitamente virile, assertivo, che indirizza e consiglia, facendo tesoro del punto di vista maschile, il rischio è che, crescendo, la ragazza cerchi un “compagno-mammo” su cui appoggiarsi e fare riferimento”.

IL PADRE INAFFIDABILE
Se invece il padre risulta difficilmente comprensibile, se fin da piccola la figlia non riesce a capire se il padre le voglia bene oppure no, se sia interessato a lei oppure distratto dai propri impegni, da questa difficoltà possono nascere rapporti di tipo “amore-odio” in cui il padre è al tempo stesso amato e odiato, desiderato e respinto, cercato e allontanato, un padre di cui è in definitiva difficile fidarsi. “Questo non potrà che avere delle ripercussioni nel rapporto con il partner che verrà desiderato e temuto, sedotto e abbandonato, voluto e lasciato”.

IL PADRE AGGRESSIVO
Esistono infine anche dei casi limite in cui, se il padre ha avuto dei comportamenti aggressivi svalutanti nei confronti della propria figlia, questa instaurerà col genitore e col partner un rapporto di tipo “persecutore-vittima” con inevitabili conseguenze negative sia sulla sua vita di figlia che in futuro nella sua vita di compagna, fidanzata o moglie.
Durante l’infanzia il padre ha la funzione fondamentale di costruire l’identità dei figli, cioè di aiutarli a sentirsi individui unici e diversi. Ciò è possibile proprio perché si differenzia dalla madre, in senso fisico, caratteriale e di ruolo.
Nell’adolescenza, il padre assolve poi il difficile compito della differenziazione di genere rispetto all’altro sesso. In particolare, deve aiutare la ragazzina a costruire la propria identità di donna.
È di cruciale importanza inoltre il sostegno paterno nel delicato passaggio che la figlia compie dal mondo protettivo materno alle difficoltà della realtà esterna. Quanto più la figlia si sente accolta, tanto più crescerà la sua fiducia di base. Se invece si sentirà svalutata, molto probabilmente dovrà fare i conti con sentimenti di fragilità e incertezza.
Nei confronti della figlia il padre svolge la funzione fondamentale di aiutarla a fondare la propria identità femminile, in particolare durante l’adolescenza.
“È in grado infatti di valorizzare gli aspetti femminili propri della ragazzina, laddove la madre non riesce ad arrivare “dice il Prof. Roberto Pani, docente di Psicologia Clinica all’Università di Bologna“in altri termini, l’idea di femminilità può essere trasmessa sia attraverso canoni estetici lanciati dalla madre sia attraverso la valorizzazione di atteggiamenti, che fanno parte di un fascino nascosto che la ragazza non sa di avere. È in quest’ultima parte che interviene il padre, il quale rafforza l’appartenenza della figlia al genere femminile, con il riconoscimento di caratteristiche individuali”.
Per fare un esempio pratico, se la madre accompagna la figlia dal parrucchiere, il padre le riconosce di avere una particolare sensibilità verso la cura degli altri, da sempre associata all’identità femminile.
Non sempre però i padri assolvono la loro funzione di costruire la fiducia di base della figlia.
“Purtroppo pochi padri riescono a trattare le figlie con la dovuta disinvoltura e affetto – continua lo psicoanalista Pani – Spesso non abbracciano le figlie perché il contatto li spaventa. Alcuni padri inoltre ritengono che le cure verso i figli siano di esclusiva pertinenza materna, come se gli uomini non dovessero avere voce in capitolo. Naturalmente si tratta di resistenze dovute anche a un fatto culturale del quale non si è sempre consapevoli.”
Se la ragazza si sente privata di una parte importante del rapporto con il padre, potrebbe provare carenze affettive che la spingerebbero a cercare compensazioni attraverso i rapporti con l’altro sesso. Non dimentichiamo che lo “sguardo” del padre offre alla figlia la conferma della propria identità, e quindi, sintetizzando al massimo, di valere in quanto persona. Il senso di fiducia in se stessa potrebbe esserne minato. Nella vita pratica questa mancata familiarizzazione con la figura del padre, anche in senso fisico (nell’accezione più positiva del termine) mette la donna in condizione di non essere libera e spontanea nei confronti del sesso maschile. Potrebbe non sentirsi sicura nei propri comportamenti, e mantenere un atteggiamento incerto nei confronti delle situazioni che la vita le pone.

Se la relazione con il proprio padre non è stata sufficientemente positiva, si è condannate all’infelicità?  La risposta fortunatamente è negativa: “liberarsi dal condizionamento interiore paterno non solo è possibile, ma dipenderà anche dagli incontri positivi che la figlia farà con le figure maschili della propria vita a mano a mano che crescerà - prosegue l’esperto. Saranno proprio le esperienze sentimentali a fornire alla donna una via per uscire dalla trappola del rapporto conflittuale con il padre, lenendo a poco a poco il senso di rabbia e delusione. Se i rapporti affettivi con l’altro sesso sono autentici, l’ex figlia ferita riuscirà a poco a poco a distinguere ciò che il padre ha rappresentato per lei da ciò che cerca veramente negli uomini. Senza incorrere nel pericoloso tentativo di compensare la carenza subita, attribuendo al partner un ruolo paterno che non gli spetta. Oppure di cercare relazioni simili al rapporto con il padre, che si riveleranno sempre fallimentari.

Superare un cattivo rapporto con il proprio padre significa anche riuscire a vederlo per come è e non in relazione alla bambina che si è stata. E cioè “un uomo” che ha fatto quello che ha potuto, senza volontariamente ferire o penalizzare la fiducia in se stesse. Solo così si riuscirà a vivere rapporti sentimentali  adulti, privi cioè dell’intenzione infantile (spesso inconscia) di  scegliere partner che ricordano il padre, proprio per compensare le carenze della propria figura paterna. Non è certo facile separarsi dall’antico senso di rabbia che fa ancora soffrire, perché ricorda la sensazione di essere state private di qualcosa di importante. Ma cominciare a riconoscere il proprio risentimento ed incanalarlo verso un progetto di crescita è già un primo passo per riuscirci.







Facebook...lo sfascia-famiglie

Secondo Divorce Online, una separazione legale su tre nel Regno Unito è stata causata dalla creatura di Mark Zuckerberg. Il trend italiano sembra essere lo stesso “almeno il 25% delle coppie che scoppiano e che arrivano davanti al giudice lo fanno per colpa dei social network e delle chat”.

Galeotto  fu…  il  social  network.  Non  sempre le nuove tecnologie facilitano la vita; ne è la prova il fatto che Facebook sia una delle prime cause di litigi, tradimenti e richieste di divorzio. Lo ha reso noto il sito inglese Divorce Online, secondo il quale un divorzio su tre è stato causato dalla creatura di Mark Zuckerberg. Su un campione di cinquemila inglesi che avevano chiesto il divorzio, nel 33% dei casi è stato tirato in ballo Facebook, ribattezzato per l’occasione lo “sfascia-famiglie”. Il trend italiano sembra essere lo stesso; nonostante i numeri per ora siano leggermente inferiori, sembrano destinati ad aumentare. Gian  Ettore  Gassani,  presidente  nazionale  dell’Ami  –  associazione degli avvocati matrimonialisti italiani – ha affermato che nel nostro Paese “almeno il 20% delle coppie che scoppiano e che arrivano davanti al giudice lo fanno per colpa dei social network e delle chat”. Le infedeltà coniugali, sostiene l’Ami, riguardano le coppie di tutte le età, perfino quelle che hanno raggiunto il traguardo delle nozze d’argento. Trovare un cyber-amore all’inizio può sembrare un semplice diversivo alla routine di coppia. Si inizia per noia, per curiosità, per rabbia, forse il giorno in cui il partner è stato particolarmente sgarbato e si avvia un gioco di seduzione che può risultare pericoloso, se è vero – come sostiene l’Ami – che gli incontri virtuali si trasformano in scappatelle  nel  70  per  cento  dei  casi  e  in  storie  durature nel 30 per cento. Condividere, “like-are”, twittare, commentare e taggare sono diventati verbi di utilizzo comune e le chat sono spazi super frequentati. La chat, per tantissimi utenti, è un luogo decontestualizzato (una specie di non-luogo) in cui la comunicazione è rapidissima, creata da simboli, acronimi, parole troncate. E sempre più uomini e donne sono inclini a rifugiarsi nel mondo virtuale per sfuggire alla noiosa vita di coppia. In chat si chiacchiera, si condividono esperienze, si sogna e si esprimono fantasie, le stesse che il proprio partner già conosce, e che dopo una giornata di lavoro magari non ha più voglia di ascoltare. Ecco, dunque, un universo parallelo, un mondo nuovo in cui tuffarsi ed esprimere liberamente pensieri e parole a chiunque passi a dare una sbirciatina sul proprio wall, un “muro”dietro il quale ripararsi. E poiché nel mondo virtuale ci si può muovere in assoluta libertà, spesso si esprimono impulsi che nella vita reale vengono repressi: la sicurezza di trovarsi dietro uno schermo libera i desideri e gli istinti.

La pseudo relazione che nasce on line è molto più allettante (e in alcuni casi peccaminosa) rispetto a un’amante in carne e ossa che potrebbe mettere in crisi il proprio matrimonio. La maggior parte degli uomini (perché son loro che ci “cascano” più frequentemente) considera quelli in rete dei “tradimenti omeopatici” che servono da enervit per un matrimonio che ha perso un po’ di appeal. Campanello d’allarme è la dottrina giuridica più recente, che ritiene che la violazione del dovere di fedeltà si configuri anche nelle ipotesi di infedeltà apparente. «La separazione per colpa – ci conferma l’avvocato Laura Vasselli, esperto in diritto di famiglia – non esiste più dal ’75, ma il principio è quello per il quale si fa riferimento al tradimento. La giurisprudenza della corte di Cassazione, che non è fonte di diritto ma crea orientamento sull’interpretazione della legge, ha stabilito che si può avere addebito se si dimostra che per almeno due anni un coniuge frequenta un’altra persona venendo meno ai doveri coniugali. Se si raggiunge e si dimostra un nesso di consequenzialità tra la crisi coniugalee la presenza di qualsiasi altra “distrazione”, vi può essere l’addebito. Il punto, dunque – prosegue l’avvocato – non è tanto il tradimento, che potrebbe rappresentare a livello di relazione solo un momento di rabbia, ma il social network crea degli affetti stabili e quindi una continuità che crea delle vite parallele».
Attenzione, dunque: per gli avvocati il tradimento virtuale è una prova. Siamo tutti avvisati.







Internet e il contagio emotivo

Alcuni  ricercatori  (uno  di  Facebook e due della Cornell University: Kramer, Guillory e Hancock, hanno  condotto,  nel  gennaio 2012 per la durata di una settimana, un discusso esperimento che  ha  manipolato  le  emozioni di circa 700.000 persone.

Lo scopo dei ricercatori era quello di dimostrare che è possibile contagiare emotivamente le persone agendo sulle informazioni (positive o negative) che esse ricevono in rete. Dato  che,  sempre  più  spesso,  le  persone condividono le loro emozioni su Facebook e queste vengono visualizzate dagli “amici” attraverso il News Feed, che filtra informazioni, messaggi,  storie  e  azioni  pubblicate  sul  social  network,  i ricercatori  hanno  modificato  il  contenuto  che  viene  mostrato o omesso dal News Feed inviando post (di contenuto positivo o negativo). Normalmente questo contenuto è determinato da un algoritmo che Facebook ha sviluppato in modo da privilegiare i contenuti più rilevanti per l’utente. I risultati dell’esperimento  sono stati piuttosto prevedibili: quando gli utenti vedevano un minor numero di messaggi positivi sui propri feed, non solo producevano a loro volta un minor numero di post positivi, ma incrementavano i messaggi negativi. Di contro, quando i ricercatori hanno ridotto il numero dei post negativi sui feed, le persone coinvolte sono diventate più positive. Le conseguenze dell’esperimento possono essere, con una battuta, così riassunte: “A causa di Facebook un giorno di pioggia a Venezia può rendere triste qualcuno anche nella soleggiata Pantelleria”. Ma, mettendo da parte le battute, quest’esperimento ha mostrato l’enorme potenziale di condizionamento emotivo che Facebook possiede, ad esempio quello di condizionare e orientare le espressioni di voto degli elettori.
 

Il punto chiave
Facebook non è gratis. Lo paghiamo con le nostre informazioni, la nostra visione del mondo, i nostri ricordi e le nostre esperienze. Ogni volta che accediamo alla piattaforma, paghiamo. Queste informazioni sono potere, e il potere si può scambiare e vendere. (Laurie Penny).
 

Cosa succede ogni volta che clicchiamo “mi piace”
Quante volte abbiamo cliccato “mi piace” su Facebook, youtube, o altre applicazioni? Sicuramente tante, ma facendolo probabilmente non abbiamo pensato al ciclo di attività che questo gesto avvia in rete, e per quali scopi verranno utilizzate  le  nostre  preferenze.  Le  applicazioni  dei  BIG  DATA (ovvero la raccolta di dati così estesa in termini di volume, velocità e varietà da richiedere tecnologie e metodi analitici specifici per l’estrazione di valore) hanno la possibilità di ricavare dai “mi piace” che esprimiamo il quadro completo delle nostre preferenze, dei nostri gusti, dei nostri interessi. I nuovi mezzi di comunicazione del Web 2.0 ( con questo termine si indica la seconda fase di sviluppo e diffusione di Internet, caratterizzata da un forte incremento dell’interazione tra sito e utente: maggiore partecipazione dei fruitori, che spesso diventano anche autori come blog, chat, forum, wiki)  utilizzano  le  emozioni  per  i  loro  scopi,  e  siamo  noi che, spesso inconsapevolmente, gliene diamo la possibilità. I social network e i social media da cui ci facciamo coinvolgere portano vantaggi e svantaggi di cui è bene essere consapevoli.ora oppure un’aspirazione immaginata e pensata. Può essere anche l’anticipazione di un evento futuro come la collisione prossima fra due automobili. Può anche appartenere al passato come il ricordo di una offesa ricevuta, oppure l’azione può anche essere messa in moto da qualcosa che è solo immaginato come la possibile perdita del lavoro. Comunque sia, non ci sono mai decisioni a freddo, fatte solo con il cervello: sempre ci «coinvolgono» cioè chiamano in causa il nostro io fatto di emozione e ragione. Prima  che  l’azione  venga  posta  in  atto,  c’è  un  lavoro  interiore: vediamo, ricordiamo il passato, ci aspettiamo una conseguenza, valutiamo, torniamo a valutare ancora, decidiamo. È un processo spesso automatico e velocissimo. Prima di agire bisogna sperimentare, valutare e giudicare.

