CES 2016 Las Vegas

Novità e curiosità tecnologiche per tutti

La manifestazione, chiusa lo scorso 9 gennaio, trova la sua sintesi migliore nelle pagine della rivista Popular Science: «Per qualche giorno, la città del peccato si trasforma nel luogo più nerd della Terra». Slot e roulette dei casinò girano a un volume meno esagerato; vecchie e nuove glorie della musica, persino i deejay più blasonati, fanno le valige da club e teatri per lasciare spazio a droni, visori per la realtà virtuale, stampanti 3D, braccialetti e sensori di ogni taglia. Poteri e prodigi del Ces, la fiera dedicata alla tecnologia numero uno al mondo, che ogni anno attira 150 mila persone a Las Vegas per declinare tutte le possibili anteprime del futuro. Un appuntamento che cresce per espositori – sono stati 3.600 contro i 3.200 del 2015 – e dimensioni, anno dopo anno: siamo a quota oltre 222 mila metri quadri. La cura della persona, del suo benessere e dei suoi svaghi è il tema più caldo di tutta la zona “Internet of Things”. Ecco una rassegna di tutti i prodotti più curiosi. La tecnologia ci migliora davvero la vita? A volte sì, ci aiuta molto, altre volte il dubbio ci assale.

 

Le scarpe da discoteca
In un angolino di stand, un giovanissimo giapponese mostra Orphe, la sua invenzione: si tratta di un paio di scarpe dalla suola traslucida ripiene di led colorati che continuano a cambiare tinta. I colori sono “programmabili” e per queste scarpe è anche disponibile una serie di API che permettono agli sviluppatori di pensare a tutte le applicazioni possibili. Per esempio, sarebbe possibile far accendere le scarpe in caso di chiamata o di messaggio in ingresso, magari anche con colori diversi a seconda del chiamante. Le scarpe sono comandate da un file MIDI, un formato di certo datato, ma ancora utilizzatissimo nel mondo della produzione musicale. L’applicazione ideale delle scarpe Orphe, nell’idea del suo creatore, è proprio quella di accompagnare artisti e performer nelle loro esibizioni, a tempo di musica.

 

Dedicato a chi russa
Breez Tech è una società specializzata in produzione di cuscini che ha realizzato un modello smart. Innanzitutto si tratta di un cuscino connesso via Bluetooth da cui è possibile mandare in streaming qualche dolce musichetta (grazie agli speaker inseriti nel cuscino) prima di dormire.
Il cuscino contiene anche un rilevatore di rumore, capace di capire quando il dormiente inizia a russare: a quel punto via con una leggera virbratina, quanto basta per spingere il “russatore” a cambiare posizione e interrompere la fastidiosa pratica.
Se e quando arriverà sul mercato italiano, si prevede diventi uno dei regali di Natale più gettonati dalle mogli ai mariti ignari disturbatori notturni...
Con il dispenser connesso, le pastiglie non si scordano più.
Sembra un normale porta pillole. Ma questo Liif della società Tricella è molto di più. I sette cassettini con le pastiglie corrispondono a un giorno della settimana e sono dotati di un sensore di apertura e chiusura che quindi da riscontro sullo smartphone del fatto che la pastiglia sia stata presa o meno.
Liif, che si collega allo smartphone via Bluetooth, può essere utilizzato si per le proprie pillole, sia per quelle di una persona terza, per esempio un anziano. Nel caso in cui il paziente “remoto” - come per esempio nel caso di una nonna - si dimentichi di prendere la pastiglia, la app di Liif riceve le notifiche del fatto che apparentemente è stata saltata una terapia. A quel punto l’utente può decidere di mandare un messaggio vocale o addirittura video al proprio “assistito”, ricordando la dimenticanza e rimediando per tempo.

 

Una pianta ci salverà: il vaso purificatore d’aria
Questa la novità di una startup italiana (Laboratori Fabrici): si tratta di Clairy, un vaso in grado di purificare l’aria utilizzando come filtro per abbattere allergeni e inquinanti una pianta. In pratica, grazie alla particolare conformazione, Clairy forza l’aria a passare attraverso il substrato di terreno in cui la pianta vive, permettendo una buona salute della pianta stessa e soprattutto - ci dicono che sia scientificamente dimostrato - la rimozione dall’aria della maggior parte degli inquinanti, che vengono trattenuti e “metabolizzati” dalla pianta stessa, che diventa di fatto un filtro attivo. Il vaso smart comunica anche allo smartphone i dati sull’aria di casa (radunati in un indicatore sintetico di qualità), in modo che l’utente possa verificarne lo stato e l’effettivo abbattimento degli inquinanti. I ragazzi di Pordenone stanno cercando un investitore che li aiuti a scalare sulle quantità: che qualcuno si faccia avanti...

 

Il cucchiaino e la forchetta per le persone affette da tremore alla mano
Per le persone affette da tremore alla mano e all’arto, anche andare a mangiare al ristorante può diventare un problema: il cibo cade dalla forchetta o dal cucchiaio. Per risolvere il problema ci ha pensato Gyenno, cucchiaio servocomandato, una specie di “steadycam” delle posate, proveniente - ironia della sorte - proprio dal Giappone, che va ancora a bacchette... Il cucchiaio risponde velocemente a ogni vibrazione con un movimento uguale e contrario, stabilizzando la parte con gli alimenti. Innovazione intelligente.

 

Basta mano davanti alla bocca per sentirsi l’alito: ora te lo giudica Breathometer
Preoccupati per i rischi di alito cattivo? Beh, prima di uscire di casa un bel colpetto di Breathometer Mint per conoscere tutto sul proprio fiato, componente chimica per componente chimica, determinando anche le eventuali cause di un’alitosi e impostando una valida correzione. Un giocattolino niente male che è stato notato (e ingaggiato) anche da Philips, che l’ha inserito nella sua linea di cura dei denti.

 

Una macchinetta ti dice se stai davvero consumando i grassi
In tanti fanno attività fisica per smaltire la “pancetta” . Ma non tutti sanno che solo certi tipi di attività fanno veramente bruciare i grassi; per non parlare delle diete imperfette. Per sapere per certo se la ginnastica o la dieta che si sta facendo avrà veramente un influsso positivo sulla prova costume basta fare un veloce test con Levl: un apparecchio analizzatore che calcola la quantità di acetone nel fiato. Infatti, se nel fisico si innesta il meccanismo di consumo dei grassi, si innalzano immediatamente i livelli di acetone, che si rispecchiano anche nel respiro. Basta quindi respirare in una delle provette e reinserirla: Lelv poco dopo dà il suo responso. Da 1 a 3 così così, da 4 in su si sta consumando una buona quantità di grassi.

 

Cari muscoli, come state? Ve lo dice Skulpt Chisel
Si sa, nella motivazione nell’allenarsi, la cosa che conta di più è la percezione dei progressi. In aiuto ci viene oggi una scatoletta grande quanto un pacchetto di sigarette: si chiama Skulpt Chisel e di fatto è un misuratore di impedenza smart. Basta applicarlo sulla cute in punti particolari per ottenere un report bello dettagliato sullo stato di salute e preparazione atletica del muscolo, con tanto di storico memorizzato su smartphone per poter analizzare se si progredisce e con che velocità. Il Chisel è in grado di misurare lo stato di 24 muscoli principali e ovviamente può anche valutare la composizione del corpo tra massa magra e massa grassa. Per farlo si bagna leggermente la cute e si applica lo scatolino nel punto che la app indica. Dopo pochi istanti il responso arriva sullo schermo dello smartphone. Addirittura, lo stato di forma, muscolo per muscolo, viene mappato cromaticamente sul corpo umano riprodotto sullo schermo dello smartphone e questo dà indicazioni su quale allenamento è consigliabile fare per essere più equilibrati.

