Red Canzian

ENTUSIASMO E OTTIMISMO
Crede in quello che fa. Ci ha sempre, entusiasticamente, creduto Red Canzian, preso come non mai a rifinire i suoi progetti, in cantiere da tempo.
E' già storia di ieri il suo secondo disco solista “L’istinto e le stelle” (Blu notte/Artist First) - 12 canzoni inedite accompagnate da un dvd docufilm e un booklet  di 72 pagine-, uscito tre mesi fa con positivi riscontri nelle vendite. Ora il bassista trevigiano ha ipotecato i prossimi mesi per i preparativi del cinquantennale dei Pooh.

“Nel 2016 - confida Red - ci sarà un grande tour e un grande evento che racconterà, con merito, la storia dei Pooh. Non posso anticipare nulla,  perché nulla è stato ancora stabilito. Nel grande evento ci sta tutto: gli ospiti, gli amici, le sorprese. Immaginare ora cosa avverrà è francamente impossibile. Sarà comunque il degno festeggiamento di un traguardo importante”.
 

Te lo saresti aspettato? Ci avrebbero scommesso Dodi (Battaglia) e Roby (Facchinetti)?
“No. E nemmeno loro. Il risultato però ci sta tutto.
 

Avete attraversato generazioni, gusti e periodi musicali ben distinti. Del vostro periodo siete rimasti ormai solo voi. Come mai?
“Forse perché siamo stati sempre un po’ fuori dalle mode o le abbiamo anticipate. Non ci siamo mai fatti prendere in contropiede:eravamo sempre aggiornati anche sulle novità tecnologiche. Siamo sempre stati molto free, non ci siamo mai preoccupati di piacere. La sintonia con il nostro pubblico non è mai venuta meno. Anzi si è alimenta canzone dopo canzone”.
 

 

Come va il tuo disco?
“Quando arrivano notizie di ristampa, vuol dire che va bene. Sono molto più che soddisfatto; ho sentito commenti positivi mai avuti con i Pooh. È un disco molto ‘mio’, penso venderà nel tempo perché non ha età; ritengo sia trasversale”.
 

Treviso: non manchi mai occasione per ricordare le tue origini…
“La Marca trevigiana è la mia terra e la amo a prescindere. È stato così anche quando non c’erano assonanze politiche (nel senso etimologico della parola e nel suo valore più alto) con i miei ideali. Ci sono state state fasi alterne e Treviso, come d’altronde tutto il Veneto, deve poter ‘parlare’ di più, meritare di più. Ci sono state mani selvagge che non hanno avuto tatto con questa terra, che sono state rudi con il suo ambiente, tenere invece con il dio denaro. Il risultato è sotto i nostri occhi. Nutro ancora fiducia verso una classe politica e imprenditoriale  illuminate. L’ottimismo non deve mai venire meno.
 

È noto il tuo essere vegano.
“Ci sono arrivato per gradi. Vegano è una parola abbastanza impegnativa e dif ficile. Se si segue ortodossamente non si dovrebbe usare, per esempio, la lana. Pecco su questo punto, ma per il resto sono serio e rispettoso: non mi nutro affatto di prodotti di derivazione animale. Rispetto me stesso e gli animali. Chiara, mia figlia, è vegetariana e mangia uova e formaggio; Bea, mia moglie, è vegana con me e in sintonia con suo figlio Phil. Sono democratico e ritengo che la libertà, sotto qualsiasi forma, sia fondamentale.
 

La canzone della vita?
Yesterday. Interpretandola ho vinto il mio primo festival e mi ha portato ad essere, artisticamente, quello che sono.

R. Cesarano







Paolo Vazzoler

DA GIOCATORE A PRESIDENTE
 

 

 

Cos’è Treviso Basket oggi? Difficile raccontare cosa sia Treviso Basket, difficile dire come sia nato e ancora più difficile immaginare dove possa arrivare, l’unica certezza è che anche solo ripensarci e scorrere immaginariamente la sua breve vita non può che far sorridere e rendere felici.


Presidente, come è nato, o meglio, rinato, il Basket a Treviso?
Quando tutto sembra destinato a finire per il basket a Treviso, la piazza sembra rianimarsi per la bizzarra idea di un gruppo di ex giocatori e staff della vecchia società: fare squadra per essere più forti, per ripartire. La razionalità lascia il posto alla passione, il cervello manda avanti il cuore e come per magia, spinti da una stessa passione, parte  la sottoscrizione popolare, alcuni imprenditori cominciano ad aderire al Consorzio e soprattutto un’intera città e la sua provincia si uniscono per dare vita a Treviso Basket.
 

Ci racconti del vero inizio, quello pionieristico...
Tutto ha inizio quando, chiusi nello studio del notaio Matteo Contento, ci siamo trovati con Marco e Matteo Fabbrini, Stefano Bordini, Stefano Bottari, Gian Tramet, Riccardo Pittis, Claudio Coldebela, Giovanni Favaro ed io. Quello che è successo venerdì sera era il sogno che tutti noi avevamo quel giorno ma eravamo consapevoli che non sarebbe stato facile e che avemmo dovuto attraversare momenti difficili.

 

Poi, il ritorno. Come lo ha vissuto, come lo vive ora?
Sembra tutto bellissimo, ora, ma tante sono state e continuano ad essere le difficoltà. Per continuare a vivere nel basket nazionale Treviso è costretta a ripartire dalla Promozione e se questo allora è sembrato,  o forse meglio sarebbe dire è’ stato, un torto, una ingiustizia con il passare del tempo - impossibilitati alla continuità in serie A con la vecchia Pallacanestro Treviso - è divenuto un momento di coesione unico, una ragione di orgoglio maggiore per ogni risultato conseguito. Ciò che non ci è stato dato ce lo andiamo a prendere e allora la soddisfazione è e sarà ancora maggiore.
 

Un salto immenso. Ci dia qualche numero.
Incredibile passare dai palazzetto di Barcellona Madrid Mosca a quelli di Agordo Carbonera Nervesa, ma il profumo delle vittorie è sempre magicamente lo stesso. Incredibile la prima stagione in cui in campo scendevano ragazzini di 16/18 anni accompagnati a turno da vecchie gloriose cariatidi che a turno avevano indossato la maglia della Pallacanestro Treviso. Più di 1000 persone alle partite in casa, centinaia in trasferta e se è vero che in fondo erano distanze relative, è vero anche che si trattava del campionato di promozione.  Incredibile la sensazione ai play off vissuti con lo stesso coinvolgimento di chissà quale blasonato campionato, con i tifosi emozionati come ad una finale di coppa. La vittoria ai play off è comunque bella, emozionante, condivisa; in fin dei conti abbiamo fatto il massimo che ci era concesso dopo la ripartenza dal “fondo”. Le vittorie hanno lo stesso dolce sapore poco importa la serie e nello sport di squadra hanno il vantaggio della condivisione del gruppo sia quello dello spogliatoio che quello allargato che prende dentro tutti quelli che ci hanno accompagnato al Natatorio e/o in trasferta, trepidanti davanti alla radiolina o collegati via sms con chi c’era o anche solo attenti lettori nelle cronache dei giornali del giorno dopo le partite. Basta rileggere i post sui Social di quei giorni per cogliere l’entusiasmo generale e la sensazione di condi- visione fra società, giocatori, tifosi. Sembra non importare nulla che si trattasse dei play off per passare dalla promozione alla serie D, Treviso aveva ripreso ad esistere e come non mai la squadra apparteneva a tutti, all’intera città di Treviso.
 

E lo scorso anno?
L’anno scorso è stato un anno di transizione, la federazione ci ha concesso i diritti di disputare il campionati di serie B, dobbiamo lasciare lo storico palazzetto del Natatorio e trasferirci a Ponzano. E’ un annata importantissima per noi, forse non così rilevante sul piano sportivo pur arrivando quarti al nostro primo anno in serie B, ma perché cominciamo a crescere a livello societario. Il consorzio continua a raccogliere sottoscrizioni, De Longhi continua a supportarci come main Sponsor,  ma, cosa più bella, ci strutturiamo a livello giovanile, stringiamo alleanze con le altre squadre della provincia di Treviso, ci consolidiamo e cominciamo a programmare il nostro futuro.
 

Come lo vive il pubblico?
La piazza continua a seguirci ma è evidente che per chi ha visto giocare finali di campionato e di coppa serve un ulteriore sforzo, serve ritrovare quel coraggio misto ad un pizzico di pazzia che ha dato inizio al tutto è dalla volontà di ridare a Treviso un palcoscenico più consono alla propria storia che viene decisa l’acquisizione della società di Corato e con essa del diritto di disputare la seria A2. De Longhi e tutti i consorziati confermano il proprio supporto e siamo fiduciosi che l’extra budget necessario saremo in grado di raccoglierlo durante l’annata.
 

Quindi, il futuro?
E siamo ai giorni nostri, c’è il consorzio, la città, la sottoscrizione popolare,  il gruppo che prende il posto del singolo a spingere, sorreggere, supportare la squadra della propria città, la propria squadra; c’è la convinzione che fare squadra sia l’unica soluzione, c’è la possibilità di ciascuno di essere ancor più protagonista, ci siamo TUTTI, ci possiamo essere TUTTI. In onestà credo nessuno avrebbe potuto scrivere una sceneggiatura per quanto successo più bella di ciò che realmente è accaduto. Credo nessuno avrebbe osato sperare tanto, eppure è accaduto. I sogni non hanno limiti e nessuno di noi ha mai smesso di sognare pur restando - e dobbiamo tassativamente continuare a farlo - con i piedi saldamente per terra.
Solo qualche giorno fa c’erano più di 5.000 persone alla partita, ma soprattutto c’era il loro entusiamo , c’erano centinaia di ragazzini a fine partita a festeggiare i giocatori, ma al tempo stesso erano i giocatori a festeggiare con i tifosi a ringraziarli del loro supporto.
 

Ci avrebbe mai sperato?
Prima dell’inizio della stagione avevo sperato che i giocatori potessero provare cosa significa entrare in campo e sentire 5.000 persone che gridano assieme FORZA TREVISO, avrei voluto vedere gli abbracci di amici che si ritrovano in tribuna uniti dalla stessa passione, avrei voluto vedere tanti ragazzini esaltarsi per le azioni di gioco e ad occhi aperti sognare di essere loro, un giorno, a calcare quel magico parquet, sentire il proprio nome scandito dal pubblico festante.
Ecco, venerdi  è successo proprio questo e forse ancora di più e questo è la sola ragione per cui Universo Treviso Basket e› nato . Quello che succederà› sportivamente da qui alla fine dell›anno conta ma conta di più aver riacceso la passione di tutti.
 

Avete fatto molto!
Non abbiamo fatto nulla, in realtà pur avendo fatto tantissimo, non siamo arrivati a nulla, pur avendo fatto tantissima strada, ma continueremo a fare e a proseguire il nostro  percorso solo se resteremo con lo stesso atteggiamento, con lo stesso coinvolgimento del primo giorno. Abbiamo bisogno della stessa «fame», dello stesso orgoglio, della stessa abnegazione che abbiamo avuto sin dal primo giorno o in un attimo vedremo svanire quanto di buono fatto finora.
Dobbiamo continuare a lavorare duramente, ma con lo stesso sorriso sulle labbra perché certi che avremo sempre fatto il massimo che potevamo fare e con il massimo impegno. Dobbiamo continuare a sognare, ma al tempo stesso ad agire e a giudicare con la razionalità necessaria.
 

Il suo entusiasmo è travolgente...
Resta la gioia, quella sì, di aver visto tutti quei sorrisi al palazzetto, resta la gioia di questa atmosfera chiassosa in una tribuna piena di gente di ogni eta’, resta la gioia di questa magica complicità in cui i ruoli a volte si sovvertono, dove per magia sembra che a giocare ci vada il Mitico Presidente Ramanzini e Powell si sieda al suo posto in tribuna, resta la gioia di vedere decine di ragazzini giocare e scherzare con i giocatori a fine partita, resta la gioia di  sentire che l’unico pronome usato e’ la prima persona plurale - NOI - perché noi ci siamo e siamo tanti.
 

Cosa vorrebbe, cosa serve, per il futuro di Treviso Basket?
Non abbiamo e non facciamo proclami ci siamo solo ripromessi di impegnarci al massimo chiedendo al contempo l’aiuto di tutti, ma sono fiducioso, molto fiducioso e nel frattempo siate certi e tranquilli che stiamo lavorando per costruire la base necessaria per trasformare Treviso Basket da un’avventura quale è stata fin’ora in una società strutturata pronta per il salto di qualità. Ci serve una mano, lo so e lo sapete tutti voi e soprattutto ci serve sapere che ci siete TUTTI e sempre più numerosi e appassionati. Si poteva fare di più in questi due anni, forse si, si poteva fare meglio, sicuramente si; qualcuno dice che chi non fa non sbaglia mai, ma per il mio modo di pensare invece chi non fa compie l’errore più grosso. La sola certezza è che quanto fatto e’ frutto dell’impegno al 120% di tutti quelli che mi circondano, di uno spirito di squadra acuito e stimolato proprio dalle difficoltà, da un desiderio di fare uguale alla passione che ci spinge.
 

Ringraziamenti?
Vanno sempre ricordati tutti coloro che ogni domenica vengono a vivere le emozioni che il palazzo regala; vanno ringraziati i fioi dea sud e gli altri club che via via si sono formati unici per passione e generosità  , vanno ringraziati quelli che dal primo giorno ci hanno seguiti anche se eravamo in Promozione, vanno ringraziati anche quelli che giorno dopo giorno si stanno avvicinando a noi e quelli che lo faranno nelle prossime partite. Leggere di ragazzi che si fanno 2600 km in 48 ore per venire a tifare Treviso a Reggio Calabria passando due notti in macchina per tornare direttamente al lavoro lascia senza parole e al tempo stesso responsabilizza e galvanizza tutti noi nel continuare questa meravigliosa storia di sport passione amicizia.
 

Un’ultima domanda, Vazzoler: Lei è un manager d’industria. Quanto ha influito questa sua esperienza nella scelta di far rivivere il Basket a Treviso?
La scelta di cominciare questa avventura non è certamente stata frutto di una ponderata e razionale analisi della situazione e prospettica valutazione degli scenari potenziali quanto piuttosto di una decisione presa di stomaco lasciando che a guidare fosse il cuore prima ancora che il cervello, ma anche in questo caso senza nessun rammarico o pentimento.
è stato importante essere un gruppo coeso, legato dagli stessi ideali e dallo stesso spirito. Utopici? Forse. Idealisti? Forse anche. Sognatori? Sicuramente si.
Orgogliosi? Un pò. Fieri? Speriamo di esserlo giorno per giorno sempre di più.







Enrico Marcon

CLINICA DRM - INTERVISTA A DR. ENRICO MARCON

Esperto in Implantologia a carico immediato. Laureato in Odontoiatria e Protesi Dentaria a pieni voti presso l’Università di Padova, ha approfondito la chirurgia orale, la parodontologia e l’implantologia presso le Università di Goteborg e di Liegi e dal 2005 si occupa quasi esclusivamente di riabilitazione implantologica.

Ogni giorno si dedica alla Riabilitazione Totale su Impianti a CARICO IMMEDIATO (“ il sorriso in un giorno”), soprattutto nei casi di gravi riassorbimenti ossei, con un altissimo tasso di successo. Pratica l’implantologia secondo le tecniche più attuali come ad esempio l’Implantologia COMPUTER GUIDATA. Dirige in Veneto 7 centri di riabilitazione implantologica a carico immediato computer-guidata. Le CLINICHE DRM sono presenti con 7 importanti strutture sanitarie a Venezia, 2 sedi a Rovigo, 2 sedi in provincia di Padova e 2 sedi a Mestre. Un’equipe di medici all’avanguardia, guidati dal Dr Enrico Marcon, le cui professionalità sono supportate da tecnologie e strumentazioni sofisticate come laser a diodi, TAC 3D, microscopio operatorio e telecamere intra-orali con monitor ad alta definizione. Ècentro di riferimento del Veneto per l’utilizzo dell’anestesia computer assistita (niente più  siringa).  Le  cliniche  si  propongono  come  referenti  in materia di implantologia a carico immediato anche nei casi di gravi riassorbimenti ossei, permettendo così al paziente, che necessita di riabilitare le arcate dentarie con denti fissi, di riavere in poche ore il sorriso di un tempo, magari perso a causa di malattie paradontali o a seguito di incidenti. Il Dr Marcon ci guiderà alla scoperta delle realtà delle CLINICHE DRM illustrandoci i servizi e le proposte che ne hanno fatto un’eccellenza del nostro territorio.

Qual è la vostra formula vincente?
Garantiamo qualità al giusto prezzo. Questo è possibile coniugando specialisti competenti e seri, personale qualificato, tecnologie innovative e un tariffario congruo e trasparente.

Com’è possibile coniugare qualità e prezzo?
Puntando su grandi investimenti tecnologici e su una rete di professionisti e di cliniche con standard di servizio tra i più avanzati, in grado di utilizzare pienamente i progressi della ricerca con forti economie di gestione, la qualità del lavoro è eccezionale e soprattutto i prezzi si abbassano in modo considerevole.

Com’è composta la vostra equipe e quali servizi offrite?
Siamo più di 50 collaboratori tra personale medico e paramedico con specialisti in odontoiatria, ortodonzia, chirurgia maxillofacciale, otorinolaringoiatria, anestesisti ed esperti in medicina estetica.

Dr Marcon, lei si occupa di implantologia a carico immediato ed in particolare della riabilitazione implantologica di tutta l’arcata, ovvero “ii sorriso in un giorno”. Può dirci di cosa tratta?

È una tecnica che permette il carico immediato degli impianti a poche ore dall’intervento con denti fissi normalmente avvitati sugli impianti stessi. Questo determina numerosi vantaggi. Dal punto di vista economico vi è una riduzione dei costi per le poche sedute necessarie; da quello del tempo, i pazienti che hanno esigenze lavorative e sociali e che non possono permettersi di rimanere per lunghi periodi senza elementi dentari possono ritornare in breve alla vita di sempre. Ovviamente sono importanti anche i vantaggi estetici: la guarigione dei tessuti molli, come le gengive, è condizionata e migliora proprio grazie al posizionamento dei denti fissi a non più di 24 ore dall’intervento. Si tratta inoltre di una tecnica che porta un indiscutibile vantaggio in termini di comodità, soprattutto per i pazienti che già portano delle protesi e che vogliono sostituirle con denti fissi. “Il Sorriso in un giorno”, infine, non è solo uno slogan accattivante per questa tecnica, ma rispecchia la sua effettiva funzionalità: già dalla sera stessa, infatti, il paziente può cenare, seppur con le dovute precauzioni.

È sempre fattibile?
Non è sempre possibile il carico immediato, tuttavia sono davvero pochi i casi in cui questa tecnica non sia applicabile, salute generale del paziente permettendo! Qualora non fosse possibile eseguire l’implantologia tradizionale, laddove la quantità d’osso dell’arcata dentale fosse insufficiente,  si  può  ricorrere  a  tecniche  alternative  come  gli impianti zigomatici e gli impianti iuxtaossei ancorati con viti di osteosintesi. In entrambe le metodiche alternative all’implantologia endossea avviene il carico immediato con denti fissi!

Sono più di 15.000 i pazienti che si sono affidati alle CLINICHE DRM, trovando nello stesso Dr Marcon non solo una “figura medica”, ma un vero e proprio referente, un professionista che mette la sua faccia e che ha scelto di essere imprenditore in un settore, come quello medico, dove sempre più frequentemente la fanno da padrone cooperative, associazioni e organizzazioni in franchising.La forza delle CLINICHE DRM sta nell’innovazione e nella capacità di realizzare un polo odontoiatrico di eccellenza per professionalità, sicurezza e tecnologie.







Sabrina Salerno

Sabrina nasce il 15 Marzo 1968 a Genova dove frequenta il liceo linguistico. A 15 anni vince il titolo di Miss Lido (lo stesso che si aggiudicò Sophia Loren anni prima) e successivamente viene eletta Miss Liguria.

Nell’86 intraprende la carriera in veste di showgirl, viene infatti scelta per la trasmissione “Premiatissima” con Johnny Dorelli. Successivamente prende parte a “Grand Hotel” e contemporaneamente Claudio Cecchetto le produce il suo primo singolo “Sexy Girl”che entra nella Hit Parade italiana e tedesca. Nell’87 in veste di cantante, partecipa per la tv al “Sandra e Raimondo Show”; durante la stessa estate esce il suo primo album intitolato “Sabrina”. Con “Boys” si colloca a l primo posto nelle classifiche europee e sud americane: in Spagna viene considerata un vero e proprio sex symbol per la sua bellezza solare e mediterranea.

In Inghilterra viene prodotta dal trio Stock Aitken and Waterman per il singolo “All of me” che si posiziona in poche settimane nei primi posti della U.K parade, nello stesso periodo in Italia il singolo  “My Chico” di cui Sabrina è co-autrice, si posiziona al primo posto. Dopo una fortunatissima tourneé conclusasi all’Olimpic Stadium di Mosca, Sabrina torna in TV con “Odiens”. Nella sua carriera, Sabrina ha venduto oltre 20 milioni di dischi nel mondo collezionando innumerevoli dischi d’oro e di platino.
Nella primavera del 2014, Sabrina è stata protagonista del talent show “La Pista” in onda per 5 puntate su Rai condotto da Flavio Insinna. Il 24 giugno è uscito COLOUR ME, nuovo progetto discografico con l’americano Rick Nowels tra i più grandi produttori del momento, oltre ad aver vinto un Grammy Award. Febbraio 2015 Sabrina inizia un tour, per tre mesi, nei più importanti palazzetti dello sport francesi.
 

Sabrina, c​ome mai hai scelto di vivere nella marca​ e da quanto tempo​?
Vivo ​qui​ ​da quando ho conosciuto Enrico Monti​, ​mio marito. Ho scelto di trasferirmi dove viveva lui, e così ho lasciato Genova.
 

Quindi per amore...
​Si,  vivo​ con Enrico​ da 20 anni e abbiamo un figlio di 10 anni​.
 

Quale era il tuo sogno d​i​ bambina?
Sono sempre stata affascinata dai colori della frutta e verdura. Mi piaceva giocare pensando di avere un negozio e fare la spesa con il carrellino e fino a 8 anni avrei voluto p​roprio​ aprir​e​ ​un​ negozio​ di questo tipo.​
 

Ma poi hai cambiato idea...​
​Si, intorno ai 12 anni, mi sarebbe piaciuto fare la psicologa o​ppure​ l​‘​interprete parlamentare,​ ​d​ue lavori completamente diversi da quello che attualmente faccio.
​Alla fine​ mia sorella è diventata psicologa​ ed io ho fatto un percorso completamente diverso.
 

E​,​ a proposito di frutta e verdura,​ ​quale tipo di dieta segui​ per mantenerti così in forma?​
Sono molto fortunata e non ho mai pensato né avuto bisogno​ di seguire una dieta rigida. Mi piacciono appunto molto la frutta e verdura. Mangio poca carne e non mangio pesce.
 

E i dolci?
​Non mi piacciono molto i dolci, preferisco il salato anche se mi piacciono molto le caramelle tanto che evito di comperarle altrimenti le mangio tutte.
Adoro gli spaghetti al pomodoro.un piatto semplice e sano ma nello stesso tempo difficile da prepareare e infatti, quando sono all estero non lo mangio mai.
 

Ti avvicini in qualche modo al pensiero vegano? Qual’è il tuo punto di vista?
​Non sono vegana ma comprendo​ chi lo è. Credo​ che ​vi ​sia un problema di coscienza​ alla base di chi sceglie questa disciplina.​ Penso che ​a nessuno piac​cia​ l’idea di mangiare ​“cadaveri​“, guardando in modo estremo le abitudini alimentari generali. Inoltre, sono anch’io contraria all’uccisione degli​ animali.​ ​Anche da piccola non mi piaceva mangiare carne tanto che ho​ assaggiato le mie prime costicine a 20 anni. Non mi ​è proprio mai piaciuta​ l’idea di mangiare animali.
 

E le pellicce? Tu ne usi?
​Certo, sono comode e calde ma attenzione: le mie pellicce sono tutte ecologiche​. ​E questo è il mio contributo​ a favore degli animali.​
 

Torniamo alla tua bellezza: dunque​ ti mantieni in forma con la frutta e verdura​. E la palestra?
​Si, ne faccio, ma non sono una fanatica. ​Mi tengo allenata quanto serve, niente eccessi. La palestra è una fatica​: la devo fare non solo per stare in forma ma anche per il mio lavoro.
 

Comunque dicevi che sei così di natura...
Si, s​ono fortunata​, ​ e credo sia nel mio dna. La mia famiglia è longeva. Ho un padre di 70 anni con un figlio di sei e ti assicuro sembra un cinquantenne.
Mia madre, mia sorella... siamo tutti magri e sembriamo più giovani della nostra età.​ è fortuna. La palestra è comunque necessaria per il mio lavoro perché sul palco bisogna correre​ tanto​. In più, ​viaggiando molto, mi alleno con i miei ballerini.
 

Pratichi uno sport in particolare?​
​No, ma l​o sport che mi sarebbe piaciuto fare,​ ​ma che non ho mai fatto un po’ per pigrizia e mancanza di tempo, è arti marziali ma non mi sono mai iscritta.
 

Cosa sogni adesso,​ ​da adulta,​ ​che futuro sogni?
​Semplicemente, v​orrei vivere più serena. ​In un mondo di serenità.
​Mi piacerebbe alzarmi una mattina e ​scoprire​ che nessuno sa ​più ​cosa è l’isis​, ​ per esempio.
 

Un nuovo mondo?​
​Si. ​Il mondo che vediamo​, in cui viviamo ed a cui siamo destinati​ mi fa paura e mi piacerebbe che ci fosse una maggiore coscienza collettiva,​ ​anche​ e soprattutto​ pensando ai nostri figli.
Oggi l​‘​essere umano ha esagerato un pò c​o​n tutto.







Enrico Trentin

HEAD COACH GOLF CLUB MOGLIANO

Enrico Trentin Figlio d’arte, maestro e allenatore della nazionale di golf. Dal 1998: collabora come head coach con il Golf Club Villa Condulmer (Mogliano Veneto - TV - Italy), con i suoi allievi ha collezionato 35 titoli Italiani e numerosi titoli internazionali. Nel  2011 con Villa Condulmer, vince il premio ”seminatore d’oro”, per la  miglior attività giovanile d’Italia. Oltre ad allenare la squadra del golf trevigiano allena anche la Nazionale Femminile.

 

Passione o missione?
Direi passione pura. Fin da piccolo ho avuto la dedizione per l’insegnamento, infatti dopo un’ottima carriera da dilettante, dove ho vestito la maglia azzurra per parecchi anni, sono passato al professionismo. Dopo soli due anni passati sul Challenge tour ( serie B) però ho deciso di dedicarmi anima e corpo all’insegnamento, tutto questo contro il volere di mio padre che voleva continuassi a giocare sul tour.

 

Da cosa nasce questa passione?
Come premesso sopra, deriva proprio da lui, il mio mentore, mio padre Renzo. La passione e tutto quello che so di questo meraviglioso sport lo devo a lui. Nel 1998 abbiamo infatti fondato la RET GOLF SCHOOL  (Renzo ed Enrico Trentin Golf School) con sede a Villa Condulmer a Zerman di Mogliano Veneto.

Alleni una Nazionale ma tanti parlano di non sport. Ma cos’è veramente il golf?
Chi definisce il golf un hobby, probabilmente non ha mai provato a giocare… Di sicuro non è uno sport di contatto, ma è uno sport a tutti gli effetti. Pensate che l’esecuzione del movimento da golf mette in gioco ben 17 gruppi muscolari e che i migliori giocatori al mondo tirano la palla a 300 metri di distanza. Tutto questo senza un ottima preparazione atletica è impensabile. Il golf è uno sport difficile e senza ore ed ore di allenamento arrivare ad alti livelli è impossibile. Pensate solo che Edoardo Molinari e Tiger Woods  si allenano dalle 8 di mattina alle 8 di sera lavorando sulla tecnica del movimento e passando ore ed ore in palestra per potenziare il fisico.

Alleni molti giovani e molto giovani. Per quale ragione consigli l’approccio a questo sport?
Tiger Woods? Secondo alcuni, avrebbe cominciato a giocare a golf addirittura a 2 anni. Che il campione sia stato molto precoce è noto, anche se la tesi dei 2 anni pare un pò esagerata. È comunque vero che al golf, un pò come al nuoto, ci si può avvicinare da bambini (e da bambine). Ma a quale età verosimile, consiglierei? Dire dai 6 agli  8 anni. è uno sport stupendo, si sta in mezzo alla natura ed è una sfida continua contro il campo e contro se stessi. In Italia la federazione punta molto sul movimento giovanile, dunque ci sono centinaia e centinaia di tornei di vari livelli per ogni fascia di età. I bimbi possono quindi divertirsi e gareggiare da subito con il loro pari età.

Pensi che aiuti nella formazione del carattere?
Penso che la sua iniziazione deve rientrare in un fatto di gruppo. Preso singolarmente, il bambino dopo un pò è tentato di lasciare, perché il golf all’inizio è molto noioso. Il gruppo, invece, crea socialità, amicizia e divertimento.

Il golf è un pò come la vita. Sei d’accordo?
Il golf  è lo specchio di come uno è nella vita, spesso tira fuori il peggio di noi. Mantenere la calma non è facile. Il golf è infatti uno degli sport in assoluto dove la preparazione mentale è molto importante. Una peculiarità di questo sport, è l’enorme tempo che passa tra un colpo e l’altro, dove il golfista deve essere particolarmente capace a gestire al meglio le proprie emozioni durante il colpo, ma deve anche riuscire a staccare la mente negli spostamenti tra un colpo e l’altro. Deve cancellare l’effetto di un colpo sbagliato e procedere con positività. Un pò come dovrebbe essere nella vita.

Tu nella vita come sei?
La vita è stata generosa con me, la strada è stata sicuramente più spianata rispetto ad altri giovani anche grazie al nome che porto. Mi si sono presentate occasione che però non mi sono fatto scappare e che ho cercato di sfruttare al 100%.

E in campo?
Nel campo da golf sono esattamente come nella vita, sono molto preciso e pignolo, anche perché lavorando con atleti d’elite non potrei fare altrimenti. Il lavoro da coach è un lavoro a 360 gradi dunque non puoi tralasciare nulla e devi di continuo curare i particolari, specialmente in uno sport affascinante e complesso come il golf.







Marco Varisco

Maestro vetraio da tre generazioni

 

Erede della tradizione familiare, ha conservato gli insegnamenti del nonno Marco e del padre Italo e seppur giovane, sembra ben rappresentare la continuità della famiglia dei maestri vetrai unendo, con gentilezza e talento, antiche formule con nuova fantasia ed entusiasmo. Appassionato del suo lavoro; a 13 anni sapeva già lavorare (ha inciso da solo le bomboniere per la sua Cresima); dopo la terza media ha frequentato scuole serali private di disegno. La sua fortuna è stata di poter lavorare sia con il nonno che con il padre imparando due tecniche artigianali diverse. Crescendo, Marco è diventato un collaboratore sempre più insostituibile per il padre sia per la creatività che per il tipo di realizzazioni. Infatti l’idea più o meno precisa del cliente deve essere rielaborata dall’autore del pezzo che ne interpreta i contenuti originari realizzando l’opera in ragione della propria sensibilità. Le tre generazioni sono presenti al Museo del Vaticano: il nonno ha prodotto per il Papa la lampada votiva che si trova nella Cappella Sistina, Italo il piatto con l’Albero della Vita, Marco ha inciso su un piatto il Sottoportico dei Buranelli. Ora Marco lavora a tempo pieno con il padre e insieme hanno prodotto opere per il Sindaco di New York, il re e la regina di Spagna, Bill Clinton.
 

Marco Varisco, artista di nascita. Come ha iniziato?
Sono nato sulle braccia di mio nonno, avevo otto nove anni quando ho iniziato a fare i primi lavori, i primi disegni...qualcosa dentro di me, forse nel mio DNA, c’era. Appartengo alla terza generazione della famiglia, e ho avuto la fortuna di imparare la tecnica prima di mio nonno, poi quella di mio padre, e alla fine inventare la mia, così con due tecniche acquisite è venuta fuori la terza.
 