 

Il  processo  della  decisione  inizia  sempre  con  un  «volere emotivo» al quale può seguire successivamente il «volere razionale». Il primo impatto con la realtà è sempre emotivo. ciò che ci tocca e ci coinvolge, prima viene sentito e poi eventualmente ragionato. C’è quindi interazione fra affettività e razionalità. Ma il processo della decisione non è così semplice. Ogni decisione è inserita nel cammino evolutivo dell’uomo e nel contesto attuale della sua personalità totale. L’oggi è influenzato dal passato (memoria) e dal futuro (aspettative); inoltre ogni decisione una volta fatta non scompare ma lascia una traccia, per cui la seconda volta l’uomo sarà più incline a fare valutazioni analoghe (atteggiamenti).
 

Nelle società moderne alcune emozioni non sono più utili
Alcune emozioni non sono più utili nelle società moderne, ma esse continuano ad agire visceralmente negli esseri umani e alcuni movimenti o gruppi di persone, attraverso i mass media, ne approfittano per incitare all’odio e all’intolleranza anche sul web. La paura della diversità o la diffidenza rispetto a ciò che è differente, a uno standard a cui siamo abituati, è frutto di emozioni ataviche. Agli albori dei tempi la “differenza” poteva segnalare la presenza di un rischio o di un pericolo e rilevarlo poteva far scaturire una reazione di fuga o di aggressione. Probabilmente il nostro cervello contiene ancora meccanismi che lo fanno reagire come reagiva moltissimi anni fa in contesti però diversissimi. Forti di questa consapevolezza potremmo provare a ignorare queste reazioni e persuadere chi ci sta intorno a fare altrettanto. 







L'errore umano

Sembrava andare tutto bene, ma… all’improvviso, un disastro. Perché?
Spesso la colpa è del cervello: ecco 7 modi in cui può andare “in tilt”

1 PREGIUDIZIO DELLA CONFERMA
La nostra mente fa fatica ad abbandonare i vecchi schemi

QUANDO L’IMPIANTO di perforazione petrolifera Deepwater Horizon
della Bp esplose nel Golfo del Messico, nel 2010, le fiamme furono visibili a 50 km di distanza .
Lì, in precedenza, il personale aveva testato il sigillo di cemento di un pozzo appena scavato, prima di rimuovere il tubo di perforazione lungo 1,5 chilometri. Il responso fu che il sigillo non era sicuro, e che l’operazione avrebbe potuto comportare un’esplosione... Perché, allora, nessuno se ne preoccupò?
Andrew Hopkins della Australian National University di Canberra(Australia), che si occupa di analisi di disastri, spiega che i tecnici usavano il test soltanto per confermare che il pozzo era sigillato, non per valutare se il sigillo fosse sicuro o meno. La loro riluttanza ad accettare il
risultato non è insolita: molti di noi hanno difficoltà a credere a ciò che contraddice quello che già pensiamo. Gli psicologi lo chiamano bias (pregiudizio) di conferma. Da cosa deriva? Michael Frank, neuroscienziato alla Brown University di Providence (Stati Uniti), spiega che questo pregiudizio può avere una base fisiologica nella dopamina, un neurotrasmettitore che nel cervello funziona come segnale di ricompensa. La dopamina agisce sulla corteccia prefrontale, spingendoci a ignorare
le evidenze che vanno contro le nostre esperienze di lunga data.

In un’altra parte del cervello, lo striato, il neurotrasmettitore ha l’effetto opposto: i suoi livelli si alzano in risposta a nuove informazioni, portandoci a considerarle. C’è chi è “IMMUNE”. Nella maggior parte di noi, il risultato netto è quello di favorire le nostre convinzioni sedimentate. Ma gli
esperimenti di Frank mostrano che alcune persone hanno un gene che favorisce l’effetto opposto, e sono quindi meno suscettibili al pregiudizio di conferma. Dovremo arrivare a uno screening genetico per trovare gli individui più adatti  a  prendere  decisioni  in  situazioni  ad  alto  rischio?
Probabilmente non è una buona idea, almeno non ancora, dice Frank. Un singolo gene, infatti, non permette di prevedere l’intera gamma di comportamenti che una persona può manifestare, sotto pressione o meno. Ma qualcosa si potrebbe fare comunque. Per esempio, le aziende potrebbero assumere un “avvocato del diavolo”, con il compito di proporre una contro-argomentazione che costringa chi deve prendere una decisione importante a considerare i punti di vista alternativi

2 PARALIZZATI
L’istinto? Si deve evolvere
LA PAURA SI E' EVOLUTA come meccanismo di sopravvivenza: in presenza di un pericolo, il cuore accelera ed entra in circolo il cortisolo, l’ormone dello stress, permettendo ai muscoli di accedere a fonti di energia supplementare.
Ma il cortisolo abbatte anche le funzioni cognitive come la “memoria di lavoro”, che ci permette di elaborare le informazioni e prendere decisioni, e la “memoria dichiarativa”, la nostra capacità di ricordare fatti ed eventi. In termini evolutivi, questo ha un senso: «Se scappi da una tigre, non
è tanto importante ricordare poi come hai fatto», dice Sarita Robinson, neuropsicologa alla University of Central Lancashire a Preston, Uk. Ma nel mondo moderno la destrezza cognitiva può essere più importante delle gesta fisiche.
IN AUTOMATICO. Il cortisolo, comunque, non spegne la “memoria procedurale”, che ci consente di svolgere automaticamente attività come camminare o slacciare una cintura di sicurezza. Ma, se non si è addestrati, si rischiano comportamenti  inadeguati.  In  esperimenti  di  evacuazione  da un  elicottero  sommerso  dall’acqua,  Robinson  ha  notato che i passeggeri intrappolati tentavano di aprire la cintura dal lato, come farebbero in auto, invece che dal centro, dove si trovava la chiusura. «Non erano in grado di sviluppare in tempo un nuovo comportamento», nota. Questo può spiegare quanto accadde nel 1994, quando la MS Estonia, un traghetto diretto a Stoccolma, affondò provocando la morte di 852 persone su 989. Secondo il rapporto ufficiale, quando la nave si inclinò, alcuni passeggeri rimasero “pietrificati”. La soluzione? Esercitarsi a gestire l’imprevisto, inserendo più eventi inaspettati nelle esercitazioni pratiche. Come nell’addestramento dei piloti d’aereo.

3 FISSARSI SUL DETTAGLIO
Troppa concentrazione ci rende ciechi all’improvviso
NEL 2005, A 37 ANNI, ELAIN BROMILEY fu ricoverata per un piccolo intervento alle cavità nasali. Quando ebbe un’ostruzione alle vie respiratorie, tre medici cercarono di inserirle un tubo in gola. Non riuscendoci, avrebbero dovuto effettuare una tracheotomia, cioè inciderle la trachea in modo che potesse respirare. Invece continuarono i tentativi di intubarla, senza accorgersi che la paziente era in carenza di ossigeno. Elaine non si svegliò più.
Questo tipo di errore, che potremmo definire “di fissazione”, è stato evidenziato in un celebre esperimento del 1999 dagli psicologi Daniel Simons e Christopher Chabris. I due hanno chiesto ad alcuni volontari di contare quante volte un gruppo di persone in un video si passava un pallone da basket. Nel filmato, a un certo punto, appariva una donna vestita da gorilla che si batteva il petto. Ma i volontari erano così assorti sul pallone che metà di essi non se ne accorse nemmeno. «Abbiamo una grande capacità di concentrare l’attenzione sulle cose che ci interessano o sono  rilevanti per il nostro compito», spiega Simons. Ma a volte ci sfugge qualcos’altro. Lo sanno bene le compagnie aeree, che hanno affrontato il problema incoraggiando i membri dei loro equipaggi a comunicare tra loro: prima la cabina di pilotaggio tendeva a essere gerarchica, e l’equipaggio a volte non osava far notare al capitano quando faceva qualcosa di sbagliato. Le stesse dinamiche si possono verificare in sala operatoria. IL RIMEDIO? UNA CHECK-LIST. Durante l’intervento su Elaine, diversi infermieri avevano notato che la donna stava diventando cianotica, ma non si sentirono di suggerire ai medici quello che avrebbero dovuto fare. Martin, il marito di Elaine, è un pilota, e si è reso conto che le procedure di sicurezza aerea potevano essere utili anche in sala operatoria. In particolare l’uso di check-list: l’équipe medica si presenta e conferma oralmente i passaggi chiave dell’intervento che sta per essere eseguito. Uno studio dell’Università  di  Toronto,  in  Canada,  ha  mostrato  che  le check-list riducono di due terzi la cattiva comunicazione, causa principale degli erroriANDARE IN STAND-BY

4 ANDARE IN STAND-BY
Di fronte alla monotona routine, la mente tende a divagare
CHIUNQUE GUIDI una macchina ha provato questa sensazione:  ti  ritrovi  in  un  tratto  di  strada  tranquillo  e  il  pensiero va a una cena o a una festa imminente. Non appena l’ambiente diventa prevedibile, sicuro o noioso, la mente
inizia a vagare. «Dopo circa 15 minuti, troviamo irresistibile iniziare  a  pensare  ad  altro»,  dice  Steve  Casner  della Nasa. Quando i nostri pensieri vanno alla deriva, entra in funzione un insieme di strutture cerebrali conosciuto come “rete della modalità di default”. Che cosa faccia esattamente è tuttora poco chiaro, ma sembra giocare un ruolo importante nel contribuire a organizzare i nostri pensieri e a pianificare le nostre azioni future, sostiene Johnny Smallwood dell’Università di York, nel Regno Unito. Ma ciò non è detto che sia utile quando, per esempio, si
stanno  guidando  mezzi  pesanti.  Per  fortuna  esistono alcune strategie che è possibile utilizzare per tenere concentrata la mente su un compito specifico. Una è quella di essere consapevoli del proprio orologio biologico.
Le ricerche suggeriscono che le persone mattiniere prestino attenzione più a lungo nella prima parte della giornata, mentre i nottambuli sono più portati a rimanere concentrati di sera. E chi guida può rendersi conto che quando si percorre una strada non conosciuta la concentrazione è più elevata del solito.
SVEGLIATI!  Uno  studio  recente  ha  anche  scoperto  che  le persone che guidano su un percorso che utilizzano abitualmente tendono a stare più vicino alla macchina davanti a loro e sono meno attente ai pedoni, effetti che i ricercatori hanno attribuito al sognare a occhi aperti. Anche il consumo di gomme da masticare e caffeina ha dimostrato di aiutare le persone a rimanere concentrate su compiti noiosi. I ricercatori stanno esplorando un altro aspetto: allertare i guidatori quando la loro attenzione è in calo. Alcune case automobilistiche  si  stanno  muovendo  in  questa  direzione: lo scorso giugno, per esempio, Jaguar ha annunciato un progetto di ricerca per monitorare le onde cerebrali dei conducenti in cerca dei segnali che indichino una perdita di concentrazione

5 PREGIUDIZIO SUL RISULTATO
Fino a quando tutto va bene, trascuriamo le anomalie
UN DIRETTORE  DI  VOLO  DELLA  NASA,  il  23  gennaio  2003, scrisse una mail da Houston agli astronauti dello shuttle Columbia, comunicando loro che un pezzo di schiuma isolante si era staccato dal serbatoio del carburante durante il decollo e aveva colpito un’ala della navetta. «Abbiamo
visto questo stesso fenomeno su diversi altri voli e non vi è assolutamente nulla di cui preoccuparsi per il rientro», scrisse. Nove giorni dopo, il Columbia si disintegrò nell’atmosfera,  distrutto  dall’aria  rovente  infiltratasi  attraverso l’ala  danneggiata.  Come  può  la  Nasa,  un  ente  scientifico di super esperti, aver notato un problema più e più volte e non avergli prestato alcuna attenzione particolare?
FERMATI E PENSA. La nostra tendenza a ignorare i segnali di pericolo è qualcosa che Robin Dillon-Merrill, alla Georgetown University di Washington (Usa), ha indagato per anni. «Fino a quando le cose vanno bene, gli esseri umani spesso hanno molte difficoltà a riflettere criticamente sui disastri sfiorati o sui propri errori. È un fenomeno noto come outcome bias, pregiudizio sul risultato»,  dice.  «Le  persone  riconoscono  le cose chiaramente sbagliate», continua. «Ma di fronte a cose sbagliate di poco conto, se si ottengono buoni risultati comunque, tendiamo a ignorarle sempre di più». È solo quando la catastrofe colpisce, che ci svegliamo. Perché  siamo  così sedotti dal successo?
In uno studio del 2012, Tali Sharot e colleghi dello University College di Londra hanno trovato una correlazione  tra  la nostra tendenza a un ottimismo irreale e illivello di dopamina nel cervello. Da un punto di vista evolutivo, dice Sharot, forse è stato vantaggioso. «Aumenta la motivazione. Se pensi di avere ottime probabilità di successo, è più probabile che tu ti avventuri in esplorazioni», spiega. Per gestire questo pregiudizio, Dillon-Merrill ha un suggerimento per aiutarci a prendere nota dei dettagli negativi. «Un collega della Nasa tiene un workshop che chiama  “fermati  e  pensa”».  L’obiettivo?  Valutare  un  processo prima che il risultato sia noto. «Perché, se sai il risultato, sarai prevenuto».