 

La maglia della salute 2.0 è realtà
Quando si parla di wearable, niente è più indossabile di una pratica maglia percorsa da sensori flessibili, per nulla invasivi e, addirittura, lavabili. Tutto questo è e-skin, un wearable device progettato da Xenoma, startup collegata all’Università di Tokyo. In sostanza, una maglia-activity tracker in grado di misurare i nostri movimenti, la respirazione, la temperatura corporea e altre funzioni vitali. Perfetta per tenere traccia dei propri movimenti ma anche per intercettare e correggere eventuali errori ricorrenti di postura.

 

 

I capelli cadono? Ci pensa il casco LED
Addio a provette miracolose e trapianti: la calvizie oggi si combatte con la light therapy! Il bizzarro iGrow, prodotto dall’americana Apira Science, è un casco che si era già visto ma che continua a stupire e lasciare perpelssi a un tempo. L’apparecchio combina laser e LED per stimolare i follicoli piliferi del cuoio capelluto e rigenerare i capelli danneggiati. I produttori parlano di inconfutabili prove scientifiche a sostegno del loro prodotto. Ci fidiamo?

 

E ora non puoi più perdere le chiavi (ma attento a non perdere lo smartphone)
Tra le novità più carine del CES 2016 vanno annoverate le tante serrature e i lucchetti Bluetooth: in pratica non c’è più il “buco” per la serratura ma al massimo una presa USB per la ricarica. Per aprire il lucchetto in questione basta lanciare il comando dalla app. Allo stesso modo è possibile dare autorizzazioni all’apertura temporanee o permanenti ad altri utenti: addio duplicati di chiavi o chiavi lasciate sotto lo zerbino. La carica dura otto mesi -  ci giurano - ma se proprio dovesse scaricarsi, basta andare con un battery pack ed erogare pochi secondi di carica per riavviare il lucchetto e rispondere al comando di apertura. Occhio però a non farsi rubare lo smartphone, soprattutto se non ben protetto da password: la bicicletta potrebbe “volare” via anche lei...

 

Gioielli intelligenti per notifiche discrete
Frutto della partnership tra l’indiana PC Jeweller e la californiana Martian Watches, già artefice di validi smartwatch analogici, i gioielli smart della serie Kindred vip incorporano una tecnologia in grado di trasmettere via Bluetooth notifiche discrete tramite led o vibrazione. Un modo non invasivo per ricordare all’utente un impegno o una scadenza.

 

I lucchetti e le valige smart si aprono con l’app e le impronte digitali
Siete sbadati e perdete regolarmente le chiavi dei vostri lucchetti? Niente paura, per voi c’è eGeeTouch, il lucchetto che sfrutta la tecnologia NFC e una specifica app installata sullo smartphone del proprietario. I produttori hanno anche messo a punto una serratura per valigie che si apre leggendo le impronte digitali.

 

Sembra un chiosco per le fototessera, ma fotografa la tua salute
Proposta strana questo chioschetto molto “giapponese” che si autodefinisce “the intelligent health station”. Non è un vespasiano tecnologico né un sistema fotografico, bensì una specie di ambulatorio di analisi self service. Il paziente di passaggio si ferma sul seggiolino, proprio come se dovesse scattare una fototessera. Ma di fronte si trova tutto un armamentario che lo guida attraverso la misurazione di una serie di parametri, tra i quali, peso, altezza, pressione arteriosa, temperatura, ossigenazione del sangue, elettrocardiogramma e così via, fino al rilevamento delle impronte digitali.

 

Guardare (da lontano) nella pancia del frigorifero e sapere cosa c’è
Non c’è miglior modo per ricordarsi cosa manca nel frigorifero che poter consultare, anche al supermercato, una bella fotografia del vano interno. Mentre i primi frigoriferi con fotocamere integrate nella porta iniziano a fare capolino sul mercato, almeno tra i prototipi, c’è chi ha già pensato a una soluzione “retrofit”, quindi compatibile con tutti i modelli già esistenti: questo FrigdeCam di Smarter ha proprio questa funzione e trasferisce via Wi-Fi a una stazione connessa le proprie immagini al cloud, che così possono essere accessibili da dovunque, ovviamente solo dal proprietario. L’apparecchio scatta una fotografia ogni qual volta viene richiusa la porta del frigo: l’evento viene tracciato grazie al sensore di movimento integrato. La scomodità è che ogni tanto (non è stato chiarito quanto spesso), l’apparecchio va estratto dal frigorifero e messo in ricarica.

 

Ascoltare la musica del proprio cervello aiuta a rilassarsi. Almeno così pare...
Uno stand molto particolare: è quello di Muse, un sistema di supporto alla meditazione. Nientemeno. In pratica, secondo i progettisti, basta indossare una specie di cuffia, che però non si appoggia alle orecchie ma all’osso posto sopra di esse, un po’ arretrato. Per rilassarsi basta mettere della musica adeguata con un paio di auricolari o cuffie tradizionali e l’archetto Muse: questo recupera i segnali elettrici dal cervello e li trasforma in una specie di musica che si somma a quella che si sente in cuffia. Questa “presa di coscienza” dovrebbe aiutare molto a rilassarsi. Sarà vero?

 

Per sapere cosa si mangia, ecco “l’esaminatore elettronico”
Sono belle tutte le app che permettono di tenere traccia di ciò che si mangia. Il loro difetto, però, è che non si riesce a collegare direttamente il corpo umano in Bluetooth per poter comunicare automaticamente cosa si è ingerito; l’alternativa - credibile - è questo analizzatore di cibo super-portatile: basta avvicinarlo per qualche secondo all’alimento per conoscerne la composizione e gli elementi più importanti. Lo strumento diventa utile anche in tutti i casi di allergia o intolleranza alimentare. Attenzione però, funziona solo su alimenti “omogenei”: le polpette - per esempio - non sono “compatibili”.

 

Correre di sera evitando di essere “investiti”: ci sono i vestiti luminosi
Grazie alla versatilità e al bassissimo consumo dei LED, l’azienda Lumenus ha realizzato una serie di vestiti e accessori “luminosi”, che permettono di farsi notare anche nelle notti più buie.

 

Ordini un cocktail sullo smartphone e il barman “in scatola” glielo fa subito!
Tante ricette, alcuni ingredienti e un sistema di dosaggio automatico: ecco come si fanno i  cocktail perfetti. In questo caso il barman e una precisa macchina che sa quanto versare, quando miscelare e quanto ghiaccio mettere.

 

Videocamere arrotolabili e flessibili, ideali per diventare il terzo occhio dei bambini
Non a caso la forma finale di questo Pio è un occhio: infatti ci vede e riprende, proprio attraverso l’ottica posta nella pupilla. Come avere uno smartphone per riprendere senza l’ingombro dello smartphone stesso. Aiuta poi la struttura flessibile e rigida, che consente di arrolare la videocamera dove si desidera. Si attiva tramite smartphone.


Con le cuffie da spalla ascolti musica senza “isolarti” dal mondo
Effettivamente sembra funzionare: questa cuffia bluetooth non va messa sulle orecchie ma tenuta al collo, come fosse una piccola sciarpa. La musica arriva in streaming dal telefono e viene amplificata nelle cuffie: l’utente la sente forte e chiara (anche se non certo incisiva sui bassi). Chi sta a distanze superiori ai 70 centimetri non sente assolutamente nulla e quindi non dà noia. Allo stesso modo, se qualcuno parla all’interlocutore, il dialogo viene percepito al volo. Addio isolamento da cuffia.