Possiamo dire un percorso guidato.
Il mio percorso è stato sempre indicato dalle persone. Perché le persone hanno sempre qualcosa da darti, da regalarti.
 

Sei sempre stato certo del tuo percorso, quindi?
Mi sono trovato a 18 anni chiedendomi: ma questo sarà il mio lavoro? E ti vengono tutte le paure di questo mondo: sarò davvero in grado di farlo? Mio papà mi diceva sempre che ero bravo, più di lui.. ma avevo paura non dicesse la verità, che fosse solo per farmi contento. Mi piaceva tantissimo ma all’inizio era davvero difficile capire se sarebbe stato il mio vero lavoro. Alla fine ho capito che per me questo non è solo un lavoro, ma un hobby, un piacere,  perchè tante volte faccio le cose che mi va di fare, apro una pagina bianca che devo riempire, un quadro che devo dipingere... no, non che devo, che voglio!
 

Le vere soddisfazioni?
Ho fatto molte cose per gente importante. Ho il ricordo dei pezzi fatti per il Papa, perché ci sono tre generazioni di Varisco nel corso di tre Papati diversi. Ma la cosa che mi ha dato più soddisfazione vendere è stato un servizio di bicchieri che il nonno aveva fatto per il Duce nel 39... un bidello dell’artistico si è innamorato durante una visita con la scuola, ma il costo era troppo per lui e li ha comprati uno alla volta facendo tutti i mesi un bonifico. Quella è stata una cosa meravigliosa perché gli piacevano tantissimo. Non aveva i soldi ma ha realizzato lo stesso il sogno della sua vita. E mi ha riempito di orgoglio. Dopo tutte le opere fatte per il mondo sportivo per i mondiali di calcio e molto altro siamo arrivati al Guggenheim. Là ci sono tre opere importanti. Ho inventato la “scomposizione”, e sono stato premiato. Ma Varisco ha la sua esposizione e chiunque può vederla. È qua.
 

Il successo ha influito nella tua vita?
Mi sono sempre comportato con tutti allo stesso modo, nel senso che sia nel lavoro sia nell’ amicizia, nella vita di tutti i giorni, se cambi faccia vuol dire che non sei tu. La vita per me è tutta una fase di emozioni. Perché se tu non hai emozioni non crei emozioni e non puoi far sentire emozioni nelle persone che vedono le tue opere.
 

Sei molto impegnato nel sociale...
La questione dell’ associazione è nata perché io fortunatamente ho tanti amici, alcuni diciamo  in vista, campioni, non campioni, comunque tante persone che puoi mettere assieme per fare qualcosa. Allora ho pensato: ma perché non tiro su un bel gruppo e facciamo una associazione per le persone che forse hanno più bisogno di noi? E  adesso ho realizzato che siamo noi ad aver bisogno di loro.
 

Ci parli dell’associazione?
Mi sono avvicinato al sociale fondando  l’associazione che ho chiamato 11 di marca. Dapprima ho chiamato un amico e siamo partiti in due, io e Mauro Bianchin;  abbiamo subito sviluppato molte idee, talmente tante che la cesta era troppo piena, così ho dovuto svuotarla e fare tante ceste nuove. Poi siamo diventati sempre più, fino a partire come squadra di calcio, 11 di marca, appunto.
 

Perché questo nome?
Per rappresentare la Marca Trevigiana; perché tra noi alcune persone rappresentavano una marca nota, poi perchè la Marca è un pò tante cose: siamo partiti con le partite di calcio ma dopo due anni di partite ci siamo detti ma... Se non riempiono gli stadi nemmeno con squadre nazionali, li possiamo riempire noi? Anche se chiamiamo squadre di Ministri o quelli di Striscia la notizia, non credo. O magari li riempi, ma ti chiedono soldi. E quindi ho detto no. Bisogna trovare tutto gratuito per donare tutto.
 

Marco, dicevi che hai iniziato questa attività sociale perché pensavi che loro avessero bisogno di te ma hai scoperto invece che tu hai bisogno di loro. Spiegati meglio.
Quando ti trovi di fronte ad una persona che soffre, devi pensare che dietro ci sono anche i genitori, i fratelli, che soffrono allo stesso modo. Dietro c’è la famiglia. E lì ti si apre un mondo. E ti contattano tutti. E diventi parte di quel mondo e senti il bisogno di appartenervi. Vedi, per me sono tutte persone normali, non devi trattarle diversamente perché se fai così sei un disabile anche tu. E vuol dire che non hai capito nulla. Non è giusto per la dignità delle persone. Se uno dei ragazzi ha un problema, tu ne puoi avere 10 volte di più... Perché tu ti fai problemi che non ci sono. La persona positiva quando vede un problema cerca di risolverlo,  la persona negativa se non c è un problema lo crea. I disabili ti vengono incontro. Il sorriso dei disabili è un sorriso vero. Tutto quello che ti da una persona che vede le cose diverse da te è talmente pulito e sano che gli altri non te lo possono dare, perché è difficile essere così sinceri, diretti e veri. Loro sono puri.
 

Cosa fai per divertire questi ragazzi, per coinvolgerli?
Gli eventi che si possono creare, come  cene, ritrovi, eventi comici, per esempio. E sempre a costo zero. Tanta gente dice: ma come fai a farlo? Io non sopporto quelli che mi dicono che non ho proprio niente da fare se hai il tempo per creare eventi o cose del genere. Si tengano pure la loro idea.
 

Come riesci a conciliare lavoro e impegno sociale?
La mia giornata è impegnativa. E dopo, la sera, non finisce mai con queste associazioni. Quando poi sei in vista tutti ti cercano, tipo i politicanti che vogliono il tuo nome nella lista. Ma io non sono interessato.
 

Quindi tu metà giornata la dedichi al lavoro con tutta la passione che hai e poi?
No, è tutto intrecciato. Mentre lavoro penso cosa posso fare per loro, lo puoi fare sempre. Mentre lavori o ti alleni, praticamente sempre. Vivi più accelerato, cerchi di fare qualcosa di più. Ti dà energia nuova e positiva. E se hai energia in più puoi dare sicuramente un maggior supporto anche agli altri.
 

Un evento che ti piace?
Io faccio lo “spritz spacca biceri”, per i ragazzi disabili a cui regalare due ore di vita sociale vera, reale.
 

Che messaggio vorresti passare alla gente? Che approccio devono avere con questa realtà?
Non voglio dare consigli, parlo per me. Dico solo che bisogna provare, provare a fare, iniziare. Più ti eserciti, più bravo diventi. Ho delle idee: chiamo gli autistici fantastici, i down diventano up. Perché credo che siano meglio di noi. Non ho la ricetta per migliorare ma ci sto provando.
 

Chiudiamo con una pillola del tuo pensiero.
Non si vive di disabilità ma si possono fare tantissime cose.
E ci sono molte persone che hanno voglia di fare. E io sono tra quelli.







Massimiliano Ruggiero

Massimiliano Ruggiero nasce a Treviso nel 1965. Laureato in Formazione e Sviluppo Risorse Umane, dopo un lungo passato in Banca Fideuram dal 2005 entra in Banca Generali dove ricopre il ruolo di Area Manager per l’Emilia Romagna, la Toscana e l’Umbria, coordinando un team di oltre 270 consulenti finanziari che gestiscono circa 5 miliardi di masse per la clientela. Grande appassionato di Rugby è stato giocatore professionista in serie A dal 1986 al 1992 nelle fila dell’A.S. Tarvisium. Dal 2003 al 2007 è stato allenatore delle Nazionali di rugby under 17 e under 18, partecipando ai Campionati Europei di Categoria (Test Match Irlanda, Inghilterra, Galles, Francia, Scozia) e ottenendo il quarto posto nel 2004 e il terzo nel 2005. Ancora vicino al mondo dello sport, allena i ragazzi under 14 della AS Tarvisium, è chiamato a collaborare sulle dinamiche di Recruiting e Sviluppo Manageriale dal Centro di Formazione aziendale su scala nazionale.

 

Massimiliano, raccontaci dei tuoi anni giovanili.
Sono stato un giocatore di rugby. Ho giocato nelle nazionali giovanili fino all’under 21 e ho giocato in serie A con la AS Tarvisium. Amo ripetere questa frase che credo sia importante non solo per me. L’ho sentita da un mio vecchio capitano di squadra, Guido Eletti, oggi presidente della AS Tarvisium: un rugbista può smettere di giocare ma rimane e rimarrà rugbista tutta la vita. Il mio modo di essere in tutte le manifestazioni che siano professionali, formative, di allenatore o genitore, partono da un presupposto: io sono un rugbista.
 

Cosa vuol dire essere un rugbista?
Tenere fede ai principi e ai valori del mio sport.
I valori del rugby sono per esempio il rispetto delle regole, il rispetto dell’avversario cioè di colui che la pensa in maniera diversa da te e comunque che è un tuo concorrente. Ma anche del rispetto per se stessi che per me è fondamentale. Oltre a questo ci sono altri valori nel rugby. C’è il valore del sostegno. Sostegno vuol dire essere in grado di aiutare colui che può avere necessità di un tuo aiuto. Che sia un bambino, un anziano, un collega di lavoro un estraneo meno fortunato di te, poco importa. Quel che conta è dare il proprio contributo.
 

Questi sono i tuoi valori e nella vita come ti hanno aiutato o indirizzato?
La mia vita come spesso accade a molti è delineata da alcuni momenti che sono stati particolarmente importanti.
Uno dei miei momenti fondamentali è stato quando a 19 anni, campione d’Europa e promessa del rugby, andando con un amico e compagno di nazionale a Jesolo per festeggiare, abbiamo fatto un incidente in moto.
Lui, Mauro Caponi, ha concluso in quel momento il suo percorso su questo pianeta e io invece mi sono rotto il ginocchio la spalla e il bacino, ho fatto un bel po’ di letto e carrozzina ma sono rimasto vivo. E quel momento tragico della mia vita, è stato anche il momento più importante. Momento nel quale io ho dovuto da terra piano piano rialzarmi, ricostruirmi fisicamente e anche mentalmente, riprendere in mano la mia vita in maniera completamente differente. Quindi ho iniziato a riprogettare tutto, non solo il gioco del rugby che prima era la priorità, ma anche il mondo professionale. Quindi iniziai a lavorare,come consulente finanziario e contestualmente mi allenavo. Per me era una sfida personale perché i medici avevano detto che non avrei più potuto giocare a rugby e invece riuscii a giocare qualche anno in serie A. Ovviamente non ero più il giocatore di prima, il mio fisico ne aveva risentito troppo.
 

E quindi, con questa consapevolezza cosa decidesti di fare?
Smisi presto di giocare a rugby e mi dedicai ad allenare i ragazzini per continuare a rimanere in questo mondo che per me è un mondo straordinariamente utile, gioioso, motivazionale, e perché comunque quel mondo mi aveva dato la possibilità di valorizzarmi come uomo e come atleta, e a rimanere nella Tarvisium in modo particolare, perché questa società che non è la più forte a Treviso dal punto di vista economico, è comunque un’ eccellente fucina non solo di campioni ma anche di uomini che hanno dei valori. Quindi, ciò che avevo ricevuto da questa esperienza e da questa società, ritenevo giusto poterlo trasmettere ad altri. E così ho fatto, fino a due anni fa. Mi sono occupato di allenare anche le nazionali giovanili con grandi soddisfazioni. Chiaramente ad un certo punto ho dovuto allentare gli impegni sia per questioni di lavoro, sono Manager in Banca Generali, sia per dedicare più tempo alla mia famiglia.  Mia moglie e i miei figli sono la cosa più importante della mia vita.
 

Tu hai parlato di sfida e hai parlato di campo emozionale. Cosa dici ai tuoi figli e quindi diresti a chiunque per affrontare la vita odierna, quali sono le caratteristiche che secondo te bisogna avere e cosa bisogna sviluppare?
Ci sono vari punti che secondo me devono essere affrontati nella crescita di un ragazzo. La crescita ha varie sfaccettature, un po’ come un diamante. Se rifletto sul mio percorso di crescita che ha toccato sia la sfera sportiva che quella professionale mi rendo conto che uno dei pilastri che per me ha fatto la differenza è stato la gestione,  la conoscenza e la consapevolezza del potere mentale ed emozionale che noi abbiamo.
 

Tu hai scritto un libro su questo argomento.
Si, ho scritto un primo libro che parla del management e del rugby. “Management e rugby strategie vincenti”. Perché il mio modo di essere rugbista è un modo di essere che porto in tutti i campi. Il modo di fare management è correlato alle esperienze che ho avuto nel mondo del rugby e vedo che questo funziona. Parlavamo di rispetto e di sostegno ma a questo si aggiunge anche lo spirito di squadra, si aggiunge il senso di appartenenza, l’importanza dell’individuo all’interno del gruppo. Quando parliamo dell’individuo, utilizzando una metafora, per me è come una sedia. Una sedia ha quattro gambe. Per reggersi in equilibrio e potersi appoggiare è importante che tutte siano ben salde. La base di tutto è data dall’attenzione verso il fisico, il proprio corpo, sia come uomo che come professionista che come giocatore. Una volta si diceva mens sana in corpore sano. Quindi fare attenzione al proprio corpo significa dover fare attenzione alla propria mente, curare il proprio stato emozionale ascoltando le proprie emozioni, le proprie motivazioni, capire dove si vuole andare. E poi c’è un altro aspetto molto importante che è quello della spiritualità non intesa come religione, ma la spiritualità che è l’essenza della parte profonda di ognuno.
 

Quanto incide il sogno nella tua spinta emozionale. E cosa suggerisci come sviluppo mentale?
Mi riferisco alle pratiche di meditazione yoga, visualizzazione, rilassanti etc. Durante il recupero dall’incidente mi hanno aiutato molto, ho lavorato con tecniche di visualizzazione che ho imparato grazie a Carlo Spillare psicologo e operatore che lavora con la dinamica mentale e comportamentale. Mi ha insegnato ad usare la forza che si ha nel cervello e poi in tutto il corpo: la forza mentale. Quindi avere consapevolezza di cosa sei e avere consapevolezza di dove vuoi andare. Questo per me è il sogno. I sogni non devono essere per forza obiettivi impossibili. I sogni sono piccole mete quotidiane. Qui torniamo allo sport. Una partita la vinci se fai tante mete, se porti tante volte il pallone li. Per me la vita è un pò così, cercare di fare più mete possibili.
 

Quali sono le mete?
Son quelle che ognuno decide per sé, quello che ci piacerebbe fare che si vorrebbe raggiungere. Prendermi una laurea è una meta. Le mete sono i sogni.
 

Qual è il tuo sogno?
Io in realtà non ho un sogno solo. Ho sogni nel lungo periodo, ho sogni nel breve periodo, io questi sogni me li scrivo, le mie mete me le scrivo... Me le metto lì in modo che siano sempre presenti.
 

In tutto questo l’autostima quanto conta?
L’autostima è una cosa fondamentale però è un percorso. Tante sono le persone che non ce l’hanno ma quante lavorano realmente per raggiungerla? è un lavoro lungo, si ottiene  sommando tra loro i piccoli successi quotidiani. Fa una distinzione tra autostima, arroganza e presunzione. Sono diametralmente opposte. Una persona che ha una reale autostima è anche una persona che rispetta l’altro. L’autostima deve essere la consapevolezza del proprio valore. Il rischio è di diventare presuntuosi agli occhi degli altri ma dipende da come ci si comporta. Io credo che una persona sia grande nel momento in cui è consapevole della propria potenzialità e del proprio essere ma ciò non significa non rispettare gli altri, le loro scelte e le loro idee qualora fossero differenti dalle nostre. La consapevolezza del proprio valore non presuppone l’arroganza, il disprezzo degli altri, bensì l’accettazione.
 

Come ti sembrano i ragazzi di oggi?
Tutti criticano molto i ragazzi di oggi. Io in realtà, ogni tanto vado all’università a fare degli interventi di formazione e ho una grandissima stima della gioventù. Perché dobbiamo tenere presente che oggi i ragazzi vivono in un contesto che è il nostro, quello che abbiamo creato noi. L’esempio e la formazione che abbiamo dato non sono sempre stati positivi. Vedo tantissimi ragazzi che sono impegnati nel sociale, nel volontariato che hanno degli interessi sportivi, che fanno attenzione al proprio corpo, si allenano, studiano..che  cercano in qualche modo di combattere rispetto alle poche prospettive che gli stiamo offrendo. Altro aspetto: noi genitori quanto dedichiamo del nostro tempo a questi ragazzi? Le famiglie, per necessità, padre e madre devono lavorare entrambi… Tornano stanchi..  E lo vedo nel rugby.. Tanti sono i bambini che arrivano qui che hanno mille paure, paura del contatto con l’avversario, paura di cadere per terra.. E questo per esempio ti fa capire che questi ragazzi non hanno avuto un rapporto fisico con il genitore, non hanno fatto la lotta con il papà, non sanno correre, non sanno fare una capriola! Noi da ragazzini dal punto di vista tecnologico eravamo meno avanti, ma dal punto di vista fisico, lo eravamo di più.. Ma di chi è la colpa?
 

Che suggerimento vuoi dare agli educatori?
Bisogna creare una mentalità vincente, una mentalità positiva, dobbiamo seminare pensieri positivi nei ragazzi offrendo loro gli strumenti per trovare soluzioni a situazioni che possono essere anche complesse. Dove c’è un problema in qualche modo si può trovare una soluzione e lo dico partendo dal primo punto affrontato. Nel momento in cui ho avuto l’incidente per me era una tragedia. Stavo in un letto con dei medici che dicevano che non avrei più fatto l’unica cosa per me in quel momento importante: giocare a rugby. Ma quel momento così tragico per me è stato anche una rinascita. Se non mi fosse accaduto nulla forse sarei stato un grande campione di rugby ma molto povero di altre cose... e oggi magari a 50 anni, vivrei nei ricordi.







Marco Zanatta

E' conosciuto nel nostro territorio principalmente per essere il titolare della Caffetteria Centrale in via Roma di fronte alla Chiesa di Silea, che gestisce con la collaborazione della moglie Manuela dal 1997, ma vediamo di conoscere meglio il brillante imprenditore dal contagioso sorriso.

Marco nasce a Treviso il 17 dicembre 1970, in una famiglia semplice ma ricca di valori che ha saputo instillare in lui fin da bambino. Vivace e aperto verso gli altri scelse gli studi alberghieri che lo hanno promosso cuoco. Ma già dopo il diploma si è orientato alla professione di barman che gli consentiva un maggior contatto con il pubblico realizzando ciò che desiderava.

 

Come è iniziata Marco la tua carriera?
Dopo il diploma trovai lavoro a Treviso presso il bar Ai Soffioni in Piazza dei Signori. Venne a lavorare li anche colei che divenne mia moglie, Manuela,  fummo colleghi per ben 10 anni.
 

L’hai conosciuta Ai Soffioni dunque?
No assolutamente. Eravamo nella stessa classe alla scuola materna e la mia passione per lei iniziò allora e ancora deve spegnersi. Tutto ciò che abbiamo realizzato nel lavoro lo abbiamo fatto insieme, forti dei nostri valori, dandoci supporto e fiducia, sempre. Una storia bellissima, oserei dire rara di questi tempi. Effettivamente sì. Le radici di tutto sono da ricercare nei valori che ci hanno trasmesso i nostri genitori attraverso l’esempio più che le chiacchiere. Sarò eternamente grato soprattutto a mio padre che purtroppo ho perso quando avevo solo 18 anni, un uomo retto, onesto, lavoratore, mai scomposto nei gesti o nelle parole, che mi ha insegnato insieme a mia madre valori come il rispetto, la tolleranza, l’amore verso gli altri, la generosità. Tutti sentimenti che mi hanno reso l’uomo che sono e che mi hanno dato la grinta e la forza di pormi obiettivi importanti, mai fuori misura, ma ambiziosi, e con loro la passione e la perseveranza nel volerli raggiungere.
 

E dopo 10 anni di lavoro Ai soffioni?
Renato Montirosso, il titolare del locale, ha sempre creduto nei giovani e fin da subito mi prese in simpatia dandomi fiducia e stimolandomi a non fermarmi ma a voler crescere professionalmente. Un giorno grazie all’intermediazione di un amico, Riccardo Schiavinato, venni contattato insieme a mia moglie per acquisire in affitto d’azienda la caffetteria Centrale di Silea. Una bella opportunità ma anche un bel rischio. Correva l’anno 1997 e con Manuela decidemmo di accollarcelo questo rischio perché eravamo sicuri di noi, di ciò che sapevamo fare, dell’amore che avevamo entrambi verso questo lavoro e del nostro rapporto. Ci eravamo sposati 2 anni prima. E il successo non è tardato ad arrivare. Oggi, dopo 18 anni qui alla Caffetteria Zanatta siamo in 8, mia moglie ed io oltre a Nicola, Iana, Giulia, Giulietta, Elena, Luana.
 

Raccontaci della Torrefazione, come è nata l’idea?
Nel 2012 si è avvertita una flessione di mercato e ho cercato di inventarmi qualcosa di nuovo, lavoravo con Galliano caffè ma l’amore che ho da sempre per la bevanda nera mi ha portato a sviluppare un mio gusto personale sui sapori e sul piacere che traggo dalla sua degustazione. Perciò pensai che potevo creare una mia miscela. Non avevo certo la forza economica di acquisire una torrefazione, quindi chiesi una collaborazione a Galliano caffè che non ebbe riserve. Acquistai la materia prima, decisi la miscela, il packaging, il brand… Galliano si occupava della tostatura e della confezione e così con un investimento modesto riuscii a realizzare un sogno. Il nome Zanatta non è stato scelto a caso ma per personalizzare il prodotto e per portare avanti il cognome di mio padre dato che io sono l’ultimo maschio di questo ramo della famiglia e non avendo figli per me è importante lasciare questa eredità alla mia città.
 

E … Chicco Zazà chi è?
Nel nostro sito internet spiego bene di cosa si tratta. E’ un chicco di caffè stilizzato che mi rappresenta, un icona carina che può essere sviluppata come gioco o gadget per catturare l’attenzione anche dei più piccoli.
 

Quanti locali utilizzano la tua miscela di caffè?
Ci sono 8 locali finora. Soprattutto a Treviso, a Vicenza apriremo i primi di luglio.
 

Hai del tempo libero e degli hobbies, o il lavoro ti soffoca?
Il lavoro è la mia passione, non potrebbe mai soffocarmi. Il tempo libero che ho a disposizione lo investo per migliorare la mia attività, inventarmi cose nuove, cercare di perfezionarmi … Il mio lavoro è anche il mio più bell’hobby quindi ho ottenuto il massimo dalla vita da questo punto di vista. Certo, amo la musica, il calcio e lo sport in genere ma la seconda passione dopo il lavoro è l’attività di volontariato.
 

A proposito di musica, raccontaci del CD che hai co-prodotto.
Nel 2014 è stato presentata al “Festival Chitarristico Internazionale delle due città”, Treviso e Roma,  la collection “Italian Coffee”, un progetto realizzato con Andrea Vettoretti un bravissimo compositore chitarrista nonché direttore artistico del Festival. è talmente tanta la mia passione per il caffè che ho voluto vi venisse creato qualcosa di artistico intorno, un qualcosa che mettesse in azione tutti e cinque i nostri sensi mentre ci gustiamo un’ottima tazza di caffè. Il Cd tra l’altro è a disposizione, basta farne richiesta in caffetteria. Il Festival Chitarristico tornerà questo settembre. Il 4 al teatro Eden con un’orchestra d’archi, chitarra, percussioni, danza acrobatica;  il 5 al Museo di Santa Caterina dove la grande cantante Spagnola Erika Escribà si esibirà con il chitarrista Andaluso Josè Luis del Puerto in un viaggio Spagnolo fino al Flamenco dei Mediterranea con ballo, chitarra, percussioni e flauto, ma la programmazione durerà per tutto il mese. Suggerisco di scaricare l’intero programma e acquistare i biglietti consultando il sito www.musikrooms.com.
 

E riguardo la beneficienza segui qualche associazione in particolare?
L’associazione onlus Adelante che si pone nel territorio per creare delle opportunità di incontro per prevenire e limitare l’ermaginazione. Offre servizi socio-assistenziali rivolti a minori, giovani e famiglie con particolare attenzione ai ragazzi down e ai loro cari. Inoltre, insieme a molti amici, faccio parte dell’associazione XI di Marca per creare eventi e raccogliere fondi a favore dei disabili e delle loro famiglie. C’è moltissima gente che fa volontariato, anche qui a Silea insieme alla Parrocchia organizziamo la raccolta della spesa, ogni venerdì consegnano dalle 15 alle 20 spese a famiglie italiane locali in difficoltà.
 

Marco sei un uomo veramente solido e da “scoprire”, ti definirei una risorsa per la nostra città.
Ti ringrazio ma non mettetemi su di un piedistallo per carità. Io sono così  grazie agli insegnamenti e all’esempio di  mio padre che spero da lassù sia orgoglioso di me e anche grazie a mia moglie Manuela che è amica e confidente oltre che compagna e socia in affari.
 

Nessun piedistallo se non vuoi, ma diciamo anche che hai vinto il premio “città di Silea 2014” e saranno i lettori a giudicare se il piedistallo è troppo.
Ah quanta emozione!! Quando il sindaco mi ha contattato per dirmi del premio non credevo alle mie orecchie.
 

Ti hanno candidato ed eletto le associazioni del territorio?
Si, il premio mi è stato assegnato grazie ai concittadini che hanno segnalato alle associazioni locali delle azioni che sono state valutate di forte impatto sociale sotto il profilo dell’accoglienza, della sensibilità, dell’aiuto concreto. Una bella soddisfazione. Ero commosso il giorno della premiazione, non riuscivo a parlare. L’unica cosa che sono riuscito a dire è che dedicavo il premio a mio padre.
 

Mi risulta che sponsorizzi anche degli eventi sportivi
Assolutamente sì. Lo sport va sostenuto e i ragazzi incentivati a coltivarlo. Solo così potremo avere una gioventù sana, che si impegna, lavora sodo e impara il valore del sacrificio. Sponsorizzo la squadra di pallavolo locale, la Volley Silea, e qualche altro evento sportivo. Per esempio “Mizuno football cup” si è appena svolto a Bibione ed è il più grande torneo di calcetto in Europa con 300 squadre e oltre 2800 partecipanti. A Caorle il 4 luglio presso il club Prà delle Torri si svolgerà una gara di golf molto originale, di footgolf, invece dei bastoni la palla verrà calciata con i piedi. Cerco di esserci insomma, come posso e più che posso.
 

Non possiamo chiudere questa bellissima chiacchierata senza conoscere i tuoi programmi da qui ai prossimi 20 anni Marco.
Il mio più grande sogno è continuare a espandere la mia attività e i miei prodotti in tutti i modi possibili. Attraverso il franchising, aprendo negozi di proprietà, inserendomi in attività già esistenti… in qualsiasi forma insomma. Poi certamente proseguire con gli impegni sociali che mi riempiono il cuore di gioia e soddisfazioni. Vorrei ringraziare le città di Silea, Treviso e i tanti affezionati clienti, per la fiducia che ci hanno voluto dimostrare. Ringrazio anticipatamente anche quanti in futuro vorranno passare a trovarci per assaggiare il nostro caffè. Come dicevo all’inizio, la mia parola d’ordine è emozionare ed emozionarmi. Solo con la passione e l’impegno i sogni si realizzano, bisogna crederci e non mollare.

Sì Marco, effettivamente ci hai emozionato. Obiettivo raggiunto! è stato un piacere poter approfondire la tua conoscenza e a te vanno i nostri migliori auguri perché i tuoi sogni possano realizzarsi tutti.







Stefano Dassie

Stefano Dassie Accademico Gelatiere, nasce a Treviso il 06 dicembre 1986, figlio d’arte. E' sposato da un paio d’anni e ha un bimbo di 10 mesi, Leonardo. La sua famiglia ha sempre avuto delle gelaterie, prima a Quinto di Treviso, poi in altre città della marca. Nel 1996 il padre fu invitato in Libia da Gheddafi in occasione dell’anniversario della dittatura, per incantare con i sapori del suo gelato i 54 capi di stato africani invitati all’evento. Nove anni fa rileva la gelateria in via Sant’Agostino a Treviso che successivamente ha deciso di chiamare con il suo nome, Stefano Dassie, con lo scopo di creare un brand che negli anni potesse ricordare e ricondurre all’altissima qualità dei suoi prodotti. Nel 2010 fu nominato  Campione Italiano di gelato, nel 2012 arrivò quarto al Campionato Europeo di Berlino con i gusti Cioccolato e Mango, nel 2013, 2014 e quest’anno è stato riconosciuto tra i 50 migliori Gelatieri d’Italia, a luglio 2013 ha pubblicato il suo primo libro “Il mio Gelato nasce col sorriso”; sempre nello stesso anno è stato Ambasciatore del Gelato Artigianale a Tokyo, infine farà parte della squadra Italiana che parteciperà alla Coppa del Mondo nel 2016.
 

Stefano, così giovane e un curriculum davvero importante, complimenti … Sei Accademico Gelatiere da quando?
Mi definisco accademico dal 2011, anno dal quale faccio parte dell’Accademia della gelateria Italiana, organizzo dei corsi privati ma soprattutto insegno l’arte di fare il gelato ai miei collaboratori che desidero diventino dei discepoli perfetti. Solo in questo modo posso pensare di aprire un nuovo punto vendita, gestito da qualcuno che fa il gelato artigianale esattamente come lo immagino io.
Ho cominciato ad interessarmi al gelato fin da piccolissimo ovviamente grazie ai miei genitori. Già a 12 anni ero in laboratorio con loro e mi occupavo delle pulizie, altro non potevo fare all’epoca. E’ stata una delle prime cose che mi ha insegnato mia madre, l’importanza quasi maniacale della pulizia, ricordo che facevo a gara con mio padre per chi finiva prima di lucidare il banco.
 

Dove si trovano le tue Gelaterie?
A Treviso in via Sant’Agostino e vicino al Duomo in via Calmaggiore, poi a Montebelluna ed infine la nostra gelateria storica a Quinto di Treviso, aperta dai miei genitori nel 1991.
 

Nel gelato le materie prime rivestono una grande importanza. Preferisci utilizzare solo materie prime “grezze”, oppure usi anche semilavorati, per particolari tipologie di gusti o per reperibilità stagionale?
Principalmente utilizzo materie prime grezze ma per esempio i pistacchi, le nocciole, il cacao, per forza di cose devo acquistarle da fornitori di fiducia. Ma sono gli unici semilavorati che utilizzo. Per la frutta se non è di stagione uso quella di aziende selezionate. Per esempio per la frutta tropicale ho un fornitore eccezionale di Milano con stabilimenti nelle varie località estere dove esegue una prima lavorazione dei frutti cogliendoli maturi dalla pianta, pastorizzando la polpa che viene immediatamente surgelata, senza utilizzare conservanti e zuccheri. In questo modo la frutta mantiene tutte le proprietà organolettiche ed il gusto. Ricordo a tutti che il gelato è un alimento ed è fondamentale che sia oltre che buono, sano.
 

Diventa quindi fondamentale anche la ricerca dei fornitori…
Assolutamente si, è una delle prime cose importanti circondarsi di fornitori che offrano prodotti di alta qualità. Per esempio le pesche le acquisto a Pezzan di Carbonera, presso l’azienda Zolla 14 con la quale lavoro da anni. Le loro produzioni biologiche di pesche e mele seguono il calendario e i metodi della biodinamica ed effettivamente sono prodotti meravigliosi sia nei profumi che nei sapori.
 

Negli ultimi anni si è discusso molto degli stabilizzanti, in Italia la fa da padrona la farina di semi di carrube ma è in forte ascesa l’uso di inulina. E’ possibile produrre un buon gelato senza stabilizzanti?
La parola stabilizzanti viene associata spesso all’idea di chimico, di innaturale e quindi automaticamente a qualcosa di poco salutare. In realtà la farina di semi di carrube e l’inulina sono prodotti naturalissimi e sono fondamentali per la riuscita del buon gelato anche se ne vengono utilizzate quantità minime come 2 grammi per chilogrammo. Tuttavia sono un ingrediente irrinunciabile salvo sostituirli completamente con delle fibre leganti. Gli stabilizzanti sono sostanze idrocolloidi che hanno due funzioni, assorbono l’acqua libera, infatti più acqua è a contatto con il freddo e più ghiaccia, e legano materie prime che hanno incompatibilità chimico fisiche come i grassi con l’acqua. Gli stabilizzanti, quando vengono usati naturali come la farina di semi di carrube, farina di semi di guar, la pectina che è estratta dalla frutta o come l’inulina che è una fibra che aiuta anche la digestione, fanno solo bene alla salute ed è per questo che scelgo di utilizzarli nei miei gelati.
 