6 NON SIAMO ROBOT
Capirsi con le macchine
UNO DEI PEGGIORI incidenti provocati dal fuoco amico che hanno coinvolto le truppe Usa in Afghanistan fu causato da una batteria scarica. Nel 2001, un membro delle forze speciali statunitensi inserì le coordinate di una postazione talebana in un Gps e stava per trasmetterle a un bombardiere B-52 quando la batteria del dispositivo si scaricò. La sostituì e inviò la posizione. Senza rendersi conto che, al riavvio, il dispositivo aveva impostato automaticamente le coordinate della propria posizione. Una bomba di 900 kg fu lanciata sulla postazione di comando americana, uccidendo lui e altri sette compagni. In un mondo sempre più automatizzato, le incomprensioni tra uomo e macchine sono un problema serio, dice Sarah Sharples, ricercatore all’Università di Nottingham (Uk). Parte della sfida è rendere facile agli esseri umani cogliere ciò che i computer vogliono dire; in altre parole, presentare le informazioni in modo chiaro. L’unità Gps in Afghanistan fu criticata per la sua scarna interfaccia: i soldati si lamentarono che la sua lettura era difficile nel trambusto della guerra.
INCOMPRENSIBILE. La confusione tecnologica ha contribuito ad altri incidenti importanti, come quello dell’aereo della Turkish Airlines che si è schiantato in fase di avvicinamento all’aeroporto di Amsterdam, nel 2009. Un altimetro difettoso indusse il computer di bordo a far rallentare l’aereo, come se fosse sul punto di atterrare, quando in realtà si trovava ancora a oltre 300 metri da terra. La prima indicazione di questa modalità di “manetta automatica” era stata una parola apparsa, in piccolo, sul monitor di volo: “Rallentamento”. Che i piloti non notarono. Nel 2013, il volo 214della Asiana Airlines si schiantò in fase di avvicinamento a San Francisco; uno dei motivi fu che i piloti non erano stati addestrati a sufficienza per comprendere come il complesso computer dell’aereo si sarebbe comportato in determinate situazioni. Parte del problema, spiega Michael Feary,
psicologo della Nasa, è l’uso di una lingua “da ingegnere” sugli schermi dei computer di volo. «Dobbiamo migliorare le  interfacce  sui  moderni  aeroplani».  È  un  problema  che stiamo solo ora cominciando a comprendere e ad affrontare. Nadine Sarter, dell’Università del Michigan ad Ann Arbor, e suoi colleghi della società tecnologica Alion, per esempio, hanno lavorato su un software finanziato dalla Nasa che controlla i progetti degli strumenti delle future cabine di
pilotaggio cercandone i difetti. Una delle cose che controlla è che le informazioni cruciali del volo siano presentate in modo chiaro. «Usiamo ciò che abbiamo imparato in passato», dice Sarter, «per poter prevenire gli incidenti piuttosto che spiegare, dopo, come siano avvenuti».

7 PENSIERO COLLETTIVO
Siamo portati a uniformarci
E' NTO CHE LA GENTE tende a uniformare le proprie opinioni a quelle della maggioranza. Nel 2011, Jamil Zaki, psicologo della Stanford University (California), e colleghi nehanno scoperto il motivo. Dipende dalla corteccia prefrontale ventromediale, una parte del centro della ricompensa del cervello, che si “accende” quando ci imbattiamo in qualcosa che ci piace. Il team di Zaki ha scoperto che si attiva anche quando ci viene detto ciò che pensano gli altri. E più si attiva, più indirizza la nostra opinione verso quella della maggioranza.
MEGLIO DUBITARE. Nella vita quotidiana la conformità può essere utile, perché fa sì che gli altri servano da guida in situazioni  non  familiari,  sostiene  Lisa  Knoll,  neuroscienziata dell’University College di Londra. Ma può anche essere pericolosa. Knoll ha pubblicato uno studio in cui ha chiesto di votare quanto fosse rischioso scrivere un Sms mentre si attraversa la strada, guidare senza cinture e così via. Dopo aver visto i voti degli altri, tutti spostavano i loro verso quelli della maggioranza, anche se significava abbassare la loro stima iniziale del rischio. Un meccanismo che si è innescato nel 2012, quando tre membri di un gruppo, composto da sciatori professionisti, giornalisti sportivi e dirigenti del settore, morirono per una valanga nello Stato di Washington, negli Usa. Keith Carlsen, un fotografo che era parte del gruppo, disse al New York Times che lui stesso aveva avuto dei dubbi sulla gita, ma si era detto: “È impossibile che l’intero gruppo prenda una decisione stupida”.
Come evitare questo tipo di errori? La risposta è simile a quella per i bias di conferma: bisogna incoraggiare il dibattito.

 







Paura degli altri

Da chi è a disagio a una festa a chi non entra nei negozi o non esce di casa. Quando la timidezza diventa una malattia“

“Non è facile vederlo in giro: ama l’oscurità come la vita, e non sopporta la luce o il frequentare posti illuminati; porta il copricapo calato sugli occhi, non vede e si adopera in ogni modo per non essere visto. Non s’arrischia a entrare in una compagnia nel timore di essere maltrattato o umiliato, di lasciarsi andare in atti o discorsi, o di far sì che lo reputino un poveraccio. Egli pensa che tutti siano lì a guardare lui”.
 

Questa descrizione dell’ansia sociale risale al 5° secolo a. C. e la dobbiamo al grande medico greco Ippocrate.
E tutti sono in grado di capire in cosa consista perché tutti, in qualche fase della vita o in qualche particolare situazione si sono domandati: “piacerò?”, “mi accetteranno?”, “farò buona impressione?”. Tutti, quindi, proviamo qualche forma di ansia sociale: attaccare bottone con un individuo dell’altro sesso; incontrare un potenziale datore di lavoro; tenere una conferenza in pubblico; esibirsi come solista in un gruppo musicale. Come spesso avviene, è questione di misura, e fra ansia sociale lieve, grave, fobia sociale e mania di persecuzione ci sono molte differenze. Ma superare la paura degli altri è possibile.
 

La timidezza una malattia?
Nel 2004 il Dsm IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), bibbia degli psichiatri americani, ha inserito per la prima volta la fobia sociale fra le patologie. Ma la descrizione che ne dava il testo era talmente generica che molti ricercatori americani sottolinearono il rischio di tramutare in malato chi fino a quel momento era stato solo timido. Christopher Lane, della Northwesten University di Evanston (Usa), nel libro Shyness: how normal behavior became a sickness (Timidezza: come un comportamento normale divenne una malattia, ndr), ha spiegato che «un tempo i timidi erano introversi, ora sono malati mentali L’imbarazzo a mangiare in luoghi pubblici o il disagio a interagire con figure di autorità adesso viene definito ansia sociale». Lane accusa le aziende farmaceutiche di medicalizzare caratteristiche personali come la timidezza, per poter proporre una soluzione farmacologica. Ricky William, star del football americano, fece ad esempio il suo “comeout” come fobico sociale in un programma televisivo, «ma l’unico sintomo di fobia sociale di Williams» scrive ancora Lane «fu non rivelare quanto fu pagato dalla GlaxoSmithKline per questa esibizione». Non a caso contemporaneamente le fermate degli autobus negli Usa furono tappezzate da pubblicità di un antidepressivo della Glaxo con lo slogan “ immagina di essere allergico alla gente”.
 

Bimbi reattivi
Ma chi soffre di ansia sociale? La maggioranza dei neonati va in braccio a tutti senza timore, sorridendo anche agli estranei. Gli studi di Jerome Kagan, docente di psicologia alla Harvard University di Boston, hanno dimostrato che su 450 bimbi di 4 mesi solo il 20% (che Kagan chiamò “altamente reattivi”) risponde con paura e pianto all’avvicinarsi di un estraneo,  menre  circa  il  35-40%  mostra  scarsa  reattività. Poi, intorno ai 7-8 mesi, quando si avvicina la fase del gattonamento e quindi la possibilità che il bimbo si allontani troppo dalla madre con tutti i rischi che questo comporta, tutto cambia e inizia per quasi tutti una fase di “paura dell’estraneo”. Questa fase normalmente svanisce da sola con il passare dei mesi, ma può ricomparire in alre fasi della vita o in situazioni particolarmente critiche. Kagan ha dimostrato che tre anni dopo, intorno ai 4 anni e mezzo, l’87% dei bambini che a 4 mesi erano “altamente reattivi” avevano un comportamento meno pauroso anche se nessuno di  loro  era  definibile  “estroverso”.  Anche  le  storie  di  vita che possono aiutare a superare questi problemi, o renderli sempre più un ostacolo, hanno un peso. Se uno dei genitori teme il giudizio degli altri ed evita le interazioni nelle quali si apprendono le abilità sociali, le difficoltà aumentano. Un tempo il bimbo timido si chiudeva in camera a leggere e diventava un pozzo di scienza per poi riaffermarsi con il ruolo di primo della classe. Oggi i bimbi timidi si rifugiano su internet dove i rapporti sociali sono tanto “distanti” da non spaventare, con il rischio di rimanere intrappolati. Sono nascosti così gli hikikomori, cioè adolescenti in “clausura”, che da anni non escono dalla loro stanza: un fenomeno dapprima giapponese, ma ora anche italiano.
 

Ansia e fobia sociale
Tamaki Saito, psicoterapeuta e direttore del servizio medico del Sofukai Sasaki Hospital di Funabashi in Giappone,  che ha coniato il termine HIKIKOMORI, è stato il primo a studiare questo disturbo («non una patologia»). «Si chiudono in una stanza e sostituiscono la via reale con quella virtuale. Internet e i giochi di ruolo sono una conseguenza, non la causa» dice Giuseppe Lavenia, del centro Nostos di Senigallia, che ha trattato una decina di casi. Ma così facendo  il  ritorno  al  mondo  diventa  sempre  più  difficile. Certo gli hikikomori sono una novità, ma chi soffre di ansia sociale c’è sempre stato: basti pensare agli angoscianti romanzi Il processoe Il castellodello scrittore ceco Franz Kafka (1883-1924) o al dipinto L’Urlodel pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944). Come superare la paura degli altri? La psicoterapia comportamentale dà ottimi risultati. Giorgio Nardone, del Centro di terapia strategica di Arezzo, ha sviluppato 2 tecniche di psicoterapia breve per affrontare le forme più gravi di paura degli altri. Una va alla radice dell’ansia sociale grave e della fobia sociale, l’altra affronta i problemi della mania di persecuzione. La prima terapia insegna ai pazienti a usare l’effetto paradosso e si basa sulla peggiore fantasia«I cinesi dicevano: spegnere il fuoco aggiungendo legna, e noi spegniamo l’ansia aggiungendo timori» dice Nardone. Invita i pazienti a esercitarsi per due settimane in un semplice esercizio: ogni giorno devono sedere per mezz’ora in una stanza al buio e immaginare le cose peggiori, come di diventare rossi in pubblico, di bloccarsi e non riuscire più a parlare, di fare una stecca terribile sul palcoscenico, di fare scena muta alla conferenza. Insomma di essere le vittime delle loro peggiori paure. Il paziente scopre che più spaventosa è la fantasia e più la paura si riduce e lui si rilassa. Con questa tecnica le persone possono prepararsi ad affrontare qualsiasi arena. Nardone ha risolto il 94% dei casi (e sono migliaia) che si sono rivolti al centro negli ultimi 20 anni.

 

 







L'ho detta davvero grossa

Le gaffes sembrano tutte banali scivoloni ma alcune rivelano quello che non abbiamo mai avuto il coraggio di esprimere. Ne era convinto Freud, che scrisse in proposito un famoso saggio.
l  più  delle  volte  fanno  ridere,  qualche volta generano un gelido imbarazzo, ma sono sempre una cosa seria. Anzi serissima. Il primo ad aver studiato le gaffes è stato addirittura il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, che su lapsus, gaffes e altri piccoli scivoloni ha scritto nel 1901 un intero saggio dal titolo Psicopatologia della vita quotidiana, rivelando come attraverso di essi si manifesti il nostro misterioso inconscio.  Da  allora,  per  quanto  sembri  incredibile, tutte le goffaggini e i passi falsi che costellano la nostra vita quotidiana sono diventati uno dei terni preferiti della psicologia sociale. Non ci si deve sorprendere, ma le gaffes sono quasi sempre affermazioni fuori registro o atti fuori contesto: parole o gesti inappropriati in un contesto, che costituiscono piccole violazioni delle norme non scritte di convivenza sociale. Sono di conseguenza culturalmente determinate, ossia variano da cultura a cultura: l’atto o il detto che in una è considerato gaffe, in un’altra puòpassare inosservato. Ad esempio, portare una bottiglia di vino quando si è invitati a cena è ritenuto un gesto di gentilezza sia in Italia sia nei paesi anglosassoni, ma è una gaffe in Francia perché percepito come un implicito rimprovero ai padroni di casa: «Non siete in grado di scegliere un buon vino, perciò ho deciso di portarlo io». In Italia e in Francia si regalano fiori sempre in numero dispari: anticamente ciò serviva a dimostrare di averli comperati presso un vero fioraio e non al mercato. Ma in Russia e in altri paesi dell’Est i fiori dispari sono tipici dei funerali e poiché a nessuno piace ricevere un augurio di morte, si offrono solo in numero pari.
 

CE NE SONO DI VARI TIPI
«Le  gaffes  non  tutte  sono  uguali»,  spiega  Gianni  Ferracci, psicologo, psicoterapeuta e dirigente Asl. «Alcune sono “ innocenti”,  cioè  sono  scivoloni  provocati  da  distrazione, stanchezza o addirittura ignoranza inconsapevole. Altre sono rivelatorie e non casuali perché rappresentano la risalita in superficie di contenuti inconsci. In alcune gaffes, l’inconscio fa capolino come la punta di un iceberg in gran parte  sommerso  sott’acqua.  E  sono  queste,  in  genere,  le gaffes di autosabotaggio. L’esempio più classico? Chiamare il proprio partner ufficiale con il nome dell’amante, un tipico trucchetto dell’inconscio stanco di bugie». Di questo genere sono anche le gaffes Kinsley, come sono chiamate negli Stati Uniti le gaffes dei politici che, con un lapsus tanto  improvviso  quanto  improvvido,  rivelano  una verità inammissibile. Queste gaffes prendono il nome dal giornalista Michael Kinsley, il quale una volta disse ridendo: «Le gaffes sono il solo modo con cui i politici dicono la verità». Una celebre gaffe Kinsley è quella pronunciata dal premier britannico David Camemn alla vigilia delle elezioni che lo avrebbero portato al potere: «Andate a votar, il 7 maggio! Queste elezioni sono decisive per la carriera... ehm, per il Paese!». Non cerchiamo però a tutti i costi significati dove non ce ne sono: a volte i politici fanno gaffes per attirare l’attenzione del pubblico e dei media: i loro scivoloni sono dunque atti strategici, frutto di una ben orchestrata campagna di comunicazione. Ci sono tante altre categorie di gaffes politiche: alcune sollevano indignazione, riprovazione o imbarazzo (chi non ricorda le “corna” di Berlusconi in una foto ufficiale scattata nel 2002 al serissimo vertice dell’Unione Europea a Caceres?), altre sono battute poco felici, dette solo per sdrammatizzare la situazione o per sembrare più simpatici agli elettori. Una battuta del genere, più goffa che efficace, è quella pronunciata sempre da Silvio Berlusconi a proposito dell’elezione del presidente degli Stati Uniti, uomo di colore: «Barack Obama? Giovane, bello e abbronzato».
 