 

Un braccialetto tutti pulsanti, per attivare un mondo di cose
A questo punto dello sviluppo dell’ecosistema di Internet of Things, il problema non è avere apparecchi intelligenti, ma è poterli attivare anche a distanza con un sistema più veloce e naturale che aprire una app sullo smartphone. La soluzione - anche se l’estetica è da migliorare - viene da un braccialetto modulare, a segmenti. Ogni segmento in realtà è un pulsante che può attivare un sacco di cose; cose anche diverse a seconda non solo del tasto (e questo è ovvio) ma anche del fatto che si faccia uno singolo clic o un doppio o addirittura triplo clic. I segmenti si illuminano ognuno di un colore diverso quando li si tocca: la chiave colore serve per capire a quale funzione corrisponde il pulsante. La funzione viene stabilita nella app su smartphone e può andare dall’accensione e spegnimento delle luci, dall’attivazione della musica fino all’invio di una notifica o di un e-mail standard.

 

Dare un colpo di telefono al gatto o farsi chiamare dal cane
Fare una telefonata con il proprio animale o addirittura riceverla potrà diventare una realtà: a pensarci un’azienda americana che ha realizzato PetChatz, una stazione di comunicazione da fissare al muro ad altezza muso, dotata di schermo, altoparlante, microfono e ovviamente videocamera. Questo apparecchio, che si collega a Wi-Fi, permette tramite la propria app di mettersi in comunicazione con un cane o con un gatto, integrando con essi in una video-chiamata. Ma non solo: si possono anche mandare dei messaggi oppure preregistrarli in modo da non far sentire troppo da soli gli animali costretti in casa per lunghi periodi. Ma soprattutto è possibile farsi chiamare dal proprio animale: in dotazione c’è infatti PawCall, un “pulsantone” a prova di zampa con cui un cane o un gatto in preda alla nostalgia può chiamare il proprio padrone, il quale riceve una notifica e può iniziare una videocomunicazione anche subito. Splendido, a patto di non avere un animaletto un po’ ansioso che possa abusare del suo nuovo sistema di telecomunicazione…







Isola di San Giorgio Maggiore

Il LABIRINTO DI BORGES

In occasione del 25° anniversario della morte di Jorge Louis Borges, rinomato scrittore argentino, è stato recentemente aperto al pubblico il suntuoso Labirinto Borges, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, ricostruzione dettagliata del giardino-labirinto che l’architetto Randoll Coate progettò in suo onore negli anni ’80.


Si tratta di un ampio giardino di 2300 metri quadri che sorge nel cortile della Fondazione Cini sull’Isola di San Giorgio Maggiore, nello spazio retrostante il Chiostro del Palladio e il Chiostro dei Cipressi, allo scopo di ricreare un “terzo chiostro”.
La Fondazione Giorgio Cini è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale (Onlus) istituita dal conte Vittorio Cini in memoria del figlio Giorgio, morto a soli trent’anni in un incidente aereo. Costituita il 20 aprile 1951, la fondazione è un centro d’arte e di cultura con lo «scopo di promuovere il ripristino del complesso monumentale dell’isola di San Giorgio Maggiore e di favorire la costituzione e lo sviluppo nel territorio di essa di istituzioni educative, sociali, culturali ed artistiche, occorrendo in collaborazione con quelle cittadine già esistenti».

La piccola isola di fronte a piazza San Marco era infatti gravemente degradata da quasi centocinquant’anni di occupazione militare; gli interventi di ripristino e bonifica attuati dalla fondazione hanno consentito di reinserirla nella vita di Venezia e di farne un centro internazionale di attività culturali.
Ispirato a “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, uno dei racconti più significativi di Borges, il giardino è composto da 3.250 piante di bosso che riproducono il nome del poeta, come se fosse scritto sulle pagine di un enorme libro aperto.
Il progetto è stato fortemente voluto dalla seconda moglie dello scrittore, Marìa Kodama. Uno degli aspetti più interessanti è l’omaggio che si è voluto fare alla sua cecità:  gli ipovedenti potranno infatti leggere un suo racconto realizzato in braille e inciso su un corrimano che verrà installato all’interno del giardino aiutando i ciechi a orientarsi tra i vicoli di bosso. Una guida verso l’uscita pensata per chi non vede; condizione che il poeta conobbe negli anni ’50 ma che ha saputo trasformare in senso creativo, rendendola metafora di vita.

 


Lo scopo del progetto è quello di creare un giardino in memoria dello scrittore realizzando uno spazio pieno di significati spirituali, per avvicinare il pubblico al mondo di Borges. I visitatori percorreranno 1150 metri, che si presentano come un libro aperto cosparso di oggetti che raffigurano simboli cari a Borges: un bastone, degli specchi, una clessidra, sabbia, una tigre ed un enorme punto di domanda. Potranno così perdersi realmente in un’opera d’arte letteraria!
Il Labirinto Borges è opera permanente alla Fondazione Cini, che utilizzerà questo spazio per la programmazione pluriennale di eventi culturali di varia natura.







Poveglia: l'isola dei fantasmi

C’è un’isola maledetta nella laguna veneziana. È Poveglia, a sud della costa veneziana, talmente piena di presenze negative e di apparizioni da essere stata protagonista, tempo addietro, anche di una trasmissione americana sulla ricerca dei fantasmi: Ghost Adventures.

Poveglia è un’isola della Laguna Veneta posta a sud, di fronte a Malamocco lungo il Canal Orfano, che collega la bocca di porto di Malamocco con Venezia. La sua superficie è di 7,25 ettari, è quindi un’isola abbastanza grande nel contesto lagunare. Conta undici fabbricati. Ad oggi è un isola disabitata, non aperta al turismo e abbandonata all’erosione che ne riduce ogni giorno di più i confini. Ma non sempre è stato così: storicamente questo piccolo lembo di terra ora immerso nell’oblio, ha vissuto i suoi giorni di gloria a partire dall’800, quando in seguito all’uccisione del tredicesimo doge di Venezia Pietro Tardonico, accolse le famiglie dei 200 servi a lui più fedeli  per concessione del doge Orso I Partecipazio. L’isola crebbe nello sviluppo fino alla guerra di Chioggia, scoppiata nel 1379 fra le due repubbliche marinare di Genova e Venezia. Poveglia, per la sua posizione strategica, venne sfruttata come avamposto militare e tutti i civili  che la abitavano furono “cortesemente invitati” ad abbandonarla, per lasciar posto ai vari armamenti (ancora oggi, fra i ruderi, è riconoscibile l’ottagono). Da allora, l’isola di Poveglia è rimasta pressoché inabitata e ha assolto alle funzioni più scomode e impressionanti. Nel 1700, all’epoca della “morte nera” essa divenne un lazzaretto. La peste colpì duramente l’Europa e a Venezia, al fine di evitare la diffusione della malattia, il magistrato della sanità dispose che tutti i corpi dovevano essere condotti sull’isola di Poveglia per essere bruciati e sepolti in fosse comuni. Successivamente, il provvedimento si estese drammaticamente ai contagiati: Poveglia divenne l’isola della quarantena, dove individui ancora coscienti, a volte non ancora contaminati, venivano condotti a morire lontano da Venezia. Uomini, donne e bambini morirono lentamente, consumati dalla malattia. La testimonianza di questo strazio si trova nel terreno di Poveglia stessa, dove sotto placidi vigneti, vengono ancora oggi rinvenuti migliaia di corpi.