Indipendentemente dal sentire comune o dalla disciplina in materia, quando, secondo te, un gelato si dovrebbe poter definire “artigianale”?
Prima abbiamo parlato dell’importanza delle materie prime ma non è solo questo, ci vuole anche una giusta filosofia del lavoro che porta a produrre esattamente le quantità di gelato che verranno vendute giornalmente. Il gelato va manipolato da persone esperte che conoscono gli allergeni che vi possono essere contenuti e perciò eseguono anche una vendita consapevole. Quindi si può parlare di gelato artigianale quando a monte c’è un gelatiere artigiano che produce un gelato seguendo determinati canoni etici.
 

Quali sono i gusti più richiesti dai vostri clienti?
Beh i classici prima di tutto. Quindi nocciola, cioccolato, vaniglia, pistacchio. Negli ultimi anni c’è un boom di richiesta di questo gusto e noto che i clienti selezionano la gelateria proprio basandosi sulla qualità del gusto al pistacchio.
 

Ormai siamo in moltissimi a preferire il gelato artigianale da asporto alle vaschette del supermercato ma qual è il segreto per conservare il gelato alla giusta temperatura e garantirne l’adeguata cremosità?
I banchi delle gelaterie lavorano tra i -12 e i - 14 gradi. Quindi dato che a casa gli elettrodomestici arrivano a temperature più fredde il mio consiglio è di acquistare sempre la giusta quantità di gelato, aspettare qualche minuto prima del consumo per raggiungere la temperatura ideale e se possibile va mangiato subito; lo scongelamento e il ricongelamento non fa bene.
 

Nel 2007 nasce il Chocolate Day, raccontaci di cosa si tratta.
Sono sempre andato fiero del mio gusto al cioccolato, tant’è che con questo gusto ho vinto il Campionato Nazionale nel 2010. Il Chocolate Day non è altro che una festa nel mese di aprile o di maggio in cui l’ospite d’onore è il gelato al cioccolato. Allestisco i negozi di via Sant’Agostino e di via Calmaggiore con drappi e tende rosse come fossero un teatro e propongo al pubblico ben 50 abbinamenti particolari a base di cacao e fondente a rotazione. Tra i gusti più particolari c’è l’abbinamento cioccolato grana padano e aceto balsamico,  Cioccolato gorgonzola e noci, cioccolato curry e chiodi di garofano e molti altri.
 

Il vostro gelato è adatto agli intolleranti?
Negli ultimi anni è quintuplicata la richiesta da parte di persone che hanno delle intolleranze alimentari. Quindi ho seguito diversi corsi di alimentazione per approfondire questo tema ed essere preparato a produrre gelati ad hoc per chiunque. Per esempio uso zuccheri mono saccaridi a basso indice glicemico che non necessitano dell’insulina per essere scissi e molti altri accorgimenti che consentono a celiaci, intolleranti al lattosio, diabetici di gustarsi un buon gelato.
 

Il gelato gradualmente sta attraversando una fase di destagionalizzazione, ma al momento l’inverno per le gelaterie è ancora un momento critico. Quando fa freddo, che cosa propongono le tue Gelaterie?
Propongo dei semifreddi anche in monoporzione che essendo creati con panne e meringhe appaiono al gusto più caldi, quindi adatti all’inverno, oppure qualche gusto più stagionale come la noce o la castagna e poi a dicembre e gennaio chiudo le gelaterie. Il mio cliente è abituato a trovare 40 gusti tutto l’anno. Per seguire la mia filosofia di lavoro dovrei ridurre drasticamente il numero dei gusti per la stagionalità e so che molti clienti rimarrebbero delusi, perciò preferisco chiudere e approfittare della pausa per approfondire le mie conoscenze sull’alimentazione, seguire corsi di aggiornamento, partecipare alle fiere specifiche di questo settore.
 

Quali sono i valori importanti per il tuo lavoro?
La serietà, la freschezza del prodotto, la pulizia e il sorriso. Accogliere, servire e dare l’arrivederci al nostro cliente sono per noi momenti fondamentali nei quali bisogna prima di tutto ridurre le attese non creando code. La velocità è un nostro pregio e ci impegniamo ad ascoltare attentamente tutti i clienti e a soddisfare ogni loro richiesta.
 

Cosa rappresenta per te il gelato?
E' la mia vita. Vivo per il gelato e ci resto male quando sento dire che un gelato vale l’altro! Ci sono professionisti che dedicano tutta la vita alla ricerca e alla creazione di un alimento sano e gustoso.
 

Sei giovane, brillante, hai raggiunto già traguardi invidiabili, hai ancora qualche sogno o ti senti arrivato?
Mamma mia, di sogni ne ho una marea. Il più grande è esportare il mio gelato in tutto il mondo ma non creando dei franchising perché significherebbe dover scendere a qualche compromesso tradendo la mia filosofia di lavoro. Quando apro un nuovo negozio, chi lo gestisce ha appreso ogni minuzia delle mie tecniche e sono più che certo che il nuovo locale non offrirà nulla di meno rispetto agli altri. Il mio sogno sarebbe aprire in Giappone e negli Stati Uniti ma devo trovare qualcuno di cui mi fido, disposto ad affiancarmi per mesi così da diventare un vero discepolo disposto poi a trasferirsi in questi luoghi.

Stefano, ti ringrazio per la disponibilità, da parte mia e della redazione i migliori auguri per una vita colma di continue soddisfazioni professionali e personali.







Valentina e Susanna Canziani

Mangiare sano, scegliendo prodotti genuini e conoscendo i produttori che li preparano. Valentina e Susanna Canziani, con l’aiuto di mamma Rosanna, titolari di Sapori D’Italia, ci spiegano quanto è importante la qualità nell’alimentazione e il perché hanno scelto di lasciare le loro attività per aprire, nel
2002, un negozio alimentare in via Schiavonia a Preganziol.

Parliamo con Valentina, giovane madre tra l’altro in attesa di un secondo bebè. Sarà lei oggi, la più giovane delle due sorelle a raccontarsi e a raccontare la loro attività e la loro esperienza.

Come mai Valentina avete scelto di lasciare i vostri precedenti lavori e aprire un negozio così particolare?
Tutto è nato dalla grande passione per il cibo e per la buona cucina. Io facevo la cuoca prima di aprire qui. Era il nostro sogno quello di dedicarci a una attività in paese, dove il rapporto con il cliente è più di confidenza rispetto a quello nei grandi store. Nella grande distribuzione, il cliente è
solo un numero, e come tale viene trattato…
 

In che senso?
In troppi prodotti manca la qualità e si punta al prezzo basso e al facile guadagno con sconti impensabili. Per esempio…  se  una  bottiglia  di  olio  extravergine  costa  meno  di 5,00  euro  vuol  dire  che  l’oliva  non  l’ha  mai  vista,  da  noi trovi senz’altro la qualità a prezzi contenuti, giusti.

Per avere prodotti a buon prezzo è logico che ne venga meno la qualità
Un conto è il buon prezzo, un altro è il prezzo stracciato. Una volta poteva succedere che il negozio di paese approfittasse  di  una  situazione  di  benessere  generale  per  far lievitare  i  prezzi.  Oggi,  però,  la  concorrenza  della  grande distribuzione è fortissima e se vuoi resistere devi proporre generi alimentari di qualità a prezzi più contenuti. Con pochi euro in più il piccolo negozio ti può offrire prodotti decisamente migliori.

Qual è il pericolo maggiore di una alimentazione poco salutare?
Ormai le informazioni a riguardo sono alla portata di tutti. C’è molta preoccupazione in queste settimane per ciò
che respiriamo. Le polveri sottili, l’inquinamento, la pioggia che scarseggia che ci costringe ai blocchi del traffico… Se anche in tavola mangiamo poco sano, è la fine! Nel nostro negozio le mamme possono trovare una selezione di formaggi e salumi davvero speciali, che arrivano da aziende
selezionate di cui ci fidiamo e con le quali lavoriamo da anni. I dolci per esempio ci arrivano da “I Dolci di Efren” di Asolo. Sono assolutamente privi di conservanti e coloranti e di ottima qualità. I cioccolatini e i dolciumi sciolti sono “Baratti & Milano” , la pasta pur avendo un prezzo buono di appena 98 centesimi al pacco, è di un pastificio pugliese che produce alla vecchia maniera. Lo stesso vale per le farine per le polente o per i dolci. Il pane fresco è prodotto da un panificio locale e non è il solito scongelato che troviamo in molti supermercati. Su richiesta prepariamo piatti e stuzzichini per rinfreschi e festicciole. Tutto per asporto.
Per chi lavora e ha poco tempo invece, offriamo ogni giorno dei freschi preparati di verdure per fare risotti, paste, minestroni, contorni e chi più ne ha, più ne metta. Nel periodo estivo anche la frutta più ingombrante come melone, anguria, ananas viene preparata per gustarla velocemente in simpatici spiedini o semplicemente a pezzi o fette. Naturalmente realizziamo ceste, confezioni regalo con tutti i nostri prodotti durante tutto il corso dell’anno.

Avete un’ampia esposizione di frutta e verdura …
Senza dubbio. Ogni mattina nostra madre va al mercato ortofrutticolo e acquista frutta e verdura fresche. Cerchiamo chiaramente la qualità migliore anche perché chi decide di servirsi in un negozio di paese deve per forza trovare  la  qualità.  Qui  intorno non mancano i supermercati, a due passi c’è il Lidl, l’Iperlando, il Crai. Cerchiamo di  dare  gentilezza,  disponibilità, qualità e prezzi onesti.Questo è possibile perché la nostra azienda è a conduzione  familiare.  Io  sono  incinta,  partorirò  a  giorni  ma vengo  qui  a  lavorare  tutti  i giorni per 8-9 ore al giorno.
Se fossi dipendente di qualche azienda sarei da un pezzo in maternità ma facendo l’imprenditrice questo non è possibile. E’ uno dei tanti sacrifici che viene chiesto a chi oggi ha il coraggio di fare impresa.  Ma  noi  facciamo  tutto  con  il  cuore  e  speriamo solo che i nostri clienti lo capiscano e lo apprezzino.

Cosa  pensi  delle  difficoltà  che  si  ripercuotono  sul  commercio di paese a causa della crisi economica?
Ho letto con rammarico della chiusura di diverse attività nel 2015 nella provincia di Treviso. Ogni volta che ciò accade è una grande perdita. Sicuramente più di una famiglia si trova appiedata e in difficoltà. Purtroppo le problematicità nei negozi di paese sono tantissime e la concorrenza della grande  distribuzione  non  aiuta.  Mi  auguro  che  i  cittadini riprendano la consuetudine di fornirsi nei piccoli negozi: solo così il tessuto commerciale può prosperare.

Le vostre meravigliose vetrine incantano i passanti. Chi le realizza?
Nostra madre. Le vetrine cambiano almeno tre volte l’anno, sono dei piccoli capolavori. A lei piace molto dedicarsi a questa attività creativa ma effettivamente notiamo che molti passanti si fermano e ci scoprono grazie alle vetrine che incuriosiscono e attirano l’attenzione. E’ un modo
come un altro per raggiungere persone nuove. E poi ci piace l’originalità, ci piace distinguerci. Qui in paese siamo conosciute come “e tose”. Certo, tre donne che si occupano di tutto e mandano avanti la bottega in tutti i suoi aspetti si fanno notare. Anche se ormai un po’ tutti ci stiamo abituando per fortuna all’intraprendenza femminile che si sta facendo spazio in tutti i settori.

Come volete chiudere “tose” questa chiacchierata?
Certamente  ringraziando  tutti  i  nostri  clienti,  soprattutto quelli fidelizzati che consideriamo ormai parte della nostra famiglia. I nostri mariti che pazientemente ci sostengono.
Vorremmo ricordare a tutti che qui da noi, a Sapori D’Italia, troveranno sempre un sorriso, una buona parola e la gentilezza di chi ha come obiettivo, la piena soddisfazione del cliente.

Valentina, Susanna, Rosanna, è stato simpatico il nostro incontro. Siete tre brave ragazze piene di voglia di fare e Sapori D’Italia è stata una bella scoperta anche per la redazione. Vi auguriamo il meglio, ovviamente a Valentina vanno i nostri auguri per l’imminente nascita del piccolo Elia.







Donatella Ricci

Donatella Ricci, classe ’63. La incontriamo dopo aver letto il suo curriculum da 10 e lode e ci aspettiamo una donna dura, imperturbabile, praticamente un soldato in gonnella. Ci sorprende non solo per l’accoglienza calorosa e familiare ma per la dolcezza e l’umanità che traspaiono fin dai primi cenni.

Nasce a Roma terza di cinque fratelli e come spesso accade a chi sta in mezzo, né troppo grande né troppo piccola, il suo destino è quello di rendersi autonoma presto, sfidando continuamente se stessa, ponendosi obiettivi ambiziosi e stimolati. Dopo la laurea in Astrofisica ha proseguito gli studi negli Stati Uniti grazie a delle borse di studio; oggi Program Manager di Agusta Westland, è stata la prima donna Presidente della Federazione Italiana Mongolfiere (2001-2006); ha partecipato alla selezione per diventare membro italiano del team degli Astronauti (2001-2002) classificandosi tra le prime 5 donne selezionate insieme a 10 uomini; è stata Membro del Consiglio Federale dell’Aero Club d’Italia (AECI – 2005-2010); Co-pilota e Membro della squadra Italiana nel Campionato Mondiale di Mongolfiera a Motegi (Japan 2006); Chairman del sottocomitato  “Public and Media Relation” presso la FAI (2010-2012); è Istruttore di autogiro e di aeroplano (dal 2014); è l’Organizzatrice del Meeting Internazionale FLYDONNA, giunto alla 7° edizione, e dulcis in fundo, l’8 novembre 2015 ha battuto il Record Mondiale di quota in Autogiro (27.556 piedi).
Questa è solo una parte della sua vita, la parte pubblica, quella che la rende una donna nota nel mondo del volo e irraggiungibile per i molti che aspirerebbero anche solo alla metà dei suoi successi. Ma ciò che abbiamo avuto il privilegio di conoscere noi, è la sua sensibilità, l’amore per la sua famiglia, i suoi nipoti, l’amore per gli animali, per il suo uomo, Erich Kustatscher anch’egli pilota e istruttore presso il campo volo di Caposile, sede del club Papere vagabonde. Ne è emerso il ritratto di una donna con D maiuscola, ricca di sfaccettature, che sa bilanciare le due parti di sé che la rendono unica: la donna e la pilota.

 

 

 

Ciao Donatella, la prima cosa che vorrei chiederti è quanto risulta difficile  per una donna farsi strada ed emergere nel mondo del volo.
Certamente quello del volo è un mondo prettamente maschile. Anche in Agusta le tradizioni sono tipicamente maschili e difatti donne ai vertici non ce ne sono, non vengono considerate atte a rivestire determinati ruoli. Ma è altrettanto vero che di fronte alle qualità e alle capacità, pur dovendo superare numerosi ostacoli, una donna può ambire a risultati e a livelli comunque alti. Capisco queste dinamiche all’interno di determinati ambienti e con gli anni ho imparato ad accettarle, mi irrita di più il preconcetto nella gente comune. Nel lavoro se vali ti viene riconosciuto anche se la scalata ai vertici può risultare limitata. Nel privato invece può essere più facile per una donna decidere di affrontare qualsiasi sfida, come ho fatto io, anche se non siamo ancora moltissime a provarci.

Come mai da Roma a Venezia?
Subito dopo il dottorato di ricerca ho trovato lavoro presso Telespazio a Roma, cercavano degli specialisti che facessero analisi dati e studi su alcune sorgenti celesti con una certa frequenza. Sono rimasta alcuni anni finché non ho incontrato Erich. Ho iniziato a valutare delle opportunità  qui al nord, per 5 anni ho lavorato a Ronchi del Legionari in Selex Galileo dove mi occupavo di simulatori di volo, nel 2013 sono riuscita ad entrare in Agusta Westland che realizza elicotteri. Stiamo parlando degli elicotteri Nh90 da trasporto militare che vengono assemblati a Tessera da Agusta Westland.

Il Flydonna è una manifestazione molto sentita, come e quando è nata?
“Flydonna”, è un raduno unico nel suo genere che raccoglie circa 500 donne-pilota, qui, all’aviosuperficie “Papere vagabonde”. E’ nata con lo scopo di far incontrare le donne pilota, una grande festa per scambiarsi idee e progetti e perché no, stimolare altre donne ad approcciare a questa meravigliosa attività. Sono presenti donne italiane e straniere che praticano tutti gli sport aeronautici, che pilotano ogni tipo di apparecchio e anche donne che dedicano la loro vita a contatto diretto con la realtà aeronautica. La prima edizione fu nel 2008.

Come hai conosciuto Samantha Cristoforetti e in quali rapporti siete?
La conobbi nel 2007 al primo Flydonna. Lei era pilota militare di AMX “combat ready” a Istrana, ha partecipato alla prima nostra manifestazione, ci siamo conosciute e siamo sempre rimaste in contatto. E’ una persona speciale. L’anno dopo lei fece il concorso per diventare astronauta e dato che io c’ero già passata anche se in tempi e modalità diverse, ci siamo sentite parecchio. Mi è stato caro il suo in bocca al lupo prima del record e i complimenti appena l’ho conquistato.

Ma parliamo di questo record!
è stata per me una sfida, non la prima, non credo l’ultima. L’autogiro è un ultraleggero ad ala rotante, a metà tra aereo ed elicottero. A bordo del mio Magni M16 di fabbricazione italiana, in poco più di un’ora, combattendo contro il vento forte e una temperatura di -40 gradi, ho raggiunto i 27.556 piedi, 8.399 metri, praticamente la quota di volo di un aereo passeggeri. Ho superato di oltre il 3%, come previsto dal regolamento internazionale, il record stabilito nel 2004 dall’americano Andrew Keerch che arrivò a 8.049 metri.

Qual è stato il momento più difficile?
Non c’è stato nessun momento particolarmente difficile ma nel complesso, il freddo, l’assenza di ossigeno e quindi la necessità di volare con le bombole appresso dato che l’autogiro è un velivolo aperto, hanno complicato la prova. Per omologare il record a livello internazionale ho utilizzato uno strumento tedesco molto sofisticato, in grado di dialogare contemporaneamente con sedici satelliti, per ottenere una posizione pressoché perfetta volando in alta quota. Ero quindi controllata ma ad un certo punto a causa delle basse temperature la strumentazione non mi consentiva più di comunicare con la torre di controllo di Treviso e neanche con Caposile. Loro mi sentivano ma io non sentivo loro. Non potevo neanche sapere con certezza se realmente avevo raggiunto l’altezza sufficiente per il record, anche se lo sospettavo. In quel momento di profonda gioia e soddisfazione però ho vissuto un po’ il dispiacere di non poterlo condividere con nessuno.

E cosa hai pensato?
Guarda, può sembrare incredibile ma ho fatto una cosa che di solito non faccio mai: un selfie! Abbastanza buffa come situazione dato che per la temperatura ero completamente vestita e la foto non dice molto ma non mi è venuto altro da fare in quel momento.

Un impresa quasi impossibile Donatella, complimenti, sei entrata nella storia mondiale del volo. Nonostante i molti successi raggiunti fino ad oggi, hai qualche rimpianto?
Nel lavoro ho sempre cercato di fare quello che volevo e che mi piaceva. Più che un rimpianto sarei curiosa di sapere come sarebbe stata la mia vita se non incontravo Erich, o se vincevo il concorso di astronauta. Non sono rimpianti, sono domande che ti fai ogni tanto e che restano sospese. Nella vita mi sono sempre trovata per fortuna a fare tante cose, mi son concessa un sacco di follie a partire dalla passione per il volo che è nata così, senza un’apparente ragione. Da ragazza mi sono comprata una mongolfiera e andavo in giro per l’Italia, partivo con la Jeep alle 2-3 del mattino, racimolavo in varie città gli amici che mi aiutavano, facevo il mio raduno di qualche giorno e poi rientravo.  Ho fatto una vita assolutamente libera, anche se niente era lasciato al caso.

Gli obiettivi futuri?
Dedicarmi di più al volo, non solo come istruttore ma anche organizzando eventi. È una cosa che mi da molta soddisfazione.

Come chiudiamo questa intervista Donatella?
Ho dedicato il mio record ai colleghi di AgustaWestland recentemente scomparsi nell’incidente che ha coinvolto il prototipo del convertiplano, a Santhià nel Piemontese. Il mio pensiero va a tutti coloro che hanno sacrificato la loro vita per un obiettivo seguendo una passione che capisco bene. Non è un gioco, ma le cose belle e importanti non lo sono mai in fondo. Quello che spero è che sempre più donne si avvicinino a questo mondo non solo come spettatrici, non solo come mogli o fidanzate di piloti, ma in prima linea, da protagoniste. E giornate come il Flydonna possono essere la giusta opportunità per scoprire la pilota che è in voi. Credeteci.

Hai già detto tutto tu Donatella! Grazie per esserti aperta e aver condiviso un po’ dei tuoi pensieri.
Sei un esempio per tutte noi.







Autosile: l'intervista del mese

Concessionaria Alfa Romeo . Jeep . Fiat professional a Villorba 

Erano i tempi della Lancia Appia III° serie e della 500 trasformabile quando nel 1960 nasceva Autosile a Treviso. Realtà che in poco tempo è diventata  un vero punto di riferimento per i trevigiani. Da sempre si è contraddistinta per l’altissima professionalità di tutto il suo staff, oggi guidato dai titolari Marino Bortoletto, Saverio e Fabio Grio.

 

Nella nuova sede operativa ed espositiva a Villorba propone nell’ampio showroom tutti i modelli dei marchi Alfa Romeo, Jeep e Fiat Professional. Il suo punto di forza? Certamente l’assistenza post-vendita, dove tecnici costantemente aggiornati secondo i più severi standard imposti da FCA, (FCA detiene i marchi Alfa Romeo, Jeep, Maserati, Ram, Chrysler, Dodge, Fiat, Fiat Professional, Lancia e Abarth. ndr), assistono i clienti anche dopo il ritiro della loro nuova auto.
Parlando di usato, grazie ad uno stock di oltre 500 auto, Autosile è in grado di proporre ottime occasioni anche ai clienti più esigenti. Incontriamo oggi Marino Bortoletto, uno dei proprietari, per approfondire qualche aspetto del suo lavoro, così cambiato negli ultimi anni.

 

Marino, quando e perché lei e i suoi soci vi siete affacciati a questo mondo così altamente competitivo?
Negli anni ’80 tutti e tre abbiamo iniziato a lavorare come venditori in una concessionaria Fiat. Dopo esserci persi di vista per qualche anno, casualmente ci siamo rincontrati e sono riaffiorate tutte le affinità di quando eravamo colleghi. Lo stesso stile, lo stesso modo di interpretare l’idea di una concessionaria. Come spesso accade l’entusiasmo ha avuto la meglio e abbiamo deciso di aprire Autosile, ingaggiando come venditori a nostro supporto, alcuni dei vecchi colleghi rimasti nella concessionaria dove iniziammo a lavorare.

Oggi, di fronte a tutti i successi ottenuti, qual è la cosa che vi rende più fieri della vostra azienda?
Dopo tanti anni è naturale vi sia un riciclo generazionale, oggi in Autosile l’età media dei dipendenti è di circa 40 anni, il che significa che ci sono  molti giovanissimi che lavorano con noi. Questa scelta ci rende un’azienda dinamica, sempre pronta ad innovarsi, piena di entusiasmo e capace di affrontare gli imprevisti con serenità, forti del nostro passato e dall’esperienza che ne deriva ma con le energie di chi ha ancora molto da ottenere dalla vita. Infatti l’aria che si respira in Autosile è giovane, frizzante, aggressiva e allo stesso tempo cordiale e disponibile, sia con i clienti che tra colleghi.

Oggi ci sono clienti sempre più attenti, aggiornati, preparati. Cosa vi chiedono maggiormente?
Il cliente dei giorni nostri è molto più esigente rispetto a un tempo; è molto più attento ai dettagli e desidera auto con sempre più optional, non solo per un fatto estetico ma per godere di un più facile utilizzo del mezzo. Un esempio sono gli ormai irrinunciabili sensori di parcheggio, che aiutano il guidatore nelle manovre negli spazi stretti. Ma le loro richieste non si limitano solo all’auto in sé,  anche ai servizi ad essa collegati; la più grande novità che ha preso piede in questi ultimi anni e nella quale ci siamo specializzati è il noleggio a lungo termine, che permette di utilizzare una vettura pagando un piccolo canone mensile, liberandosi di qualsiasi pensiero legato a manutenzione, cambi gomme, assicurazione e bollo che sono compresi nella rata.

 

Il 2016 è un anno pieno di novità per i marchi del Gruppo FCA.
Confermo che  il 2016 è un anno chiave sia per Jeep che per Alfa Romeo; Jeep festeggia 75 anni di successi nel settore dei fuoristrada e dei SUV, cominciati con la leggendaria Jeep Willys che ha facilitato gli spostamenti dei soldati americani sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra in Vietnam. Per festeggiare questa lunga serie di successi, Jeep ha ideato delle edizioni limitate dei suoi modelli caratterizzate da un originale colore verde, cerchi bronzati e badge con la dicitura “75th Anniversary”.

Invece per Alfa Romeo è l’anno del ritorno nel settore delle berline premium grazie al lancio di Alfa Romeo Giulia. Ci racconti di questa importante novità.
Giulia è una berlina unica nel suo genere per qualità ingegneristiche e dinamiche. E’ caratterizzata da un uso intensivo di materiali leggeri che la rendono la più leggera della sua categoria con soli 1375kg, grazie ai motori costruiti in alluminio e all’albero di trasmissione in carbonio. Inoltre il piacere di guida è ulteriormente amplificato dal ritorno alla trazione posteriore, che garantisce un inserimento in curva molto preciso e un’elevata tenuta di strada. Ovviamente grande importanza è stata data all’esterno della macchina, caratterizzato da linee tese e filanti che la rendono un’auto elegante e sportiva allo stesso tempo.

Come avete festeggiato  l’arrivo di Giulia?
Per noi di Autosile è stata un’occasione speciale nella quale abbiamo coinvolto i clienti più affezionati e anche tutti coloro che si erano rivolti a noi per chiedere informazioni riguardo l’uscita sul mercato di Giulia. Il primo evento si è svolto lo scorso 26 maggio in Piazza Borsa a Treviso, dove la macchina è stata presentata al Sindaco Giovanni Manildo che ne ha elogiato le doti dinamiche e la grande comodità. La sera è stata organizzata una grande festa presso la concessionaria alla quale hanno partecipato più di 600 persone. Abbiamo presentato l’auto, gli ospiti hanno potuto ammirarla e degustando una cena a base di paella abbiamo raccolto le loro opinioni, per lo più entusiastiche. è stata una bella serata, ben riuscita grazie all’enorme e francamente anche un po’ inaspettata partecipazione. Numeri così importanti alla prima di un auto, a Treviso, non si vedevano da un pezzo. L’indomani la voglia di far festa è proseguita, abbiamo organizzato un aperitivo molto elegante presso l’esclusiva location dell’ Eurotennis Club Treviso, dove la primadonna è stata ovviamente l’ Alfa Romeo Giulia.

Due giornate particolarmente intense quindi.
In realtà i giorni più intensi sono stati il  sabato e la domenica a seguire, durante i quali c’è stato il porte aperte ufficiale, occasione nella quale i clienti hanno avuto il primo contatto su strada con la macchina. I nostri ragazzi hanno fatto provare Giulia a oltre 200 persone, facendo loro apprezzare l’ impostazione di guida sportiva ma confortevole che la caratterizza.

Signor Marino la ringraziamo per la disponibilità, come vuole chiudere questa chiacchierata?
Certamente ringraziando i miei soci con i quali condivido da quasi un ventennio questa avventura, tutti i collaboratori di Autosile perché grazie alla loro professionalità e alla passione per il proprio ruolo hanno fatto crescere questa Azienda ai livelli che tutti ci riconoscono. Non possono mancare i ringraziamenti ai nostri clienti. A coloro che molto fedelmente continuano a tornare da anni portando amici e parenti e a quelli nuovi che ci scelgono in un panorama generoso di offerte ma che evidentemente sanno distinguere e individuare le realtà dove serietà, professionalità e coerenza sono all’ordine del giorno.
L.S.







Andrea Farinati

Ampio sorriso, portamento sicuro e stretta di mano decisa  per  Andrea  Farinati,  RT  di  Global  Security.  Entrarenell’azienda che dirige chissà perché ci fa sentire al riparo, protetti e non solo dalla pioggia che oggi scende battente. 38 anni nel mondo della sicurezza non sono pochi!

Significa sapere tutto di questo lavoro, ogni risvolto, ogni sfaccettatura, tutte le paure che oscurano l’animo di ognuno di noi. Specie di questi tempi dove la cronaca è colma di episodi quotidiani di violazioni della nostra sicurezza.
 

Signor Farinati, quando è nata Global Security e di cosa si occupa nello specifico?
Global Security tratta la vendita e l’installazione di impianti di allarme. Ci occupiamo di sicurezza da moltissimi anni,nello specifico io che la dirigo in qualità di Commerciale e Responsabile Tecnico, lavoro in questo settore da 38 anni.Gestisco l’acquisto, la codifica e la commercializzazione del
prodotto.

 

Andrea, quando è iniziata la sua passione per questo lavoro?
Non lo ricordo con precisione, sono nato nel settembre del ’62 e all’epoca i furti si svolgevano in maniera molto diversa rispetto ad oggi. Ed erano anche molti di meno.Non c’erano porte blindate, addirittura non si chiudeva a  chiave quando si usciva di casa. L’attenzione alla sicurezza è scattata in me quando ero molto piccolo in seguito ad unfurto che i miei nonni subirono. Decisi allora che mi sarei concentrato per combattere questo fenomeno e non avendo attitudine per fare il poliziotto decisi di affrontare i ladri da un altro punto di vista.
 

 

A chi si rivolgono i vostri sevizi?
Lavoriamo maggiormente con i privati ma tra i nostri clienti contiamo parecchie aziende, presentiamo la nostra attività nei centri commerciali e nelle fiere, i più ci conoscono attraverso il passaparola. Un cliente soddisfatto parla bene di te con almeno altre 4 persone. Siamo una bella e affiatata squadra di 15 collaboratori tra interni ed esterni e le nostre aree di lavoro sono il Veneto, il Friuli e l’Emilia Romagna.

 

Come si distingue Global Security dalle altre aziende nello stesso settore?
Abbiamo  un  unico  fornitore  da  circa  25  anni,  un’azienda che ci offre un prodotto italiano al 100% e questa forse è la caratteristica che ci differenzia maggiormente dai concorrenti. Garantiamo i nostri prodotti per ben 5 anni. Inoltre diamo molta importanza al post vendita seguendo costantemente il cliente anche dopo la vendita e l’installazione dell’apparato di allarme. Abbiamo un call center dedicato che in tempo reale fornisce risposte e soluzioni e dove non arrivano le telefoniste, intervengono con estrema rapidità i nostri tecnici. Ma la cosa davvero importante nel protocollo di Global Security è eseguire il sopralluogo. Moltissimi vendono  allarmi  quasi  per  corrispondenza.  Basta  dire  la metratura dell’abitazione e pochi altri dettagli et voilà.. l’allarme è servito. Noi pretendiamo di visionare le abitazioni e soprattutto di conoscere le abitudini di chi occupa solitamente l’immobile. Un impianto d’allarme deve adattarsi alle esigenze di chi vuole proteggere e non il contrario.