UNA TIRA L’ALTRA
ll gaffeur, secondo il dizionario, è chi tende a fare gaffes a ripetizione: in poche parole, è il campione olimpionico della figuraccia. Tutti abbiamo fatto almeno una gaffe nella vita: alzi la mano chi non ha mai raccontato una barzelletta sui carabinieri al figlio di un carabiniere, chi non ha mai esclamato “Ci si sposa una volta sola!” al secondo matrimonio della cugina o chi non ha mai apostrofato con un “Cara, ti trovo in forma smagliante”, l’amica che ha appena perso il marito. I gaffeurs, però, sono i professionisti delle gaffes, non semplici dilettanti come noi. Raramente si limitano a una performance isolata; lasciati liberi di parlare, in effetti, infilano una gaffe dopo l’altra, a mitraglia. Ma che cosa si nasconde dietro questo comportamento? Risponde Gianni  Ferrucci:  «I  gaffeurs  hanno  qualche  difficoltà  nella gestione del proprio inconscio perché probabilmente hanno un super io alquanto debole. In altri termini, sono persone che fanno emergere quello che pensano, ma che non potrebbero o non dovrebbero dire: hanno poca consapevolezza delle regole sociali non scritte o si ritengono in qualche modo al di sopra di esse».
 

NON È UNA MALATTIA
«Fare gaffes a ripetizione non è una malattia da cui guarire», conclude Ferrucci. «Èvero però che a volte, in contesti sociali delicati come quello professionale, una gaffe può essere la classica zappa sui piedi, cioè un atto controproducente e dannoso. In questo caso, ho un consiglio da dare a tutti i gaffeurs stanchi di esserlo: cercate di prestare più attenzione agli altri che a voi stessi. Siate meno egocentrici e anche meno logorroici: parlate di meno e ascoltate di più. E sforzatevi di usare forme e modi di comunicazione più efficaci e mirati. E poi, consolatevi: i veri casi patologici non siete voi, ma le persone che si ritengono assolutamente immuni da gaffes...».

Chi sono i campioni  mondiali di gaffes?
Bush, il principe Filippo e Berlusconi. I potenti possono diventare celebri per un’infinità  di  ragioni:  potere,  leadership, fascino personale. Tre sono diventati famosi per la tendenza a commettere gaffes: George W. Bush, ex presidente degli Stati Uniti, in carica dal 2001 al 2009, Filippo di Edimburgo, principe consorte della regina di Gran Bretagna, Elisabetta II e il nostro Silvio Berlusconi.
 

George Bush
2002, Washington (Usa), Gala presidenziale. George Bush cerca di attirare l’attenzione del noto cantante Stevie Wonder, agitando ripetutamente la mano; non ricevendo risposta si irrita. Ma Stevie Wonder è cieco.
2001, San Paolo del Brasile. Il presidente Bush, in visita ufficiale, incontra il presidente brasiliano Fernando Cardoso e a un certo punto gli sussurra: «Anche voi, qui, avete dei neri?».
2000, Usa. Intervistato da una giornalista di Glamour sui talebani, il presidente sgrana gli occhi e non risponde. La giornalista imbarazzata cerca di aiutarlo con qualche piccolo suggerimento. Bush allora esclama: «Oh, credevo che lei parlasse di un complesso rock! I talebani dell’Afghanistan, certo. Repressivi!».
 

 

 

Filippo di Edimburgo
2013, Luton, Inghilterra. Il principe visita un ospedale e il personale lo accoglie con calore. Osservando alcuni dipendenti di origine asiatica, esclama: «Le Filippine devono essere  mezze  vuote  perché  siete  tutti  qui  a  lavorare  per  il servizio sanitario!».
1998, Papua Nuova Guinea. Il principe saluta un gruppo distudenti inglesi appena tornati da un trekking avventuroso:«Come siete riusciti a non farvi mangiare?».
1994, Isole Cayman. Durante una visita ufficiale, il principe domanda ad alcune delle massime autorità locali: «Siete i discendenti dei pirati?».
1984, Kenya. A una donna di colore che gli consegna con deferenza un omaggio, il principe chiede: «Ma  lei  è  una donna, vero?».

 

 

 

Silvio Berlusconi
2008, Mosca. «Barack Obama? Giovane, bello e abbronzato». Così Silvio Berlusconi si esprime sul neoeletto presidente Usa da Mosca, nell’incontro con il russo Medvedev.
2006, Vertice Nato. «Romolo e Remolo fondarono Roma».
2003, New York. A Wall Street, tempio della finanza globale, cosi  Berlusconi  incita  gli  operatori:  «L’Italia  è  un  paese straordinario per fare investimenti. Oggi ci sono molti meno comunisti. Un altro motivo per investire è che abbiamo bellissime segretarie».
Strasburgo, luglio 2003.«Lei può fare la parte del kapò in un  film  sui  nazisti»,  così  Berlusconi  si  rivolge  al  tedesco Martin  Shultz,  presidente  della  delegazione  dei  socialdemocratici al Parlamento europeo.
2002, Caceres (Spagna). Nella foto ufficiale del serissimo vertice dell’Unione Europea, Silvio Berlusconi posa facendo le corna. 







Alla ricerca della virilità perduta

Le tematiche legate alla donna e alla condizione femminile sono all’ordine del giorno da decenni. Molto meno quelle maschili, salvo una certa letteratura piuttosto recente che ha fatto luce sulla crisi della virilità ed in particolare della figura paterna. Cosa connota, dunque, la differenza maschile? Se n’è parlato a una tavola rotonda presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, a cura dell’Istituto Superiore di Studi sulla Donna. Come ha spiegato Marta Rodriguez, direttrice dell’Istituto, “non si può parlare della donna, se non si parla dell’uomo. L’uomo e la donna naufragano e si riscattano sempre insieme”.

Partendo dal tema sviluppato nel suo saggio Il maschio selvatico (la cui ultima edizione riveduta e corretta è stata recentemente edita dalla San Paolo), lo psichiatra Claudio Risé ha spiegato come il “maschio selvatico” sia “un archetipo sempre presente nell’inconscio collettivo”, sviluppato in modo particolare da Carl Gustav Jung. Tale archetipo non è affatto avulso dagli altri ma ci vive in contatto in maniera assolutamente complementare.
Uno dei più diffusi disturbi della personalità al giorno d’oggi è, tuttavia, il “narcisismo”, laddove l’altro è vissuto soltanto come un riscontro alla “conferma del proprio valore” e come oggetto della rivendicazione di un presunto “diritto” ad essere amati.
Nel corso del dibattito, moderato dall’avvocato Ignazia Satta, membro del gruppo di ricerca dell’Istituto di Studi Superiori sulla Donna, è emerso l’altra faccia della medaglia della crisi maschile che è l’annullamento della femminilità, a partire dal ruolo materno: ne sono la prova le legislazioni favorevoli all’aborto o alla fecondazione artificiale, in tutte le declinazioni possibili.

 

A favorire queste legislazioni e la deriva antropologica, che ne è nel contempo causa e conseguenza, è stato anche il complesso di colpa maschile nei confronti della donna, il dover “chiedere scusa” a prescindere, con l’annessa enfatizzazione della violenza sessista. La conseguenza è che non viene più affrontato il tema della differenza sessuale e si evita qualsiasi forma di autocoscienza. Il punto di vista cristiano è stato sviluppato da padre Maurizio Botta, sacerdote della Congregazione dell’Oratorio, fondata da San Filippo Neri. Il Vangelo, ha spiegato padre Botta, presenta in Gesù Cristo il più alto esempio di “virilità” e di forza, secondo un archetipo molto lontano da qualunque forma di “politicamente corretto”.
Il Cristo “virile” e “selvaggio”, dunque, compie gesti “sgradevoli” e “inaccettabili” agli occhi dei più: non ha paura di rimanere da solo a procedere controcorrente e ha il coraggio di chiedere ai discepoli: “Volete andarvene anche voi?” (cfr. Gv 6,60-69). Anche il gesto del rovesciamento dei tavoli dei mercanti del Tempio (cfr. Mt 21,12), non è una “reazione isterica” ma un atto “profetico”.
È proprio questa “virilità” che rende Cristo ammirato dalle donne (sono loro a seguirlo fin sul Golgota), mentre gli uomini desiderano imitarlo.
Non è da trascurare nemmeno il punto di vista dei bambini, i quali nutrono una “incredibile nostalgia del maschile” e sono le prime vittime della crisi della virilità. In altre parole i più piccoli hanno bisogno di due braccia che li lancino in aria e poi li raccolgano (come fanno per gioco molti padri), a simboleggiare l’incontro con la vita e con l’autonomia, pur sotto lo sguardo attento del padre.
Al tempo stesso, ha proseguito padre Botta, nel matrimonio va evitata la trappola secondo la quale, per la donna, “i figli diventano più importanti del marito”: l’uomo può, infatti, provare un’iniziale estraneità nei confronti dei figli ma va anche aiutato a non indulgere nella pigrizia quando si tratta di portare avanti la famiglia. Perché si riscatti la complementarità maschile-femminile, è dunque indispensabile riscoprire la “via della creazione” e la “via della redenzione”, dove nella prima si individua l’alleanza uomo-donna finalizzata all’alleanza con Dio.
Senza il sacrificio in Croce di Gesù Cristo, però, l’alleanza nata con la creazione “rischia di portarci in un mondo utopico”. Non può esistere, quindi, un amore uomo-donna che non implichi la donazione totale della propria vita, fino all’ultima goccia di sangue. In particolare per l’uomo è richiesta una virilità che sia nemica di ogni narcisismo e di una forza assimilabile non tanto all’aggressività, quanto alla resistenza di una quercia: proprio come Cristo resiste sulla Croce.
La mascolinità è complementare alla femminilità, nella misura in cui sa ricevere ed assorbire la tenerezza e l’accoglienza femminili, come dimostra Cristo, circondandosi di donne – anche peccatrici – senza tenere conto del pregiudizio altrui. L’uomo virile, tuttavia, non è effeminato (nel senso di sensibile ai piaceri carnali) ma rispetta la donna, trattenendone la dolcezza di cui questa è capace: è per questo che anche i sacerdoti o i religiosi – sull’esempio di Cristo – possono vivere la loro complementarità maschile-femminile.
Dovendo descrivere la condizione del maschio di oggi, padre Botta ha infine tracciato un idealtipo omerico a cavallo tra Telemaco, alla ricerca del padre perduto, e i Proci, totalmente incapaci di gesti nobilmente virili, immersi come sono nella “comunella” e nel gozzoviglio dei piaceri sensuali.







Le app più originali le inventano i bambini

Uno studio evidenzia come i processi creativi dei ragazzi sotto i 13 anni possano portare benefici a un’industria che richiede innovazione continua.

In un ambito estremamente competitivo come quello dei servizi per smartphone, riuscire a inventarsiqualcosa di nuovo può sembrare una missione impossibile. Ma non è così, perlomeno secondo alcuni ricercatori della Libera Università di Bolzano, a detta dei quali trovare l’idea giusta sarebbe letteralmente un gioco da ragazzi.
Dati  alla  mano,  la  squadra  dell’ateneo  ha  realizzato  uno studio, pubblicato su Sage, che sottolinea come i candidati migliori a scovare idee brillanti per la prossima app o piattaforma per smartphone e tablet siano bambini e ragazzi sotto i 13 anni.
 

IL CAMPIONE. Per dimostrare il loro assunto di partenza, i ricercatori hanno preso in considerazione un database di 41mila idee provenienti da un progetto del 2006 e ne hanno isolate in modo casuale 800. Di queste, 400 provenivano da bambini e preadolescenti (di età compresa tra i 7 e i 12
anni) e le rimanenti 400 arrivavano da giovani e adulti (tra i 17 e i 50 anni).
 

PIÙ  ORIGINALI,  PIÙ  PROMETTENTI.  Le  idee  sono  poi  state sottoposte a due giudici indipendenti ed esperti del settore, che le hanno valutate senza conoscerne la provenienza e secondo diversi criteri come fattibilità, rilevanza e potenziale innovativo.
Le idee provenienti dal gruppo di soggetti più giovani si sono dimostrate non solo più originali, ma anche di maggior successo: trattandosi di spunti risalenti a quasi un decennio fa, i ricercatori hanno infatti potuto metterli a confronto con la prova del tempo. L’81% delle proposte dei ragazzi sono state effettivamente sfruttate per la realizzazione di prodotti e servizi, contro il 69% delle idee provenienti dai più adulti.
 

SENZA PREGIUDIZI. Dal punto di vista scientifico il risultato non è sorprendente: la creatività diminuisce con l’aumentare  dell’età,  e  un  punto  di  vista  meno  viziato  da  nozioni tecnologiche e costrutti logici preesistenti può aiutare a scorgere relazioni e possibilità che a una mente adulta rischiano di sfuggire. 







Perchè quando stiamo male ci sembra tutto cattivo?

Sarebbe dovuto alla presenza di una proteina, normalmente coinvolta nei processi. Di sicuro sarà capitato almeno a tutti una volta nella vita di rimanere con l’amaro in bocca, e non in senso figurato.


Parliamo del lamentarsi che ogni cosa, dalle medicine al cibo, ha un  sapore cattivo, sgradevole, quando siamo malati. Ma perché? Secondo uno studio appena pubblicato su Brain, Behavior, and Immunity - Journal la colpevole potrebbe essere una proteina correlata ai processi infiammatori: il fattore di necrosi tumorale α (TNF-α).

Di questa proteina sappiamo che è particolarmente elevata in persone che soffrono a causa di un’infezione, malattie autoimmuni o condizioni infiammatorie, e che alti livelli inducono anche perdita di appetito, ricorda Nature News.
Per capire se oltre l’appetito il TNF-α influenzasse anche il gusto, un team di ricercatori del Monell Chemical Senses Center di Filadelfia ha osservato come si comportassero dei topi, ingegnerizzati per non esprimere la proteina, quando bevevano acqua aromatizzata per essere dolce, acida, salata, amara o umami (L’umami è uno dei cinque gusti fondamentali percepiti dalle cellule recettrici presenti in bocca, indica il sapore di glutammato particolarmente presente in cibi come la carne, il formaggio e altri alimenti ricchi di proteine).
Gli scienziati hanno così scoperto che se i topi normali tendevano ad evitare l’acqua amara, bevendone meno anche quando solo leggermente sgradevole, quelli transgenici erano meno sensibili all’amaro e cominciavano ad evitarlo solo quando il sapore dell’acqua diventava particolarmente forte. Le reazioni invece agli altri sapori erano le stesse per i topi normali e quelli transgenici.