POVEGLIA, MANICOMIO
Nel corso degli anni intorno all’isola e ai suoi morti nacquero tante leggende, tutte legate a una sorta di essenza malevola di cui essa era ormai permea, radicata fin sotto terra. Ma la storia degli orrori non si era ancora conclusa: nel 1922 a Poveglia venne eretto uno strano edificio la cui funzione è ancora oggi dibattuta; qualcuno è arrivato perfino a negarne l’esistenza. Di che edificio si trattava?
Da alcuni archivi risulta che esso svolse la funzione di casa di riposo per anziani. Tuttavia i fatti e le testimonianze sembrano condurci ad una versione un tantino differente e cioè che l’edificio fosse una clinica per malati di mente. Tale ipotesi è oggi la più accreditata, supportata in maniera schiacciante dalle rovine del luogo che urlano la loro verità. “Reparto psichiatria” è ciò che troverete inciso sulle pareti all’ingresso.
Il manicomio venne poi smantellato nel 1946, ma gli anni in cui esso fu attivo furono i più ricchi di avvenimenti e avvistamenti inquietanti. Sembra infatti che i pazienti dell’ospedale fossero tormentati dalle anime dei morti di peste e che in quei periodi le richieste di trasferimento presso altri centri arrivassero numerosissime alla scrivania del direttivo.
Trattandosi di individui classificati come “malati di mente”, i loro racconti non vennero mai presi in seria considerazione e, anzi, funsero da pretesto per soddisfare i sadismi del direttore, che la leggenda ci descrive come un sadico lobotomizzatore.
I mezzi adoperati nel manicomio di Poveglia per la cura dei malati di mente sembra fossero atroci e primitivi, per le conoscenze di oggi. La prima lobotomia di cui si ha notizia venne effettuata in Svizzera nel 1890 dal dottor Sarles, che forò il cervello di sei pazienti ed estrasse parti del lobo frontale. È plausibile che in Italia, a Poveglia, questo dottore eseguisse le stesse pratiche sui suoi pazienti? E ancora, è davvero esistito un individuo simile? La leggenda si conclude con la sua morte: tormentato a sua volta dagli spiriti di Poveglia, come accaduto per i pazienti in cura, l’uomo impazzì e si suicidò gettandosi dal campanile dell’isola. Un’infermiera che aveva assistito all’accaduto raccontò che egli non morì all’impatto col suolo, ma soffocato da una strana nebbiolina che si era propagata dal terreno fin dentro il suo corpo, lasciandolo esanime.
La storia è suggestiva ma sebbene ci siano evidenze concrete circa l’esistenza del manicomio, sul suo  direttore, fanatico lobotomizzatore, non è trapelato molto. Fa comunque riflettere il fatto che negli archivi veneti il manicomio di Poveglia venga spacciato come una casa di riposo per anziani, come se la verità sul suo utilizzo come ospedale per malati di mente fosse da custodire segretamente.
L’abbandono del manicomio segna anche la fine della storia “ufficiale” dell’isola. Da allora essa è disabitata e i pochi visitatori che nel corso degli anni hanno deciso di esplorarla sono tornati indietro con testimonianze raggelanti di voci, lamenti e apparizioni di strane figure. Negli anni sessanta una famiglia benestante l’acquistò e vi si stabilì, per poi sbarazzarsene dopo qualche mese dall’acquisto, terrorizzata anch’essa dagli spiriti dei malati di peste (anche ritrovarsi una fossa comune in mezzo al vigneto non deve essere stata un’esperienza piacevole). Recentemente i parapsicologi  della serie tv “Ghost Adventures” hanno girato un episodio sull’isola di Poveglia.
 

COME ARRIVARE A POVEGLIA
L’isola, essendo piena di ruderi, è chiusa al pubblico ed è quasi impossibile riuscire ad accedervi. Solo con particolari autorizzazioni da richiedere al comune di Venezia almeno 10 mesi prima è possibile visitarla.
 In alternativa, qualora vi trovaste già sul luogo e decideste di sperimentare un tour dall’atmosfera impalpabile e cupa, potreste rivolgervi a qualche imbarcazione-taxi privata. Pagando (circa 200 euro), vi accorgerete come la superstizione sparirà istantaneamente dai loro volti. Ricordatevi però di portare con voi da bere e da mangiare, poiché per ovvie ragioni sull’isola non sorgono resort. Dal 2003 l’isola è gestita, come altre, da Arsenale di Venezia spa, compartecipata dal Comune di Venezia e dall’Agenzia del Demanio. Nel 2013, assieme a San Giacomo in Paludo, Poveglia è stata messa in vendita per essere recuperata a fini turistici; il 6 marzo 2014 l’Agenzia del Demanio inserisce l’isola nell’elenco di beni destinato ad un “invito pubblico ad offrire”, cioè tramite asta con riserva di valutazione della convenienza economica a vendere da parte di una Commissione istituita all’uopo. Nell’aprile del 2014 è nata un’associazione senza fini di lucro, Poveglia - Poveglia per tutti, con lo scopo di partecipare al bando del demanio per aggiudicarsi il possesso dell’isola per 99 anni e permetterne l’uso pubblico. Il 13 maggio 2014, giorno dei rilanci delle offerte dell’invito pubblico per Poveglia al Demanio, Luigi Brugnaro, patron di Umana e sindaco di Venezia, ha fatto l’offerta migliore pari a 513.000 euro. La Commissione del Demanio ha però ritenuto incongrua l’offerta e l’imprenditore, di conseguenza, si è opposto a questa decisione annunciando il proprio ricorso al TAR.

 







Teatro Comunale Mario del Monaco

Situato a Treviso nello storico Corso del Popolo al civico 31, è il principale teatro della città. Venne intitolato al celebre tenore nel 2011.


Il “Teatro di Treviso è la cosa più vaga e graziosa che uomo possa immaginare in tal genere. La sua leggiadria sorge dalla semplicità del disegno, dalla conveniente unione dei colori, dalla parsimonia e bellezza degli ornamenti che fanno ghirlanda al soffitto, In tutto il complesso ha non so qual freschezza ed eleganza, che sarebbe difficile trovarne una immagine...” Con queste parole, in un articolo apparso sulla Gazzetta di Venezia nel maggio del 1836, un cronista e critico “non facile” come Tommaso Locatelli, uno dei più attendibili e stimati dell’800, descrive il Teatro di Treviso. Teatro d’Onigo, così si chiamava originariamente, essendo stato ultimato per volontà del Conte Fiorino d’Onigo nell’anno 1692. Nel 1763 il Teatro conobbe un primo restauro e ampliamento su progetto di Antonio Galli Bibiena e dell’architetto Giovanni Miazzi. Il Teatro d’Onigo divenne uno dei più reputati teatri d’Italia, con spettacoli di ogni genere: dai concerti alle opere, dai balli carnevaleschi alle fastose feste per il matrimonio di Napoleone, alle tre serate in onore di Paganini, ai ricevimenti degli imperatori Ferdinando e Francesco I e del Viceré Arciduca Ranieri.

 