 

Mi piace quest’ultima osservazione. Spesso l’idea di munirsi di un impianto d’allarme crea uno stato d’ansia, come se fosse un impedimento, un blocco anche alla propria libertà, al proprio modo di vivere la casa…
Esatto,  spesso  scatta  quest’idea  nelle  persone  e  non  c’è nulla di più sbagliato. La tecnologia oggi ci aiuta moltissimo. Le apparecchiature comunicano tra loro in radiofrequenza quindi per esempio l’installazione non implica quasi mai lavori di muratura. A meno che non si vogliano posizionare anche telecamere. Ma in ogni caso, per noi è fondamentale comprendere l’età e le esigenze degli occupanti l’immobile così da poter proporre il prodotto più idoneo che protegga l’abitazione e chi è al suo interno senza sconvolgere le abitudini di nessuno.

 

Quali sono le maggiori paure delle persone che si rivolgono a Global Security?
Il modo di eseguire i furti è cambiato negli ultimi 5-6 anni. Purtroppo  un  tempo  i  ladri  agivano  quando  i  proprietari non erano in casa, oggi non è più così. Vengono in qualsiasi momento del giorno e della notte. Lo leggiamo quotidianamente sui giornali. Cresce sempre di più la paura di trovarsi di fronte i delinquenti, si ha voglia di proteggere i propri bambini e gli anziani.

 

Eppure i dati del bilancio regionale pubblicati lo scorso 23 dicembre dalla Nuova Venezia e forniti dal comandante della Legione Veneto, generale di brigata Maurizio Detalmo Mezzavilla, sono piuttosto rassicuranti. Questi ci informa di un calo dei reati denunciati all’Arma dell’8,6% precisando che i furti vedono un ribasso del 12,6% (-16,8% quelli in abitazione). Anche le rapine vedono un calo del 3,6%. Senza dubbio c’è una dicotomia tra le banche dati delle forze di polizia, che forniscono numeri oggettivi, e la percezione della sicurezza del cittadino. Lei che è più addentro a tali materie, ha la sensazione che questi dati siano realistici?
Credo che i numeri forniti siano oggettivi ma che non rispecchino la realtà. Penso che molti furti non vengano denunciati. Questo è il vero problema. La gente non solo si sente sempre meno sicura ma l’incertezza della pena riservata ai criminali scoraggia il cittadino anche a denunciare gli abusi che subisce. Ormai ogni Comune vede volontari protagonisti nell’organizzare ronde notturne a salvaguardia dei propri quartieri, ci sono pagine in facebook dedicate alla sicurezza, con scambi di informazioni. E’ palpabile la paura quanto il dilagare di furti e rapine.

 

Cosa scoraggia un ladro dall’ entrare in una casa?
La presenza di un deterrente. Certo, se un ladro è fortemente motivato entra lo stesso in un abitazione, sa che deve agire in 3-4 minuti. Questo è il tempo che passa da quando scatta l’allarme a quando arrivano polizia e vigilantes. Tuttavia la presenza di un sistema di allarme studiato ad hoc sulla base delle abitudini di ogni famiglia,dissuade la maggior parte dei ladri. Anche perché di norma i furti avvengono in più abitazioni nello stesso quartiere, quando scatta l’allarme in una casa automaticamente viene limitata l’azione anche sulle altre in quell’area e in quella giornata. La tecnologia ci sta aiutando moltissimo a perfezionare sistemi di allarme che tengano conto del giardino, di eventuali animali domestici presenti, del quartiere in cui si trova l’abitazione. Ogni situazione va valutata a sé.

 

La presenza di un cane aiuta?
Non  particolarmente.  Purtroppo  spesso  vengono  avvelenati se sono liberi in giardino o addormentati insieme ai proprietari quando sono all’interno dell’abitazione.

 

Qual è la sua opinione sulla legittima difesa (legge attuale) e sul desiderio di molti di detenere un’arma in casa?
L’attuale legge va sicuramente rivista. Sul fatto di detenere un’arma sono contrario. Non possiamo far diventare le nostre città un campo di guerra e non possiamo costringerci ad avere morti sulla coscienza. Bisogna lavorare sulla prevenzione, da una parte rendere più sicure le abitazioni
e dall’altra ottenere maggiore certezza della pena inflitta a chi delinque potrebbe essere una strada che da risultati importanti. Molti dei nostri clienti sono finanzieri o poliziotti, posseggono le armi tuttavia cercano di prevenire anziché affrontare in maniera cruenta un eventuale intrusione.

 

Cosa pensa delle iniziative di alcuni comuni locali di assicurare i cittadini contro i furti come avviene a Spinea per esempio?
Dal  mio  punto  di  vista  sono  dei  palliativi.  Purtroppo  poi una volta subìto il furto bisogna anche provare di avere avuto in possesso i beni sottratti, esibire gli scontrini o le fatture d’acquisto etc. E’ più facile da dire che da fare. Però altri Comuni in Veneto stanno proponendo soluzioni davvero interessanti. A Romano d’Ezzelino per esempio, in provincia di Vicenza, l’amministrazione rimborsa il 60% della spesa di installazione dell’impianto dell’allarme in 60 giorni. Il 50% nel caso venga scelta un’azienda al di fuori del proprio Comune. In questo modo si muove l’economia
e si incentiva alla sicurezza.

 

Ricerca e sviluppo: come e su cosa sta investendo Global Security?
Investiamo sempre sulla tecnologia per migliorare il prodotto. Ogni 6 mesi ci ritroviamo con il nostro fornitore che ci da molto ascolto in quanto siamo tra i maggiori installatori  dei  suoi  impianti.  Allacciamo  circa  500  impianti  di allarme all’anno, e inevitabilmente raccogliamo le nuove esigenze delle persone, le esperienze, i bisogni che poi condividiamo con chi produce e insieme cerchiamo di trovare sempre nuove soluzioni.

 

 

 

Un allarme è sempre collegato alle forze dell’ordine o ad un istituto di vigilanza?
Molto poco in realtà, anche se noi lo consigliamo e il collegamento alle forze dell’ordine è un servizio assolutamente gratuito da qualche anno a questa parte. Certo, un impianto collegato direttamente con la polizia deve rispondere a certi requisiti e rispettare alcune normative precise. La maggior parte degli impianti è collegato a istituti di vigilanza o direttamente alla linea telefonica del proprietariodell’abitazione che può intervenire direttamente o mandare qualcuno a verificare cosa sta accadendo in casa sua. Indubbiamente non ci è dato di sapere cosa scatta nellatesta del ladro, di sicuro però lui non è a conoscenza di cosa accadrà dopo che l’allarme è scattato e chi è stato allertato, vorrà solo dileguarsi il prima possibile. La cosa importante è che se noi siamo in casa mentre qualcuno tenta di forzare una finestra o una porta per violarci, con lo scattare dell’allarme non saremo presi alla sprovvista e potremo agire di conseguenza.
 

Un aneddoto divertente capitato in questi anni di attività?
Aneddoti  ne  avremmo  un’infinità,  tempo  fa  ci  capitò  un cliente per esempio che aveva riempito il terrazzino e l’ingresso di casa con decine di bottiglie di vetro pensando di scongiurare così l’intrusione da parte di estranei. Un effetto domino con tutto il rumore del caso si sarebbe creato cozzando contro una sola di quelle bottiglie. Un sistema machiavellico e non troppo pratico, ma decisamente comico.

 

Quali sono le prospettive per il futuro della vostra attività?
Vorremmo espanderci ad altre regioni del nord Italia. Siamo certi della qualità dei prodotti che offriamo e la soddi sfazione dei nostri clienti è la forza e l’incentivo alla crescita di cui abbiamo bisogno.

 

Come concludiamo questa chiacchierata Andrea?
Nonostante la situazione critica in cui versano le nostre città sul fronte sicurezza e nonostante la nostra attività in un certo senso tragga beneficio da questo stato delle cose, il nostro augurio è che la situazione possa migliorare per riprenderci tutti un po’ più di serenità e poter vivere con meno paura per noi, i nostri figli e i nostri genitori anziani bersaglio di troppe canaglie. Ringrazio tutti i collaboratori di Global Security che in questi anni hanno lavorato con passione e professionalità, con impegno e dedizione, con serietà e coscienza, cercando di consigliare al meglio i clienti. Ringrazio tutta la nostra clientela per la fiducia che continua a riporre nella nostra azienda. Sono consapevole che mettere la propria vita e la vita dei propri cari nelle nostre mani, concretizza un azione di fiducia immensa, che solo a pochi viene riservata.

Andrea la ringraziamo per la disponibilità e per averci dato l’opportunità di approfondire la conoscenza del suo settore lavorativo. Siete una bella realtà, un’azienda dinamica e sana alla quale auguriamo di crescere e ampliarsi anche perché questo significherebbe più case e più famiglie che dormono sonni tranquilli.







Massimo Michielan

Massimo  Michielan  nasce  a  Camposampiero  nel  1967  in  una  famiglia semplice  ma  concreta,  il  cui  valore dominante  è  l’impegno,  soprattutto lavorativo. Il padre, noto imprenditore, alla fine degli anni ‘80 cede la sua azienda leader nella grande distribuzione in Veneto e prosegue con altre attività imprenditoriali tra cui alcune nel  settore  immobiliare,  apre  anche un’agenzia per la commercializzazione del suo prodotto. Massimo a soli 23 anni, si inserisce nell’attività dell’agenzia dando inizio ad una gestione più innovativa, immettendo anche immobili di terzi ed ampliando le zone di lavoro. Nel 1993 Massimo apre la seconda agenzia immobiliare a Santa Maria di Sala e nel ‘95 la prima di 7 agenzie a Mestre, con la sorella Antonella, il fratello Piersandro ed il cugino Andrea.
Nell’arco  di  pochi  anni  il  numero  di  uffici  Planning  Pool dislocati sul territorio divennero 15 con il supporto di 55 collaboratori. Oggi la politica è cambiata, gli uffici sono 3, Massimo ha scelto di centralizzare e concentrare le forze. Uffici dalle metrature più ampie e spazi più generosi, senza la dispersione di tante location. Infatti i collaboratori non si sono ridotti di molto. Le risorse sono solo concentrate, trovando  maggiore  soddisfazione  nel  gioco  di  squadra  e ottenendo migliori e maggiori risultati.

 

Massimo hai una storia lunga e importante alle spalle. Il ruolo dell’agente immobiliare è divenuto sempre più sfaccettato negli ultimi anni, qual è il tuo stile e la tua interpretazione oggi di questo mestiere?
Il  ruolo  dell’agente  immobiliare  è  cambiato  moltissimo. Negli anni ‘90 quando cominciai questo lavoro eravamo dei meri venditori, oggi è necessario essere dei consulenti. Il mercato  chiede  più  professionalità  e  più  servizi,  non  intesi  come  la  possibilità  di  aiutare  il  cliente  a  ottenere  il mutuo o un preventivo notarile, cosa che la maggior parte dei clienti è in grado di procurarsi da solo, bensì servizi di altro livello, utili e addirittura fondamentali per vendere gli immobili. In questo caso la mediazione non viene vissuta come un costo ma come il pagamento di un servizio atto a realizzare nel minor tempo, il massimo risultato.

Quali servizi offre Planning Pool?
Oltre ai tradizionali appena menzionati, noi ci concentriamo molto su tutte quelle attività che ci portano a vendere il prima possibile gli immobili affidateci. Come il DHS (digital home staging), che è un sistema attraverso il quale la planimetria catastale viene rielaborata. La affidiamo ad uno studio di architettura composto da ben 9 professionisti che analizzano gli spazi e in 48 ore formulano la prima bozza della  casa  arredata.  Il  Servizio  Fotografico  Professionale, nel caso in cui la casa sia bella e ben arredata. Un servizio fotografico realizzato da un fotografo professionista che scatta foto di qualità, con la corretta prospettiva, la giusta luce, rendono moltissimo nel web o stampate su carta e aiutano  a  proporre  al  meglio  l’immobile.  Nel  caso  in  cui invece l’abitazione sia da ristrutturare procediamo con la realizzazione di un Render, mostrando come si trasformerà la casa dopo un eventuale restauro. Questo è molto utile per  l’utente  con  poca  fantasia  che  non  riesce  ad  immaginarsi  l’immobile  ristrutturato.  In  questo  caso  forniamo anche i costi relativi al restauro così sarà più facile capire l’entità dell’investimento complessivo a cui si dovrà andare incontro. Inoltre da questo mese è attivo un nuovo servizio,  lo  Show  casa,  ovvero  un  filmato  tridimensionale  che ci  accompagnerà  in  una  passeggiata  virtuale  in  ogni  angolo della casa. È inviabile mezzo whatsapp, è interattivo, si possono ingrandire delle aree, visualizzare i dettagli. E’ uno strumento strepitoso, utilizzato negli Stati Uniti, chiaramente adatto ad abitazioni belle e ben arredate.


Com’è l’andamento del mercato immobiliare con particolare riferimento alla provincia di Venezia? Che cosa cercano i compratori? E cosa cercano invece i venditori?
Il 90% del mercato è costituito dal “cambio casa”. Questo complica alle volte le situazioni perché per chiudere un affare il cliente deve vendere e comprare. Chiaramente chi vuole vendere immobili acquistati nel 2006- 2007 durante la bolla immobiliare, con mutuo ventennale o trentennale è molto difficile da accontentare, perché spesso le somme residue non sono coperte dal prezzo di realizzo odierno. Nel resto dei casi riusciamo a trovare soluzioni per tutti. I compratori cercano buoni affari e oggi effettivamente se ne possono fare, i venditori cercano di realizzare quanto più possono dalla vendita del loro immobile anche se devono accettare che le quotazioni negli ultimi anni sono ribassate.

 

Il  rent  to  buy  va  piuttosto  di  moda.  Di  cosa  si  tratta,  lo consiglieresti e a chi?
Il  rent  to  buy  non  è  una  novità.  E’  il  sistema  che  veniva utilizzato per gli alloggi popolari, dopo un determinato periodo di affitto c’era la possibilità di riscattare l’immobile. Nella nostra realtà aziendale non è un prodotto molto interessante visto che operiamo per lo più con privati che vendono la loro abitazione per acquistarne una diversa. In Planning Pool ci avvalliamo del Sell & Rent, spesso utilizzato nel caso di vendita di immobili liberi e non abitati. Consiste nel porre in vendita l’alloggio e contemporaneamente renderlo disponibile all’affitto turistico. In questo modo riusciamo a garantire, oltre alla rendita che copre i costi di gestione di un alloggio vuoto, come per esempio il riscaldamento centralizzato, il perfetto mantenimento dell’abitazione dato che ogni 3-4 giorni viene pulita e riassettata. E’ un’opportunità che riusciamo a offrire alla nostra clientela  grazie  al  fatto  che  l’affitto  turistico  è  un’attività  che gestiamo con il brand “Rent In Venice”, in collaborazione con Francesco Beraldo. Questo servizio ci fornisce un giro notevole di immobili e clientela che in parte riusciamo a dirottare, al bisogno, anche su altri immobili la cui destinazione principale non è l’affitto turistico ma può essere una soluzione temporanea in attesa dell’acquirente giusto.

 

Quali sono le difficoltà più grandi alle quali  deve far fronte il settore?
A livello gestionale l’elevata burocrazia a cui siamo sottoposti. Sotto il profilo lavorativo, convincere il proprietario delle  attuali  quotazioni  di  mercato.  Quando  ci  riusciamo l’immobile si vende. C’è l’acquirente per ogni immobile, al giusto prezzo.

 

Quali sono alcune occasioni appetibili sul mercato locale?
Le occasioni oggi sono moltissime, anzi direi che l’offerta si sta avvicinando alla richiesta, in particolare per l’acquisto di case degli anni ‘70 perché hanno subìto un abbattimento di prezzo notevole, scontrandosi con le nuove concezioni di case classificate in classe “A”. Questi immobili si prestano molto ad essere riconvertiti con un restauro sfruttando le agevolazioni fiscali per la detrazione sulla ristrutturazione da parte dei privati.

 

Quindi acquistare una casa conviene ancora? I prezzi degli immobili torneranno a salire o scenderanno ulteriormente?
Oggi  il  prezzo  di  mercato è  allineato  con  la richiesta, a nostro avviso le quotazioni per i prossimi  2-3  anni  non  subiranno  un  incremento, di  conseguenza  questo è  un  ottimo  momento per  acquistare  immobili. Probabilmente  passato questo  periodo  ci  sarà un rialzamento anche dei valori ma si tratterà di un processo lento e che dipenderà molto dall’incremento  del  potere  d’acquisto  delle  famiglie.  In alcune zone, dove il mercato non è adeguato alla richiesta, probabilmente potranno ancora scendere come Noale, Santa Maria di Sala e Scorzè. Ma nel resto della provincia occidentale attualmente i prezzi si sono stabilizzati e grossomodo sono tornati a essere quelli prima dell’euro.

 

Prima di mettere un immobile sul mercato per venderlo è imprescindibile valutarlo e formularne un prezzo di vendita. Immagino non sia facile eseguire una quotazione, su quali parametri vi basate e perché spesso gli utenti si trovano di fronte ad agenti immobiliari che sono in disaccordo sul valore da attribuire?
E’ fondamentale porre la propria attenzione su una valutazione seria e concreta, il prezzo di vendita è determinante oggi, un immobile immesso sul mercato ad un prezzo non corretto, per quanto bello e ben fatto, non viene preso in considerazione. E’ importante oggi come non lo è mai stato fissare un prezzo veritiero e di mercato, che viene determinato  soprattutto  dall’esperienza  pratica  dell’agente immobiliare e dei reali prezzi di vendita delle transazioni. Non voglio entrare nel merito dei colleghi che svolgono il mio stesso lavoro, ciascuno adotta una sua politica commerciale,  dico  solo  che  oggi  la  cosa  più  importante  è  la conoscenza del mercato e la chiarezza. Noi utilizziamo un nostro software che ci permette di avere in tempo reale le quotazioni medie di vendita quartiere per quartiere di tutti gli immobili pubblicati online. Incrociando tutti i dati pubblicati online e le richieste dei clienti, riusciamo a stabilire quotazioni di vendita che si scostano molto poco dal prezzo effettivo di realizzo. Infatti il 90% delle proprietà affidate a noi in esclusiva trovano un acquirente. Ci sono tre tipi di prezzi: il prezzo atteso – ciò che desidera realizzare il venditore – il prezzo di stima - dato dalle agenzie immobiliari - e infine il prezzo di realizzo. Dal primo all’ultimo mediamente per gli immobili invenduti c’è un 30% di differenza. Chiaramente molte valutazioni fatte dai miei colleghi non sono pertinenti,  probabilmente  anche  condizionate  dal  volere  dei proprietari. La stima deve tener conto della domanda – che incide sulla quotazione almeno per l’80% - del tipo di zona, del valore medio a cui sono stati venduti gli immobili in quell’area, dallo stato e dall’età dell’immobile. Questa è la ragione per cui è preferibile affidare la valutazione di una proprietà a chi conosce realmente il mercato: un agente immobiliare.

 

Cosa consiglieresti a chi vuole acquistare un’immobile per specularci?
In questo momento neppure le aste. A meno che non si tratti di lotti importanti, o interi complessi. Per se stessi, avendo la liquidità, si possono fare degli affari ma non c’è margine per una speculazione.

 

E del settore Commerciale cosa ci racconti, lo tratta la tua agenzia?
Molto poco, a causa del mercato ma anche e soprattutto perche  ci  siamo  specializzati  nel  mercato  residenziale.  Il settore commerciale è ancora in una forte fase di stallo.

 

Riusciresti a sintetizzare in poche parole cosa dovrebbe rappresentare oggi il web per un’agenzia immobiliare? E la carta? Intesa come riviste specializzate, volantini, brochure etc.
Dipende molto da che piano strategico si stabilisce per la propria azienda. La cosa migliore è essere presenti su tutti i  mezzi.  Non  sempre  è  possibile.  I  nostri  piani  strategici, sempre di durata biennale se non triennale, contemplano sicuramente il web inteso come siti ma soprattutto come presenza nei social. E’ appena partito un nuovo progetto relativo  al  social  media  marketing  sul  quale  confidiamo molto. Importanti ma difficili da realizzare sono gli eventi,  momenti  ricreativi  dove  coinvolgere  i  clienti  e  i  molti professionisti che gravitano nel mondo della casa per uno scambio di conoscenze e idee sempre molto utili. La carta per la pubblicità istituzionale e di brand è di rilevante importanza, ma anche il vecchio volantinaggio per esigenze specifiche va benissimo. Insomma tutto ha la sua utilità ma nulla va lasciato al caso.

 

Perché oggi, con gli strumenti che tutti noi abbiamo a portata di mano, dovremmo ancora rivolgerci ad un agenzia immobiliare per acquistare o affittare una casa ed escludere un “fai da te”?
Dovresti  chiedermi  perché  ci  si  dovrebbe  affidare  ad  un agente Planning Pool! Ti rispondo che, per chi vende, analizziamo il mercato, formuliamo stime realistiche, studiamo piani di marketing adeguati per ogni immobile, cerchiamo il confronto. Chiaramente verifichiamo tutta la situazione burocratica dell’immobile (conformità, situazione ipotecariea ecc). Per chi compra analizziamo il progetto – questo è effettivamente - verifichiamo insieme il mercato e la fattibilità, non ci limitiamo a “mostrare case”. Questa è la differenza rispetto alle altre agenzie. Nel vasto mercato delle agenzie immobiliari chi adotterà questo stile avrà un futuro roseo. L’acquisto di un immobile, la maggior parte delle volte,  vede  l’acquirente  impegnato  per  i  successivi  20/30 anni ed un consiglio corretto può cambiargli la vita in meglio.

 

Come vuoi concludere Massimo questa intervista?
Ringraziando come imprenditore i migliaia di clienti che in 25 anni di attività si sono affidati alla nostra azienda per soddisfare un’esigenza abitativa; tutti i miei collaboratori, senza   il  loro  impegno,  la  pazienza  e  la  determinazione, Planning Pool non avrebbe raggiunto tanti importanti risultati. Come padre, marito, fratello e figlio non posso che ringraziare la mia famiglia, che mi sopporta e supporta in tutto,  ma  particolarmente  sento  di  inchinarmi  dinanzi  a mio padre Giovanni e a mia madre Elsa per avermi dato le capacità, la determinazione, la pazzia e la costanza, anche nei momenti difficili, di perseguire i miei obiettivi.

 

Grazie Massimo, ci conosciamo da tanti anni quindi non posso  non  nascondere  la  stima  e  l’ammirazione  per  un imprenditore che, nonostante le oscillazioni del mercato, ha  sempre  saputo  trovare  idee  e  mezzi  per  essere  sulla cresta dell’onda, con trasparenza, lealtà e la forza di chi sa innovare e trovare le migliori soluzioni, sempre.







Bebe Vio

IL RITRATTO DI UNA CAMPIONESSA

Prima l’Italia nel 2012, poi l’Europa nel 2014 e, qualche mese fa, a cadere ai suoi piedi è il Mondo. Sì, il piccolo carro armato biondo è salito sul gradino più alto del podio iridato ad Eger, in Ungheria, sbaragliando tutte le avversarie e conquistando l’oro. La sua storia ha fatto breccia in migliaia e migliaia di cuori, è passata di persona in persona, ha lasciato in ognuno di noi un sentimento d’orgoglio. A 11 anni è stata colpita da una meningite dalla quale si è miracolosamente salvata, e ora, lo stesso destino che l’ha privata degli arti, sembra volerla ripagare.

 

Quali sono state le emozioni che hai provato durante questo mondiale, gli attimi più belli?
Beh, vincere un mondiale è di sicuro un’emozione unica, come se tu fossi a capo del Mondo con nessuno al di sopra. Nella fase a gironi ero convinta di aver tirato come fossi Dio, anche se, secondo Simone (l’allenatore di Bebe, n.d.r.), non ero concentrata. Ha iniziato a spronarmi ancora di più, dicendomi che questo mondiale non me lo avrebbe regalato nessuno. Sono state critiche che mi hanno mandata in crisi, hanno spazzato via qualsiasi convinzione. Oltretutto ero anche nel girone più forte. Contro la Chang, la cinese vincitrice dell’ultima olimpiade, ho iniziato a tirare male per un insieme di fattori psicologici, non riuscivo a focalizzare la vittoria e stavo costantemente pensando a tutti gli sbagli fatti nei precedenti incontri. In poche parole, l’accesso alle fasi finali me lo sono sudato, e sicuramente devo tutto al mio allenatore che non ha mai smesso di motivarmi. In finale ero contro un’ungherese e di quell’incontro ricordo solo le urla di sfogo dopo i punti. Ero in trance agonistica, mi giravo verso il tabellone segna punti ma non riuscivo ad interpretare il punteggio. Vedevo i numeri, ma non riuscivo a dar loro un significato. Ero sempre convinta di essere sul filo del rasoio, di essere punto a punto, e solo dopo un paio d’ore mi hanno detto che ho vinto la finale per 15 punti a 4.

 

A livello mentale, oltre allo sprone del tuo allenatore, cosa ti spinge a ingranare quella marcia in più?
Sono sempre stata la più piccola della squadra Assoluti e, di conseguenza, ho sempre avuto la paura di non riuscire ad essere all’altezza delle situazioni. Molti dei miei compagni di team si chiedono come faccia a non aver mai paura. La realtà? Anche io sono umana, e la sento anche troppo, ma una delle mie qualità è quella di riuscire a trasformare queste paure in adrenalina, e successivamente in fame di vittoria. La scherma verte tutta su questioni mentali, è una disciplina molto meno fisica rispetto ad altri sport. Durante la gara si urla moltissimo, proprio per sfogare la tensione. Il mio trucco, mentre sono in pedana a tirare, è ripetermi continuamente di essere cattiva e cazzuta, senza farmi sentire da nessuno. Resta il fatto che io posso ancora vivere la scherma in maniera molto più tranquilla rispetto ai professionisti, perché se loro dovessero perdere qualche incontro rischierebbero danni economici, come l’abbandono degli sponsor o di finanziamenti particolari. Per me la scherma rimane ancora quella passione che ho sempre avuto, sin da piccola. È come se fosse la mia droga, molto più di un hobby. Non ho mai avuto pressioni da parte di terze parti quindi, finché questo mi sarà permesso, me la godrò fino alla fine.

 

Cosa ti porti dentro della scherma?
Tutte le emozioni che si provano in quei due minuti sulla pedana. Il passo, dall’agitazione che senti salire poco prima della gara, al momento in cui ti trasformi in una belva da combattimento, è veramente breve. Come se esplodesse una vera e propria bomba. Non so se l’hai mai notato, ma tutti gli atleti piangono e urlano nella scherma, indipendentemente dalla vittoria o dalla sconfitta. Hai quei due minuti dove ti ritrovi a dare tutto, e poi un’ora e mezza dove ti devi riprendere mentalmente. In questo sport non devi pensare, ma solamente fare, a prescindere che tu sia un atleta molto tecnico oppure più preparato fisicamente. In realtà la mia scherma non è né tecnica né programmata, io vado dove mi porta il cuore. Sono molto istintiva.

 

Vediamo Beatrice Vio da un altro punto di vista: anche le campionesse hanno degli hobby?
Sono sempre stata una che si allena poco rispetto agli altri. Battute a parte, io sono una di quelle agoniste che frequenta ancora la scuola, faccio grafica pubblicitaria al San Marco di Mestre, e questo mi ruba un sacco di tempo rispetto ai moltissimi atleti che si allenano durante la mattina. Poi c’è la nostra associazione, la Art4Sport, che mi impegna tutti i weekend, infatti il mio prossimo fine settimana libero è il 12 Luglio del prossimo anno. Sono sempre lontana da casa, non esco qui a Mogliano da moltissimo tempo. È comunque una vita che mi piace tantissimo, la mia è diventata una sorta di missione: se posso fare qualche cosa per aiutare una persona in difficoltà, con convegni, seminari e quant’altro, ne sono veramente orgogliosa e felice, perché so di poter donare felicità alle altre persone. È una sorta di egoismo buono, e auguro a tutti di esserlo in questo senso. Più che altro i miei hobby hanno sempre trovato applicazione in qualcos’altro, ad esempio mi è sempre piaciuto tantissimo disegnare, da sempre mi sono impegnata a fare grafiche per l’associazione.
Quindi, tempo libero pochissimo, nemmeno per fare shopping. Oggi avevo mezz’ora di tempo e mi sono riguardata la puntata di xFactor che avevo perso l’altra sera. Il mio freetime lo passo principalmente dormendo, vista la quantità di energia che consumo, dovrò pur recuperarla, no? Posseggo il magico potere di riuscire ad addormentarmi in qualsiasi posto a qualsiasi ora.

 

Parliamo invece del tuo libro…
Non so se può essere una cosa a mio favore, ma dicono, almeno per chi l’ha letto, che assomiglia a una droga. Appena si inizia la lettura, ci si lascia trasportare dagli eventi. A dir la verità sono rimasta molto sorpresa quando mi è stato spiegato il perché avrei dovuto pubblicare un libro, anche se io inizialmente ero contraria. Capita spesso che, da quando le persone sono venute a contatto con la mia storia tramite televisione o carta stampata, mi contattino per delle spiegazioni tecniche che io non so dare. Questo libro riguarda principalmente la malattia che ho dovuto affrontare, io non ne parlo mai e non perché mi dia fastidio, ma perché non voglio essere la protagonista di una storiella strappalacrime. Quando parlo della mia vita voglio trasmettere l’energia che ho dentro e lo stimolo a darsi una svegliata, a non aspettare, è questo che mi rende orgogliosa. Ho odiato moltissime trasmissioni di cui sono stata ospite perché volevano impostare la classica puntata volta a impietosire il pubblico. In realtà a me non piace parlare di quello che c’era prima della malattia, ma molto di più di quello che è accaduto dopo e di come ora io mi stia impegnando per aiutare gli altri. Il libro è servito a creare più consapevolezza sulla meningite, a sensibilizzare le persone sulle varie forme esistenti e sul relativo vaccino. Io dico sempre che, per certi versi, la malattia mi ha aiutata a crescere, perché mi ha fatta maturare in un soffio, mi ha fatto comprendere dei particolari che prima non riuscivo nemmeno a vedere. Altra cosa fantastica è stata entrare nel mondo paralimpico, bellissimo per il semplice fatto che ci sono sportivi anche con problematiche molto serie, che ci mettono diciottomila volte la grinta di uno sportivo qualunque. Riuscire a vedere come si impegnino a fare molto di più per loro stessi è fenomenale. Insomma, questo mio libro è sì composto dalla parte sulla malattia, ma parla anche molto di scherma, e sono felice perché sta riscuotendo un bel successo.”

 

Quanti sogni hai già depennato?
Più che di sogni credo si possa parlare di obiettivi, perché nemmeno ci provi a raggiungere un sogno, mentre un obiettivo, quando lo imponi a te stesso, fai di tutto pur di riuscire a conquistarlo. Tirare di scherma contro la Vezzali ed il Mondiale sono stati solo alcuni degli obiettivi che ho depennato. I prossimi saranno quelli di trasferirmi a Milano e frequentare l’università alla Cattolica, sempre che riesca a raggiungere il diploma di maturità. Magari anche un impiego in Sky. Anche la qualificazione a Rio 2016 era un obiettivo: volare in Brasile e non essere in vacanza sembra un paradosso, non trovi?

 

E per finire, come sarà il tuo futuro?
Quando un giorno, e spero non arrivi mai, mi stancherò di tirare con il fioretto o non mi divertirò più, credo smetterò, senza nessun rimpianto. Punto molto sulla scuola e sulla mia istruzione, voglio proseguire negli studi nell’ambito della comunicazione grafica e pubblicitaria, perché comunque non durerà per sempre questo successo nello sport, e soprattutto non voglio ritrovarmi come molti sportivi post-carriera a commentare incontri in televisione. Vedo la piccola Bebe come capo di SkySport, dopo l’ultima olimpiade in cui combatterò, a Roma nel 2024, e diventare presidente del comitato paralimpico e del Coni, per poi fonderle in un unico organo.

 

Grazie Bebe, e non solo per l’intervista. Venire a contatto con questa tua strabiliante energia è stato un immenso piacere. Il tuo sorriso possiede la forza di chi, dopo mille battaglie contro tutto e tutti, ne è uscita trionfante.