Per capire se quanto osservato fosse un effetto locale (presente già nella lingua) o dettato dall’elaborazione del gusto (a livello cerebrale), gli scienziati hanno anche monitorato la risposta dei nervi che trasmettono le informazioni dalla lingua al cervello. I ricercatori hanno così scoperto che nei topi privi del TNF-α questi nervi sono meno attivi in risposta ai sapori amari, suggerendo che la proteina (e la sua assenza) agisca già nelle papille gustative.
L’idea ora dei ricercatori è quella di capire se alti livelli della proteina rendano le persone più suscettibili ai sapori amari o di altro genere. Infatti, sebbene gli esperti abbiano osservato che l’assenza del TNF-α influenzi solo la risposta all’amaro, la proteina è presente anche su cellule specializzate a rispondere al dolce e all’umami e i suoi recettori sono distribuiti in diversi tipi di cellule.







La strategia dei leccapiedi

Lo disprezziamo perché è bugiardo e manipola gli altri. Eppure, dice la scienza, l’adulazione è fondamentale: garantisce la civiltà e la convivenza pacifica.

 

In riunione, il direttore illustra i progetti del 2016. Uno stagista alza la mano e dice: “Che belle idee! Lei è sempre un passo avanti a tutti!”.
Il direttore sorride compiaciuto, e lo invita a mandargli le sue osservazioni via email. Invece di prendere a calci quel meschino adulatore... Chi non ha mai vissuto una situazione del genere? Gli adulatori fanno rabbia: usano i complimenti per manipolare gli altri, calpestando la verità e la giustizia, oltre alla loro stessa dignità. Eppure, con queste manovre, spesso riescono a ottenere ciò che vogliono (e non meritano): “Il capo ha promosso quell’imbecille solo perché dice sempre sì”, si sente dire. Perciò gli incensatori sono definiti con nomi carichi di disprezzo: leccaculo, lecchino, ruffiano, lacchè, yesman, incensatore, untuoso... Quest’anno la Cassazione ha ufficializzato che dare del leccapiedi è un’ingiuria: “ha un’intrinseca valenza mortificatoria della persona”. D’altra parte, già Dante aveva piazzato gli adulatori nel penultimo cerchio dell’inferno (dopo i tiranni, gli assassini, gli usurai). Immersi nello sterco fino al collo.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POTERE E CORTE. Ecco perché oggi siamo più attenti: inventiamo nuovi modi di elogiare perché quelli tradizionali sono inflazionati e nessuno vuol essere giudicato un viscido calcolatore. Ma gli adulatori sono sempre esistiti: dall’antico Egitto alle multinazionali, ovunque vi sia una persona di potere, c’è una corte di lecchini che vogliono conquistarne una parte. Ma la lusinga è solo un’attività riprovevole? Strano a dirsi, no. I sociologi hanno dimostrato che la piaggeria serve a mantenere la pace sociale: impossibile immaginare un mondo senza sviolinate, afferma Richard Stengel, oggi consigliere diplomatico di Barack Obama e autore del recente Manuale del leccaculo (Fazi).

 

COME LE SCIMMIE. Ma perché gli adulatori hanno successo anche se mentono e manipolano gli altri? Perché la piaggeria aumenta le probabilità di sopravvivenza, dicono gli etologi. Basta guardare la vita sociale degli scimpanzé: «Un mercato in cui si compra potere, sesso, affetto, sostegno», dice il primatologo Frans de Waal. Le scimmie, infatti, hanno diversi comportamenti adulatori: le femmine si concedono sessualmente quando vogliono cibo. E i maschi, quando si avvicinano a quello dominante, devono tenere il capo chinato. A volte gli baciano i piedi, gli offrono una foglia o un bastone o lo spulciano; i più vicini hanno il discutibile privilegio di accarezzargli lo scroto in segno di deferenza. In cambio, il “grande capo” può concedere loro cibo o accesso alle femmine. Insomma, la riverenza verso il maschio alfa non è diversa dal bacio dei nobili egizi ai piedi del faraone.

Ma perché avviene questo? Perché nella foresta, come in una sala riunioni, la piaggeria aumenta le possibilità di sopravvivere. Se un corpulento maschio sta addentando un pezzo di carne, ci sono due possibilità: o tentate di dargli una botta in testa e rubargli il cibo, oppure provate a entrare nelle sue simpatie sperando che non vi uccida e divida con voi il pasto. Le tattiche indirette hanno la meglio sulla forza bruta: sopravvive il più ipocrita, non il più forte. E questo vale ancor più per gli uomini: mentre gli scimpanzé devono adulare facendo favori al capo, la nostra adulazione costa poco perché è solo verbale. Ma per entrambi ha un effetto biochimico: studiando i cercopitechi, lo psichiatra Michael McGuire ha scoperto che i maschi dominanti hanno nel sangue livelli di serotonina doppi rispetto ai subordinati. E la vista del comportamento sottomesso dei subalterni a far salire questa sostanza, un neurotrasmettitore associato al senso di felicità. La vera droga del potere è l’adulazione degli altri.
 

CLASSI RIGIDE. La piaggeria prospera nelle società divise in classi rigide, dove c’è poca mobilità sociale: come quella degli Egizi. Per loro, l’unico modo di scalare i gradini della società era ingraziarsi il faraone. Nell’antica Roma, l’adulazione era un mestiere: i potenti offrivano protezione a un “cliente” (un poeta, uno scrittore, un filosofo) che in cambio di vitto, alloggio e soldi tesseva lodi dal mattino alla sera. Un atteggiamento che i Greci disprezzavano: a loro, inventori della democrazia, «non garbava l’idea che alcuni si considerassero superiori e che altri si abbassassero davanti ai loro simili. Perciò detestavano l’adulazione: la ritenevano una forma di autoumiliazione, radicalmente antidemocratica», ricorda Stengel. Anche perché chi ingannava il popolo con false promesse (i populisti) metteva a rischio la democrazia.

Ma i Greci furono un’eccezione. Fra il 1400 e il 1700, con la nascita dei sovrani assoluti, le corti europee divennero una grande catena di piaggeria: «Avevate sempre il sedere d’un superiore da baciare e qualcuno di inferiore che ve lo baciava», scrive Stengel. «Tranne il sovrano, che poteva guardare tutti dall’alto in basso». L’adulazione, insomma, era l’unico modo di far carriera. E questo spiega il successo del Cortigiano (1528) di Baldassarre Castiglione: un manuale che insegnava i modi più efficaci di arruffianarsi i potenti. Pochi anni prima, invece, Niccolò Machiavelli, nel Principe, aveva dato ai sovrani il consiglio opposto: meglio incoraggiare i cortigiani a essere sinceri, per non ricevere da loro consigli falsi.
 

PIAZZISTI. Questo pragmatismo trovò terreno fertile in America, dove l’etica protestante del duro lavoro non lasciava spazio a complimenti superflui. Ma lo scenario cambiò quando esplose il commercio: il successo di un piazzista non dipendeva dal prodotto, ma da come lo presentava. L’apparenza era tutto. Così nel 1936 diventò un best seller il manuale di Dale Carnegie (foto sotto)  Come trattare gli altri e farseli amici: si era scoperto che il successo sul lavoro dipendeva poco dalle conoscenze tecniche, ma molto di più dall’abilità nei rapporti umani. In effetti, è molto più facile piacere agli altri che convincerli delle proprie capacità.







I consigli delle amiche

Sono pochi gli individui che conoscono il significato profondo della parola Amicizia, e meno ancora sono quelli che la vivono in maniera autentica e coerente. L’amicizia è una relazione complessa basata sul senso della giustizia, della verità e dell’onore, è una relazione tra buoni, in quanto viene  scambiato del bene; una tale amicizia renderà i contraenti sempre migliori, non solo nei loro rapporti reciproci, ma anche in se stessi.


L’amicizia è una relazione fra pari!
L’amicizia può comprendere l’amore, ma l’amore non può comprendere l’amicizia. Infatti, tra le due, è l’amicizia la relazione più pura e disinteressata, dunque la più elevata; e ciò che sta più in alto può comprendere ciò che sta più in basso, ma non è possibile il contrario. Questo va contro il sentire comune: si pensa che l’amore sia una relazione più grande dell’amicizia, proprio perché li si pensa, entrambi, come sentimenti e non come relazioni. In realtà, una relazione esprime, sempre, anche un sentimento , ma un sentimento può non esprimere alcuna relazione. Infatti l’amore, come sentimento, può anche non venire ricambiato, ed essere perciò a senso unico; ma, per essere una relazione, deve sempre essere reciproco. Mentre l’amicizia non può che essere reciproca, perciò non può essere che una relazione: non esistono amicizie non ricambiate, al massimo vi sono simpatie non ricambiate. Ma la simpatia è una cosa totalmente diversa dall’amicizia.
Nella relazione dell’amicizia, così come in quella dell’amore, le difese vengono abbassate, aprirsi  all’altro, significa esporsi alle ferite; ma l’amicizia richiede che si corra questo rischio.
Ciascuno mette in gioco quanto di più prezioso possiede. La posta è alta. Chi tradisce l’amicizia, distrugge anche la stima di se stesso.
Nietzsche osserva che si può sempre perdonare il tradimento che l’amico ha fatto a nostro danno, ma è impossibile perdonargli il tradimento che ha fatto di se stesso.
Nella vita distinguiamo, solitamente le amicizie care, quelle che cominciano da circa sei anni in poi e che possiamo considerare storiche, antiche, da quelle avvenute postume alle scuole superiori ed eventualmente all’Università che consideriamo recenti. Le più recenti amicizie possono essere una rivelazione e considerate non meno importanti perché con l’esperienza accumulata da noi stessi negli anni già vissuti, siamo più consapevoli di essere compresi, accettati con più autenticità da certe persone anche non da molto conosciute in varie occasioni.
Le amicizie nate sui banchi di scuola sono molto forti ed intense durante il periodo dell’adolescenza, perché consentono di ricevere il necessario supporto emotivo nel periodo in cui ci si distacca dalla famiglia, pur sentendosi ancora molto fragili ed insicuri rispetto al proprio ruolo sociale ed ai propri comportamenti. Trovare una buona amicizia durante questo periodo della vita è fondamentale, perché permette di fare esperienze condivise, sicuramente nuove rispetto al passato (primi flirt, prime uscite senza genitori, frequentazione di un gruppo, ecc.). Con le amiche si condivide tutto e, soprattutto, si comincia anche a ragionare su se stesse. Per questo l’amica del cuore è uno specchio in cui tutte le donne si sono riflesse, ma anche “riflettute”.
Quello che gli uomini chiamano in modo dispregiativo “pettegolezzo” per le donne è spesso una analisi ed una riflessione su un argomento che le interessa molto: quello della relazione di coppia, della fedeltà, della famiglia, della fortuna e della sfortuna delle persone. Le donne amano parlare di questi aspetti della vita perché, come sostiene la psicologia evoluzionista, nei secoli hanno dovuto sempre fare attenzione nella scelta del partner con il quale mettere al mondo dei figli: era importante scegliere bene, per assicurarsi la sua protezione e la sua benevolenza nei confronti della prole. Ecco perché le donne si interessano frequentemente di psicologia (le psicologhe sono quasi tutte donne), così come di astrologia (una non-scienza che però fa riflettere sulle varie tipologie del carattere), o di gossip (sapere le storie sentimentali e familiari dei VIP le aiuta a riflettere su questi argomenti). Non sempre il pettegolezzo femminile nasce dunque con fini malevoli.
Quindi non si può che essere d’accordo con l’antico proverbio “chi trova un amico, trova un tesoro”.
Effettivamente grazie agli amici non ci si sente soli, ci stanno vicino, ci ascoltano, si curano di noi nel momento del bisogno, ci si può trascorrere molto tempo insieme divertendosi a lungo. Ti fanno sentire meno dolore, se sei stato abbandonato dal fidanzato o stai affrontando un momento duro al lavoro o hai perso una persona cara...
 

Ci si può fidare sul fatto che ci saranno dati consigli giusti?
Su questo tema è bene essere prudenti. Le donne amiche parlano di più degli uomini amici. Questi ultimi sono spesso meno coinvolti e pensano che ognuno debba cavarsela da solo. Nel caso delle amiche il coinvolgimento è diverso, a volte l’atteggiamento appare molto solidale. Come è ovvio che sia, ogni persona sperimenta all’interno della propria vita e delle proprie storie vissute, di tipo familiare, lavorativo, amoroso,  situazioni particolari e le affronta in modo diverso.
Le esperienze sono vissute in base alla personale interazione con il proprio modo di sentire e di essere stati educati a sentire. I consigli che se ne possono ricavare, sono basati sulle identificazioni che le amiche hanno avuto per esempio, nelle varie esperienze personali amorose, o lavorative o familiari, e quindi tali suggerimenti vanno presi con molta cautela, perché le stesse esperienze sono molto soggettive e non sempre adatte a chi in quel momento sta chiedendo aiuto. Gli stati emotivi di una donna in assoluta buona fede, che desidera offrire il suo appoggio e i suoi consigli ad una amica sono ovviamente differenti  rispetto a ciò che prova quest’ultima e avvengono per via di identificazioni proiettive sull’amica alla quale viene consigliata “una soluzione” come potrebbe essere banalmente quella di lasciare il fidanzato, perché inconsapevolmente, magari lei che consiglia vorrebbe farlo, ma non ci riesce.
In ogni modo, le amiche non possono seguire emotivamente sino in fondo il senso di un litigio e di riappacificazione che il giorno dopo avviene tra una lei amica e il compagno. I loro consigli sono spesso espulsivi di stati d’animo personali, filosofie di vita di quel momento, o peggio di una delusione fresca, non ancora riparata e spesso di auto-consolazioni agite in buona fede per mezzo dei problemi dell’altro.
Vi sono poi dei casi nei quali traspare abbastanza chiaramente una punta d’invidia e di gelosia che ha un significato retroattivo, ma che si manifesta inconsciamente proprio in quel momento nel quale il consiglio dell’amica è importante sul prendere una data decisione.
Tutto ciò è umano e bisogna tenerne conto. Le amicizie rimangono nella vita molto preziose, ma non bisogna idealizzarle troppo per non restar troppo disillusi.







Le app per le amanti dello shopping

Ecco le migliori app da avere sul proprio smartphone per studiare i look più giusti, non perdere sconti e occasioni e trovare il pezzo visto in qualche foto su Instagram.tempo di saldi, in negozio, ma anche online.