Nel 1836 un improvviso incendio distrusse gran parte delle strutture lignee del Teatro e l’opera di restauro fu accurata, come testimonia il Semenzi:
“Fu restaurato nel 1846, assai probabilmente, e a merito del valente plasmatore Negri, riccamente addobbato, di stucchi dorati, variatissimi, convenienti al locale che adornano”. Nel 1844 si costituì la “Società dei Palchettisti” e il Teatro si chiamò Sociale. Nel 1868 un secondo grande incendio distrusse completamente il Teatro e dalle notizie di un memorialista del tempo apprendiamo che a causare l’incendio non furono le lumiere a petrolio, ma il custode del Teatro, tale Triaca, che si serviva del palcoscenico per la sua attività di pirotecnico dilettante. Dopo un solo anno il Teatro fu ricostruito così come lo si può ammirare oggi: progettista fu l’architetto udinese Andrea Scala, noto artefice di edifici teatrali quali il Manzoni di Milano, le Loggie di Firenze e ancora i Teatri di Udine, Trieste, Gorizia, Vigevano, Pisa e altri. Le decorazioni pittoriche - in ottimo stato di conservazione -  si devono ai professori Stella di Trieste e Andreotti di Firenze, quelle in stucco allo scultore Fausto Asteo di Vittorio Veneto. I davanzali dei palchi e il boccascena sono decorati con un disegno rococò trapunto di perle dorate di Murano. L’inaugurazione solenne del nuovo e definitivo Teatro di Società ebbe luogo nell’ottobre 1869 con il Faust di Gounod, nell’ambito della Stagione di San Martino. Nel periodo tra il 1869 e il 1930 il Teatro Sociale conobbe momenti particolarmente floridi: viene prescelto come sede dell’esposizione regionale veneta e delle manifestazioni per il 25° della proclamazione di Roma a Capitale d’Italia. Nella stagione di Autunno del 1890 vi debutta Emma Calvè, il celebre soprano francese che per 12 recite sostiene la parte di Ofelia nell’Amleto di Thomas. Nel 1894 il giovane, ma già affermato, Toscanini dirige Falstaff e Cristoforo Colombo di Franchetti e l’anno successivo il Tannhäuser di Wagner e la Lorely di Catalani. Un altro momento leggendario è il 1900, quando Enrico Caruso sostiene il ruolo di Cavaradossi nella pucciniana Tosca. Ma molte altre celebri ugole sfilano sul palcoscenico trevigiano: Hipolito Lazaro (Gioconda nel 1911, anno in cui viene data una Fanciulla del West diretta da Serafin con Carmen Melis e Viglione-Borghese), Elvira de Hidalgo (La figlia del reggimento 1915), Toti Dal Monte (Lodoletta 1920, Barbiere di Siviglia 1922, Sonnambula 1931, Traviata 1943, Madama Butterfly 1945) e quindi Giacomo Lauri-Volpi e Francesco Merli (Andrea Chénier nel 1925). Tra i direttori vanno ricordati oltre a Toscanini, Usiglio, Mugnone, Mascagni, Serafin, Zandonai. Nel 1945, dopo che Treviso era stata quasi completamente distrutta dalla guerra, il Comune decise la vendita del Teatro - ormai divenuto Comunale - a privati, che vi rimasero in possesso per 5 anni, fino a quando il Tribunale di Treviso dichiarò inefficace la vendita e il Comune rientrò definitivamente proprietario dell’immobile. Nel frattempo la vita musicale del Teatro era proseguita con regolarità, alternando le tradizionali stagioni d’autunno e di primavera cui presero parte, per la lirica, protagonisti di gran vaglia: Mafalda Favero, Rosa Raisa, Licia Albanese, Tito Gobbi, Maria Caniglia, Mercedes Capsir, Aureliano Pertile, Lina Pagliughi, Mario Del Monaco, Iris Adami Corradetti, Gianna Pederzini, Cesare Valletti, Gianni Raimondi, Virginia Zeani, Magda Olivero, Margherita Carosio, Giuseppe Di Stefano, Nicola Rossi Lemeni, Ferruccio Tagliavini. E ancora, per arrivare a tempi più recenti, Piero Cappuccilli, Katia Ricciarelli, Renato Bruson, Leyla Gencer. Senza poi contare l’albo d’oro dei vincitori dell’annuale Concorso Internazionale “Toti Dal Monte”, istituito nel 1969 e che è servito da trampolino di lancio per cantanti quali Ghena Dimitrova, Mariella Devia, Alida Ferrarini, Ferruccio Furlanetto, Simone Alaimo, Fiamma Izzo D’Amico, Natale De Carolis, per citarne soltanto alcuni.
Dal 1968 il Teatro Comunale di Treviso rientra tra i 24 Teatri Italiani di Tradizione riconosciuti dalla legge e si è conquistato un posto di tutto rilievo nella geografia musicale nazionale e internazionale, anche grazie all’iniziativa della Bottega ideata e diretta da Peter Maag, dando vita a stagioni musicali di tutto rispetto (si pensi ad esempio all’opera omnia di Puccini  messa in scena nel 1974), che hanno stabilito spesso una grande distanza rispetto alla routine e all’occasionalità di altri teatri con possibilità e strutture molto superiori rispetto a quelle del Teatro di Treviso. Il Teatro Comunale è stato chiuso nel dicembre 1998 per inagibilità e, a seguito della convenzione con il Comune di Treviso del 24 luglio 2000, Fondazione Cassamarca si è assunta l’onere della completa ristrutturazione dello stesso.







Teatro Toniolo

Un primo teatro fu costruito a Mestre nel 1778 dai fratelli Filippo e Alvise Balbi su progetto dell’architetto veneziano Bernardino Maccaruzzi.

L’evento fu salutato con grande entusiasmo, poiché  alla  fine  del  Settecento  Mestre  era un ameno luogo di villeggiatura, comodo per la vicinanza a Venezia, frequentato dalla nobile borghesia, ricco di villeggianti, ma che tuttavia non possedeva luoghi pubblici che permettessero ai patrizi di svagarsi con  spettacoli  musicali,  balli  e  commedie.

Con la caduta della repubblica, il flusso dei patrizi veneziani a Mestre si interruppe e l’attività del teatro si inaridì, fino a che l’edificio fu demolito dallo stesso proprietario. Un secondo teatro fu eretto da Moisè D’Angeli nel 1840, a ridosso dell’angolo occidentale della piazza, fra l’odierno cinema Excelsior e il palazzo Da Re. Ma era assai angusto e poco dignitoso anche se, dopo l’annessione, fu pomposamente intitolato a Garibaldi. Con soli cinquecento posti e senza nemmeno affacciarsi direttamente sulla piazza (per raggiungerlo si doveva attraversare un breve
sottoportico), il nuovo teatro non era sufficiente alle esigenze di una cittadina in crescita, sicché nel 1908 venne chiuso.
 

Finalmente il nuovo teatro
Ma l’esigenza di un teatro più grande e moderno era sentita da tutta la popolazione. Dopo il fallimento, nel 1908, del progetto di edificazione di un nuovo teatro, su un’idea di Arcangelo Vivit, Vittorio Toniolo e Emanuele Da Re, nell’area di Ca’ Bianchini, tra il 1911 e il 1912 i fratelli Domenico, Marco e Giovanni Toniolo acquistarono dei terreni fra la via Castelvecchio  ed  i  Sabbioni.  Nel  1912,  i  fratelli  Toniolo  si addossarono l’onere dell’impresa. La prima pietra del Teatro fu posta il 12 aprile 1912 e i lavori furono terminati in 17 mesi. Le informazioni sulla sua architettura riportano che vi era un solo ordine di palchi e la loggia. Alcune grandi finestre illuminavano ed areavano il teatro che poteva ospitare fino a mille spettatori. Il  soffitto  era  ornato  dal  dipinto  di  Alessandro  Pomi  ‘Il Trionfo  di  Apollo’  (ancora  visibile  sotto  il  controsoffitto), mentre in alto, verso il boccascena, due statue, attorniate da cariatidi, sorreggevano un orologio. Il teatro era dotato di un impianto di riscaldamento alimentato da una caldaia a vapore e un cavo sotterraneo lo collegava al trasformatore dei ponte della Madonetta di modo che anche in caso di guasti alle linee urbane l’illuminazione era assicurata.
Due casse armoniche poste sotto l’orchestra, i palchi e la loggia assicuravano al teatro, il cui interno era tutto in legno, una magnifica acustica. La decorazione e gli stucchi furono eseguite dall’impresa mestrina di Antonio Miotti. La loggia era tutta in legno mentre i soppalchi, tranne i pavimenti, erano in pietra e mattoni.L’apertura del nuovo teatro fu davvero un grande evento. Si ebbe la sensazione che Mestre stesse per smettere i panni di paese, anche perché quel teatro s’inseriva in una generale ristrutturazione della zona, che aveva prima comportato la costruzione della galleria e palazzi limitrofi e, quasicontemporaneamente, il rifacimento, dell’intera parte del lato occidentale della piazza compreso tra l’albergo Al Vapore e la casa Barbaro al ponte della Campana, conferendole un indubbio aspetto di signorilità.
A concludere la ristrutturazione di quella che si cominciava a chiamare piazzetta del Teatro, lo stesso Toniolo chiese ed ottenne il permesso di ricostruire, con linee vagamente liberty, la casa di sua proprietà, sul fianco dirimpetto all’accesso della galleria.