Andrea Saba

Andrea Saba, giovane Manager sardo proveniente da un paese della provincia di Sassari, si laurea con lode nel 2001 a Pisa presso la Facoltà di Scienze Politiche, consegue un Master in Comunicazione e Gestione dell’Impresa Bancaria e Assicurativa e, in abbinamento al Continuing Management Education, si specializza in Marketing e Management Odontoiatrico presso Arianto srl, Società di Consulenza di Direzione per le aziende sanitarie pubbliche e private, leader nel panorama nazionale, fondata dal Prof. Antonio Pelliccia.

 

Dal 2012 opera nel mercato odontoiatrico e dal 2014 collabora con un noto Gruppo di strutture odontoiatriche: Dentalcoop che nasce in Veneto nel 2004. Consulente e Manager di Direzione Centrale per le strategie d’Impresa del Gruppo Dentalcoop è specializzato in start-up ed organizzazione aziendale.

 


Andrea qual è il suo ruolo oggi in Dentalcoop?
Sono Business Development Manager, responsabile della Holding LOVIC, Cofounder del Gruppo Dentalcoop, società, all’interno del network che rappresenta la Direzione Centrale e che esercita il coordinamento delle Unità Locali di proprietà. La capogruppo è specializzata in Comunicazione & Marketing, Controllo di Gestione, Formazione, Qualità e Sicurezza.
 

In particolare di quali attività è responsabile?
In particolare sono responsabile dello sviluppo del business, sia attraverso il mantenimento e l’incremento delle attività esistenti sui mercati attivi, sia attraverso la ricerca di nuovi mercati; mi occupo di analisi della redditività e della soddisfazione dei pazienti; di analisi delle proprie metriche, del “benchmarking” dei mercati di riferimento e dei maggiori competitors per migliorare le performance.
 

Il mondo dell’odontoiatria è molto cambiato nell’ultimo decennio. Un tempo c’era il dentista di paese che negli anni veniva sostituito dal figlio più o meno bravo. Oggi assistiamo alla nascita di molti centri, tutti si dicono specializzati. Come aiutare un utente a scegliere a chi affidarsi?
Il mercato odontoiatrico è uno dei più complessi settori dell’intero sistema sanitario. La sua posizione di frontiera tra attività commerciale e sanità lo pone al centro di politiche variegate e problematiche differenti. Negli ultimi 5 anni si è generata una corsa al ribasso delle tariffe e sono sorti diversi competitors, non solo in Italia, come le cliniche dell’est Europa che hanno puntato esclusivamente alla promozione dei servizi facendo leva prevalentemente sul prezzo, con tariffe molto aggressive. Alla crescente domanda di prestazioni odontoiatriche di medio-alta qualità a prezzi accessibili alla collettività, solo alcuni players del mercato italiano, tra cui il Gruppo Dentalcoop, hanno saputo rispondere con un incremento dell’offerta sia in termini quantitativi che qualitativi. Il Gruppo Dentalcoop ha voluto generare un tipo di offerta che coniugasse qualità e prezzo e che propendesse a sviluppare un rapporto duraturo nel tempo con i pazienti.
 

Ci descriva l’attività di Dentalcoop.
Dentalcoop è un’azienda tutta italiana che vanta un’esperienza di oltre 10 anni nel settore dell’odontoiatria, con una particolare attenzione all’implantologia e alla riabilitazione protesica, nata dalla collaborazione tra imprenditori e medici italiani allo scopo di offrire prestazioni di altissima qualità a prezzi accessibili all’intera collettività. Rappresenta un network che ha saputo sfruttare la forza della cooperazione, il know-how comune e un maggiore potere d’acquisto, garantendo un notevole contenimento dei costi per i pazienti.
 

Quando nasce e dove?
Nasce nel 2004 come seguito dell’esperienza di successo del progetto di espansione di due signori veneti: Paolo Massili e Maurizio Magnolato; la prima clinica nasce a San Donà di Piave, in provincia di Venezia, grazie alla lungimiranza dei due imprenditori che, avendo compreso il cambiamento in atto nel mercato odontoiatrico, hanno dato vita al prototipo di un modello organizzativo ad alta efficienza, fondato sul concetto “alta qualità personalizzata a prezzi competitivi”, quindi accessibili ad una fascia di popolazione molto ampia. L’equipe di oltre 1000 persone tra medici, assistenti, igienisti ed amministrativi altamente qualificati e continuamente aggiornati, garantisce servizi di qualità, sicuri e duraturi nel tempo con tecniche efficaci, innovative e all’avanguardia.
 

Qual è la filosofia di lavoro in Dentalcoop?
Le strutture DENTALCOOP vogliono che il paziente sia in prima linea nella creazione del suo sorriso. Basano la loro filosofia di lavoro su un rapporto di fiducia e collaborazione tra medico e paziente, per creare un’esperienza in cui andare incontro nella maniera più adeguata alle esigenze del paziente, proponendo un piano di trattamento personalizzato. Il cardine dell’attività del Gruppo si basa sulla formula della Cura e Prevenzione Integrale: ad ogni paziente viene sempre effettuata una visita specialistica accurata e completa, con l’obiettivo di individuare tutte le patologie presenti e prevenire l’insorgere di problematiche più gravi.
 

Quali sono gli obiettivi di Dentalcoop?
Senza dubbio coprire il territorio nazionale con una rete collegata di strutture odontoiatriche. Ad oggi i centri aperti sono oltre 60; continuare ad erogare prestazioni odontoiatriche di alta qualità a prezzi competitivi e proporre convenzioni con enti, associazioni, comunità e aziende, favorendo lo sviluppo dell’assicurazione integrativa.
 

Come si conciliano prestazioni di elevata qualità e prezzi competitivi? Il detto “chi più spende, meno spende” in questo caso non si applica?
Il modello organizzativo del Gruppo Dentalcoop è basato sull’aziendalizzazione di un servizio che, fino a pochi anni fa, era prerogativa di una casta chiusa che imponeva tariffe e servizi non sempre adeguati ai prezzi praticati e che ostacolavano per tale motivo l’accesso alle cure preventive. Le tendenze del mercato hanno imposto un cambiamento di mentalità e di interesse verso soluzioni che muovessero le leve necessarie per ottimizzare processi e procedure, mettendo in comune esperienze e risorse, attraverso necessarie politiche e strategie di economia di scala che facilitassero l’accesso alle cure.
 

Quali sono i punti di forza Dentalcoop?
Un’equipe medica specializzata nei diverse branchie dell’odontoiatria, in grado di rispondere ad ogni esigenza del paziente, l’utilizzo di nuove tecnologie e innovative metodologie di trattamento, disponibilità e puntualità degli appuntamenti. E ancora, dettagliata anamnesi conoscitiva del paziente, visita con telecamera intra-orale; utilizzo di video-radiografie più documentazione fotografica digitale.
Utilizzo di materiale e strumentazione odontoiatrica altamente qualificata e certificata dai fornitori ufficiali.
Gestione dei preventivi in accordo con il paziente, con tipologie di pagamento e scadenziario personalizzato.
 

I vostri centri sono predisposti ad accogliere anche i bambini o sono specializzati a trattare prevalentemente un pubblico adulto?
I servizi odontoiatrici che noi eroghiamo sono caratterizzati da un’odontoiatria a 360° per tutte le fasce di età, con particolare attenzione ai bambini, agli anziani, e ai diversamente abili. Con il programma “Carie Zero” le famiglie entrano a far parte di un progetto finalizzato alla prevenzione: il bambino dai dai 4 ai 14 anni viene seguito con un programma personalizzato che comporta visite periodiche e lezioni di igiene orale. Usufruendo di tale progetto gli adolescenti cresceranno con una dentatura sana ed esteticamente gradevole. Inoltre la creazione di una card gratuita, la DENTALCARD, come moderno strumento finalizzato ad offrire alle famiglie vantaggiose condizioni economiche.
 

Nella provincia di Treviso i centri Dentalcoop dove sono ubicati?
A Treviso, Mogliano Veneto, Spresiano, Montebelluna, Castelfranco e Vittorio Veneto, in provincia di Venezia siamo presenti a Mirano, Chioggia, Venezia e San Donà di Piave.
 

Dott. Saba la ringraziamo per averci parlato con trasparenza e chiarezza. Sicuramente questo suo intervento avrà dissipato i molti dubbi e le tante domande che assalgono chiunque abbia necessità di rivolgersi a un medico odontoiatra. Un bisogno che minimo una volta all’anno abbiamo tutti. A lei vanno i nostri complimenti per la sua carriera e i percorsi professionali svolti fino ad oggi augurandole un futuro altrettanto brillante.

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Sandro Zara

Sandro Zara, fantasioso imprenditore veneziano, da oltre 50 anni coniuga con maestria costume e moda, grazie ad una grande capacità di innovare, scegliendo il meglio della tradizione. Nasce a Mirano nel 1941, conosciuto principalmente per avere riportato in auge il Tabarro, ancora oggi insieme a figli e collaboratori lavora in azienda con l’entusiasmo di sempre realizzando capi originali anche con i marchi Barena e Cini.
 

Signor Zara, come è nata la sua passione per il settore tessile?
Da ragazzino non ero molto bravo a scuola, troppo vivace e un po’ discolo, così almeno mi descrivevano. Allora mio padre, da sempre amico di Alfonso Coin, tra i fondatori dei celebri grandi magazzini e, all’epoca, presidente dell’Ospedale di Mirano, gli parlò di me. Alfonso mi assunse subito dopo un colloquio durato appena trenta secondi.
 

Ma come, di appena trenta secondi?
Incredibile ma vero, andò proprio così. Alfonso Coin era un grandissimo personaggio, uomo dal felice intuito, rappresentava l’ossatura dell’azienda e nutriva una forte simpatia nei miei confronti. Mi innamorai del suo modo di fare e del settore tessile in sé. Lavoravo a Mestre e a Venezia: mi trovavo molto bene, in negozio Alfonso mi faceva sentire un personaggio, mi coinvolgeva come un adulto ed io ero molto interessato a tutto ciò che riguardava l’attività, tanto che molti pensavano fossi un suo parente. Quando fu aperto il Reparto Confezioni nei grandi magazzini di Mirano decisero di trasferirmi. Ma io non volevo lavorare in paese dove mi ricordavano come un ragazzino un po’ discolo, avrei perso in autorevolezza. Non mi sentivo a mio agio tanto da non riuscire a dare il meglio di me.
 

Quindi chiese di essere trasferito nuovamente?
In realtà, con grande coraggio e un pizzico di quell’incoscienza che mi accompagna ancora oggi, a 21 anni decisi di mettermi in proprio e mi proposi come agente di commercio per il lanificio Eger. Lavorando con questa azienda imparai molto, perché oltre alle confezioni realizzava anche i tessuti. E nel corso di tale esperienza rimasi definitivamente affascinato dal mondo del tessile e in particolare dalle materie prime utilizzate, soprattutto dalle lane.
 

Di che periodo stiamo parlando?
Era il 1961, cominciava a sentirsi la ripresa, c’era fermento, il terribile periodo della guerra si era concluso da poco più di 15 anni e fino ad allora gli acquisti erano indirizzati soprattutto a ciò che era assolutamente necessario, la gente aveva poco o nulla. Mentre lavoravo ancora con Eger fondai Bancarella Kilt. All’epoca andavano di moda i tipici gonnellini scozzesi, ma i tessuti presenti sul mercato erano “pettinati”, quindi risultavano freddi una volta indossati. In realtà non inventai nulla ma ebbi l’idea di apportare alcune modifiche che ne decretarono un successo travolgente. Stilisticamente introdussi le “pence” in quanto il kilt originale è una gonna da uomo ed ha quindi un taglio diritto, mentre le modifiche introdotte lo rendevano più adatto ad essere indossato dalle donne. Questo non sarebbe bastato se, grazie all’esperienza maturata nel tessile con Eger, non avessi avuto l’idea di utilizzare un tessuto per giacca da uomo molto morbido, il lambswool, una fibra proveniente dalla prima tosa di agnellini di sei-otto mesi, dando sfogo poi alla fantasia nella scelta dei disegni e dei colori. Fu l’uovo di Colombo.
 

Una novità all’epoca rivoluzionaria, ebbe molto successo?
Questa gonna ebbe un successo superiore a qualsiasi aspettativa. Interessai alcuni artigiani locali che sposarono l’idea, iniziammo a collaborare e  il  prodotto  decollò.  Con  Bancarella Kilt coinvolsi un vecchio amico, Giorgio Zava-Cini, titolare a Vittorio Veneto del Lanificio Cini che già produceva, fra l’altro, tessuti in lambswool per giacche da uomo e lo convinsi ad aprire una nuova linea dedicata ai tartan. Ne creai di nuovi rivisitati nei disegni, nei colori e nella morbidezza per adattarli al pubblico femminile. Andammo avanti insieme per molto tempo.
 

Sento una nota di nostalgia riguardo al Lanificio Cini, fu una collaborazione importante?
Assolutamente sì. Tra l’altro il marchio Cini ora ci appartiene, è depositato in tutto il mondo e lo utilizziamo per produrre capi speciali per pochi selezionati clienti. La storia del Lanificio Cini risale addirittura all’Ottocento. Nel 1827 Giacomo Tarma, produttore di cordami in canapa a Venezia, decide di fare un salto di qualità con una nuova azienda. A San Giacomo dell’Orio apre un laboratorio dove inizia a produrre “strasse, rasse, felzine e schiavine”, tessuti e panni pesanti, fra cui quelli per coprire il felze, la cabina in legno delle gondole. Fin dal principio con Giacomo Tarma lavora Francesco Cini, nipote della governante, ma da lui considerato come un figlio, tanto che alla sua morte viene nominato erede universale. Al di là dell’affetto nei suoi confronti, Giacomo Tarma vedeva in Francesco Cini l’unico in grado di portare avanti con successo l’azienda. Sul finire dell’Ottocento l’attività viene spostata a Vittorio Veneto. Per la famiglia furono decenni di grandi successi. In tempi relativamente recenti ho avuto modo di collaborare per alcuni anni con il Lanificio Cini e ci siamo aiutati più volte a vicenda. L’ultimo erede, Giorgio Zava-Cini, dopo la chiusura della fabbrica, mi ha portato come riconoscimento per gli anni di collaborazione il suo preziosissimo archivio: c’erano tutte le tavole dei tessuti e le “ricette” per produrli. Un gesto che mi ha commosso e riempito di orgoglio. Così quando abbiamo rilevato  il  marchio  Cini  lo  abbiamo  rilanciato  nel  più  profondo rispetto della tradizione. Infatti, pochi e selezionati clienti sparsi in tutto il mondo, possono acquistare coperte, baschi e vestiti realizzati nel rispetto dell’antica arte laniera che affonda le sue radici nella storia di Venezia.
 

Come proseguì la sua crescita professionale e come andò modificandosi  in  quegli  anni  dato  che  poteva  godere  di risorse economiche maggiori grazie al successo del kilt?
Intrapresi una collaborazione, che prosegue ancora oggi, con la Levi’s Strauss. Iniziai come agente di commercio cercando di piazzare nei vari negozi i primi jeans, tra cui i famosi 501. Ad oggi sono l’unico in tutto il mondo che vanta un così lungo rapporto di collaborazione con l’azienda di San  Francisco.  Iniziai  nel  1972  e  nel  1989  sono  diventato anche il distributore esclusivo per l’Italia dell’intera linea di accessori con lo stesso marchio. Per questa mia collaborazione ultradecennale ho ricevuto anche un particolare riconoscimento da parte del presidente della Levi’s Straus in occasione di una sua visita a Venezia.
 

Negli anni ’70 ci fu il boom dei jeans, come visse questa esperienza?
Premetto che non ho mai abbandonato neanche all’epoca la mia passione per i tessuti, ma servivano molte risorse economiche per svilupparla come sognavo. Quindi la rappresentanza della Levi’s in quegli anni fu per me determinante. Furono clamorosi in termini di vendite i risultati  raggiunti  nel  Friuli-Venezia  Giulia.  Nonostante  l’iniziale scetticismo dei negozianti arrivai al punto che a Trieste facevo arrivare addirittura interi container di jeans. Nei paesi dell’Est impazzivano per i Levi’s, magari faticavano a sbarcare il lunario ma avrebbero fatto carte false pur di avere un paio di jeans della Levi’s. Avevo dei clienti a Trieste che acquistavano  quantità  di  merce  che  superava  di  quattro volte  la  cubatura  del  loro  negozio.  Dalla  Yugoslavia  arrivavano con vestiti leggeri, per ritornare poi nelle loro città indossando anche cinque o sei paia di jeans uno sopra l’altro per evitare di pagare i dazi doganali. Di me parlarono perfino i giornali americani come un fenomeno nelle vendite e naturalmente ebbi il giusto ritorno economico che mi consentì di concentrami sulla mia vera passione.
Come ha portato avanti la sua azienda in quegli anni? Non ho mai abbandonato la passione per il tessile e l’azienda ha due anime. Da una parte la vendita dei prodotti della Levi’s e dall’altra il tessile. Amo i tessuti, cerco la loro storia. Ho un archivio di quasi 600 capi di cui almeno 50 sarebbero da esporre in un museo. Non ho la pretesa di essere uno stilista, ma certamente sono un forte osservatore. Guardo le stoffe, le tocco, le osservo, le annuso, le ammiro. Cerco di capire la loro storia perché in fondo la storia dei tessuti va di pari passo con la storia degli uomini, con le vicende che li hanno visti protagonisti, belle o tragiche che siano. Ed è questo grande amore per i tessuti che mi ha fatto riscoprire il Tabarro.
 

Ci racconti il percorso di riscoperta del Tabarro.
Entrambi i miei nonni hanno combattuto nella Prima Guerra Mondiale, uno dei due nei Balcani. Gli avevo visto addosso il tabarro ma poi l’avevo perso di vista e un po’ dimenticato. È un indumento realizzato con lane povere, le cosiddette lane “ ignoranti”, ma che ha il suo fascino. Un giorno iniziai a pensarci e avviai delle ricerche. Incaricai anche un amico di aiutarmi, ma non fu facile perché molti capi erano stati dimenticati. Anzi, sembrava che la gente non avesse visto l’ora di sbarazzarsene: evidentemente erano associati a periodi difficili di fame e miseria. Abbiamo studiato i costumi di Palazzo Mocenigo sede del Centro Studi del tessuto e del costume, gli archivi di vecchi lanifici ormai chiusi, abbiamo tratto spunti dal Museo del Mare di Chioggia, da quanto abbiamo visto nel corso di alcune ricerche a Parma e a Mantova e da fotografie d’epoca. Io mi diedi da fare per rintracciare dei pastori che producevano la lana in Alpago. Così abbiamo filato e riprodotto esattamente il tessuto dei tabarri della Grande Guerra. Non solo. Da queste ricerche sono nati, anzi sono stati riprodotti dei modelli ai quali abbiamo dato dei nomi non casuali ma riconducibili anche alle modalità e ai luoghi in cui li abbiamo rintracciati. Si figuri  che  ad  un  certo  punto  ho  diffuso  dei  manifesti  in cui proponevo una giacca a vento nuova a chi mi avesse portato dei tabarri. Ci siamo riempiti il magazzino e da lì abbiamo tratto spunti e ispirazioni fondamentali per la rinascita dei tabarri e per le creazioni stilistiche di Barena, altro nostro marchio che crea abbigliamento etnico in chiave moderna e raffinata, ispirato all’ambiente lagunare. Questo perché grazie ai musei e ai documenti storici è facile risalire all’abbigliamento dei nobili: Doge, Dogaressa, patrizi veneziani, ma più complicato conoscere quello della gente comune. E proprio di quest’ultima volevo interessarmi.
 

Barena a chi deve il suo successo?
Certamente la tradizione di famiglia, il nostro stile, i nostri gusti, hanno condizionato le linee dei modelli Barena, ma non si può negare che Massimo Pigozzo stilista della linea uomo e mia figlia Francesca stilista della linea donna, sono sempre riusciti a creare capi che con la loro sobrietà, la foggia raffinata, la qualità e resistenza dei tessuti, hanno conquistato il pubblico italiano, ma ancor più quello estero. Barena propone una reinterpretazione della tradizione che fonda le sue radici nei baluardi fondamentali: l’amore per i tessuti di alta qualità, naturali e italiani, come lana, seta,  lino.  I  filati  sono  prodotti  nell’entroterra  veneto,  da sempre eccellente nella tessitura delle lane e non solo. I colori sono naturali e ispirati all’ambiente lagunare nelle varie stagioni. Abiti confortevoli fatti per essere indossati e vissuti.
 

Tornando ai Tabarri, quanti ne producete?
Abbiamo iniziato la produzione nel 1974. I capi vengono tagliati e cuciti ad uno ad uno come si faceva un tempo a garanzia dell’autenticità del prodotto. Come dicevo, i nomi dei tabarri e quindi i modelli non sono casuali. Il modello Ruzzante, ad esempio, si ispira ad un tabarro che ci venne recapitato da un notaio di Padova, gli altri sono il Nobiluomo, il Brigantino (trovato al castello di Paderna, era una divisa dei volontari che combattevano il brigantaggio), il Lustrissimo, il Mercante padano, il Caorliega, il Centesimi. I Tabarri sono una lavorazione completamente artigianale, con panni appositamente creati replicando tessuti d’epoca. Sono formati da una ruota perfetta che bisogna tagliare in coppia, girando attorno ad un tavolone sul quale poggiano i sei metri di tessuto necessari. Una sola cucitura passa lungo la schiena: la stoffa è a “taglio vivo”. Una particolare compattatura del tessuto permette di tagliarla senza dover cucire i bordi per evitare la sfilacciatura. I tessuti (il cui peso non può scendere al di sotto dei 380 grammi al metro quadrato), sono il frutto di lunghe ricerche e studi ripescando trama e ordito nei capitolati delle antiche filature. Sono il panno nobile, il panno pastore e il velour largamente utilizzato dai militari per le divise di alta uniforme, a questi si aggiunge un tessuto di lana nobile di 680 grammi. Del teflon nebulizzato sul tessuto gli restituisce la sua naturale impermeabilità. I colori sono prevalentemente nero e grigio, ma ci sono anche le versioni bordeaux. Tutti i baveri sono realizzati utilizzando tela di crine come rinforzo interno cucita seguendo un principio che consente al collo di prendere consistenza senza perdere movimento e rendendolo per sempre indeformabile. Firmiamo anche accessori ad hoc come il feltro passatore, il fiocco anarchico, mascheroni veneziani in argento, spazzole e brusche da tabarri. Riproducendo fedelmente ogni caratteristica dei capi storici recuperati, conserviamo infatti il fascino e la storia di un capo che è stato indossato da generazioni di italiani.
 

E il profumo Tabarro?
Quando mi hanno suggerito di creare questa nuova fragranza non ci credevo molto. In realtà i risultati sono stati più che buoni considerando il fatto che non l’abbiamo minimamente pubblicizzato. Ci siamo affidati ad un profumiere di Parma e abbiamo creato la nostra fragranza agli aromi di mirto e cedro del Libano. Ha incontrato il gusto di molti.
 

Due anni fa a Venezia fu girato un cortometraggio su alcuni episodi della vita di Rodolfo Valentino, presentato poi al festival di Cannes, i personaggi maschili indossavano tutti il Tabarro. Li avete forniti voi?
Molto di più oserei dire! Tutti i tabarri presenti in scena, dagli attori alle comparse, sono i nostri. Ma la parte più divertente è che Pierluigi Ferrandini, il regista, si disse stregato dal mio portamento quando gli mostrai come si indossano i  tabarri e mi volle nel cast affidandomi il ruolo di un nobiluomo inglese, marito della focosa Lady B. Mi sono molto divertito, ma quando mi proposero di recitare in un’altra “fiction”, risposi che quello di attore non era il mio mestiere, anche se l’emozione fu forte. Più volte sono stato invitato in trasmissioni Rai. Ne ricordo una in particolare, presentata da Massimo Giletti e andata in onda il Capodanno di qualche anno fa, in cui volle che entrassi in scena indossando il tabarro e a cavallo di una vecchia bicicletta.
 

Quindi c’è una precisa gestualità per indossare il Tabarro.
Certamente!  Una  corretta  calzata  è  fondamentale,  altrimenti il tabarro scivola all’indietro. Qualche anno fa abbiamo addirittura fatto stampare delle brochure che illustrano i vari passaggi che si susseguono nell’indossarlo. So che mi ripeto ma sono innamorato di questo capo, del fascino e della storia che porta con sé e che in qualche modo viene trasferita anche a chi lo indossa. Del resto in tempi ormai lontani si diceva che un uomo deve saper governare il cavallo e mettere nel modo giusto il tabarro.

Quali sono state le maggiori soddisfazioni che le ha dato il fatto di avere reinventato e riportato di moda il Tabarro?
Indubbiamente sono state molte. Sicuramente quella che mi ha emozionato di più è stata quella di avere ricevuto l’invito  da  parte  del  Presidente  della  Repubblica  Giorgio Napolitano  a  partecipare  al  Quirinale,  tra  le  eccellenze dell’imprenditoria  italiana,  all’assegnazione  del  Premio Leonardo. Eravamo all’inizio del 2010 e quando ricevetti il biglietto in un primo momento pensai ad uno scherzo di qualche mio amico buontempone. Così andai dal sindaco di Mirano, glielo mostrai. Lui mi disse che era impossibile falsificare il sigillo del Quirinale, ma mi consigliò di chiamare la segreteria del Presidente della Repubblica. Per tutta risposta mi vennero fornite tutte le indicazioni relative al posto dove avrei dovuto sedermi durante la cerimonia e a tavola. Venni presentato anche alla signora Clio, moglie del Presidente. Finora sono l’unico miranese che ha ricevuto questo onore.
 

In molti hanno vestito i suoi tabarri, ci può citare qualche nome famoso?
Sicuramente  il  più  conosciuto  al  grande  pubblico  è  Lucio Dalla che mi mandò anche una sua foto con dedica per annunciarmi che l’avrebbe indossato durante un suo concerto.
Ma ce ne sono anche molti altri come il presidente della Levi’s, il famoso ristoratore Arrigo Cipriani, il grande appassionato di vini Luigi Veronelli, il banchiere Alessandro Profumo, il regista teatrale Maurizio Scaparro solo per citare alcuni dei nomi che mi vengono in mente. Ma anche tanta altra gente l’ha scelto e lo indossa con eleganza e passione.
 

Lei non ha frequentato l’Università, eppure è stato chiamato a tenervi alcune lezioni. Ci racconti la sua esperienza.
Nel corso della mia vita ho avuto modo di conoscere grandi personaggi della moda e dei tessuti, come Fiorucci, Goldschmied,  Solbiati,  Napoleoni,  Massimo  Osti.  Sui  miei tabarri nel corso degli anni sono stati scritti qualcosa come 368 articoli apparsi su riviste e giornali. Ho curato un piccolo libro sui tessuti con i testi di un grande amico ed esperto come Franco Pizzato e i disegni di un grande artista come Carlo Preti che mi ha accompagnato, fra l’altro, nella realizzazione di molti manifesti. Così sono stato invitato dalla professoressa  Maria  Luisa  Friso  presso  la  sede  di  Treviso dell’Università di Architettura di Venezia, al corso di laurea magistrale in design della moda, a tenere una lezione dal titolo “Il tabarro una ruota perfetta”. Non sono mancate alcune tesi di laurea sull’argomento tra cui quella di Pierluigi Zarantonello e Chiara Durighetto, mentre il prof. Marco Bettiol dell’Università di Padova docente del corso di internet marketing, ci ha inviato alcuni stagisti per studiare la nostra azienda. Sempre a Padova alla facoltà di Economia, al corso di strategia d’impresa, il professor Romano Cappellari mi ha proposto di parlare sul tema del “lusso accessibile”. Nell’occasione ho ripercorso la storia della riscoperta del tabarro e di come i capi, tutti rigorosamente numerati, siano venduti sia in Estremo Oriente come negli Stati Uniti. Tanto che la stampa americana ha sottolineato, vedendo i nostri modelli, come per la prima volta sbarcassero negli Usa dei tabarri senza l’emigrante dentro.
 

Come vuole concludere questa nostra chiacchierata?
Certamente ringraziando tutti i miei collaboratori, senza il loro aiuto tutto questo non sarebbe stato possibile; i miei clienti che hanno saputo capire lo spirito con cui realizziamo i nostri capi e hanno scelto di fidelizzarsi a noi, e naturalmente la mia famiglia e i miei figli, Enrico, Francesca, Giovanni e Davide che mi sono sempre stati vicino supportandomi.
 

Sandro, ascoltare la sua storia e i suoi racconti ci ha emozionati. La ringraziamo per averci dato l’opportunità di conoscerla meglio, a lei e ai suoi figli vanno i nostri complimenti e gli auguri per un futuro carico di nuove soddisfazioni.







Manuela Moressa

Manuela Moressa è certamente una donna chiave nel gruppo DENTALCOOP.  Manager di Direzione per la selezione gestione e sviluppo delle Risorse Umane, nonché Responsabile della supervisione delle strutture del gruppo, specializzata in ambito sanitario nella gestione di sistemi ed organizzazioni odontoiatriche, vanta un’esperienza di oltre 25 anni nel settore.

La sua mansione prevede il reclutamento, la selezione, la formazione del personale, la pianificazione Start-up e la creazione di procedure standardizzate (protocolli, materiale didattico, et.), per il consolidamento e lo sviluppo del Business Model. In qualità di consulente interno si occupa della verifica delle procedure e del Corpus dei protocolli alla cui elaborazione essa stessa ha partecipato, ha orientato il suo focus professionale nell’analisi dei processi di ottimizzazione della gestione in strutture tecnologicamente avanzate.


Manuela, come donna ha faticato a raggiungere la sua posizione all’interno del gruppo?
Non è stata una passeggiata. Quello del manager d’impresa non è un lavoro fra i tanti, ma è una professione che implica delle responsabilità e degli obblighi verso altri.
Nel mio percorso sono stati fondamentali la determinazione, la passione e gli obiettivi chiari. Ho poi trovato in Dentalcoop delle persone che mi hanno dato lo spazio per esprimermi, instaurando rapporti di fiducia profondi che mi consentono di lavorare in piena autonomia decisionale e organizzativa.

Qual è tra le sue mansioni l’attività più delicata e difficile?
Sono tutte mansioni delicate. La selezione del personale lo è particolarmente. Infatti le cliniche DENTALCOOP non si limitano ad offrire trattamenti odontoiatrici di alto livello con professionisti specializzati in contatto con la ricerca universitaria, ma vogliono che il paziente sia in prima linea nella creazione del suo sorriso. Basano la loro filosofia di lavoro su un rapporto di fiducia e collaborazione tra team e paziente andando incontro alle sue esigenze nella maniera più adeguata, proponendo un piano di trattamento personalizzato. E’ quindi importante che tutto il personale sia in grado di trasferire informazioni chiare e complete, che facciano comprendere all’utente la validità della struttura con la quale sta venendo a contatto.

Perché un utente dovrebbe rivolgersi ad uno dei vostri centri?
Senza dubbio per i valori del Gruppo che sono i segni distintivi che hanno consentito all’Azienda di distinguersi dalle altre offrendo e garantendo, un valore aggiunto per i pazienti. ETICA, TRASPARENZA, RESPONSABILITA SOCIALE, CORRETEZZA, PASSIONE, MOTIVAZIONE. L’equipe di 1000 persone tra medici, assistenti ed amministrativi altamente qualificati e continuamente aggiornati ci permette di offrire servizi sicuri e garantiti negli anni.

Come vengono selezionati i professionisti che operano all’interno di Dentalcoop? Uno dei timori che si percepisce tra la gente è che i dentisti che si troveranno di fronte non siano così preparati. Ci aiuta a fare chiarezza su questo punto?
Tutti gli odontoiatri seguono uno scrupoloso iter di selezione attraverso un modello di reclutamento e selezione ormai consolidato, in collaborazione con il Comitato Scientifico di riferimento e i Direttori Sanitari coinvolti nelle varie strutture locali. Una volta selezionati, tutti i dottori seguono un periodo di affiancamento e tutoraggio che consente loro di uniformarsi a quelli che sono i valori, le procedure e i rigidi protocolli del Gruppo.