Ecco le app migliori per non sbagliare più un acquisto, per non perdere le migliori offerte e per farsi capire dall’amica fashionista che ogni volta che facciamo fatica a distinguere i nomi delle stampe si arrabbia come se le avessimo detto che è senza gusto e che si veste come nostra nonna!
Per  chi  deve  avere  sempre  la  situazione  sotto  controllo - ShopSavvy (gratis per iOS e Android) -  è un potente scanner di codici a barre e lettore di codici QR per cercare il prodotto giusto al prezzo migliore, sia online, sia nei negozi, che vengono segnalati anche su una mappa per localizzarli
facilmente. Se si trova quello che si stava cercando al prezzo giusto online lo si può comprare direttamente o salvarlo per continuare con l’operazione in un secondo momento.
Per tutte - Certilogo (gratis per iOS e Android) - in pochi passi legge il codice dell’abito, al quale sono associate informazioni di tracciabilità, e fornisce una risposta in merito all’autenticità del prodotto che si intende acquistare o appena comprato. È sufficiente registrarsi tramite Facebook, Google + o con un account di posta valido, e inserire il codice univoco di 12 cifre o fotografare il Quick Response Certilogo per avere la certezza che il prodotto scelto sia autentico. A oggi sono 50 i marchi che fanno parte di Certilogo.
Per chi ha grandi doti da ammaliatrice - Living Social (gratis  per  iOS  e  Android)  -  per  chi  ama  fare  shopping  da smartphone, è un’app simile a quello a Groupon che offre sconti tra il 50% e il 90% nella propria città, ogni giorno. Gli utenti possono visualizzare le offerte e acquistare direttamente. E se convinci tre amici a fare il tuo stesso acquisto, tu ricevi quel prodotto gratis. Per le indecise - PS Dept (gratis per iOS) - è come avere una consulente a disposizione 7 giorni su 7, 24 ore su 24. Qualsiasi cosa stiate cercando... la troverete! Potrete cercare il vestito lungo per quel matrimonio impegnativo della vostra amica o quel paio di stivali da mettere durante la mezza stagione, ma anche farvi suggerire outfit per un look completo. La app ha tra i partner molti nomi “ importanti”: da Net-A-Porter a Stella McCartney a Chloe. Guardi, scegli e compri. Per chi è in cerca sempre dell’offerta migliore - Mallzee (gratis per iOS e Android) - consente di sfogliare tra più di 40 marchi di moda e di costruire glioutfit perfetti con i propri pezzi preferiti declinandoli in maniera differente (da lavoro, per uscire la sera...). in più la app manda notifiche per aggiornare il prezzo dei capi che abbiamo salvato tra i preferiti.
Per le Instagrammers - Like to Know.it (sito che funziona attraverso Instagram) - capita di seguire blogger o ragazze con molto gusto su Instagram e chiedersi “chissà dove l’ha preso?”. Basta registrarsi con la propria email e accedere con il proprio account Instagram per poterlo scoprire. Appena si mette il like a una foto che piace, il sito ci invia una mail con il link al negozio online dove acquistare quel capo.
Le foto devono avere nella descrizion la scritta www.liketk.it Per le professioniste (o aspiranti tali) - FAD – The Ultimate Fashion Dictionary(3,99$ per iOS) - se sei una di quelle che vuole usare sempre la parola giusta per descrivere tessuti e tagli di abiti o se non sai niente, ma vorresti smettere di fare figure chiamando pied de poule la stampa vichy, questa app è super. 
 







Lo smartphone soffoca la creatività?

Lo smartphone è sempre con noi, quando viaggiamo, quando lavoriamo, quando mangiamo, quando siamo in coda (negli uffici, dal medico o al supermercato). Tenere gli occhi sempre incollati sul nostro dispositivo può limitare la nostra creatività?

Sicuramente incide sulle nostre abitudini; nei supermercati i prezzi dei prodotti negli  espositori in prossimità delle casse sembra che stiano “crollando”: le persone infatti, quando sono in fila, non si guardano più attorno (cedendo ad acquisti compulsivi), ma “smanettano” con lo smartphone. Tutto il resto (non) è noia. Lo smartphone ci permette di “riempire” ogni attimo libero, annullando anche i momenti di noia, questi momenti, però, non sono dannosi per il nostro cervello, tutt’altro! La noia è una sensazione di vuoto in cui ci mancano stimoli interessanti, in cui sperimentiamo fastidio e frustrazione. Secondo John D. Eastwood, docente presso il Dipartimento di Psicologia della York University (Toronto), la noia è “la sconfortante esperienza di desiderare di impegnarsi in un’attività soddisfacente senza riuscirci”.
 

Che cosa accade, nella nostra mente, quando ci annoiamo?
Sono compresenti, secondo l’équipe di Eastwood, tre condizioni: non riusciamo a cogliere informazioni per partecipare ad attività soddisfacenti; ci concentriamo su questa carenza di informazioni; attribuiamo all’ambiente esterno la causa della nostra frustrazione (The Unengaged Mind: Defining Boredom in Terms of Attention).
Questa esperienza frustrante, però, è molto importante  perché ci sprona a cercare delle alternative, ad osservare il mondo circostante, ad immaginare situazioni differenti e superare i nostri “confini creativi”. A chi non è successo, da bambino, durante noiose giornate piovose, di fare un bel disegno, scrivere una storia o inventare un nuovo gioco?

 

Pause creative: un incontro con i propri pensieri
Il professor Bellavista, nel noto film “Così parlò Bellavista”, elogiava il bagno che, contrariamente alla doccia (efficiente e sbrigativa), rappresenta un incontro con sé stessi e con i propri pensieri. Anche Edward De Bono, nel libro Serious creativity, parla di “pause creative”, di quelle situazioni in cui possiamo fermarci a riflettere, in cui rallentiamo il corso dei pensieri, in cui lasciamo vagare la mente. Queste pause sono preziose perché, proprio quando siamo meno concentrati su un problema, ci arrivano degli insight, delle intuizioni estrose, che ci consentono di vedere la situazione sotto una nuova prospettiva. Teresa Belton, ricercatrice presso la School of Education & Lifelong Learning (University of East Anglia – U.K.), evidenzia in un’intervista alla BBC come questi momenti di riflessione con sé stessi siano fondamentali per sviluppare un atteggiamento creativo. “I bambini hanno bisogno di avere del tempo per rilassarsi, per immaginare, per seguire i propri processi di pensiero, per assimilare le loro esperienze attraverso il gioco o semplicemente osservando il mondo che li circonda.”
Se stiamo con gli occhi (e con la mente) costantemente concentrati sullo smartphone, facciamo più fatica a cogliere il quadro d’insieme, ad esplorare delle alternative e a dare vita a connessioni creative che prima non esistevano.
Ispirati dalla distrazione. Distrarci, di tanto in tanto, può agevolare il pensiero creativo?
Lo psicologo cognitivo Jonathan Smallwood ha rilevato, in una serie di esperimenti, una correlazione interessante tra distrazione e creatività. Smallwood chiama questa esperienza “perceptual decoupling” (disaccoppiamento percettivo): quando la mente è inattiva, si libera dall’attenzione al “qui-e-ora” e tende a vagare; più vaga e più è probabile che abbia idee nuove ed insolite.
Nella ricerca “Inspired by distraction: mind wandering facilitates creative incubation“, ad un gruppo di persone è stato chiesto di elencare tutti i possibili utilizzi di alcuni oggetti di uso quotidiano. Completato questo esercizio, il gruppo è stato diviso in quattro sottogruppi: al primo sono stati concessi dieci minuti di riposo, al secondo è stato sottoposto un compito impegnativo (che coinvolgeva la memoria), il terzo ha svolto un semplice test di reattività visiva come, ad esempio, riconoscere, nel più breve tempo possibile, la direzione in cui sono rivolti gli oggetti che compaiono sullo schermo,  mentre il quarto è passato direttamente all’esercizio successivo.
Nella seconda fase dell’esperimento,  le idee più fantasiose sono state generate dal terzo sottogruppo perché, secondo i ricercatori, “impegnarsi in semplici attività “mindless”, che permettono alla mente di vagare, può facilitare il problem solving creativo.”
 

Qualche suggerimento conclusivo...
Lo smartphone è uno strumento utile, che facilita il nostro lavoro, ci permette di essere aggiornati in tempo reale e agevola le comunicazioni con colleghi ed amici. Diverse statistiche (come, ad esempio, quella di O2 o quella di Kleiner Perkins Caufield & Byers) ci dicono che l’utilizzo medio dello smartphone è di oltre due ore e mezza al giorno.
La maggior parte di questo tempo è dedicato a navigare su Internet, ai social network, a giocare, ad ascoltare musica e, solo al quarto posto, a telefonare e a gestire le email. Tante persone lo usano come sveglia, per fare fotografie, meno come taccuino per appunti o per leggere libri, pochissime per imparare una nuova lingua.
Se sei curioso di sapere quanto tempo usi il tuo smartphone, puoi installare Menthal, un’App sviluppata dai ricercatori dell’Università di Bonn, che analizza il tempo di utilizzo e le principali attività svolte. Menthal ti dà anche alcuni consigli per uno stile di vita digitale equilibrato e “sostenibile”. Se sei più coraggioso, puoi iscriverti al “Bored and Brilliant project”:  ti aspetta una settimana di sfide per “emanciparti” dal tuo smartphone e trascorrere più tempo a pensare in modo creativo. Il nostro suggerimento è di concederti, ogni giorno, alcuni minuti per sollevare gli occhi dallo smartphone e osservare, con curiosità, tutto ciò che ti circonda (persone, oggetti, luoghi, ecc.). Regalati, di tanto in tanto, qualche momento di “distrazione” per lasciar vagare la mente e, quando ti viene qualche buona idea, … annotala sul tuo smartphone!







Reato avere profili falsi

Se hai uno o più profili facebook ti conviene leggere. Ora è reato e si va in galera se possiedi dei profili falsi su facebook.

 

Mariti e mogli gelose, psicopatici/e, guardoni, maniaci, burloni e molestatori di professione:  attenti,  ora  usare  facebook nella maniera sbagliata potrebbe costarvi caro. Chi  crea  un  profilo  falso  su  Facebook, utilizzando un nickname inesistente per occultare la propria identità e poi molestare altre persone in chat, commette reato di sostituzione di persona. Lo ha stabilito la Cassazione con una recente sentenza. Con tale pronuncia, la Suprema Corte ha condannato una donna trentina che aveva aperto su Facebook un profilo con un nome di fantasia e, attraverso tale account, aveva molestato un’altra persona.

Secondo la Suprema Corte anche questa condotta può essere considerata un reato (nella specie, si tratterebbe del reato di sostituzione di persona). Ovviamente, per commettere l’illecito in commento non è sufficiente aprire un profilo fake su un social network, ma è necessario anche che ciò avvenga allo scopo di procurare a sé (o a terzi) un vantaggio o di danneggiare altri.

Anche una semplice molestia in chat, dunque, unita all’utilizzo di un profilo Facebook con un nickname di fantasia, può comportare il rischio di un processo penale. Di recente, l’Ansa ha stimato che, all’interno dei social network, un profilo su tre sarebbe falso (in gergo tecnico si dice “fake”). Il regolamento Facebook vieta di fornire informazioni personali false e creare più di un account personale (pratica tuttavia particolarmente frequente). Da un punto di vista giuridico, invece, il doppio profilo Facebook non è di per sé sanzionabile, tranne nel caso in cui venga utilizzato per compiere attività illecite, quali diffamazioni, calunnia molestie ecc.
In genere, chi propende per il doppio profilo ha: – un “profilo ufficiale”, con informazioni e foto vere, e amici reali; – un secondo profilo tarocco, per interagire con persone sconosciute, con le quali entrare in contatto senza condividere la propria vera identità.

Questi profili non ufficiali sono inoffensivi quando creati solo per fare nuove amicizie ed esprimere in libertà tendenze  e  passioni“nascoste”.In  altri  casi,  però,  possono essere  aperti  per  finalità  illecite,  come  il  compimento  di molestie, minacce, diffamazioni, truffe, furti di identità e di dati sensibili.
Tuttavia,  chi  utilizza  un  account  fake  solo  per  molestare altre  persone  non  deve  dimenticare  che  ciascun  profilo Facebook,  vero  o  falso  che  sia,  consente  di  risalire  all’ID utente del soggetto che lo usa.
È  una  operazione  che  può  compiere  lo  stesso  iscritto  a Facebook, ciò consente di identificare il “numero di targa virtuale” del molestatore e procedere così alla successiva denuncia. Contattare subito la Polizia Postale e segnalare.







Papà separati

LE QUESTIONI DA TENERE A MENTE
Abbiamo  chiesto  a  Federico  Ghiglione (Pedagogista e autore del libro "I papà spiegati alle mamme"),  in  arte  Professione  Papà, pedagogista specializzato in paternità e mediazione familiare, dieci suggerimenti per aiutare i papà separati ad affrontare nel modo migliore le problematiche che nascono dopo una separazione. Ecco le sue osservazioni.
 

Genitori sempre
Un papà separato deve sempre aver chiaro che si resta genitori per sempre. E questo va detto sia al papà che teme – con la separazione – di perdere quel contatto, quel filo rosso che lo legava ai figli prima della separazione,  sia  al  papà  che  tende  a  svignarsela  ed  abbandonare  il  proprio  ruolo di padre. Ai primi va detto che i figli avranno sempre chiaro chi  è  il  loro  papà  e  impareranno  a  conoscerne  le  nuove abitudini, le assenze e le presenze, il nuovo linguaggio ed il modo per poter essere in contatto con lui e – anche se con fatica – riusciranno a riorganizzare tempi e modi di un rapporto fondamentale per la loro crescita. Ai secondi va detto che proprio per quanto appena detto, ogni loro assenza e ogni loro rinuncia a svolgere il proprio ruolo di padre creerà una ferita indelebile nel mondo affettivo dei loro figli ed un grave danno alla loro crescita.
 

Il tempo: qualità e quantità
Il luogo comune che esalta la qualità del tempo passato coi figli e minimizza l’importanza della quantità del tempo dedicata alla loro cura è pericoloso ed ingannevole perché crea  un  fraintendimento  su  cosa  sia  qualitativo.  Passare momenti  importanti  con  i  propri  figli  può  voler  dire  anche svegliarsi insieme a loro, andarli a prendere a scuola, passeggiare o portarli a calcio. Passare un giorno in casa ad annoiarsi in un giorno di pioggia è qualità o quantità? Insegnare a inventarsi qualcosa da fare perché non si può uscire è qualità o quantità? Ci sono genitori separati che si scannano per avere i figli nel week end per andare a sciare e quasi sembrano disinteressati alle serate feriali fatte di stanchezza, sgridate e compiti. Merita una riflessione quale sia il momento in cui un genitore si prende maggiormente cura della crescita dei suoi figli.
 