 

L’inaugurazione dei Teatro avvenne il 30 agosto 1913 con il Rigoletto di Giuseppe Verdi, del quale cadeva il centenario della nascita. In un primo tempo si era pensato al Faust di Gounod, ma poi per festeggiare il centenario della nascita di Verdi si era preferito ripiegare su un’opera più nazionale. Un’apposita commissione aveva visitato il teatro una settimana prima dell’apertura non trovando nulla da eccepire nei riguardi della pubblica incolumità. La ricettività massima era stata fissata in 865 posti così distribuiti: in platea 90 poltrone, 180 poltroncine e 100 in piedi, 95 nella loggia per piano; 400 in galleria. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale il grande pubblico era costituito dai militari presenti a Mestre, diventata comando di tappa per le truppe e retrovie del fronte, ma anche la gente della periferia, specialmente la domenica pomeriggio, si trasferiva verso il centro per assistere agli spettacoli. Gli anni del dopoguerra furono anni molto buoniper il teatro. Ma di anno in anno le velleità dei dopoguerra si spensero e la situazione cominciò a ristagnare. Iniziò a farsi strada una profonda crisi economica che trovò il suo culmine verso la fine degli anni Venti. Ben presto si sentì l’esigenza di aggiungere qualcosa al cinema, per renderlo migliore: il sonoro. Alle proiezioni era presente l’orchestra e attori che cantavano. La situazione più interessante si verificò con un film di guerra che venne sonorizzato in diretta. Dietro lo schermo, sul palcoscenico, si muovevano i cosiddetti “rumoristi” che con materiali e oggetti di ogni genere riproducevano in sala alcuni effetti sonori. Al Toniolo era stata predisposta una cassa di legno mobile ripiena di oggetti metallici, sorretta da ruote a stella, per riprodurre con realismo l’effetto dello sferragliare dei carri armati (usata ad esempio per la proiezione de “La guerra nostra”, Istituto Luce,  1925).  C’era  poi  un  motore  che  veniva  azionato  per imitare il passaggio di altri veicoli, con qualche effetto collaterale come la dispersione di fumo in sala e i conseguenti disagi,  specie  nelle  prime  file.  Un  altro  effetto  di  grande efficacia era il rumore della mitragliatrice, ottenuto da un marchingegno di falegnameria a superfici battenti, utilizzato anche in qualche cortometraggio d’azione, come ‘The Cameraman’ di Buster Keaton (1928). Fondamentale, nel lavoro dei rumoristi, era la sincronizzazione con le immagini sullo schermo; problema che si presentò anche agli albori del sonoro vero e proprio, fin quando non si riuscì a fissare la traccia audio direttamente sulla pellicola.
Negli anni Trenta si facevano i veglioni di Capodanno, con due orchestre e l’occorrente per la ristorazione sul palcoscenico. Il Teatro a volte aveva un uso particolare, per esempio si organizzavano dei tornei di boxe, con il ring sul palcoscenico, e degli spettacoli circensi, senza animali, dove protagonisti erano i giocolieri, gli acrobati, i clown.

Nel  frattempo  ci  furono  importanti  novità  nel  panorama cinematografico mestrino:vennero  costruite  due  nuove sale, il Marconi e il Piave. Il  periodo  della  Seconda Guerra  Mondiale  presentò numerosi problemi. La programmazione comunque andò  avanti,  anche  perché se da una parte c’erano delle difficoltà  oggettive  collegate alla guerra, dall’altra vi era la sollecitazione a proporre uno svago per allevare un po’ la situazione.  Specialmente  nei primi anni della guerra l’attività artistica era molto frenetica, si faceva cinema, teatro e anche operette. Proprio durante la rappresentazione di un’operetta, fu fatta saltare  una  bomba  in  Piazza Barche, dove c’era la questura. Le brigate nere bloccarono tutto e fecero irruzione anche al Toniolo, sgomberando la sala per un controllo generale. Qualcuno che conosceva il Teatro riuscì a scappare o si nascose nella soffitta. Sul frontone del palcoscenico c’era un grosso orologio e una persona si nascose addirittura lì, sfuggendo all’ispezione. Il cinema venne occupato verso la fine della guerra dagli alleati che vi allestirono una serie di spettacoli per le truppe. Finita la guerra, nonostante le numerose difficoltà economiche e l’ansia per la ricostruzione il cinema diventò, da subito, una valvola di sfogo, un punto di riferimento preciso per lo svago e il divertimento. Alla fine dell’occupazione ci  fu  un  vero  e  proprio  boom:  film  americani,  ma  anche film italiani. L’offerta era interessante e l’attenzione per il cinema aumentò.
Oggi  il Toniolo arriva a far toccare alle sue mura i 102 anni di vita, ed è il principale teatro di Mestre.







La chiesa di Santa Maria degli Scalzi a Venezia

La Chiesa di Santa Maria degli Scalzi a Venezia e i bombardamenti della Grande Guerra. Opera  di Baldassarre Longhena è situata nel sestiere di Cannaregio in prossimità della stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia.

La Chiesa di Santa Maria di Nazareth o degli scalzi deve la sua origine all’insediamento dei Carmelitani scalzi nella città lagunare. Fu  edificata  da Baldassarre Longhena  in un’unica navata,  con  due cappelle  laterali, ognuna  a  sua  volta  affiancata  da  due  cappelle minori. Dopo l’arco trionfale, l’aula si immette nel presbiterio, rialzato e dotato di una cupola. Nell’abside, si nota il coro dei frati. Venne consacrata nel 1705, ma subì un importante restauro fra il 1853 e il 1862 da parte del governo austriaco. Al suo interno l’11 febbraio 1723 venne tumulato Ferdinando II Gonzaga, quinto e ultimo principe di Castiglione.
Oggi è monumento nazionale. Al suo interno marmi colorati e sfarzosi corinzi danno una sensazione di opulenza e di meraviglia al visitatore.

Venezia soffrì più di tante altre città italiane il primo conflitto mondiale, essendo molto vicina al confine con l’impero austroungarico, nemico dell’Italia durante la guerra.
 
Nel corso del conflitto la città subì 42 incursioni aeree che provocarono 84 feriti, la morte di 52 civili, ingenti i danni al patrimonio artistico, alle abitazioni, alle industrie e agli edifici pubblici. Furono ripetutamente colpiti l’Arsenale, la stazione ferroviaria e la stessa piazza San Marco. I bombardamenti tenevano gli abitanti in uno stato di continua tensione. Inoltre, già prima dell’entrata dell’Italia nel conflitto (24 maggio 1915), la città aveva cominciato a sentire gli effetti devastanti dello stop dei traffici commerciali e delle attività turistiche.
 
I danni al patrimonio artistico della città furono calcolati in 22 milioni di lire; la perdita più grave fu costituita da un prezioso affresco del Tiepolo conservato nella chiesa degli Scalzi distrutto dal bombardamento del 24 ottobre del 1915: i resti dell’opera furono in seguito venduti a beneficio della Croce Rossa.
 
L’opera rappresentava il Trasporto della casa di Loreto, affrescato dal grande pittore Giambattista Tiepolo nel 1743…
Del soffitto rimasero soltanto i pennacchi che sorreggevano la volta e pochi altri frammenti, oggi conservati alle Gallerie dell’Accademia.
 