L’aspetto di formazione del personale è certamente una fase molto delicata. Come viene gestita?
Partendo dall’informazione e formazione per la salute e sicurezza dei lavoratori, passando per la formazione professionalizzante e specifica di ogni ruolo del team di struttura, si arriva ad unire il tutto con un training finalizzato a trasmettere i concetti e valori della Qualità Totale, orientata ai risultati attraverso il miglioramento continuo. Con l’utilizzo di tecniche innovative di training, apprendimento esperienziale e di team building, tecnologie informatiche per l’apprendimento interattivo con basso impatto sul tempo dedicato alla produttività, si viene a creare un continuum formativo ed esperienziale che facilita l’innalzamento della qualità professionale e personale di ciascuno per arrivare ad un coeso sistema di persone che opera con Qualità Totale orientato alla piena soddisfazione dei pazienti. Il personale è costantemente aggiornato, attraverso dei protocolli interni, redatti insieme al collega Dott. Andrea Saba, e giornate di formazione che consentono non solo di rafforzare le conoscenze e la professionalità del singolo ma anche creare le giuste sinergie per rafforzare il gruppo, creare una squadra orientata al paziente.

Qual è la chiave di successo del Gruppo Dentalcoop?
Sulla base della nostra esperienza aziendale e dei dati a disposizione possiamo senz’altro affermare che il mercato globale si sta dimostrando particolarmente recettivo nei confronti del nostro Network odontoiatrico, ma soprattutto nei confronti della nostra filosofia e concept di clinica odontoiatrica che ha saputo sfruttare al meglio le capacità cliniche (qualità medico odontoiatrica) e quelle extra cliniche, ossia la comunicazione metaclinica e le abilità interpersonali (costituite dalle capacità comunicative e relazionali); questa consolidata capacità di trasmettere i nostri valori, in ogni momento e in ogni comparto dell’organizzazione aziendale, in abbinamento alla qualità globale a prezzi altamente competitivi, fa della Dentalcoop l’azienda leader nel mercato nazionale.

Cosa pensa di chi si sposta in Croazia o in generale nell’Est Europa per eseguire lavori di odontoiatria, è ancora conveniente e ne vale la pena, quali sono i rischi?
Il principale fattore critico che ha spinto migliaia di famiglie a recarsi nell’est Europa è stato l’elevato costo delle prestazioni odontoiatriche in Italia, considerata la quasi totale assenza delle strutture pubbliche nel settore. Ciò ha avuto come conseguenza, complice anche la crisi economica, che una larga fascia di pazienti è stata costretta a rinunciare alle cure dentistiche, se non strettamente necessarie, in Italia, e a recarsi, di conseguenza, all’estero. Tutto questo ha portato a un diffuso calo dei pazienti specialmente nelle strutture di piccole dimensioni che ha provocato una diminuzione del volume di affari che risulta particolarmente pesante da sostenere a causa anche degli elevati costi fissi per gli studi professionali. Tale criticità del mercato si è rivelata una valida opportunità per strutture organizzate e gestite in maniera efficiente ed efficace come il Gruppo Dentalcoop che è stato in grado di offrire un servizio con un rapporto prezzo/qualità ottimale, impiegando metodologie e tecnologie chirurgiche. Non ultimo voglio ricordare che la Dentalcoop nasce nel 2004 come sistema organizzato con un chiaro intento che ne ha costituito fin dal principio la sua mission: offrire alle famiglie italiane la possibilità di curarsi senza uscire dal territorio italiano venendo incontro alle loro esigenze con prezzi accessibili e modalità di pagamento personalizzate.

Dottoressa Moressa, come si fa entrare a far parte del vostro organico? Il primo step quale deve essere?
All’interno del nostro portale www.dentalcoop.it nella sezione “lavora con noi” si può inviare un curriculum a seconda del profilo professionale a cui si aspira. Un consiglio, per offrire un’idea più precisa del proprio carattere e della propria personalità, suggerisco di allegare anche una lettera di presentazione che anticipi il curriculum, personalmente lo gradisco molto.

Dottoressa Moressa apprezziamo il suo intervento perché ha ulteriormente chiarito la posizione e il ruolo di una struttura come DENTALCOOP nel complesso mondo delle cliniche dentarie in Italia. La ringraziamo per la semplicità con cui ha esposto e trattato temi delicati e complessi.  A lei vanno i nostri complimenti per i successi finora ottenuti e i migliori auguri per un futuro colmo di nuove soddisfazioni.







Ranieri Locatelli

INTERVISTA AL PROF. A.C. DI ORTOGNATODONZIA 1 E ORTOGNATODONZIA 2


 

Siamo  andati  ad  intervistare  il dr.  Ranieri  Locatelli,  conosciutissimo Odontoiatra che opera in Portogruaro, insegnante alla Scuola di Specialità di Ortodonzia dell’Università di Trieste, Relatore a Corsi e Congressi nazionali ed internazionali, ideatore di tecniche ortodontiche adottate un pò in tutto il mondo, Direttore Scientifico della Divisione di Ortodonzia della Sweden & Martina, grossa industria del settore dentale.
 

Abbiamo dimenticato qualcosa dr. Locatelli?
No, non ha dimenticato nulla; il sentire tutte queste qualifiche mi imbarazza un pò, forse perché non ci penso; io prevalentemente lavoro per i Pazienti: sono loro che mi stimolano alla ricerca sempre di qualcosa di nuovo per migliorare la mia offerta nei loro confronti.
 

Lei dr. Locatelli è titolare di un Poliambulatorio in cui non si fa solo Odontoiatria.
Sì, ho voluto ampliare la gamma delle proposte ai miei Pazienti, introducendo una Divisione altamente qualificata di Medicina Estetica, in cui si ricerchi il benessere di tutto il corpo e contemporaneamente se ne possa, laddove vi sia la richiesta, migliorare l’estetica.
 

Quali sono le più frequenti richieste in questo campo ?
Si spazia molto: si va dalle cose più serie, come lo studio dei nei con tecnologie computerizzate molto avanzate, per prevenire i cancri della cute, alle cose un pò più “leggere”, come la cura della cellulite o l’epilazione definitiva o il ringiovanimento del viso in tutte le sue espressioni: filler, botulino, pealing,  anche  per  l’eliminazione  dell’acne  giovanile.  Dirò che  abbiamo  investito  moltissimo  in  tecnologie  avanzate, dalla carbossiterapia alla radiofrequenza, dalla cavitazione alla luce pulsata, fino ad un potentissimo laser che, nelle mani esperte del nostro Dermatologo, può risolvere moltissimi problemi: primi fra tutti i capillari e le macchie cutanee.
 

Quindi si sta dedicando alla Medicina Estetica?
Non in prima persona: io sono Odontoiatra; nel mio Studio vi è un’equipe che si dedica con competenza e serietà alla Medicina estetica e dermatologica; io faccio altro!
 

Qual è lo stato dell’arte odontoiatrica nel suo Poliambulatorio?
È con grande orgoglio che posso affermare di essere affiancato da Colleghi stupendi e dal lato umano e, soprattutto, dal lato professionale: ognuno ha dedicato moltissimo tempo allo studio ed al perfezionamento di una o più branche  dell’Odontoiatria,  dall’implantologia  alla  protesi, dall’endodonzia  alla  parodontologia,  dalla  conservativa all’ortodonzia; oggi questa è un’Equipe che ha pochi rivali nel Triveneto! Vede, anche qui abbiamo investito fortemente in tecnologia, ma non tanto per dire; ho sempre cercato di migliorare la qualità delle prestazioni e quindi la durata nel tempo dei nostri lavori: non a caso vedo ancora pazienti che vengono regolarmente a farsi controllare ponti fatti da me 25/30 anni fa; queste sono grandi soddisfazioni, per me e per i Pazienti, i quali, tra l’altro, nel tempo hanno un risparmio di denaro enorme: normalmente si considera un successo quando un ponte dura 10/12 anni! Con la tecnologia digitale abbiamo potuto rivoluzionare un pò  “il mondo  protesi”:  sempre  tenendo  come  caposaldo del nostro lavoro la qualità dei manufatti che consegniamo, abbiamo la possibilità di eseguire lavori ancora più precisi, più belli e soprattutto “metal free”: ceramiche più naturali, più traslucenti, con colori più caldi, ma che, nonostante questo, ci costano meno; quindi abbiamo potuto abbassare i costi anche per i Pazienti. Altro settore in cui mi sono impegnato moltissimo in tutta la mia vita professionale è l’Ortodonzia, ottenendo risultati penso abbastanza rari: ho ideato,  ancora  molti  anni  fa,  tecniche  particolari,  battezzate dagli Americani “Locasystem”, che hanno velocizzato moltissimo  i  tempi  dei  trattamenti,  e  queste  tecniche  le abbiamo perfezionate in tutti questi anni, migliorandone le performance e l’affidabilità; è questo che mi ha dato fama nel mondo Ortodontico; il Locasystem è adottato un pò in tutto il mondo, dall’America al Brasile, dalla Spagna all’India e questo indubbiamente mi inorgoglisce non poco. Adesso è uscita l’ultima mia “novità”: ho ideato e progettato per Sweden & Martina una nuovissima mini vite ortodontica, che (mi è stato appena ufficializzato) sarà presentata al  Congresso  Mondiale  sull’Ancoraggio  Scheletrico  che  si terrà a fine anno a Dubai; è già in produzione e sembra che sia accolta con molto interesse dai Colleghi Ortodontisti.
 

E quale sarebbe il vantaggio dell’utilizzo di questa mini vite?
Beh, qui si dovrebbe parlare di questioni molto tecniche; credo che basti dire che questa vite, che si chiama “FIRMA PLUS”,  rende  possibili  sistemi  che  prima  non  lo  erano,  e in  certi  casi  rende  possibile  effettuare  una  grande  parte del  trattamento  ortodontico  senza  nemmeno  gli  attacchi sui denti anteriori: è un altro passo avanti per il comfort del paziente!
 

Congratulazioni, ma mi par di capire che il lavoro sia la sua vita, è così?
Indubbiamente il lavoro mi prende molto, ma credo di non trascurare la mia famiglia; almeno … né la moglie né i figli me lo hanno mai rimproverato!

Si sente legato al territorio in cui vive?
Io vivo in campagna, una splendida campagna, tra Sesto al Reghena e Cordovado, che amo molto; spesso la giro in bicicletta e sempre una sosta la faccio in un sito bellissimo e dolcissimo, che si chiama Stalis; là ogni tanto medito e magari mi viene qualche nuova idea!

Grazie dr. Locatelli del tempo che ci ha dedicato e, soprattutto, complimenti e auguri per la sua nuova invenzione; se avrà altre novità ce lo faccia sapere.
 







Luca Zaramella

C’è  aria di festa qui  a Maerne, nell’agenzia  Nuova  Casa. Veniamo accolti con un caloroso sorriso da Luca Zaramella,il titolare, che cercheremo oggi di conoscere meglio,superando i formalismi imposti dal ruolo che riveste ormai dauna vita. Non sarà difficile. Sguardo fermo ma sorridente, empatico e amichevoleci mette subito a nostro agio in un crescendo di favorevoli aspettative.


Il 2016 per Luca Zaramella e la sua azienda non è un anno qualsiasi ma un anniversario importante e di cui andare fieri. 30 anni di impeccabile attività al servizio dei cittadini nel mercato delle intermediazioni immobiliari, sono un
traguardo invidiabile.

Trent’anni di attività sono davvero molti. La sua interpretazione di questo mestiere è rimasta la stessa nel tempo?
In 30 anni sono cambiate tantissime cose. Ho iniziato questo lavoro a 23 anni , per quello che mi riguarda sono stato partecipe dello sviluppo della cintura di Mestre come luogo
di residenza più appetibile rispetto alla periferia, contrariamente a quanto sta accadendo negli ultimi 10/15 anni in cui è evidente il desiderio di allontanarsi dal centro che risulta
essere oggi meno invogliante, con il risultato che le nostre zone, ovvero la prima cintura di Mestre, sono più appetibili e interessanti. Ma anche se il territorio inevitabilmente
negli anni si è trasformato, sono cambiate le esigenze, le richieste,  ci  sono  più  abitanti  anche  di  altre  nazionalità,
 il mio modo di interpretare questo mestiere è rimasto lo stesso. Massimo impegno, massima serietà, massima professionalità. L’acquisto di una casa spesso è l’investimento della vita, per qualcuno è una scelta che lo porterà ad avere un debito per moltissimi anni, come si può affrontarecon leggerezza tutto questo?

Non si può darle torto. Ha sempre avuto l’agenzia qui a Maerne?
Ho fatto una prima piccola esperienza su Mestre e poi ho aperto qui nel 1986. Arrivo da una tradizione familiare legata all’immobiliare, mio padre aveva un’impresa edile, io ho dato alla mia attività un taglio più strettamente commerciale e di servizi ricavando un mio spazio identificativo indipendente. Sono stato un po’ attore e un po’ spettatore di un mercato immobiliare che ha avuto diversi trascorsi. Per quello che riguarda la professione dell’agente immobiliare mentre un tempo era sufficiente il rapporto personale con il cliente oggi c’è la necessità di evidenziarsi anche come struttura. Questo a causa del gran numero di agenzie che negli  ultimi  15  anni  hanno  aperto.  Dal  canto  nostro  non manchiamo di curare entrambi gli aspetti, ho sempre dato
un gran valore ai rapporti interpersonali e i fatti mi hanno dato ragione dato che da 30 anni siamo sul mercato. Lavoriamo molto sull’indotto che ci portano i nostri clienti, abbiamo  sempre  puntato  sulla  qualità  e  sulla  credibilità del servizio offerto e ciò ha generato fiducia ed è stato il
volano che ci ha fatto crescere piuttosto bene negli anni, riuscendo  a  mantenere  delle  posizioni  stabili  quando  il mercato in crisi si è perso per strada diversi operatori.

Come e con chi festeggerete questo importante compleanno?
Coinvolgeremo  dei  clienti  storici  che  ciclicamente  negli anni sono tornati a rivolgersi a noi e nei festeggiamenti non  mancherà  la  partecipazione  dei  nostri  collaboratori,
alcuni con noi da oltre vent’anni, in prima linea Margherita Favaro e Luisa Semenzato e naturalmente Chiara e Silvia che hanno dato il loro contributo per anni e le vogliamo ricordare anche se oggi non lavorano più qui.

Sappiamo che è appassionato di sport, ci incuriosiva capire se e come questa passione ha influenzato il suo modo di svolgere la sua professione.
Sono  due  elementi  abbastanza  paralleli,  uno  lo  sviluppo dell’attività professionale e l’altro lo sviluppo di un attività sportiva che mi ha sempre appassionato anche da giovane e che è diventato l’elemento rigenerante per essere professionale nell’attività. Il nostro lavoro di intermediazione ci porta a relazionarci con due opposte posizioni che sono spesso contrastanti. L’elemento fondamentale che deve avere il mediatore è quello di essere equilibrato, ricettivo delle esigenze di ciascuno, sapendo mantenere calma e professionalità durante tutte le fasi di negoziazione, cosa non sempre facile.Questo autocontrollo l’ho imparato dallo sport.

Ci ha incuriositi, cosa pratica?
Endurance  su  lunghe  distanze  e  in  vari  ambienti.  Correre una  gara  di  endurance  in  condizioni  di  difficoltà  significa soprattutto affrontare un’impresa che presenta situazioni
a volte sconosciute ed inattese e che ti pone nell’esaltante condizione di sfidare in primo luogo te stesso, inducendoti a toccare sino in fondo i tuoi limiti psicofisici. A comandare i nostri muscoli è soprattutto il nostro cervello. Le capacità di resistenza necessarie vanno pertanto interpretate in senso generale e non solo circoscritte al solo aspetto fisiologico e funzionale; la preparazione deve migliorarti anche sotto l’aspetto mentale, affinando le capacità di mantenere a lungo la concentrazione ed a conservare il controllo delle emozioni nei momenti di maggiore difficoltà.

Ci vuole un autocontrollo fuori del comune. Riesce ad averlo anche in famiglia oltre che nella sua professione?
Insomma, in famiglia forse un po’ meno, due figli adolescenti spesso mettono alla prova più di un deserto da attraversare a piedi! Battute a parte, Alberto e Anna stanno seguendo  indirettamente  le  orme  dei  genitori,  abbinano sport e studio mettendoci il massimo impegno. Anche perché lo sport è il mezzo attraverso cui si possono liberare le tensioni senza compromettere nulla, anzi, spesso liberare le  tensioni  durante  l’attività  sportiva  contribuisce  a  raggiungere  risultati  ragguardevoli.  Non  per  ultimo,  lo  sport elimina i vizi, abitua al rigore, alla costanza nell’impegno, a considerare la fatica un valore e a godere appieno del risultato ottenuto in conseguenza dello sforzo fatto.

I collaboratori sono parte fondamentale della struttura di un’agenzia, quali caratteristiche debbono avere e consiglierebbe oggi ad un giovane di intraprendere questa attività lavorativa?
Si, lo consiglierei a delle condizioni, è un mondo affascinate che ti mette a contatto con svariate tipologie di persone e  situazioni,  quindi  è  estremamente  stimolante.  Tuttavia l’importante è che l’approccio non sia superficiale e non si punti solo all’idea del lavoro facile dove non serve troppa professionalità. Perché è esattamente il contrario.

Com’è l’andamento del mercato immobiliare con particolare riferimento alle vostre aree di competenza?
Lavoriamo  in  una  zona  più  ristretta  rispetto  agli  inizi.  Il vantaggio è che si arriva a farsi conoscere più facilmente, a conoscere benissimo il proprio territorio e chi ci vive, è più facile stringere relazioni, ricevere informazioni e quindi
offrire risposte a chi si rivolge a noi. Il nostro mercato che un tempo era di periferia oggi è divenuto la prima fascia residenziale della città e ci vede quindi protagonisti nelle aree  maggiormente  richieste.  Una  bella  spinta  è  arrivata anche  grazie  al  passante  autostradale  che  di  fatto  ci  ha uniti ancora di più alla città di Mestre.

Il 2015 è stato un anno abbastanza positivo per il mercatoimmobiliare, con dei segnali di ripresa discreti. Il 2016 è iniziato allo stesso modo?
Confermo che il 2015 è stato un anno in cui la ripresa, seppur lenta, si è avvertita. Il 2016 ha delle aspettative buone legate anche ad alcuni elementi legislativi che hanno oggettivamente incentivato a investire. Sicuramente anche le crisi delle banche hanno contribuito a spingere gli investitori a credere nuovamente nel settore immobiliare. Ci auguriamo  che  questo  trend  continui  quantomeno  sulle quantità di venduto, sappiamo che se le quantità reggono anche i prezzi torneranno a salire.

Ci sono ancora costruttori desiderosi di investire nei nostri territori? La richiesta di case ecosostenibili aumenta e riattare il vecchio è molto costoso. Oppure questo è solo un pregiudizio?
Le imprese edili tradizionali devono fare i conti con dei numeri che non ci sono più. L’incremento dei costi di produzione del nuovo in fascia A o B è significativo e va a scontrarsi con un mercato che vuole i prezzi al ribasso. Chi decide di costruire oggi deve farlo con estrema professionalità, analizzando il piano dei costi con somma competenza perché il minimo errore potrebbe generare delle perdite o degli utili talmente risicati che non giustificano l’investimento.
Riguardo le case ecosostenibili non è possibile generalizzare la risposta ad un semplice “si” o “no”. Ogni caso infatti è a se e va studiato singolarmente considerando tutti gli aspetti tecnico-costruttivi quali per esempio forma e grandezza dell’abitazione, numero dei piani, materiali impiegati, quantità, tipologie e dimensioni dei serramenti, ecc.
Detto questo, è bene evidenziare che da una parte i materiali impiegati nella bioedilizia sono più costosi di quelli tradizionali, dall’altra i tempi di costruzione, se si parla di bioedilizia preassemblata, sono decisamente più bassi di quelli di una casa tradizionale in cemento armato e muratura poiché richiede molta meno manodopera, il cui costo rappresenta oggigiorno una grande percentuale dell’onere totale da sostenere per la costruzione di una casa.

La valutazione di un immobile prima di metterlo in vendita è un momento delicato e importante. Come agite e quali consigli vi sentite di dare ai lettori? Meglio il geometra del paese o l’agente immobiliare?
Oggi è meglio l’agente immobiliare perché è determinante conoscere non dati empirici ma quello che effettivamente è il venduto. Infatti, se non si ha l’esatta misurazione dei valori  degli  immobili  venduti,  il   rischio  è  di  basarsi  per esempio sul costo di costruzione che spesso è superiore al valore di mercato.

Cosa rappresenta oggi il web per un’agenzia immobiliare?
Una finestra potenzialmente interessante, è un approvvigionamento di presunti interessati. È uno strumento, non la soluzione dei problemi e non può essere l’unico mezzo da utilizzare per chi fa il nostro lavoro.

Oggi gli strumenti a disposizione di chiunque per mettere in vendita un proprio immobile sono molti. Cosa dovrebbe indurci a rivolgerci ancora ad un’agenzia immobiliare?
Ci si deve rivolgere ad un’agenzia per avere maggiori opportunità  nella  vendita  o  nell’acquisto,  per  avere  un  riscontro su elementi che potrebbero far inciampare chi si avvicina a questo mercato rischiando di perdere cifre più consistenti di quelle spese per la mediazione. Chi si rivolge ad un professionista dovrebbe avere la sensazione che quello che paga serve per mettersi al riparo da eventuali problemi che oggi sull’immobile ci possono essere, più di un tempo, perché le norme e i vari paletti da dover superare sono veramente tanti.

Come chiudiamo questa intervista Luca?
Con  l’augurio  e  l’aspettativa  di  avere  un  mercato  dell’intermediazione immobiliare più professionale, caratteristica determinante per poter stare sulla piazza e dare un valore aggiunto a un mercato che ha delle criticità ma che operatori seri possono contribuire ad animare muovendo il volano delle compravendite. Ringrazio tutti i miei collaboratori e  dipendenti,  ognuno  ha  una  storia  all’interno  di  questa attività e ognuno ha fatto una parte molto importante per arrivare a questo risultato: 30 anni di attività con un nome che possiamo spendere molto bene in tutti gli ambienti, godendo dei riscontri dei clienti che ci hanno conosciuto.







WeFly! Team


È una giornata splendida. C’è solo qualche nuvola, mossa da una leggera e rigenerante brezza che allevia la sensazione di caldo. Un tempo perfetto per volare, ed è proprio sull’erba del campo di volo Papere Vagabonde, dipinta di un verde cangiante, che incontro Marco e Alessandro, due splendidi ragazzi sorridenti e dalla battuta pronta. Qualcuno potrebbe sostenere siano degli esempi di vita, certo è, che la loro storia è bella da raccontare. Sono membri dell’equipaggio del WeFly! Team, una squadra unica nel suo genere, unica pattuglia al mondo dove due dei tre piloti sono disabili. Mai come in questo caso la famosa frase di Alfred de Musset risulta più azzeccata  «Per riuscire nel mondo, prendete bene in considerazione queste tre massime: vedere: è sapere;  volere:  è potere;  osare: è avere.» Il WeFly! Team infatti ha una parola d’ordine richiamata anche nel logo della loro bandiera che Samantha Cristoforetti ha portato con sé nello spazio. OSARE. L’iniziativa “WeFly! con Futura … osa volare” è stata organizzata con Esa, Asi e AM per condividere con tutto il pianeta l’esempio di forza, tenacia e determinazione di persone così speciali.

Alessandro ti senti davvero una persona così speciale?
Francamente no, e sono certo di dare voce anche al pensiero di Marco, volare fa parte della mia vita, è una passione che coltivo da tantissimo tempo e credo che tutti dovrebbero inseguire le proprie passioni tentando di realizzarle. Speciale è il calore e il tifo che il pubblico ci riserva durante ogni esibizione.

 

Come e quando nasce il WeFly! Team?
Nel 2005 io e Fulvio Gamba, mancato nel 2008, sentimmo  la necessità di fare qualcosa per rappresentare i “BARONI ROTTI” (F.I.P.D. Federazione Italiana Piloti Disabili), quindi cominciammo ad allenarci per poi presentarci alle principali manifestazioni nazionali per divulgare questa realtà. L’esordio avvenne durante l’evento “INSUBRIA AIR SHOW” nel 2005. Poi nel 2007 con Marco ci trovavamo in vacanza con Erich, nostro attuale istruttore di volo, al quale avevamo chiesto di intensificare gli addestramenti. Dopo un mese di duro allenamento, i risultati furono così elevati  che decidemmo di dare all’iniziativa  una piega più seria. Da allora ne è passato di  tempo, tante soddisfazioni, tante emozioni. Siamo in linea di volo con tre Texan (ultraleggeri prodotti in Italia dalla Flysinthesys, n.d.r.) dotati di sistemi di fumi bianchi e colorati. Il Team esegue uno show di dieci minuti caratterizzato da manovre di voltage, una danza sincronizzata dei tre velivoli, utilizzando un Box molto stretto e non allontanandosi mai dal pubblico. Gli allenamenti si alternano agli Air show di Italia, Inghilterra, Malta, Germania, Svizzera, Grecia fino agli Emirati Arabi.

Marco allora volare si può! E’ questo il messaggio che il  team vuole diffondere partecipando agli Air Show.
Esatto. Un messaggio importante, unico, soprattutto perché siamo Noi a supportarlo. Pur essendo in carrozzina si può gestire un aereo in tutte le sue necessità e diventare dei veri e propri piloti, ma anche volare ad altissimi livelli tra i più grandi piloti civili e militari di tutto il mondo. Dimostriamo che nonostante la nostra disabilità possiamo gestire l’aereo a terra nelle normali manutenzioni giornaliere compreso il rifornimento di carburante e gli allestimenti di effetti per lo show. Poi una volta in aria, riusciamo a trasmettere forti emozioni al pubblico che ci assiste. Il volo in formazione non si porta dietro quella parte di pericolosità e di eroismo esagerato che  ha quello acrobatico, è una tipologia di volo che lascia il segno nell’esperto perché è molto tecnico, e, allo stesso tempo, avendo un aspetto coreografico piace molto anche ai non addetti ai lavori. È una buona via per mostrare cosa si può fare.

Il messaggio del Team è rivolto a tutti. Ognuno nel suo piccolo deve osare.
Sì certo, vale per tutti. Solo comprendendo ed accettando quello che siamo  possiamo aspirare ad essere migliori. Con il WeFly! Team entriamo nelle scuole organizzando incontri con gli studenti dove portiamo le nostre esperienze per sensibilizzare il mondo dei giovani. Organizziamo e partecipiamo ad eventi che danno la possibilità di volare a persone con disabilità. Lo scopo è infondere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità e soprattutto diffondere l’idea che osare,  molto spesso significa ottenere.
 

Alessandro che rapporto ha il Team con Samantha Cristoforetti?
Con Samantha siamo amici. Quando ci siamo conosciuti si è entusiasmata alla nostra missione e da allora ci aiuta a promuoverla. Dalla Stazione spaziale internazionale ha voluto  condividere con tutto il mondo il nostro messaggio di forza e tenacia. Grazie ad Esa, Asi e Aeronautica Militare  abbiamo realizzato l’iniziativa congiunta ‘WeFly! con Futura... osa volare’”. La bandiera, disegnata dal famoso designer Mirco Pecorari, ci è stata riconsegnata ufficialmente lo scorso  4 giugno durante la manifestazione Fly Donna che si è tenuta qui a Caposile dove hanno partecipato 500 pilote italiane e straniere.

 

 

Marco hai appena ottenuto il PPL, raccontaci cos’è.
Dopo essere diventato pilota di ultraleggero mi sono dato un nuovo obiettivo: raggiungere la licenza di pilota privato, una abilitazione che in Italia non si poteva ottenere fino a poco tempo fa. Infatti Alessandro ha da anni questa licenza ma l’ha ottenuta all’estero. In Italia io sono il primo. Ho lottato duramente riuscendo a modificare la legge. Sono stato respinto alla prima visita medica a Milano, ho fatto ricorso e ottenuto il nullaosta. È stata una battaglia durata 4 anni: oggi finalmente anche in Italia un disabile può conseguire, mediante un corso di teoria e determinate ore di pratica, questa licenza.

Quali altri sogni avete?
Il sogno del Team è riuscire a fare un passo in più e muoversi su aerei più performanti  allargando la sua attività. In questo caso entra in ballo l’aspetto economico. Questa tipologia di aerei è più costosa, e, mentre  oggi riusciamo a fare quello che facciamo grazie al volontariato, se dovessimo realizzare il nostro sogno avremmo bisogno di maggiori sponsorizzazioni. Siamo fiduciosi che ciò possa realizzarsi.

Marco lo domando a te: in aria per noi siete come gli eroi, ma come vivete la disabilità a terra?
Ho perso l’uso delle gambe in un incidente stradale. Avevo 22 anni. Alessandro a 15 anni ha fatto un tuffo sbagliato in piscina. Chiaramente appena vieni travolto da una cosa simile ti crolla il mondo addosso. Ti pare di non poter più vivere, i tuoi sogni si volatilizzano e la prospettiva cambia. Ti accorgi improvvisamente di quanto difficile sia fare qualsiasi cosa per un portatore di handicap. Le barriere architettoniche ma ancor di più le barriere mentali di alcune persone non rendono facile la vita di chi, come noi, è in carrozzina. Ma poi ti fai coraggio, reagisci e capisci che la vita è bella anzi bellissima lo stesso e può riservarti tante e tante soddisfazioni. Personalmente lo sport mi ha aiutato molto. Ho incontrato Ale e abbiamo iniziato a frequentarci. Certo, bisogna cambiare prospettiva, modificare le proprie abitudini, pianificare con anticipo molte cose, ma è possibile sentirsi nuovamente realizzati. Alessandro si è sposato e ha un bimbo meraviglioso di 1 anno e mezzo, Andrea. D’inverno sciamo, in primavera corriamo in bicicletta e naturalmente voliamo sempre, appena ne abbiamo l’opportunità. Come già detto organizziamo incontri nelle scuole, partecipiamo a molte manifestazioni in Italia e all’estero, le nostre vite sono piene e ricche di sorrisi che offriamo e riceviamo.


Ed è proprio con un sorriso che ci salutiamo. Non è sempre facile osare, non è sempre facile perdere i pregiudizi, le paure che ci attanagliano, ma questi ragazzi insieme al loro istruttore ci insegnano non solo che si può, ma che si deve. E’ un dovere che abbiamo verso noi stessi e una forma di gratitudine verso il miracolo della vita. In fondo, il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni.

Luisa Spizzotin







Luca del Puppo

Luca Del Puppo è un giovane imprenditore Friulano, con molto senso pratico e lo sguardo rivolto al futuro. Nasce nel 1977 in provincia di Treviso ed è l’uomo che ogni donna desidera incontrare... lui è in grado con un semplice click sul suo telefono di abbassare le luci, far partire una dolce melodia, ac- cendere le candele e perché no, anche il forno e cuocere una deliziosa cenetta. L’uomo della casa intelligente, la casa che tutti vorremmo, la casa al tuo servizio e che ti vizia.

 

Luca, di cosa si occupa esattamente Impretec e quando è stata fondata?
Impretec è un azienda giovane, nasce nel 2011 ma ci occupiamo di domotica da parecchi anni, da quando di domotica ancora non si parlava.

 

Che ruolo ha in azienda e vuole spiegarci cos’è la domotica?
Sono il titolare di Impretec, nonché il suo miglior tester poiché qualsiasi progetto prima di tutto lo provo e lo testo a casa mia. Voglio essere assolutamente certo delle soluzioni che propongo ai miei clienti. La domotica è la scienza che studia tutte le tecnologie volte a migliorare la qualità della vita all’interno della propria casa o della propria azienda, richiede l’apporto di diverse professionalità come architettura, automazione, elettronica, informatica, ingegneria, telecomunicazioni...

 

In America, ma anche in molti Paesi d’Europa si è assistito, negli ultimi anni, a un’espansione verticale del mercato della domotica. Non sembra succedere in Italia. Perché?
Effettivamente il mercato internazionale è in continua crescita: viene stimata una media annua che supera il 30 per cento, motivo per cui la maggior parte delle aziende ha fatto investimenti sia per lo sviluppo di nuove soluzioni che per la creazione di reti commerciali che le diffondano. In Italia non si assiste, purtroppo, allo stesso fenomeno. Le ragioni sono molte, c’è senza dubbio un difetto nella comunicazione al grande pubblico che è il nostro cliente finale. Si sente parlare spesso di domotica, di casa intelligente, ma senza entrare mai nel dettaglio di quali siano i benefici per l’utente. Che non si limitano, logicamente, a poter accendere o spegnere le luci di casa con il proprio cellulare, ma anche a risparmiare energia o combustibile. C’è poi, una scarsa preparazione degli operatori del settore, che da sempre si focalizzano su altre cose, più diffuse e, quindi, più appetibili. Esiste ahimè anche un limite di tipo culturale perché spesso le persone ritengono che la domotica possa limitare in qualche modo la loro libertà; spesso le novità anche quando entusiasmano, spaventano.