Il ruolo riflesso
Ogni genitore ha la responsabilità della formazione affettiva dei propri figli e della loro crescita serena fatta di sicurezze e di appoggio. Ogni genitore quindi ha la responsabilità del mantenimento, del rafforzamento e del rispetto della buona immagine dell’altro genitore agli occhi dei figli.  Un  bambino  ha  diritto  di  crescere  con  la  sicurezza di essere amato dai suoi genitori e con la tranquillità di poterli amare apertamente e con la tranquillità che nessuno macchi con giudizi cattivi o maligni l’immagine dellepersone che lui ama. I genitori che, per combattere la loro personale guerra da ex coniugi o da ex compagni, cercano di demolire la figura dell’altro genitore agli occhi dei figli, credendo così di trarne un vantaggio in termini di preferenza oppure credendo di ferire così l’avversario della loro personale guerra, commettono un reato gravissimo senza rendersi conto che l’unica cosa che stanno demolendo è l’universo affettivo dei loro figli. I bambini coinvolti in questi giochi meschini e miopi, non si sentiranno più liberi di amare, avranno la sensazione che il loro amore sia rivolto verso persone “brutte” e “sbagliate” e diventeranno persone insicure. Ogni bambino vede l’immagine del suo genitore riflesso negli atteggiamenti dell’altro genitore, nelle sue parole, nel suo modo di valorizzarlo e accreditarlo come genitore. Ogni bambino ha diritto e bisogno di vedere ben rappresentato, rispettato e valorizzato ogni suo genitore.
 

L’assenza paterna
Il luogo comune vuole che il papà assente sia quello che non c’è mai. Abbiamo già detto che anche la qualità del tempo  passato  con  i  figli  è  importante,  ma  è  altrettanto importante rilevare – soprattutto parlando di papà separati – che la vera assenza è quella di ruolo. Il papà assente è quello che non fa il papà. Quello che non educa e permette tutto, quello che fa solo l’amico e crede che basti giocare col proprio figlio per crescerlo bene, quello che crede che avendo poco tempo è meglio passarlo in armonia piuttosto che accollarsi la fatica di sgridare, rimarcare, punire. Quello  che  educa  il  proprio  figlio  in  disaccordo  con  la  mamma, creandogli una confusione pericolosissima, quello che non perde occasione di screditare la mamma agli occhi del bambino pensando così di emergere come figura preferita e dominante; quello che propina ai figli tutte le nuove compagne che la sua nuova vita gli fa incontrare senza avere la sensibilità di attendere i tempi e i modi necessari ai bambini per accettare nuove figure adulte vicino ai genitori. Quelli sono papà assenti, non quelli che possono vedere i figli un po’ meno rispetto a prima per colpa di qualche sentenza miope. Si tranquillizzino i papà separati in questa situazione; avranno modo e tempo di essere papà presenti ed efficaci.
 

Giorni normali, giorni di festa
Abbiamo parlato di qualità e di quantità. Una delle grandi difficoltà  che  i  papà  separati  incontrano  quando  devono passare delle giornate con i loro figli è legata ai programmi da organizzare. La tendenza è sempre quella di organizzare qualcosa di eccezionale. Si cerca la giornata speciale. Un po’ perché si ha la sensazione di dover recuperare in appeal agli occhi dei figli, un po’ perché spesso non si hanno a disposizione case enormi e\o attrezzate per passarci la giornata intera. In questo sforzo i papà spesso rinascono, migliorano,  aguzzano  l’ingegno  e  sono  molto  più  creativi delle mamme, con il risultato poi di essere invidiati e detestati perché riescono a fare associare la loro presenza al divertimento mentre loro passano delle noiosissime giornate a fare compiti, togliere pidocchi, lavare panni, sgridare e  gestire  questi  piccole  pesti  e  si  sentono  odiate.  D’atra parte certi vantaggi hanno il rovescio della medaglia …
A questi papà va detto che a volte i bambini hanno anche bisogno di giornate normali, di tranquillità, di stare semplicemente con papà e fare le cose di tutti i giorni con lui. Ci sono bambini che sono felici di andare ai giardini con i loro amici, basta che sulla panchina ci sia papà, il quale potrebbe sentirsi inutile, ma non è così. Il bambino sa di essere con papà e questo è importante per lui. Quindi ben venga  il  papà  creativo  che  si  inventa  programmi  sempre più interessanti per passare i “suoi” giorni con i figli, ma ben venga anche il papà che fa trascorrere ai suoi figli una giornata normale ospitando i suoi figli nella sua nuova vita, fatta di spese, bollette, passeggiate, luoghi abituali, nuove case, nuovi amici.
 

La mediazione familiare
Il giorno in cui ogni coppia che decide di separarsi ricorrerà spontaneamente alla Mediazione Familiare potremo dire di essere in un mondo migliore. La MF è un percorso che la coppia intraprende insieme ad un MF per la riorganizzazione della famiglia in vista o in seguito ad una separazione.
La coppia, con l’aiuto del MF, prende tutte quelle decisioni che altrimenti dovrebbe prendere un Giudice. E’ evidente il vantaggio che tutta la famiglia ha da un comportamento del genere perché è molto meglio che le decisioni che riguardano soprattutto la vita dei figli siano prese dai genitori di quei figli piuttosto che da un giudice che, per bravo ed equilibrato che sia, si troverà sempre a dover mediare tra le richieste aggressive, insensate e sempre esagerate, dei due avvocati di parte. Il bene per i figli è e deve essere nelle mani dei genitori. In un mondo migliore bisognerebbe lasciare ad avvocati-guerrieri e ai giudici la gestione dei casi limite e più delicati. E’ bene sapere che è stato rilevato come le decisioni prese in MF siano più rispettate rispetto a quanto stabilito nelle sentenze.
 

Le nuove compagne
I papà separati spesso si riaccoppiano (sembra una frase di Quark) e lì iniziano i problemi. Gelosia della ex moglie\ compagna che si vendica non permettendo la frequentazione dei figli con la nuova arrivata in nome della tutela dei figli (a volte ha ragione a volte se ne approfitta), gelosia dei  figli  (di  lui)  che  mal  sopportano  una  nuova  figura  di riferimento vicino al padre, della quale mal comprendono il ruolo o rifiutano l’autorità per qualsiasi cosa riguardi il loro comportamento, gelosia dei figli (di lei) che si vedono arrivare in casa un estraneo che bacia la mamma, fa il finto simpatico e magari ci dorme pure insieme. Per non parlare  dei  conflitti  di  lealtà  ai  quali  i  figli  vengono  sottoposti, non avendo il coraggio di dire alla mamma (o al papà) quanto siano stati bene con papà (o la mamma) e la nuova amica\o oppure – peggio ancora– quando sono costretti  a  tenere  segreto  che  nel  week  end  a  sciare  è venuto anche il nuovo compagno o la nuova compagna. Per gestire correttamente queste dinamiche occorre parlare molto tra genitori, parlare molto con i figli ma – soprattutto – osservare ed ascoltare molto i bambini cercando di  capire  che  tipo  di  maturità  hanno  rispetto  alla  nuova
situazione nella quale pretendiamo di coinvolgerli.


I nuovi figli
I papà separati a volte fanno altri figli con le nuove compagne. Qui il sistema familiare si amplia e si complica. Gli ingranaggi che devono incrociarsi e funzionare sono tantissimi quindi sono maggiori le possibilità di avere alcuni intoppi. Alle gelosie delle quali abbiamo parlato prima si sommano quelle che possono nascere tra i figli di primo letto e i nuovi. Particolare complessità si ha nei casi di convivenza – anche temporanea – della nuova famiglia con i figli di primo letto. In quel caso infatti ci sarebbe un papà che ha autorità su tutti i figli mentre ci sarebbe una mamma alla quale viene riconosciuta l’autorità solo dai nuovi figli. Un bel pandemonio che – se non ben gestito – può diventare una bomba in attesa di scoppiare. Sono tanti gli esempi di nuovi compagni\e che hanno trovato il modo di esercitare il proprio ruolo in modo funzionale, in equilibrio tra la necessità di gestire la vita dei bambini e la volontà di rispettare il proprio ruolo di adulto non genitore, ma le difficoltà non sono poche. C’è da dire che i bambini – a volte – sono più bravi degli adulti ad abituarsi a nuovi scenari familiari.
 

I  figli dell’altra
A volte i papà separati si accoppiano con mamme separate con figli. Anche in questo caso il compito è delicato. Delicato per i figli di lei che hanno diritto a fare tutta la fatica del mondo per accettare che vicino alla mamma ci sia un uomo diverso da papà. Vale qui quanto detto in precedenza. Ma c’è un argomento, spesso sottovalutato, che mette in grande difficoltà il papà. Immaginiamo un papà separato, che ha dei figli suoi, che va a convivere con una nuova compagna che a sua volta ha figli. Questo papà alla fine della settimana avrà passato molto più tempo con i figli di lei che con i suoi e qui la differenza di quantità di tempo a favore dei figli non suoi potrebbe creare una spaccatura nel rapporto con i suoi figli. Oltretutto in caso di convivenza, lui non avrebbe una casa sua dove poter ospitare i suoi figli in maniera esclusiva. La frequentazione nei giorni stabiliti imporrebbe comunque ai suoi figli una convivenza con l’altra famiglia, privando quindi i figli di occasioni per godersi il loro papà (quantità? qualità?). Intendiamoci, la cosa è fattibile, ma questa situazione articolata potrebbe costituire, nella riorganizzazione familiare, un ulteriore step di difficoltà nella già non agevole situazione della separazione.
 

Nonni
Se proprio devo dirla tutta, saremo in un mondo migliore anche quando si capirà che gli accordi di separazione dovranno tutelare anche i rapporti dei bambini con i loro nonni, con i quali devono avere il diritto di avere rapporti intensi, continuativi. Èresponsabilità dei genitori fare in modo che questo avvenga. Capita spesso di sentire screzi tra genitori separati perché il genitore che quel giorno aveva i bambini, invece di stare con loro li ha “mollati” ai nonni magari per andare a cena col nuovo compagno\a (ahhhhhh gelosia!!!). Ci vuole poco a tacciare il genitore di disinteresse o abbandono dei figli, ma la verità con la quale ci dobbiamo confrontare è che oramai moltissime famiglie sono organizzate, e stanno in piedi, grazie all’aiuto dei nonni che sono così presenti da diventare persone importantissime anche nella frequentazione quotidiana dei nostri figli.
Separarsi  quindi,  diventa  sempre  meno  una  vicenda  di coppia e sempre più una responsabilità che si estende a tutto il sistema familiare.







Tendenze: tutti pazzi per la barba

Da scelta trasgressiva e rivoluzionaria ad accessorio “must have” del nuovo fascino maschile. Se fino a qualche tempo fa andava di moda un’immagine maschile fin troppo femminile nell’aspetto, completamente sbarbata, estremamente pulita ed eterea, oggi si assiste ad un’inversione di tendenza che riporta sotto i riflettori di copertine patinate, cinema, tv e spot pubblicitari un uomo dall’aspetto più vissuto e virile.

Che sia lunga, corta o incolta da segno di trascuratezza la barba diventa ora il “must have” che dopo aver segnato l’estate 2014, prosegue nell’inverno 2015 con un trend in piena ascesa. La moda del momento? Piena con volume ed incolta rifinita. “Si tratta di una tendenza che nasce proprio nella storia del costume e della moda italiana, la differenza sta nella percezione della barba stessa: negli anni Settanta era legata ad una figura maschile giovane e rivoluzionaria, oggi è vista come una pura e semplice questione di gusto che torna a fare tendenza”. Ad analizzare il ritorno della barba come must per l’uomo è l’hair designer Lello Sebastiani, docente dell’Accademia Gilmont Italia Consulenti d’Immagine, che spiega: “In questi mesi stiamo assistendo ad una sorta di ritorno all’‘uomo’ ma qualche anno fa le proposte estetiche maschili erano decisamente diverse. Allora c’era quasi una sorta di concorrenza nella ricerca dell’immagine perfetta, tanto nella donna quanto nell’uomo. Oggi, invece, è il contrario: la donna continua a prendersi cura di sé, ma l’uomo torna ad una proposta forse più in linea con il suo ruolo virile, una figura ‘vissuta’ che sappia anche raccontare qualcosa di sé”.

BARBA: INIZIAMO DA DOVE? “Sicuramente dalla morfologia del proprio viso – spiega Sebastiani -, bisogna prima vedere e sapere che forma ha il volto, non tutti gli stili di barbe stanno bene a tutti. A quanti hanno un volto ovale consiglio una barba piuttosto folta, uno stile off-limits per chi ha invece il viso tondo”.

BARBA PIENA CON VOLUME E CAPELLO LUNGO O CORTO MA MORBIDO. “In questo periodo si vedranno barbe piene, lunghe o corte, modellate e con dei volumi che si accompagnano a baffi e basette altrettanto rifiniti e ad un capello lungo o corto ma anch’esso con morbidezza e volume”. “Per realizzare questi stili c’è un metodo che i barbieri utilizzano ora, e che io insegno ai miei ragazzi – aggiunge l’hair designer -, riguarda la scomparsa delle sfumature rasate basse fatte con rasoio per lavorare al taglio ed alla rifinitura con le forbici”. Attenzione, dunque, perché di qualunque tipo essa sia la barba richiede cura e attenzione.

QUELL’INCOLTO CHE FA ‘BELLO E MISTERIOSO’. “In molti legano questo stile ad una persona che vive molto il proprio estro interno e per questo bada poco alla cura estetica. Comunque sia – spiega Sebastiani -, è un mood che con la giusta attenzione sa anche essere molto elegante e glamour”. Il tipo di cura? “Sicuramente l’incolto necessita di una rasatura costante e accorta sotto mento-collo e trattandosi di una zona particolarmente delicata è consigliabile passare una crema emolliente per prevenire le irritazioni da rasatura”.

BARBIERE E STRUMENTI DEL MESTIERE IERI E OGGI. “Quando ho iniziato io, negli anni Ottanta, l’uomo andava sicuramente più spesso dal barbiere, due o tre volte la settimana - ricorda Sebastiani -. Taglio, barba e baffi per essere curato senza ricercare una particolare estetica, quanto piuttosto perché lui si sentiva a suo agio così, era un momento tutto per sé. Ed anche alla donna piaceva una figura curata in questo modo”. “Oggi, invece, i tempi sono cambiati, oggi ci si reca dal barbiere solo quando si ha necessità di accorciare il taglio, ma – aggiunge - il più delle volte ci si fa dare qualche consiglio per aggiustare la rasatura della barba a casa o sistemare i capelli”.
Forbici o rasoio? “Prima, quando la tecnologia non era ancora a portata di quotidianità, c’era il rasoio manuale a lama unica che si affilava sulla strappa che permetteva una rasatura unica senza però fermarsi”. “Oggi invece i rasoi elettrici hanno un particolare dispositivo tra la lama ed il rasoio che – conclude l’hair designer - consente di fermarsi e di allontanare la lama dal viso e poi, eventualmente riprendere”.