Fu nel tentativo di riparare a questo danno, che, nel periodo 1929-1933, Ettore Tito dipinse per la chiesa due opere: una tela di 100 metri quadrati, ed un affresco di 400 metri quadrati.







Pala di Santa Cristina al Tiverone

La Pala di Santa Cristina al Tiverone è un dipinto a olio su tavola (90x179 cm la cimasa, 177x162 il pannello principale) di Lorenzo Lotto, databile al 1504-1506 circa e conservato nella destinazione originale, nella chiesa parrocchiale di Santa Cristina di Quinto di Treviso (TV).

La grande pala d’altare, la prima di queste dimensioni dell’artista, venne forse commissionata verso il 1505, per intercessione del vescovo di Treviso Bernardo de’ Rossi, nella cui piccola corte era attivo il giovane pittore veneziano. Venne consegnata entro il 14 maggio 1506, quando il tribunale trevigiano emise un arbitrato, poco prima della partenza dell’artista per Recanati. In ogni caso nel 1507 era stata posta in opera in chiesa.

Descrizione e stile
La tavola principale, di forma rettangolare, mostra una sacra conversazione con la Madonna col Bambino in grembo su un alto trono, tra i santi Pietro, Cristina, Liberale e Girolamo. La derivazione dallaPala di San Zaccaria di Giovanni Bellini è evidente, con la nicchia del trono coperta da mosaici secondo la tradizione bizantina, e un grande tappeto esotico ai piedi di Maria. Alla Pala di Castelfranco diGiorgione sembra invece ispirarsi la figura del santo cavaliere Liberale, patrono di Treviso, che tiene un modellino della città in mano.
A ben guardare però l’artista si allontanò dai modelli conferendo una maggiore saldezza al gruppo dei santi e movimentandoli con gesti e sguardi concatenati, che danno alla composizione un tono più inquieto e variato, all’insegna dell’asimmetria e non più all’insegna unicamente della serena e silenziosa contemplazione. La luce inoltre è fredda e incidente, distante dalla calda e avvolgente atmosfera deitonalisti[1]. La monumentalità forte delle figure rimanda all’esempio di Antonello da Messina e la sua Pala di San Cassiano, con contorni però resi più taglienti dall’illuminazione forte.

Il Bambino tiene in mano un cardellino, simbolo della sua futura Passione. Il lato destro dell’architettura classicheggiante mostra una veduta esterna, che dà su un muretto coperto da erbe. La Pietà, di struggente emotività, pure si rifà a modelli belliniani, con il Cristo morto sorretto da due angeli, seduto su un ripiano su uno sfondo scuro. Anche in questo caso la sensibilità luminosa è diversa dal modello, con colori più freddi e cangianti, che generano un panneggio dal profilo tagliente.







La chiesa di San Girolamo

La chiesa di San Girolamo, posta a metà dell’omonima via, risale al XII secolo ed è l’unica chiesa posta all’interno del perimetro delle mura del Castelnuovo. È considerata il luogo di culto più antico di Mestre che la tradizione vuole sorto dove viveva un eremita.

Passata di mano dai Serviti ad alcune Scuole o Confraternite che l’avevano eletta come sede, è attualmente gestita dalle Suore dell’Ordine delle Figlie della Chiesa come chiesa sussidiaria del Duomo di San Lorenzo. L’edificio medioevale ha subito nel tempo diverse manomissioni, ma successivi interventi di restauro gli hanno restituito le caratteristiche originali. La  tradizione  afferma  che  San  Girolamo  fu  edificata nel 1261 sul luogo in cui sorgeva la cella di un eremita. Fu consacrata forse il 12 febbraio 1349 e officiata dai Servi diMaria (Serviti).

Nel 1658, con la soppressione dei Serviti, Carlo Caraffa, nunzio apostolico presso la Serenissima, affidò la chiesa alle quattro scuole che vi avevano trovato sede (del Rosario, di San Marco, di San Niccolò e di San Biagio) che l’amministrarono per mezzo di un cappellano da loro eletto.
Nel 1807 gli editti napoleonici soppressero le scuole e resero San Girolamo semplice sussidiaria del Duomo. Alla metà del Settecento la chiesa subì un radicale restauro con il rifacimento della facciata in pietra d’Istria. Altri lavori si sono avuti nei secoli successivi; il più recente è del 1992, durante il quale, fra l’altro, sono state ripristinate due antiche finestre gotiche della parete destra. L’interno ha subito gli interventi della prima metà del Novecento che gli hanno parzialmente restituito il suo antico aspetto medievale, in uno stile che riflette la fase di passaggio dal romanico al gotico. Caratteristiche le antiche capriate lignee, rimesse in vista nel 1949. Molto bella anche la volta a costoloni gotici del presbiterio. Sulla sinistra, spiccano quattro dipinti di Annibale Mancini raffiguranti scene della vita di San Niccolò di Myra (1607). Del presbiterio, va ricordato il miracoloso Crocifisso  in cedro (XV secolo) il  quale,  secondo  una  tradizione,  obbligò  i  barcaioli  che lo trasportavano a porlo a San Girolamo. L’altare maggiore secentesco presenta una preziosa pala attribuita a Palma il Giovane.
Nel cortile adiacente alla chiesa, si conservano due preziose lastre in pietra risalenti, rispettivamente, al 1382 e al 1483, che ritraggono, scolpite a bassorilievo, le figure giacenti di due religiosi dell’ordine dei Serviti un tempo sepolti all’interno del tempio. Tali reperti meriterebbero di essere restaurati e ricollocati sul pavimento interno della chiesa protetti da apposite transenne, per essere goduti dai cittadini nel loro luogo originario.
 

L’ultimo restauro, avvenuto nel 1992, ha messo in evidenza le pareti interne in mattoni a vista e realizzato la riapertura di due finestre gotiche. Durante quest’ultimo intervento è venuta alla luce, sulla parete esterna destra al centro della stessa, una sinopia segnata in carboncino nero che probabilmente raffigura un santo. La sinopia, in pratica il tracciato preliminare sul quale realizzare successivamente un affresco, era una tecnica in uso nel Cinquecento, epoca in cui anche quella apparsa sulla parete di San Girolamo potrebbe essere collocata. Dopo il restauro, la sinopia è stata protetta da una piccola tettoia.







Fiere di San Luca

In ottobre la città ospita un grande luna park per due settimane di divertimento che culmineranno nel giorno di S. Luca il 18 ottobre.

La fiera risale al X secolo anche se si è svolta regolarmente solo dal 1205. Era l’avvenimento annuale più solenne e festoso della città: si trattava infatti diuna esposizione campionaria che interessava tutta l’Italia Nord Orientale, tanto che speciali banditori venivano inviati in ogni città del Triveneto, in Lombardia e in Emilia Romagna. Originariamente  si  svolgeva  in  settembre  ed  era  chiamata  di  S.  Michele  di  Melma,  in  omaggio  alla  località  dov’era  nata;  cambiò  data e  luogo  quando  il  Comune  Trevigiano  volle  onorare  con  questa  festa  un  suo  conterraneo  asceso  al  soglio  pontificio  sotto  il  nome  di  Benedetto  XI.
Oggi le attività legate agli scambi commerciali non esistono più, ma rimane un’occasione per la degustazione del vino novello e per gustare le specialità della stagione (“folpi”, marroni, oca arrosta con il sedano, croccante etc.) e per divertire adulti e bambini.
Per gli abitanti di Sant’Ambrogio di Fiera, nell’immediata periferia di Treviso, vicino al Fiume Sile, le Fiere di San Luca sono un avvenimento estremamente naturale che fa parte, si  può  dire,  della  loro  stessa  vita.  La  storia  di  Fiera  si  intreccia  da  sempre  con  quella delle Fiere: non sarebbe possibile immaginare l’una senza le altre. L’evidente confusione causata dall’afflusso di moltissima gente che ogni anno le Fiere attraggono, forse recano un certo disagio a coloro che abitano attorno al grande Prato o nelle sue vicinanze. Ma quelle  persone  sanno  bene  che  le  Fiere  sono  inevitabili; si rendono conto, più o meno consapevolmente, che esse costituiscono un patrimonio storico e di costume a cui non si può rinunciare. Quindi, ad ogni inizio di ottobre, all’affacciarsi  delle  prime  nebbie  autunnali,  si  dispongono  ad accoglierle con serena rassegnazione.