 

Perciò Lei è un po’ pessimista...
Non esattamente. Proprio in questi ultimi tempi, gli stessi utenti finali, cioè i proprietari delle case, hanno iniziato ad acquisire una maggiore consapevolezza che i vantaggi ottenibili integrando fra loro i vari impianti del sistema casa, vanno dal comfort al risparmio energetico, dalla sicurezza alla facilità di utilizzo. Da ciò anche i costruttori edili hanno compreso che un sistema di automazione adeguato rappresenta un aumento di valore dell’immobile e un punto di forza rispetto ai concorrenti che si limitano alle soluzioni “tradizionali”. Nello stesso tempo, crescendo la domanda, è aumentata anche l’offerta, che oggi spazia dalle semplici automazioni ai sistemi con un elevato livello di integrazione.

 

E’ un mondo davvero affascinante. Ma parlando più concretamente, un’interessante novità inserita nella Legge di Stabilità con l’Ecobonus 2016, riguarda il campo della domotica e della smart home.
Si, è un’importantissima novità, infatti da quest’anno la detrazione riguarda anche l’acquisto e l’installazione di questi strumenti. Oltre alla detrazione del 65%, se questi dispositivi sono formati da hardware più software, il loro acquisto e la loro installazione può godere del “super ammortamento” del 140%. Un’altra novità in arrivo è un beneficio a fondo perduto del 50% per la diagnosi energetica delle aziende: il Ministero dello Sviluppo Economico ha già stanziato i fondi e le regioni stanno deliberando i cofinanziamenti.

 

Quindi risparmio energetico, sostenibilità e comfort non sono mai stati convenienti come adesso. Secondo lei Luca, questa informazione importante è stata recepita dagli utenti?
Purtroppo il messaggio non è passato e molte, troppe persone, non sono a conoscenza dei vantaggi fiscali ottenibili. Inspiegabilmente questo genere di informazioni non vengono diffuse in modo fluido e diretto tanto che spesso neppure gli operatori del settore ne sono a conoscenza. E’ un vero peccato. Applicando le detrazioni, un impianto moderno e tecnologico a concezione domotica viene a costare come uno tradizionale.

 

Mi sta dicendo che dal punto di vista economico, la domotica è sempre più accessibile e non è più un lusso per pochi eletti?
Assolutamente si. Sia nel caso di nuove costruzioni che applicata a impianti esistenti che vanno modificati o rifatti.

 

A chi consiglierebbe vivamente di valutare l’integrazione di un impianto domotico?
A chiunque. Non esiste una categoria a cui non possa giovare. Certo, anziani e portatori di handicap in cima alla lista. Sono le persone con maggiori fragilità alle quali andrebbero riservati i maggiori confort.

 

Quale impatto sta avendo sul settore domotico l’avvento di Internet of Things? Quali gli scenari futuri?
Un impatto affascinante, divertente ed estremamente cre- ativo. Preciso che lo IOT (questo l’acronimo di Internet Of Things) è riferito all’estensione di Internet agli oggetti e ai luoghi. L’Internet delle cose è una delle evoluzioni dell’uso della Rete. E’ come se gli oggetti acquisissero intelligenza. Comunicano dati su se stessi, interagiscono con il mondo circostante, in quanto reperiscono e trasferiscono informazioni tra rete internet e mondo reale. Le sveglie suonano prima in caso di traffico, la ciotola del cane ti informa se sta finendo la pappa, i blister delle medicine allertano i familiari se si dimentica di prendere il farmaco, il frigorifero ci avvisa se il latte sta per finire o è in scadenza. Tutti gli oggetti possono acquisire un ruolo attivo grazie al collegamento alla Rete.

 

Nel giro di pochi anni Impretec è passata dal ruolo di start-up a quello di società affermata nel nordest nell’innovazione del settore domotico. Quali sono state le fasi fondamentali di questo percorso? E che cosa vi distingue dalla concorrenza?
Certamente studi e approfondimenti continui. Noi ci siamo affidati sin dal principio a JUNG, un’azienda tedesca che da oltre 100 anni è nel settore dell’impiantistica ed è stato il primo produttore di sistemi e installazioni elettriche in Germania. I prodotti di JUNG sono sinonimo di massima qualità alla quale si affidano i clienti di tutto il mondo. Per la domotica utilizzano strumenti KNX , che è l’associazione che propone la promozione e lo sviluppo dello “standard aperto KNX” per tutte le applicazioni di domotica e building automation: illuminazione, riscaldamento, ventilazione, condizionamento dell’aria, ombreggiamento, sistemi di sicurezza, monitoraggio, allarmi, gestione di energia, misurazione, elettrodomestici, audio/video e molte altre applicazioni.

 

In parole semplici cosa significa “standard aperto”?
KNX è approvato come Standard Internazionale (ISO/IEC 14543-3), come Standard Europeo (CENELEC EN 50090 e CEN EN 13321-1) e Standard Cinese (GB/T 20965). KNX è perciò aperto al futuro. I prodotti KNX realizzati da diversi costruttori che si sono associati, possono essere combinati tra loro. Il marchio KNX garantisce l’interworking e l’interoperabilità. E’ pertanto l’unico standard aperto a livello mondiale per il controllo di edifici commerciali e residenziali. Molte aziende concorrenti che propongono domotica utilizzano sistemi frutto di propri studi, magari anche validi, forse più economici ma che non garantiscono fino in fondo l’utilizzatore finale. Il rischio in questi casi è che se l’azienda in questione dovesse chiudere, chi si è fatto installare una loro tecnologia non saprà più a chi rivolgersi. Mentre ciò non è possibile con noi. Ci sarà sempre un installatore o una struttura capace di intervenire su un protocollo KNX. Senza contare l’entità delle risorse che l’associazione ha la possibilità di dedicare alla ricerca e allo sviluppo.

 

Quali applicazioni concrete avete realizzato che potrebbero stupire gli scettici e persuadere chi è titubante ad investire sulla domotica?
Abbiamo fatto dei lavori molto belli, in alberghi, in ville, in appartamenti. Abbiamo domotizzato gli uffici di Old Wild West di Udine... mi viene in mente un cliente che nella sua casa aveva una taverna e una serie di stanze collegate che portavano a una bella cantina e desiderava che all’arrivo degli amici si aprisse in automatico la porta di ingresso e si illuminassero in progressione tutte le luci nell’accompagnarli lungo tutto il percorso fino alla cantina. Un effetto scenico molto bello. I lavori più creativi si fanno nei giardini di solito, con i vari colori che si alternano e illuminano le acque dei laghetti, oppure, in presenza di fontane molto grandi, regolando l’intensità degli spruzzi dell’acqua al ritmo di una melodia come in una danza...

 

Abbiamo parlato dei benefici. Ci sono controindicazioni?
Direi di no. Forse in qualcuno potrebbe scattare un po’ di pigrizia non dovendosi più preoccupare di controllare se il gas è chiuso, le luci spente e le tapparelle abbassate. La tecnologia ci vizia ma diventa insostituibile e i vantaggi sono immensi lasciandoci più tempo e più spazio per fare altro.

 

E l’usabilità?
Deve essere semplicissima. Non importa quanto complicato sia il progetto da realizzare. L’utilizzo obbligatoriamente sarà intuitivo e semplice. Chiaramente al principio va fatta un’analisi che vedrà delle differenze se stiamo domotizzando la casa di un anziano piuttosto che quella di una famiglia con figli adolescenti abituati all’uso di tablet e smartphone. Il risultato finale ha come obiettivo di offrire i massimi vantaggi senza complicazioni.

 

Quali sono gli step da fare per le persone interessate all’installazione di un sistema domotico?
Capire innanzi tutto quali sono i punti di interesse, cosa in- tendono automatizzare: la gestione delle luci esterne, delle telecamere, dell’allarme, la termoregolazione, la gestione dei carichi intesi come consumi energetici etc, poi da li si vanno a studiare le varie situazioni e si crea un progetto che non metta in conflitto per esempio i vari elettrodomestici per non superare i carichi previsti, e si danno le priorità che possono essere gestite manualmente o automaticamente.

 

Quali sono i progetti futuri di Impretec?
Ampliarci all’estero, puntiamo a Parigi, una città moderna, vitale e molto sensibile a queste tecnologie.

 

Come vuole concludere Luca questa intervista?
Posso spiegarvi come immagino la mia casa tra qualche anno. La immagino immersa nel verde, al mattino la casa mi sveglia all’ora stabilita non prima di aver fatto un controllo sul traffico nella provinciale che devo percorrere per andare in azienda, facendogli decidere se posso riposare 10 minuti in più del previsto. Apre le finestre lentamente simulando un’alba, prepara il caffè, riscalda la cucina e il bagno (e non altri ambienti che non userò). Mentre faccio colazione la casa mi propone una playlist con canzoni dei Simply Red e le news del giorno. Al ritorno dal lavoro, la vasca d’acqua calda inizia a riempirsi mentre sto per rientrare. Qualche amico è già arrivato, entrando senza che ci fosse la necessità di dargli le chiavi. È bastato un invito al suo smartphone per abilitarlo. Nel frattempo il frigorifero mi avvisa che le birre sono quasi finite, e le aggiungerà alla lista della spesa. La casa, capisce lo spirito della serata, cambia il colore delle luci ed apre la finestra nel momento in cui Aldo inizia a fumare. Una volta che i ragazzi se ne sono andati porte e finestre si chiudono. La casa imposta la partenza della lavastoviglie nel pieno della notte, quando l’energia costerà meno. E’ tempo di andare a letto. Leggo qualche minuto e poi mi addormento. Quando se ne accorge, la casa spegne le luci rimaste accese, accompagnandomi in un dolce riposo.

Dopo questo, cos’altro potrei dire Luca? Ci ha fatto sognare. Grazie per averci aperto un mondo che è molto più accessibile e realizzabile di quanto potessimo pensare.







Francesco Rigoni

Passione e Competenza. Sono questi gli aggettivi da usare per descrivere l’operato dell’azienda che da ben due generazioni  influenza il mercato nazionale Italiano nella creazione e messa in opera di ogni tipo di recinzione sia civile che militare, di impianti sportivi, staccionate in legno, cancelli e ringhiere, muretti in calcestruzzo e strutture metalliche su misura. Francesco Rigoni, titolare della Reti Brenta Impianti e co-fondatore, insieme al padre, della Reti Brenta, oggi si racconta, con un pizzico di timidezza e modestia tipico di chi sa il fatto suo ed è abituato a dimostrare con i fatti più che con le parole tutta la competenza, la serietà e la professionalità, del suo modo di fare impresa.


Signor Rigoni, ci riepiloghi un po’ gli inizi della sua carriera.
Sono nato a Dolo nel 1972 e sin da bambino avevo mostrato attitudine e predisposizione ai lavori manuali. La Reti Brenta nasce nel 1980 in un piccolo magazzino di Mira. Renzo, mio padre faceva l’operaio in un’azienda di Marghera ma non gli è mai mancata l’inventiva, la grinta e una gran voglia di lavorare. Venne a sapere che un’azienda di Mestre che si occupava di produrre Reti metalliche stava per chiudere e decise di rilevarla. All’epoca avevo solo 8 anni ma appena ho potuto, alla fine delle scuole medie, decisi di non proseguire gli studi e di aiutare mio padre in quella che divenne l’azienda di famiglia. 
 

Mai avuto ripensamenti?
C’è stato effettivamente un momento in cui non ero così sicuro fosse la mia strada. Quando feci il servizio militare ero pompiere e mi piaceva molto, feci anche il concorso per entrare nel corpo ufficiale e lo passai, tuttavia alla fine decisi di rimanere nell’azienda di famiglia anche se all’epoca lavoravamo 14/15 ore al giorno incessantemente, era una bella sfida e non priva di sacrifici.
 

Di cosa si occupa la sua azienda?
La Reti Brenta Impianti nasce come ramo d’azienda della Reti Brenta circa 10 anni fa; si occupa di posa in opera di sistemi di recinzioni per impianti civili, industriali, sportivi, militari, autostradali e di qualsiasi opera pubblica o privata in cui si richieda sicurezza e funzionalità. Chiaramente è uno dei principali clienti della Reti Brenta, l’azienda costituita con mio padre e attualmente diretta e gestita da mio fratello Cristian. Lì si producono reti, a griglia e a maglia sciolta marchiate Rombo Brenta, oltre a pali e colonne zincate, reti elettrosaldate e recinzioni modulari.
 

Che tipo di cantieri avete seguito in questi 10 anni?
Cantieri di tutti i generi, abbiamo eseguito la recinzione dell’aeroporto di Treviso, a Gardaland ci siamo occupati dell’Oblivion, la montagna russa più grande d’Europa, in questo caso abbiamo studiato una recinzione ad hoc entusiasmando da subito l’esigente coreografo che collaborava con la direzione dei lavori. Abbiamo recintato il parco di san Giuliano a Mestre, la terza corsia della tangenziale di Mestre, un eliporto a Ostia, il golf club di Castelfranco, la nuova sede di Ferragamo a Sesto Fiorentino, Bottega Veneta a Montebello Vicentino, Manifattura Berluti a Ferrara che fa capo a Louis Vuitton,  l’Expo, non tutto ma svariati chilometri di recinzioni…. Devo continuare?
 

Direi che è sufficiente! Siete una bella squadra dunque.
Quindici persone me compreso. Tutte altamente qualificate, tutte molto preparate, autonome e motivate. Credo e investo molto nella formazione del personale. Ogni mio dipendente ha eseguito il corso per la sicurezza, di primo soccorso e antincendio. Scelte costose per l’azienda ma che si rivelano un risparmio di tempo alla fine dei lavori. Ogni dipendente riveste il suo ruolo con precisione e competenza e questo solleva anche me dal dover intervenire e controllare tutto in modo ossessivo come invece vedo fare in altre realtà. Formazione e sicurezza sono le parole chiave del mio team. Inoltre la nostra attenzione va anche all’immagine che offriamo. Divise perfette per ogni stagione, macchinari puliti, rigore, educazione, pulizia dei cantieri. Spesso portiamo via anche la spazzatura degli altri per farle capire quanto teniamo anche alla forma.
 

Come assumete i lavori che eseguite?
Lavoriamo in subappalto per delle aziende molto grandi alle quali vengono assegnati lavori importanti dallo Stato. In qualche situazione partecipiamo direttamente agli appalti minori essendo certificati SOA (costruttori qualificati opere pubbliche) oltre che ISO 9001, ma il 90% dei nostri lavori arrivano dalle grandi realtà aziendali che si aggiudicano gli appalti statali. Questa è la ragione per cui stiamo bene ma non ci arricchiremo mai. Dobbiamo lavorare sodo badando soprattutto alle tempistiche di svolgimento dei progetti dato che i budget che ci vengono assegnati non lasciano spazio a grandi margini. Se nell’eseguire un lavoro sfortunatamente piove per giorni, siamo costretti a fermarci, quelle giornate nessuno ce le rimborsa e contrariamente all’edilizia il nostro operato si svolge esclusivamente all’esterno, quindi senza possibilità di ripiego in altre attività.
 

Francesco, pro e contro nell’essere subappaltatori.
Certamente sono più i contro che i pro. Se potessimo gestire direttamente i budget complessivi i nostri margini sarebbero più elevati. Inoltre c’è la spada di Damocle dei pagamenti. Al momento i nostri committenti sono sani e grandi problemi non ne abbiamo ma esiste sempre la possibilità che qualcuno di loro si trovi in difficoltà economiche o di altro genere. In questo caso i subappaltatori non hanno tutele. Hanno svolto regolarmente il lavoro ma possono anche non essere pagati perché si trovano alla fine di una catena che a metà si è inceppata.
 

Sembra  un lavoro che può procurare delle ansie il suo …  E della corruzione cosa ci dice? Si può restarne fuori?
Le ansie sono parecchie ma non ci si può concentrare su queste sennò non si va avanti. La corruzione è un tema caldo e di grande attualità. Purtroppo le devo confermare che è diffusa ma sono convinto che alla lunga paghi di più restare lontani da questo mondo. Certo, si perdono delle commesse ma, soprattutto per imprenditori come me, che si sono fatti da soli con tanta fatica e tanto lavoro, non tradire se stessi e i propri valori è un dovere a cui non si può mai mancare!
 

Che ruolo ha la tecnologia nello svolgimento della vostra attività e come l’ha modificata nell’ultimo ventennio?
Noi cerchiamo sempre di essere all’avanguardia. Lavoriamo con attrezzature Hilti di proprietà e a noleggio nonostante gli oneri che ciò comporta. Questa è una scelta costosa ma è una garanzia perché in caso di rottura la sostituzione è immediata. Del resto noi che lavoriamo con margini risicati, riusciamo a stare in piedi come già detto se ottimizziamo i tempi. Questo si ottiene adoperando ottime attrezzature e con una perfetta organizzazione interna, oltre all’impiego di personale autonomo e professionale che sa esattamente cosa e come fare.
 

Nel vostro lavoro la creatività gioca un ruolo importante o è marginale rispetto alla tecnologia?
La creatività è importante, apparentemente agli occhi di un esterno le reti si somigliano tutte. In realtà come abbiamo fatto nel caso di Gardaland o nel caso di Ferragamo, pensare a un tipo di recinzione particolare che si adatti al contesto è fondamentale. Poi ogni cliente ha un suo desiderio, una sua idea in mente. La nostra bravura è la capacità di comprendere e interpretare questi desideri e non è sempre facile. Creatività e tecnologia vanno a braccetto, la tecnica è frutto di un impegno congiunto di pratica empirica e di invenzione creativa.
 

Abbiamo letto che avete subito dei furti importanti nell’ultimo periodo, cosa ha da dire a riguardo?
Due furti in un mese e mezzo. In passato avevamo avuto altre ruberie, ma queste a così breve distanza mi hanno dato particolarmente fastidio. Lavoravamo proprio per Expo. La cosa irritante è che a Milano esiste un mercato abusivo di attrezzature dove le refurtive vengono vendute a cielo aperto e le forze dell’ordine hanno poco potere e non riescono a stoppare questi scambi. Mi hanno rubato due laser molto costosi, dei trapani enormi e altre varie attrezzature. Circa 20 mila euro di danni. Tra l’altro non siamo assicurati perché di solito le compagnie rispondono solo se i mezzi o le attrezzature si trovano all’interno di una recinzione. Ma le recinzioni le facciamo noi!!!! Quindi capisce che non ha senso assicurarsi.
 

Francesco, quali sono i valori che l’accompagnano nello svolgimento del suo lavoro?
Estrema serietà e professionalità, puntualità nelle consegne, personale altamente qualificato. Massima attenzione alla sicurezza. Questo ci distingue dagli altri e ci viene riconosciuto sempre alla fine di ogni lavoro. Personalmente cerco di non farmi sfuggire nulla. Tenere tutto sotto controllo per evitare dispersioni di tempo è molto faticoso ma fondamentale.
 

Ha raggiunto tutti i suoi obiettivi o ha ancora qualche sogno nel cassetto?
Sono abituato a volare basso e anche i miei sogni sono concreti. Quindi rispondo che sarei felice di poter continuare negli anni ad avere lavoro e a soddisfare appieno i miei clienti come oggi. Obiettivamente abbiamo raggiunto traguardi che mi inorgogliscono, chissà che il futuro sia altrettanto generoso con clienti prestigiosi e progetti ambiziosi.
 

Come vuole concludere Francesco questa intervista?
Ringraziando sicuramente mio padre Renzo che con il suo esempio mi ha offerto la possibilità di formarmi come uomo e come professionista. La mia famiglia, mia moglie Laura e le mie bimbe Angelica e Valentina che mi sopportano nelle giornate nere e mi supportano in quelle belle ma impegnative e certamente la mia squadra, i miei collaboratori e i dipendenti perché un’azienda è fatta di persone e quelle che lavorano con me sono tutte serie, motivate, preparate e coese.
 

Francesco la ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato. Ci ha dato la possibilità di scoprire una realtà che agli occhi dei più non era nota. Da adesso ognuno di noi guarderà con occhi diversi le recinzioni delle grandi opere come scuole, caserme, parchi, grandi aziende e penserà a lei, alla sua storia e ai suoi sforzi. Fatiche e storie locali, delle nostre terre che ci rendono orgogliosi di essere veneti.







Fabio Callegaro

Fabio Callegaro, noto imprenditore edile trevigiano, oggi si racconta. Il suo non è un percorso banale, nasce a Zero Branco nel 1983 e asoli 22 anni fonda la sua azienda, la Building CF.

Fabio, hai iniziato molto giovane a fare impresa
Effettivamente sì, per me è stato un processo naturale dato che mi sono appassionato a questo lavoro fin da piccolo, mio  papà  aveva  un’impresa  edile.  Sono  nato  e  cresciuto in cantiere, questo mi ha portato ad essere a 32 anni alla
direzione di un’impresa ben avviata.
 

Come sono stati i tuoi esordi
Ho  iniziato  da  solo  con  un  operaio  e  ho  preso  una ristrutturazione a Breda di Piave. In quel periodo lavoravo senza sapere se il mese dopo avrei avuto un altro cantiere da seguire, ma grazie al passaparola e ad un po’ di pubblicità in sei mesi avevo già 15 cantieri. Abbiamo lavorato molto, poi c’è stato un calo, abbiamo preso qualche cantonata con dei clienti poco affidabili, ma questo fa parte del lavoro, soprattutto  quando  hai  appena  iniziato;  fortunatamente nel  tempo  si  acquisisce  esperienza.  Quando  sei  giovane
qualche errore lo commetti.

In copertina appari con Francesco Gava, qual è il legame che c’è tra voi?
Francesco  è  geometra  e  lavora  con  me  ormai  da  5  anni, ci siamo conosciuti un po’ per caso, mentre stava ancora studiando. Mio padre aveva fatto dei lavori a casa sua. Ha iniziato a lavorare in cantiere come semplice manovale, fin da subito però ha dimostrato di avere delle doti e delle capacità organizzative notevoli tant’è che in poco tempo è  diventato  il  mio  braccio  destro:  contabilità,  misure, organizzazione  cantiere,  insomma  segue  tutta  la  parte tecnica.

Senti di aver raggiunto il tuo obbiettivo?
Abbiamo  fatto  esperienza  negli  anni,  da  giovane  si  ha spesso  una  sensazione  di  precarietà,  ti  dici:  finisco questo cantiere e adesso dove vado? Da tre-quattro anni questa  sensazione  non  c’è,  anzi  è  l’esatto  contrario.  Dal 2012  l’azienda  funziona  quasi  solo  ricevendo  commesse
per  i  mesi  successivi,  con  la  conseguente  necessità  di programmare  bene  i  tempi  e  le  scadenze,  per  questo siamo sempre molto puntuali. Noi nel momento della crisi abbiamo lavorato di più e meglio, questo dà soddisfazione perché la crisi ha operato una selezione forzata, invece in quel periodo abbiamo addirittura aperto l’ufficio in centro a Treviso. Oggi siamo un’impresa seria, non quattro ragazzi con  una  carriola  di  legno.  Però  si  continua  a  crescere  e migliorare, non posso e non voglio dire di essere arrivato.

Perché  hai  scelto  di  aprire  un  ufficio  proprio  dietro  la pescheria?
Ho  deciso  di  concentrarmi  sulla  visibilità  e  sui  servizi che offro in prima persona, per questo motivo ho aperto l’ufficio, ormai due anni fa, in pieno centro storico, vicino a San Francesco che è pure in zona a traffico limitato. E’ un po’ una sfida di questi tempi, ma in questo modo chi ci cerca dimostra di volerci; al contempo chiunque si trovi a  passare  davanti  all’ufficio  può  entrare  ad  informarsi confrontandosi direttamente con le persone che seguiranno il cantiere: il titolare e il geometra responsabile della parte tecnica,  senza  intermediari.  Siamo  orgogliosi  di  esporci in  prima  persona,  i  nostri  lavori  parlano  per  noi.  Inoltre riusciamo a consegnare qualsiasi tipo di lavoro “chiavi in mano” grazie alla collaborazione con lo studio di architetti Op  245.  Avevamo  pensato  di  espanderci,  trasferirci  in  un ufficio più grande, ma abbiamo preferito non farlo, ormai in città siamo un riferimento.
 

Chi vi contatta cosa può aspettarsi da voi?
Trasparenza  e  serietà.  Quando  prendiamo  un  cantiere facciamo il preventivo e un piano di lavoro settimanale in cui compaiono gli interventi previsti e i costi relativi. Il cliente così ha sempre sotto controllo lo stato di avanzamento dei lavori. Ogni settimana emettiamo la fattura per gli interventi effettuati. I nostri clienti hanno immediato riscontro di quel che spendono e la possibilità di una formula di pagamento rateizzata.  Questo  ci  permette  di  operare  nei  cantieri  in totale serenità, sia nostra che del cliente. Inoltre azzeriamo il rischio di giungere alla fine dei lavori con una spesa che si rivela di molto superiore rispetto al preventivo. Lavoriamo  molto  anche  con  la  formula  dei  preventivi a  budget,  trovando  la  soluzione  migliore  per  la  cifra disponibile.  Le  caratteristiche  strutturali  vengono mantenute sempre all’eccellenza, quello che fa la differenza sono le finiture. Abbiamo tre offerte: low, medium e high, tutte con detrazione fiscale al 50% e al 65%. Se necessario però  rifiutiamo  il  lavoro,  perché  preferiamo  perdere  una commissione piuttosto di trovarci costretti a fare un lavoro
fatto male.

Ma le detrazioni fiscali e le agevolazioni sono reali?
Certamente,  a  patto  che  siano  fatte  da  tecnici,  per  non avere brutte sorprese. Occorre fare domanda d’iscrizione e avvio della pratica per la detrazione, questo con le relative marche da bollo, e anche i bonifici devono essere effettuati seguendo  certi  parametri;  inoltre,  in  seguito  ai  lavori eseguiti  si  rende  spesso  necessario  il  ri-catastamento degli interventi. Il nostro architetto si prende cura anche di questi aspetti e i nostri preventivi tengono già conto di tutte queste voci.

Qual’è il vostro punto di forza?
L’elevata qualità del nostro lavoro e l’offerta di un servizio completo,  dal  cantiere  all’arredamento  interno.  Lavoriamo anche  con  professionisti  esterni,  scelti  dal  cliente,  ma preferiamo appoggiarci ai nostri collaboratori di fiducia, così da avere la certezza di rispettare i tempi stabiliti garantendo, paradossalmente,  una  maggiore  disponibilità  nel  seguire le  esigenze  del  cliente.  La  supervisione  del  cantiere  la curo  io  personalmente  oppure  è  affidata  al  geom.  Gava  o all’architetto. Il cliente quindi può interfacciarsi direttamente con un responsabile. E poi ci sono i nostri operai.

Quanti operai conta la tua impresa?
Sei  più  le  squadre,  inoltre  abbiamo  delle  collaborazioni fisse anche con artigiani, così che durante il mese abbiamo sempre almeno 20 persone che lavorano per noi. In cantiere non  si  fuma,  non  si  beve,  gli  operai  devono  controllare sempre che non manchi materiale. I nostri operai sono tutti
giovani, ben al di sotto dei 40 anni d’età, tutti italiani della provincia di Treviso e Venezia, grazie anche al contributo della regione. Hanno passione per quello che fanno, sono educati e si presentano in ordine, perché sono i primi a rispondere se c’è un problema. Ogni mese inoltre seguono insieme  a  noi  dei  corsi  di  aggiornamento.  Lo  scopo  è che ciascuno di loro sia formato per eseguire qualunque lavoro. Inoltre devono essere in grado di manovrare tutti i macchinari del nostro parco macchine che è molto ben fornito, raramente usufruiamo di mezzi a noleggio.Nella tua impresa siete tutti giovani, a cominciare da te.

Essere giovane, nel settore dell’edilizia, può essere anche uno svantaggio?
Sette anni fa quando entravo in un cantiere c’era sempre l’operaio  più  anziano  di  me  che  mi  guardava  come  fossi un ragazzino inesperto giudicandomi solo in base all’età, oggi  invece  non  devo  più  dimostrare  chi  sono,  mi  viene riconosciuta l’esperienza, la mia voce si sente, ho la mia
squadra.  Quando  arriviamo  in  cantiere,  oltre  a  fare  un lavoro professionale, diamo anche un’immagine bella. Gli operai  hanno  tutti  la  divisa,  nel  caso  si  eseguano  delle manutenzioni la prima cosa che fanno è preoccuparsi di non  sporcare  o  rovinare:  mettiamo  i  feltri  sui  pavimenti, teniamo pulito di pari passo con gli interventi, il cantiere è sempre in ordine. Questo garantisce serenità al cliente e più sicurezza per chi ci lavora. Oggi essere così giovani ci garantisce una marcia in più, siamo più innovativi, ma abbiamo già accumulato molta esperienza da cui attingere.

Qualche innovazione che offre esclusivamente la Building CF?
Costruiamo in classe A+++ grazie ad un cassero di nuova invenzione,  ma  non  posso  dire  di  più  altrimenti  ci imitano! E poi abbiamo una meravigliosa applicazione per smartphone e iphone che si chiama Sos Building: è attiva 24ore a chiamata, chiunque può utilizzarla ed è gratuita; è sufficiente registrarsi. Ovviamente  c’è  il  pagamento  dell’onere  di  chiamata  e dell’intervento. Grazie a questa applicazione, per esempio, ci è capitato di salvare il pranzo di nozze che si svolgeva in un ristorante a cui era andata in corto circuito la cucina. In mezz’ora eravamo sul posto e abbiamo risolto il problema, questo è il servizio che offriamo.

Di tutti i lavori realizzati quale ti soddisfa maggiormente?
Posso  rispondere  tutti,  perché  lavoriamo  sempre  bene. Adesso stiamo finendo di ristrutturare una palazzina storica sulla  piazza  principale  a  Camponogara.  Ci  occupiamo  di negozi, ristoranti, a Treviso per esempio abbiamo seguito le  Beccherie  e  l’ampliamento  dell’Osteria  Ostile;  molti appartamenti e attici privati di prestigio, qualche tempo fa abbiamo ristrutturato la Villa di Zanibellato sul Terraglio, un  appartamento  a  Venezia  a  Piazzale  Roma,  abbiamo lavorato in Puglia alla costruzione di un trullo, in Croazia ci siamo occupati delle coperture di un villaggio vacanze… la  lista  è  lunga.  E  poi  forniamo  assistenza  ai  negozi  Obi del triveneto facendo manutenzione e riparazioni in caso di bisogno.

Fabio, sei riuscito a trasmetterci tutto l’entusiasmo  e  la  passione  che  metti nel tuo lavoro. Non pensi sarebbe utile poterlo  condividere  con  i  giovani  che stanno  iniziando  a  confrontarsi  con  il tuo mondo?
Assolutamente,  infatti  una  volta all’anno  la  Scuola  Edile  di  Treviso  ci manda degli stagisti, quest’anno erano quattro, mentre il Besta ci ha mandato una  segretaria  per  un  tirocinio.  È sempre una bella esperienza per tutti, abbiamo  visto  che  i  ragazzi  imparano divertendosi e a noi fa piacere insegnare loro la realtà del lavoro, le difficoltà e come trovare le soluzioni È un modo molto pratico il vostro di aiutare concretamente i giovani; restando sul tema dell’aiuto e della disponibilità

Vi occupate anche di altro?
Non con sistematicità, sarebbe eccessivo etichettarci come filantropi,  tuttavia  di  fronte  a  situazioni  di  particolare urgenza non siamo certo tipi da voltare la testa dall’altra parte. Per esempio dopo il tornado a Mira ci siamo uniti 5  giorni  alle  squadre  dei  volontari,  abbiamo  parlato  con il comune mettendoci a completa disposizione delle loro esigenze. In casi come questo chi ha i mezzi per dare un aiuto concreto ha anche l’obbligo di farlo.