Doggy bag

E SE CI ABITUASSIMO TUTTI A CHIEDERLA AL RISTORANTE?

Molti di noi, pur frequentando con una certa sistematicità, trattorie e ristoranti, non hanno mai osato chiedere di portare via gli eventuali avanzi del cibo o della bottiglia (come invece fa Michelle Obama…).

 

Allo stesso modo, se qualcuno di noi di fronte alla richiesta avesse ricevuto un diniego, difficilmente avrebbe pensato di fare causa al ristoratore. Invece è capitato, in questo litigioso paese, che un cliente l’abbia fatto e sia andato avanti nel percorso  giudiziale  fino  alla  Corte  di  Cassazione, che, nel 2014, ha sancito il suo diritto di asporto.
La pratica di portarsi via quanto spetta alla fine del pasto si chiama doggy bag, anche se gli avanzi presumibilmente non sono destinati al cane, o almeno non necessariamente.  E  comunque,  in  Italia  si  calcola  che  solo  il  20%  degli avventori chieda di potersi portare via gli avanzi. In realtà, tale pratica era assolutamente usuale in Italia fino al dopoguerra. Poi il benessere ci ha cambiato le abitudini. Al contrario, in Cina, il chiedere di portarsi via gli avanzi (si chiama  “dabao”  e  significa  “  “mi  faccia  un  pacchetto”)  è addirittura sinonimo di buona educazione. Ma sarà la crisi, sarà la maggiore sensibilità allo spreco alimentare, le abitudini al riguardo anche nel mondo occidentale stanno mutando. In Francia addirittura adesso è diventato un obbligo per i ristoratori che servono più di 180 coperti al giorno di mettere a disposizione la doggy bag per i propri clienti. Per inciso, va ricordato che la ristorazione francese spreca qualcosa come un milione di tonnellate di  cibo  all’anno.  Francamente,  non  si  comprende  perché l’obbligo sia stato introdotto solo per i grandi ristoranti, ma comunque resta il fatto che questa iniziativa è sicuramente destinata a far aumentare la sensibilità della popolazione riguardo al problema degli sprechi alimentari, dato che, secondo le stime, ogni francese tra le mura domestiche butta via dai 20 ai 30 chili di cibo all’anno, che equivalgono in totale ad un valore stimato compreso tra i 12 ai 20 miliardi di euro!

L’iniziativa del governo transalpino va di pari passo, da maggio 2015, con l’obbligo di legge per i supermercati con superficie superiore ai 400mq di donare alle organizzazioni no-profit ed ai banchi alimentari i prodotti in scadenza od invenduti. E, se non lo fanno, i gestori commettono addirittura reato rischiando due anni di carcere e multe fino  a  75.000  euro!  Da  notare  che  il  governo  si  è  mosso a seguito di una raccolta firme on-line di Change.org che aveva superato le 200.000 adesioni. La Francia tenta così di combattere per legge gli sprechi alimentari almeno nella ristorazione e nella grande distribuzione.
Ed in Italia, la patria dell’Expo sul cibo, che si fa? Anche in Italia è stata lanciata una campagna da Change.org, ma da noi il parlamento non prende in esame le proposte di legge di iniziativa popolare, figuriamoci se si preoccupa delle petizioni on-line! Ed allora, anche qui, nella latitanza dell’esecutivo, nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa. Magari – oltre che nel nostro privato – cominciando proprio dalla doggy bag.







Pudore

La vergogna è cambiata nei secoli. E oggi, che nulla o quasi sembra più destare scalpore, se ne può ancora parlare?
di Roberta Nesi

 

Nel Settecento, specie per una donna, rivelare apertamente il proprio nome era indice di sfrontatezza. A metà del secolo scorso, il Rapporto Kinsey, studio medico sulle abitudini sessuali degli americani, destò tanto scalpore che si arrivò alle denunce penali. Negli anni Novanta la gente cominciò a raccontare le proprie vicende sentimentali in tv. Oggi l’orgoglio gay scende in piazza, l’erotismo etero è ansioso di svelarsi.
Come e perché il senso del pudore è cambiato nel corso dei secoli? E si può ancora, oggi, parlare di comune senso del pudore? Ed è possibile che si arrivi a un’epoca che ne sia del tutto priva? No. Il pudore fa parte dell’uomo, è una componente dell’istinto di conservazione, ci serve, insomma, per difenderci: abbiamo bisogno che una parte di noi resti nascosta. Scrive Max Scheler in Pudore e sentimento del pudore (Guida Editore): “Il sentimento del pudore consiste in un ritorno dell’individuo su se stesso, volto a proteggere il proprio sé profondo dalla sfera pubblica”. Quindi non possiamo farne a meno, anche in un’epoca di reality, confessioni pubbliche e fatti privati esposti nei minimi dettagli. è come se noi fossimo divisi in due: da una parte una individualità strettissima (ci sentiamo unici) e dall’altra l’appartenenza a una specie (siamo uomini o donne, bianchi o neri, ecc.). Il pudore serve per difendere quella parte che sentiamo unica. Ecco perché le prostitute non baciano i clienti: non vogliono vendere quella parte di sé troppo intima.

Meno convenzioni
Ma allora come siamo passati dalla pudicizia ottocentesca, quando il solo dare del “tu” a una donna poteva portare a un duello maschile, all’abitudine odierna che hanno molte adolescenti di mettere in rete le proprie foto in abiti discinti? Perché il senso del pudore è andato affievolendosi? Secondo Maria Beatrice Toro, psicoterapeuta, “è stato un processo inevitabile”. Sì, perché passare da una società conformista a un’altra anticonformista è stata una conseguenza del progresso scientifico. Più mezzi, tecnologie più veloci, meno tempo: tutto questo fa sì che le convenzioni diventino un impaccio. “Anche nella vita intima”, dice Toro, perchè il pudore è una sorta di resistenza, di diniego, di rifiuto. Oggi non c’è tempo per questo. Oggi vogliamo tutto e subito. Per restare nell’ambito della sessualità: non avremmo il tempo di corteggiare a lungo una persona, non potremmo aspettare mesi per una risposta. Le leggi della vita intima si sono semplificate. Talvolta basta un semplice sms”. Lo stesso discorso si potrebbe fare alle immagini di nudo. Fino alla metà del secolo scorso, un seno scoperto poteva creare turbamenti. Poco più di quarant’anni fa comparve il topless, il bikini era nato nel 1946. Un anno prima, Rita Hayworth, in Gilda, aveva mostrato l’ombelico al cinema. Piccole sfide al comune senso del pudore, che sancito dalla Costituzione, piano piano si andava evolvendo. Dal 1930 al 1967, in America, è stato in vigore il Codice Hays, norme severe che hanno regolato il cinema: non solo i nudi erano proibiti, ma anche rapporti fra razze diverse o allusioni a omosessualità e ad altre “perversioni”.

No ai divorzi in tv
In Italia il codice di autoregolamentazione della tv pubblica imponeva dettami precisi: nessuna allusione a divorzi, amanti o costumi lascivi. E, per carità, niente nudo. Oggi abbiamo soubrette che si denudano il seno in prima serata (Aida Yespica al Bagaglino). Secondo una ricerca di Davide Caparini, della Lega Nord, la nostra tv propone qualcosa come 2.500 scene erotiche ogni anno.
Che cosa è successo? È successo che anche qui l’esigenza di mandare un messaggio rapidamente ha abbattuto il senso del pudore: la nudità è fatta per trasmettere una sensazione ben precisa (eccitazione, richiamo sessuale, invito a comprare un prodotto) e oggi è necessario che questo messaggio passi velocemente, se no qualcun altro ci brucia. Non bastano più due caviglie scoperte: meglio l’impatto, rapido ed efficace di un seno esibito.

Il pudore per le proprie scelte sessuali ha resistito più a lungo. L’omosessualità continua a essere vissuta in segreto anche oggi. Nonostante l’orgoglio gay. “Solo nel secolo scorso”, osserva Pietro Adamo, docente di Storia Moderna all’Università di Torino, “gli omosessuali venivano mandati al confino, penso al Fascismo. Oggi scendono in piazza e reclamano i diritti. Certo, in questo caso si tratta di una normale rivendicazione socio-legale, però certamente si ha meno pudore nel confessare il proprio orientamento erotico. E questo rientra nella tendenza generale a mostrarsi, esibirsi”.In molti, negli ultimi mesi, hanno assistito con raccapriccio all’esplosione di “orgoglio pedofilo” su internet: uomini che rivendicavano il diritto ad avere rapporti con preadolescenti. “Queste e altre manifestazioni”, fa notare Toro, “fanno parte della teatralità della nostra vita. Il pudore viene meno anche per questo: oggi è come se non vivessimo realmente, ma recitassimo un ruolo. Il politico che vediamo in tv non è se stesso, è una recita. Ecco perché anche molte manifestazioni di orgoglio sessuale sono più indolori: in fondo stiamo recitando”. Nel 1961, la cantante Mina venne “epurata” dalla Rai per la sua storia con Corrado Pani, all’epoca sposato. I due avevano concepito un figlio (Massimiliano) nel peccato e la cantante pagò lo scotto di una scelta scomoda. All’epoca ci si appellò al pudore nelle scelte sentimentali e sessuali. Oggi passa quasi inosservato il fatto che una soubrette, Elisabetta Gregoraci, scherzi in un famoso spot sul suo coinvolgimento nell’inchiesta Vallettopoli. “è l’ultima frontiera dell’abbattimento del senso del pudore”, dice Adamo, “abbiamo una soubrette nella bufera perché, secondo i magistrati, ha venduto i suoi favori a un politico. Ebbene, che succede? Non solo non viene epurata, ma addirittura monetizza il fatto, inscenandolo in uno spot”.

 

Perdita di memoria
Secondo Adamo, il meccanismo è questo: “Noi viviamo in una società dell’immagine. Non ci soffermiamo più di tanto sul senso di quello che vediamo: vediamo e basta. Di qui, la perdita della storia, della memoria.  Ci si dimentica di tutto, si passa da un’immagine all’altra senza ricordare il passato”. Il pudore si nutre di memoria, di sensazioni stratificate: se queste vengono meno, viene meno anche il senso del pudore. Ma allora, se il pudore è una parte fondante della psiche umana e della nostra biologia, dov’è andato a finire? “Nei rapporti umani più intimi”, dice Maria Beatrice Toro, “nelle relazioni sentimentali, per esempio. Pensiamoci: oggi saremmo capaci di andare in tv e denudarci dei sentimenti. Ma siamo in grado di metterci in gioco al cento per cento in una relazione amorosa?”. In sostanza, quel pudore che è venuto meno in pubblico si è riversato nel privato: siamo pudichi nel mostrare alla persona amata il nostro vero io. Ecco dov’è finito il senso del pudore: nell’incapacità di amare. In definitiva, si può continuare, oggi, a parlare di un “comune senso del pudore”? Luca Marini, presidente del Centro di studi biogiuridici Ecsel, fa presente che “una legge, anche quella che punisce gli atti osceni, dovrebbe sempre presuppone un patrimonio condiviso di valori. In questo caso, non sempre è così”. Sì, visto che il senso del pudore è in continua evoluzione. E allora, giuridicamente, che fare? “Le strade sono due”, osserva Marini “o accontentarsi di quello che si ha e applicare la legge, tenendo conto del contesto nella quale si applica. Oppure rinegoziare la legge. Personalmente credo che serva conservare una, seppur minima, difesa contro gli attacchi al pudore”. Anche perché, come spiega Andrea Tagliapietra, docente di Storia della Filosofia moderna e contemporanea all’Università Vita Salute del San Raffaele di Milano, il pudore è una forma di libertà, “resistenza nei confronti dei ruoli e dei compiti che il potere e la collettività ci impongono”. Mantenere una forma di pudore per non diventare del tutto simili agli altri.

 

HANNO FATTO SCANDALO...

Sebbene sia difficile parlare oggi di un comune senso del pudore, di linee moralmente condivise, la legge esiste. Il concetto di pudore entra a far parte delle leggi italiane con il codice penale “Rocco”, nel 1930. Nasce la denuncia “per atti osceni”, che prevede punizioni per chiunque, in uno spazio pubblico, commetta atti che possano offendere il comune senso del pudore. Tra i primi a farne le spese fu, nel 1955, Pier Paolo Pasolini: lo scrittore venne denunciato per oscenità dopo la pubblicazione del suo Ragazzi di vita, storie di giovani prostituti. Nulla rispetto al caso Braibanti, di quasi dieci anni dopo: nel 1964 Aldo Braibanti, intellettuale piacentino e omosessuale dichiarato, venne accusato di plagio dalla famiglia di uno dei ragazzi che vivevano con lui. Nel 2004, il giornalista (e candidato alle elezioni europee) Alessandro Cecchi Paone fa outing e confessa la sua “omoaffettivita”. Se l’omosessualità scuote il pudore, anche il nudo fa prima pagina: nel 1953, al locale Il Rugantino di Roma. il primo spogliarello della storia italiana, quello della ballerina turca Ai-ché Nana. Oggi la soubrette Aida Yespica resta senza reggiseno in prima serata, allo show de Il Bagaglino.

Qualche bacchettata, qualche articolo e la cosa finisce li. Il pudore vacilla anche sotto gli scandali sessuali, dal delitto Casati Stampa (nel 1970 il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, in un raptus nato dalla gelosia, uccide la moglie, Anna Fallarino e l’amante di lei, Massimo Minorenti) al caso Mele (Cosimo Mele, parlamentare cattolico, finisce nei guai dopo un festino con una prostituta, a Roma) o al caso Marazzo che nel 2009 è stato incastrato da un video mentre aveva rapporti intimi con una transessuale. Ma se pensiamo che ogni giorno, 266 nuovi siti di porno appaiono su internet (stando a una ricerca di N2H2, un osservatorio di Seattle sulle tendenze telematiche), che ogni secondo 28.258 degli web utenti sta guardando qualcosa di pornografico e che la rete è la nuova frontiera delle trasgressioni, ecco che a stimolare il senso del pudore sono anche i casi come quelli della professoressa di Lecce, filmata dagli allievi mentre la palpeggiavano in classe.

Se l’omosessualità non fa più notizia, la fa eccome la mostra d’arte Vade Retro, sulla cultura omo, che ha scandalizzato Milano: tra le immagini, un papa Ratzinger seminudo, con il ciuffo bianco raccolto da una molletta stile Hello Kitty.







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