Grazie Fabio del tempo dedicatoci e continua con questa energia. Ci auguriamo che l’esempio di Building CF possa fungere  da  spinta  emotiva  per  tutti  quei  giovani  che vogliono fare impresa nonostante il periodo poco propizio.







Lorenzo Michielan

ANTICA DROGHERIA CABERLOTTO

 E' il  fiore  all’occhiello di Mestre, è un museo del piacere e del gusto, incanta con i suoi mille colori …
Parliamo  dell’Antica Drogheria Caberlotto, sita al civico 65 di Piazza Ferretto praticamente da sempre!
Oggi approfondiremo la conoscenza del Signor Lorenzo Michielan che la rilevò nel 1983 dal conosciuto Nini Caberlotto, nipote del fondatore e deceduto lo scorso 2013, decidendo di mantenerne il nome e portando avanti la tradizione di questa bottega storica nata nel 1918.

 

Signor Michielan, ci parli di lei, della sua infanzia e delle sue passioni giovanili.
Nasco da una famiglia di agricoltori nel luglio del 1946, e sono proprio le mie origini che mi hanno fatto innamorare di questo mondo e fatto capire tutti i sacrifici che ci sono dietro e che spesso non vengono riconosciuti. Il lavoro dei contadini è il più duro, il più ingrato e il peggio retribuito.
Abbiamo quindi scelto di vendere prodotti agricoli locali per spiegarli, raccontarli, valorizzarli e far comprendere la differenza qualitativa dei frutti della terra locali rispetto a ciò che propone la grande distribuzione
 

Ci racconti come ha conosciuto Nini Caberlotto e perché ha deciso di rilevare l’Antica Drogheria.
I fratelli Caberlotto dopo aver ereditato dai genitori alcuni negozi agroalimentari e dei laboratori di lavorazione delle materie prime come la tostatura del caffè, delle mandorle, la produzione di mostarda e torrone, decisero di concentrarsi su alcune di queste attività e cederne delle altre. A questo processo di trasformazione si è aggiunto il fatto che Nini in seguito ad un incidente aveva perso l’uso di un occhio e necessitava di una lunga convalescenza. Così venni a sapere che era in vendita il locale di Piazza Ferretto e lo acquistai per gestirlo con mia moglie e successivamente con i miei figli.
 

Quali tipologie di merce trattate?
Offriamo specialità alimentari regionali italiane. La nostraè una drogheria che raccoglie spezie da tutto il mondo. E’ anche un’enoteca con selezione delle migliori etichette italiane ed estere. Seguiamo la cucina etnica e possiamo offrire qualsiasi specialità alimentare. Fornitissima è la selezione di the ed infusi. Ci occupiamo anche di torrefazione del caffè e vendita al dettaglio, acquistiamo le varie miscele di caffè crudo e nel nostro laboratorio le lavoriamo e le confezioniamo per la vendita. Un tempo il laboratorio era qui in centro ma ora ci siamo spostati in campagna anche per gli aromi che il processo rilascia nell’aria, gradevoli per alcuni e magari un po’ meno per altri. Offriamo una selezione dei migliori cioccolati e biscotteria tradizionale. Coltiviamo personalmente delle piantagioni di mele cotogne per poi fare la nostra mostarda che va a ruba. E naturalmente realizziamo confezioni regalo per le festività.
 

Avete chi vi aiuta a comporre le vetrine? Sono sempre impeccabili!
Un vetrinista aiuta me e Federica, mia figlia, colei che rappresenta il futuro di questo negozio. Facciamo prima dei disegni, degli schizzi su come vorremmo abbinare le merci e soprattutto ci concentriamo sui colori che devono attrarre il cliente e invogliarlo.

 

È un attività a conduzione familiare oppure ci sono dei dipendenti?
Abbiamo dei dipendenti ma la conduzione dell’attività è familiare. Mia moglie Mariella tiene la contabilità e cucina,prepara molte specialità che vengono servite durante le nostre serate di degustazione.
 

I vostri clienti sono prevalentemente di Mestre o arrivano un po’ dappertutto?
Prevalentemente sono di Mestre ma per certe tipologie di prodotti vengono anche da fuori provincia. Noi offriamo alimenti di gran qualità per palati esigenti e soprattutto per clienti che ricercano prodotti del territorio che abbiano certe caratteristiche peculiari essendo dei buongustai e quindi disposti a spostarsi pur di reperire e degustare i nostri prodotti.
 

Eseguite anche vendite online oppure bisogna per forza recarsi presso la vostra attività?
Abbiamo un e-commerce che funziona molto bene. Il sito si chiama www.venicearoma.com.
 

Il cliente più strano o particolare col quale ha trattato?
Di episodi particolari ne potrei raccontare molti, in tanti anni non c’è da stupirsi di aver visto un po’ di tutto. Una cosa bizzarra che ci è capitata è la visita di una signora che aveva voglia di fare la mostarda ed è venuta qui a prendere un concentrato di senape che è l’ingrediente base. L’abbiamo avvisata di fare attenzione perché il concentrato andava ben dosato e ovviamente non andava inalato come tutti i prodotti concentrati e forti. Lei invece di seguire i nostri consigli, pensando di rendere più buona la sua ricetta, utilizzò tutta la  fiala  in  un  solo  chilo  di  mele.  L’effluvio  che  ne  uscì  fu violento, la signora che non ebbe cura di fare attenzione, inalò i vapori ed ebbe l’impressione di bruciarsi le narici. Naturalmente la sua mostarda era immangiabile e tornò in negozio infuriata accusandoci e minacciandoci di fare una segnalazione  all’ufficio  igiene  perché,  a  detta  sua,  vendevamo prodotti altamente corrosivi… eravamo dispiaciuti ma allo stesso tempo la situazione ci ha fatto sorridere.
 

Qual è la merce più richiesta?
Tutte le specialità alimentari che arrivano dal mondo agricolo come i pomodori salernitani, o quelli a grappolo dal Vesuvio, i torroni di Sicilia e di Benevento e molti altri.
 

Quindi la selezione del fornitore è fondamentale
Assolutamentesí. I fornitori sono dei partner che se producono dei buoni prodotti ci fidelizzano e noi raccontiamo le loro lavorazioni e cerchiamo di valorizzare la loro produzione. Negli anni abbiamo creato con qualcuno dei rapporti praticamente esclusivi a vantaggio di entrambi. Chi produce ha la vendita garantita e noi siamo certi delle origini e delle modalità con cui queste specialità vengono realizzate come ad esempio per le lenticchie di Colfiorito.
 

E il prodotto più pregiato?
La spezia più cara è lo zafferano. Abbiamo del caviale italiano costosissimo perché raro e ricercato, degli champagne e dei vini particolari. L’elenco è davvero molto lungo! Puntiamo innanzitutto, come imparato dai nostri fondatori, su prodotti tipici del territorio.
 

Al primo piano, sopra il negozio c’è un’elegante sala, come la utilizzate?
Disponiamo di questa sala che ospita le serate conviviali di degustazione, occasioni in cui i prodotti più particolari vengono presentati da chi li realizza, perché il miglior selezionatore gastronomico è colui che conosce l’ambiente dei produttori. Solo così si può capire perché un determinato prodotto nasca in uno specifico luogo. Inoltre vogliamo sempre essere sicuri dei prodotti che compriamo. Spesso siamo condizionati anche dai legami affettivi che in tanti anni abbiamo messo in piedi con i fornitori, e per essere davvero obiettivi invitiamo un certo numero di degustatori che assaggiano e commentano tutta una serie di prelibatezze e ci indirizzano sugli acquisti.
 

Quali sono i valori importanti per il suo lavoro?
La gestione familiare. A mio parere è stata l’arma vincente per i Caberlotto prima e per noi dopo. L’amore e la dedizione che ognuno di noi mette mentre lavora è superiore a quella di un dipendente o di un collaboratore. Noi siamo i primi a desiderare profondamente che gli standard qualitativi di ciò che offriamo siano sempre al top e ci teniamo a fidelizzare la clientela che è il nostro patrimonio.
 

Nei quotidiani spesso abbiamo letto la vostra attività associata  ad  azioni  benefiche,  ce  ne  parla?  Avete  qualche progetto a medio termine?
Collaboriamo con la fondazione Banca degli Occhi. Organizziamo alcuni eventi durante l’anno, inoltre collaboriamo anche con varie associazioni locali. Nell’organizzazione degli eventi della Banca degli Occhi cerchiamo di improntare un menùi cui prodotti siano legati alla vista e al benessere ad essa associata. Spesso abbiamo la possibilitá, grazie ai nostri fornitori, di donare ad enti benefici (mense per i poveri o case dell’ospitalità) prodotti che ci vengono offerti in alcuni casi a fine stagione.
 

Signor Michielan, lei è stato per 20 anni presidente, socio fondatore e propulsore dell’associazione Pro Loco di Scorzè sorta nel 1983 che comprende anche le quattro frazioni limitrofe. Cosa le ha dato questa esperienza?
Èuna bellissima esperienza. Lavorare con 700-800 volontari ti arricchisce. Non è sempre facile, bisogna ricordare che non è un’azienda o un’attività, ma è un momento di aggregazione nelle feste paesane dove viene messo in evidenza il mondo produttivo dell’agricoltura e si uniscono realtà come l’artigianato, il volontariato, le associazioni no profit dove ognuna mette a disposizione del tempo, chi più chi meno, ma insieme promuovono avvenimenti che a loro volta ne fanno scaturire degli altri e così via. Tutte iniziative che fanno bene ai nostri paesi e alla gente, ma hanno anche l’utilità sociale di colmare dei bisogni, come per esempio restaurare un bene comune: si raccolgono i fondi e ciò permette che si realizzi. Soprattutto si promuovono i prodotti agroalimentari del territorio che sono i veri protagonisti insieme ai nostri agricoltori (asparago, Biso di Peseggia DE.CO., pomodoro di Cappella e radicchio di Treviso).
 

Piazza Ferretto è cambiata moltissimo nell’ultimo ventennio. Tante attività hanno chiuso, tante si sono rinnovate. Qual è, ammesso che ci sia, il suo più grande rammarico? Oppure ha apprezzato tutte le trasformazioni che si sono susseguite?
Pur essendo favorevole alla trasformazione, all’ammodernamento e alla pedonalizzazione del centro storico, il mio rammarico più grande è che le passate amministrazioni non hanno saputo mantenere vivo il centro preoccupandosi per esempio di intensificare le linee di autobus o creare parcheggi, mi riferisco a tutte quelle iniziative che sarebbero state auspicabili per non desertificare la città. Quindi tutti i negozianti che hanno subìto il cambiamento non sono stati né coinvolti né ascoltati. Con rammarico devo aggiungere che molti commercianti non hanno saputo controbattere le scelte delle amministrazioni. Queste non hanno tenuto conto per esempio di tutti quei residenti impossibilitati a spostarsi in auto necessitando di negozi intorno a casa. Un tempo la Piazza e le sue attività erano un grande centro commerciale a cielo aperto. Non vi era concorrenza se non sana, c’era uno spirito di collaborazione tra esercenti. Ora purtroppo con la nascita dei Centri Commerciali le città si stanno spegnendo, anche perchè gli affitti dei negozi non sono scesi proporzionalmente. La giunta sta pensando di mettere a pagamento i parcheggi dei Centri Commerciali e credo non sia una scelta sbagliata.
 

Come vede il suo negozio tra 20 anni?
Lo vedo gestito da Federica, magari rinnovato nell’arredamento pur mantenendo la nostra tradizione di coccolare, ascoltare e consigliare i clienti. Lo vedo ancora più specializzato in prodotti particolari come il the, il caffè, le spezie e tutte quelle derrate che già oggi ci rendono speciali e unici agli occhi del pubblico. Federica è una vera appassionata e cultrice di the, infusi e spezie; si prodiga nello spiegare ai clienti le particolarità dei nostri prodotti. Questa sua cultura è il frutto di studi e approfondimenti personali ma anche merito della nostra famiglia che ha sempre cercato e apprezzato prodotti buoni e sani. Un indirizzo che dovrebbero prendere un po’ tutti, in quanto nella vita abbiamo molti bisogni ma a ben pensarci, dell’agricoltore e dei suoi prodotti abbiamo bisogno almeno tre volte al giorno.

 

Grazie Lorenzo del tempo che ci ha dedicato. Èstato un piacere poter ripercorrere con lei un po’ del nostro passato. Facciamo a lei e ai suoi figli i nostri migliori auguri per tutti i progetti che avete in cantiere. Ora beviamoci un buon calice di vino… uno di quei vini speciali che hanno tanto da raccontare, come lei e la sua storia.
 







Barry Mason

Fabio Mason, in arte Barry Mason, classe ’62,  oggi si racconta con un pizzico di autoironia. Ha un curriculum che parla da sé: dj, cantante, showman, imprenditore, sportivo, divo e molto altro. La sua passione per la musica inizia in tenera età ed è stato tutto un crescendo. Suona il pianoforte e l’armonica blues, sportivo completo, pilota automobilistico, cintura nera di karate 6° dan, risata coinvolgente, si presenta come un uomo che ha raggiunto una certa maturità spirituale e che parla di sé con senso critico, frutto di molteplici esperienze. Una vita con la gente e al servizio della gente quella di Fabio.
 

Barry, come è iniziato il tuo percorso artistico?
E’ iniziato quando ero poco più che un ragazzino, avevo già la passione per la musica e lo sport, mi ricordo che la prima cosa che ho suonato su di una tastiera erano alcune sigle pubblicitarie. Anche lo sport è stato un volano importante nella mia vita e oggi è diventato l’elemento rigenerante per essere sempre professionale nell’attività che svolgo. Tornando alla musica, studiavo al Collegio Astori e all’epoca internamente vi era uno studio radiofonico la cui gestione era affidata ai ragazzi più intraprendenti sotto la supervisione di qualche salesiano. Lì ci fu il mio esordio come speaker.
 

Da moglianese ricordo le trasmissioni della domenica mattina.
E non solo! Trasmettevamo più volte alla settimana. È stata un’esperienza grazie alla quale ho capito che quello doveva essere il mio mondo. Mi affascinava e davanti al microfono mi scoprivo meno timido e impacciato. Le parole scorrevano a fiumi e chi mi ascoltava si divertiva e si compiaceva! E’ stata la carica per iniziare questa carriera.

La prima tappa importante della tua carriera quale è stata?
La grande ambizione all’epoca era andare a Radio Canale 36. Parliamo circa del 1979-80, questa radio che aveva sede a Mogliano Veneto iniziò come strumento di servizio del Comune ma in realtà il taglio ‘leggero’ prevalse da subito su quello ‘politico-culturale’, e il bacino d’utenza si allargò ben presto ad un’area decisamente più vasta, raggiungendo anche le città di Mestre e Treviso. Quando venne installato un ripetitore sul Monte Cesen, Radio Canale 36 divenne inaspettatamente popolare anche nelle zone di Valdobbiadene, Conegliano e Vittorio Veneto, dando vita ad un inedito ‘filo diretto’ tra la pedemontana trevigiana e l’hinterland veneziano. Il mio primo successo personale fu proprio riuscire ad entrare in questa radio come DJ. Per i miei coetanei compaesani, e non solo, ero già un piccolo divo.

E i passi successivi?
Questa esperienza è stata un trampolino di lancio per inserirmi nel mondo della discoteca. Nel 1979 iniziai ad andare a Porto Santa Margherita al famoso Pussycat. Da li poi ho lavorato in varie discoteche della zona, il Papaya, La Villa, Il Muretto le Capannine, il King’s. Con Superradio Mestre pubblicai il mio primo  disco che rimase primo in classifica in Spagna per 6 settimane. Sono stato uno dei primi dj in Italia a produrre dischi e ho avuto ottimi risultati anche in Germania e Francia. D’inverno mi spostavo a Corvara, di giorno facevo il matto sulle piste da sci e la sera facevo il pienone nei locali dove suonavo. Ecco, quelli sono stati gli anni in cui mi sono caricato di più. Esperienza, conoscenza, sicurezza e anche la certezza che questo lavoro un po’ lo sapevo fare!!

Se non sbaglio, dopo c’è stata per te la grande svolta.
Effettivamente ricevetti una proposta di lavoro a Taormina al Tout Và, una discoteca molto trendy, li ho conosciuto persone che mi hanno introdotto in ambienti ambiziosi ma altamente formativi per chi come me stava facendo carriera nel mondo della musica. Feci per 8 anni il Dj animatore ufficiale Marlboro Ferrari e Chesterfield Aprilia con i gran premi di F1, motomondiale in Europa e Motorshow a Bologna. Conobbi tutti i piloti del tempo, come Alesi, Schumacher, Alain Prost, Eddie Irvine, Capirossi, Max Biaggi, Valentino Rossi che all’epoca era un ragazzino. Contemporaneamente Antonio Germinario manager di Fiorello in quegli anni praticamente sconosciuto, mi coinvolse nella sua agenzia e grazie a lui ebbi modo di fare tante, tante serate. Più o meno lavorai in 830 locali in tutta Italia.

Immagino l’euforia e la frenesia che ti attanagliavano in quegli anni.
Non ero un semplice Dj. Ero uno showman, intrattenevo il mio pubblico. Cantavo, facevo numeri e non era inconsueto per me andare fuori dalle righe. In discoteca portavo di tutto, dalla motosega, alla fiamma ossidrica, una volta ho anche bruciato una consolle… sì, effettivamente davo spettacolo!

Ma è stata la volta che Maurizio Costanzo ti ha voluto da lui in trasmissione?
Esatto, al Maurizio Costanzo show abbiamo chiacchierato sul mio modo di fare spettacolo. Ma sempre in quel periodo, parliamo degli anni ’90, partecipai e vinsi la trasmissione condotta da Raffaella Carrà “Ricomincio da Due” premiata dai telespettatori, con un ascolto medio di oltre 6 milioni a puntata. Avevo come padrini Nuccio Fava direttore del tg1 e Franco Corazzi giornalista milanese. Successivamente ho continuato a fare serate in televisione e programmi musicali ma tornai ad avvicinarmi alla radio, partecipai alle trasmissioni organizzate da Radio Capital nel parco Aquafan di Riccione. Tra i conduttori c’erano Rosario e Beppe Fiorello, Amadeus, Laurenti, Fiorello e Fabio Volo alle prime armi.
Attraverso Claudio Cecchetto iniziai poi a collaborare con Radio Capital ma non potendo fermarmi a Milano, rientrai in Veneto.

 

Si perché tu, in mezzo a tutto questo, sei riuscito anche a mettere su famiglia!
Già, sono sposato e ho due figli, Filippo e Simone di 26 e 17 anni. Anche per questa ragione il rientro in Veneto. Mi proposi a Radio Padova che da 19 anni è la mia seconda casa. Sono direttore responsabile della testata giornalistica  e conduco tutti i giorni un mio programma.
 

Qual è la tua giornata tipo?
Mi alzo alle 4,50 alle 6,15 sono in redazione per andare in onda alle 10. Il programma termina alle 13 ma resto in redazione fino alle 14 e mi preparo per il giorno dopo. Dietro ad un programma c’è lavoro e passione, c’è costanza e determinazione. Ho 3 ospiti al giorno, con qualcuno c’è un appuntamento settimanale fisso, altri ruotano. Politici, sportivi, attori, c’è posto per tutti.

 

Che consiglio daresti a un giovane che vuole intraprendere il lavoro di conduttore radiofonico?
Per fare radio oggi ci vuole istruzione e preparazione. Non ci si improvvisa, serve una base culturale profonda. Io leggo 6-7 giornali tutti i giorni. Di sicuro è più difficile fare radio che televisione. Alla radio c’è solo la tua voce e ciò che vuoi raccontare, comunicare. In televisione aiutano una bella faccia, la presenza scenica, le coreografie… Tutto questo in radio non c’è.

Progetti per il futuro?
Per ora mi diverto. Continuo a fare radio ma ci abbino spettacoli e serate, un paio al mese, a tema. Ho coniato un logo , e le feste che organizzo sono all’insegna di questa frase che amo sparare in trasmissione e che poi è diventata un vero e proprio marchio che identifica gli eventi a cui partecipo. Musica rigorosamente anni ‘70 e ’80 suonata e mixata coi vinili. I locali si riempiono e ci si diverte un mondo.

Un tuffo nel passato…
Un po’ si e un po’ no, dato che tutto torna. Revisionato, rivisitato ma tutto torna. Le note sono solo 7 eppure ci si fa musica da sempre. Stiamo ricominciando a fare cose vecchie a riprendere i suoni di una volta e i locali si riempiono. Di conseguenza stiamo tornando indietro anche in televisione, hanno rifatto Rischiatutto e piace molto. L’intelligenza oggi dev’essere copiare l’idea, modificando la struttura e adattandola ai tempi. Il vecchio format televisivo e radiofonico si può riproporre ma alla velocità di oggi.

Un sogno nel cassetto?
Investire più tempo nel giornalismo. Mi piace molto l’aspetto dell’approfondimento con personaggi di ogni genere. Sono addetto stampa per la Federazione Italiana Karate e per anni ho scritto su varie riviste locali. Mi piacerebbe dedicare più tempo a questo settore e magari portare il mio modo di fare giornalismo in una trasmissione televisiva.

Che dire Barry, una vita piena di successi e impegno. Ci hai raccontato un centesimo di tutto ciò che hai vissuto, la cosa bella è che non hai mai smesso di sorridere mentre parlavi di te, del tuo percorso, regalandoci un momento di nostalgica spensieratezza, facendo riaffiorare un sacco di ricordi in molti di noi. In bocca al lupo per i tuoi sogni e non mancheremo numerosi alle tue serate di … musica suonata a mano!!

L.S.







Daniel Bertapelle

Daniel Bertapelle è nato trentadue anni fa a San Donà di Piave. Chef emergente oggi si racconta. Due sono i momenti determinanti per la sua formazione professionale: l’aver potuto frequentare sin da piccolo le cucine di grandi Hotel e l’incontro con il suo mentore Riccardo Lepriero.

 

Daniel, i nostri gusti per il cibo sono strettamente collegati all’infanzia; le tue prime memorie sul cibo?
Le sardine fritte di mia nonna Graziella e gli involtini primavera di mia nonna Laura. Quest’ultima è pugliese di nascita con la passione per la cucina esotica maturata in diversi anni vissuti in vari paesi tra cui l’Australia. Quindi ebbi modo fin
da piccolo di sperimentare un sacco di piatti vari e non tipicamente veneti. Mentre mia nonna Graziella esperta in pasticci e sardine fritte rappresenta il legame con la tradizione!
 

C’è un piatto che non vedevi l’ora di mangiare quando ti svegliavi la mattina o quando tornavi da scuola?
In realtà mi piaceva tutto e assaggiavo di tutto. Ecco, non i dolci, da sempre preferisco cibi salati.
 

Chi consideri il tuo Maestro?
Sicuramente il mio Maestro è Riccardo Lepriero, chef titolare del ristorante “Al Cicheto” di Padova, un locale intimo dove il buon pesce la fa da padrone.
 

Una volta hai detto che hai imparato molto sia dalle gentilezze sia dalle cattiverie del tuo maestro. Un commento a riguardo?
In cucina c’è bisogno, a volte, di un certo rigore ed anche di una certa severità: aiutano la concentrazione, specialmente in un giovane. Comunque impongono un ritmo e delle regole fondamentali. Quindi è molto importante che il tuo maestro sappia darti questo tipo di disciplina. “Al Cicheto” ho imparato ad adoperare un più elevato numero di prodotti rispetto a quelli convenzionali in uso, quindi ho allargato molto la conoscenza degli ingredienti e delle tecniche. Poi mi ha insegnato che la fantasia, unita alla dimestichezza nell’uso degli ingredienti freschi e di qualità e la loro perfetta conoscenza, permette di creare abbinamenti inediti e regalare ai clienti esperienze uniche. Questo era e rimane ilmio obiettivo.
 

C’è un momento o un episodio che ricolleghi a quando hai capito che questo era il mestiere, la carriera nella qualeavresti voluto proseguire?
Ho sempre avuto un grande amore per il cibo, sin da bambino giravo nelle cucine degli Hotel che mio nonno gestiva. Quando i cuochi se ne andavano io entravo in possesso di pentole e fornelli e mi improvvisavo cuoco. Ho sempre
saputo che avrei fatto questo lavoro.
 

Le qualità essenziali per essere Top Chef?
Senza dubbio penso che oggi uno chef debba essere una persona di cultura. Deve avere il tempo per approfondire la sua conoscenza sia dal punto di vista dei prodotti, sia dal punto di vista della cultura generale. Poi ovviamente deve essere creativo, ma deve conoscere bene anche la cucina tradizionale. Deve sapere motivare, coinvolgere, stimolare le persone che gli stanno intorno. Deve elettrizzare la sua squadra e trasmettere la sua passione per questo mestiere, soprattutto ai giovani che stanno iniziando a investire e sacrificare molto tempo delle loro vite per realizzare un sogno. È fondamentale che un giovane che inizia a lavorare si senta parte integrante di una squadra, di un progetto. Per ultimo deve trovare il modo, direttamente o indirettamente, di sapere se i suoi piatti piacciono ai clienti. Non è scontato che un piatto anche se valido e ricercato, realizzato con i migliori ingredienti, incontri il gusto dei più. Ecco, non bisogna aver timore di questo, è comunque un modo per crescere e migliorare.
 

L’aspetto del  tuo lavoro che ami di più?
La diversità tra un giorno e un altro: i piatti, i colori, i gusti, gli ospiti che cambiano ogni giorno, rendono questo mestiere avvincente e combattono la monotonia della routine. Anche se la routine intesa come metodo di lavoro sistematico nello svolgere dei compiti quotidiani è fondamentale. Ma qui torniamo al rigore di cui si parlava all’inizio.
 

E cosa ami di meno?
Non poter mettere a letto mio figlio, la sera,  e accompagnarlo nell’addormentarsi.
 

La tua filosofia culinaria?
Adoperare soltanto dei prodotti di alta qualità, rispettare la stagionalità dei prodotti, avere un profondo senso etico e professionale per il mio mestiere. In sostanza, massima cura in quello che faccio e massima qualità nelprodotto che uso. Per me cucinare è sfogare la passione che ho dentro di me per il cibo. Mentre cucino pensoalla musica che adoro, mi emoziono e l’intento è quello di trasmettere queste emozioni nei piatti che creo. Trasmettere me stesso va oltre al saper cucinare bene un piatto che di per sé non basta per distinguersi ed eccellere.
 

Cosa ami cucinare, dolce o salato?
Sicuramente più il salato! E’ scritto nel dna di questo mestiere che un grande chef non è mai un grande pasticciere, perché il mestiere dello chef sostanzialmente non è fatto di regole, a differenza di quello del pasticciere fatto di metodi e di numeri e io sono uno che ama la creatività, e che ama la cucina così: un pizzico di questo, un pizzico di quello, alla fine viene fuori un grande piatto.
 

Come descriveresti  la tua cucina?
Genuina e fresca, semplice e autentica, aggiungerei in continua evoluzione, dove la cura e l’attenzione fanno  diventare  ogni  ingrediente  e  ogni  piatto  particolare.

 

Le tue specialità?
Sicuramente il pesce, in tutte le sue varianti. Anche se in realtà non mi piace preferire un piatto ad un altro. Mi piace pensare che ogni mio piatto abbia una sua personalità, una sua caratteristica. Come per ogni chef, ci sono inevitabilmente alcuni dei miei piatti che riscontrano più successo da parte del pubblico.
 

Attualmente dove stai praticando la tua attività?
Presso il ristorante Mezzaluna dell’Hotel Viest a Vicenza.
 

Fino ad ora abbiamo parlato di Daniel Bertapelle chef;adesso vorrei conoscere meglio Daniel Bertapelle la persona. Per esempio, quali sono i tuoi piatti preferiti?
In verità amo tutta la cucina che contiene una storia, un concetto, una filosofia, e, se cito un piatto, faccio un’ ingiustizia agli altri 10,000 che mi piacciono. Sono una buona forchetta. Per non fare un torto a nessuno torno a citare le sardine fritte di mia nonna Graziella.
 

Ami il vino? Quali sono i tuoi vini preferiti?
Amo il vino anche se non sono un gran bevitore. Preferisco le bollicine della Franciacorta e ovviamente il prosecco di Valdobbiadene e Friulano. Per i rossi, il Borgogna   e  il  Pinot  Noir  in  tutte  le  sue  espressioni.
 

Qual è la cucina internazionale che apprezzi di più?
La cucina Indiana perché è ricca di sapori forti, che colpiscono il palato, ma che hanno anche un’azione benefica per il corpo. È una cucina semplice ed equilibrata. Un piatto particolarmente pesante viene sempre accompagnato da una componente acida, digestiva, ovvero pomodori, aceto o limone. E poi senza dubbio la cucina peruviana che è una vera e propria scoperta per il palato. Una cucina in cui si fondono un’infinità di prodotti, sapori, colori e aromi frutto non solo di questa terra, ma di una profonda influenza internazionale. Questa miscela di tradizione e culture culinarie, dalla spagnola, all’africana, alla cinese, alla giapponese e non poteva mancare quella italiana, fanno si che nei piatti peruviani coesistano cibi e sapori appartenenti a quattro continenti, collocandosi, secondo me, tra le più gustose dell’America Latina.
 

E in Italia, la cucina regionale migliore?
Scontato affermare che in tutta Italia la cucina è ricca di ottimi piatti. Le mie preferenze vanno però alla cucina Veneta ed Emiliana.
 

Quali sono gli chef che ammiri ? E cosa pensi  delle trasmissioni come MasterChef o La prova del Cuoco della Clerici?
Ammiro molto Massimiliano Alajmo, chef e proprietario del ristorante Le Calandre di Padova e Massimo Bottura, chef e proprietario dell’Osteria Francescana a Modena. Riguardo le trasmissioni che citavi hanno sicuramente il pregio di aver valorizzato il backstage dei ristoranti, cuore pulsante di queste attività ovviamente. Fino ad una quindicina di anni fa non si parlava così tanto di questo mestiere e soprattutto del cibo visto come forma d’arte. Forse veniva dato più valore agli arredi, allo stile, alla location dei ristoranti o ai vip che li frequentavano. Oggi grazie a queste trasmissioni la cucina come espressione creativa è entrata nelle case di tutti e i veri vip sono i cuochi! Di contro c’è forse il rischio di illudere molti giovani. E’ un lavoro duro, che implica studio e molti sacrifici e le cucine che vediamo in televisione sono ben distanti dalla realtà.
 

I tuoi clienti da dove vengono?
Sono internazionali, prevalentemente italiani ma ho cucinato per clienti di ogni nazionalità.
 

Anche  tu ami viaggiare?
Sì, tanto. Ogni territorio ha molto da raccontare di sé. Sarebbe bello se ognuno di noi avesse un mese all’anno per viaggiare e far crescere la propria cultura gastronomica. Lo chef dovrebbe cercare di seguire questa filosofia, conoscere e confrontarsi con altre culture per arricchire la propria cucina.
 

Un  tuo  giudizio  sugli  chef  proprietari  di  imperi,  che  gestiscono ristoranti in più località come Ducasse e Keller?
Ammiro molto chi riesce a esportare la propria creatività. Avere successo in più località, su tante platee diverse è solo un fatto positivo. Mi piacerebbe essere capace di farlo. Sarebbe un modo per allargare i miei confini, di confrontarmi con altre culture. Ovviamente lo chef con esercizi in tutto il mondo ha creato, come Ducasse, degli allievi e un sostegno organizzativo e imprenditoriale non indifferente. Non pensiamo che uno chef vada da solo con la sua borsa a Tokyo per aprire un ristorante. Sarebbe pura utopia. 
 

Se non avessero fatto lo chef Heinz Beck avrebbe voluto fare il pittore, Gualtiero Marchesi il pianista. E tu?
Non lo so, forse, adorando la musica, il musicista o il DJ. Invidio e apprezzo molto chi sa suonare uno strumento e non solo interpreta ma riesce a creare la sua musica. Un po’ come in cucina, tutti mangiamo per vivere ma saper trasformare un piatto in una delizia per gli occhi, il cuore e il palato, non è certamente da tutti. Spero di riuscirci e di poter fare sempre meglio.

Grazie Daniel, è stato un piacere poterti incontrare e conoscere meglio. Complimenti e auguri anche da parte di tutta la redazione, e naturalmente, ci aspettiamo un invito a pranzo!!

 







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