Attualmente  le  Fiere  di  S.  Luca  si  presentano  come  una sagra  grandiosa,  ricca  di  attrazioni  per  bambini  e  adulti. Ma nei primi secoli della loro storia, cioè nel Medioevo, il loro aspetto e la loro importanza erano ben diversi. Infatti esse erano essenzialmente un mercato, un grande e famoso mercato annuale, dove venditori e acquirenti, di paesianche lontani, si incontravano per lo scambio di prodotti d’ogni genere. L’origine della fiera, come istituzione commerciale, è molto remota. L’uso di tenere fiere e mercati era conosciuto anche dai Romani, dai Greci e da altri popoli più antichi ancora. Fu però nel Medioevo che la fiera raggiunse una grandissima importanza. La sua affermazione e la sua rapida diffusione in molte regioni d’Italia e di altri paesi europei furono determinate da quella generale ripresa che si verificò nel mondo occidentale dopo l’anno Mille. Il grande valore storico della fiera sta nel fatto che essa favorì il passaggio dall’economia chiusa, tipica della società feudale, alla nuova economia  cittadina, aperta ai liberi scambi  fra  commercianti di località vicine e lontane.
La  fiera  si  teneva  nei  luoghi  più importanti  della città,  generalmente  presso  chiese  o  santuari;  si svolgeva  in  coincidenza  con  particolari festività religiose e spesso durava molti giorni. Era quindi  inevitabile  che  essa  superasse  il  carattere  puramente  economico,  per  assumere  l’aspetto  di  una  grande festa  popolare.  In  questo  importante  avvenimento,  che aveva per lo più scadenza annuale, convergevano dunque interessi  economici  e  aspetti  religiosi  e  folcloristici  della  vita  del  popolo.  Grazie  alla  sua  notevole  importanza, che  si  traduceva  anche  in  cospicue  entrate  per  le  casse dell’amministrazione pubblica, la fiera incontrava il favore e la protezione di chi deteneva il potere. Norme e statuti  speciali  venivano  emanati  per  garantire  la  sicurezza di tutti coloro che vi volevano partecipare, per regolare il comportamento dei commercianti e la vendita delle merci e per risolvere rapidamente, nel luogo stesso della fiera, le controversie o le liti che inevitabilmente sorgevano.

Come le fiere di molte città dell’Italia settentrionale, anche quella  di  Treviso,  favorita  dal  luogo  particolarmente  felice,  raggiunse  una  dimensione  di  grande  rilievo.  Secondoalcuni studiosi, primo fra tutti il Marchesan, essa esisteva ancor prima del Mille e si teneva in riva al Sile, presso il
porto della città. Con quale frequenza si svolgesse, quali fossero le sue caratteristiche e la sua durata in quell’epoca lontana non è possibile saperlo. Appena un cenno è contenuto nel primo documento che ne testimonia l’esistenza.
Si tratta di un diploma di Berengario I, re d’Italia, redatto a Verona, nella chiesa di S. Zeno, il 9 gennaio del 905. Con questo diploma il Re concedeva al Vescovo di Treviso, Adalberto, parecchi diritti, tra cui due terzi delle imposte che gli spettavano sul “mercato del Porto Trevigiano”. Con tale concessione il Vescovo entrava in possesso dell’intero beneficio sulla Fiera, perché l’altro terzo delle imposte era già stato ceduto alla Chiesa trevigiana dai predecessori di Berengario.

Quest’anno  l’inaugurazione  è  avvenuta  il  2  ottobre  presentando un’edizione ricca di novità. Due nuove attrazioni, dedicate ai più coraggiosi: “Starflyer”, un’attrazione che ricorda la tradizionale giostra a catene ma che si alza su una torre fino a 30 metri. Per chi vuole provare l’ebbrezza di girare nel vuoto. E la “Saltamontes” o “Rana Pazza”, direttamente dalla Spagna per la prima volta presente in un luna park trevigiano. Simile alla giostra aerei ma con potentissimi getti d’aria che spareranno la “rana pazza” verso l’alto. Riconfermati l’“Evolution Ranger”, il “Matrix” per i  coraggiosi,  i  giochi  acquatici  come  le  “Water  Balls”  per i  bambini.  Oltre  alle  giostre  20  chioschi  con  prelibatezze alimentari  per  una  sosta  golosa  con  frittelle,  caramelle, zucchero  filato  e  caldarroste,  oltre  allo  stand  gastronomico  con  piatti  tipici:  dall’oca  agli  immancabili  folpetti.
Ma sarà soprattutto una festa dedicata ai bambini. Tre le giornate dedicate “allo studente” a partire proprio da venerdì 9 ottobre. Il Comitato Fiere ha distribuito oltre 65mila biglietti gratuiti dedicati agli studenti delle scuole elementari e medie di Treviso e dei comuni limitrofi. Per andare incontro alle famiglie, collegandosi al sito internet della manifestazione www.lunaparkfieresanluca.com si potranno scaricare tanti coupon promozionali con sconti su giostre e sui vari stand gastronomici. “Abbiamo fatto uno sforzo importante per riuscire a sostenere la distribuzione dei biglietti gratuiti e a mantenere invariati i prezzi dei biglietti (da 1 a 4 euro) delle giostre per permettere a tutti di frequentare le Fiere, soprattutto alle famiglie con bambini”, dicono gli organizzatori.
Tra gli eventi collaterali delle Fiere che riscuotono maggior successo, torna anche quest’anno la “festa del bambino”, mercoledì 7 ottobre e la “Gara delle torte”, venerdì 16, dove una giuria composta dai ragazzi disabili dell’associazione “Oltre le barriere” assaggerà ed eleggerà il vincitore. Grande festa sabato 10 con i personaggi di Peppa Pig e dei Minions. Infine, sabato 17, gran finale alle 22.30, per festeggiare  il  patrono  San  Luca  con  lo  spettacolo  pirotecnico. Spazio  anche  alla  solidarietà  promossa  da  “Oltre  le  barriere”: acquistando il calendario 2016 dedicato alle Fiere, il ricavato andrà tutto in beneficenza. Per tutta la durata della manifestazione, nella sala dell’asilo parrocchiale di Fiera, sarà possibile visitare anche una mostra fotografica sulla storia dell’antica Fiera.


 







Mestre. Monumenti e luoghi di interesse

La piazza principale della città che è intitolata ad Erminio Ferretto, un tempo era chiamata Piazza Maggiore da cui il nome del giornale cattolico cittadino.
Sviluppatasi nel medioevo come piazza del mercato e, nei primi anni del Novecento, come capolinea della rete tranviaria, si arricchì poi di esercizi commerciali e del noto Teatro Toniolo, posto in una piazzetta contigua. Sulla piazza sorgono il settecentesco Duomo di San Lorenzo,  il  Palazzo  da  Re,  il cui  portico  ospitava  il mercato delle granaglie e la Torre dell’Orologio, comunemente  detta  “Torre  Civica”.  Quest’ultima  era  originariamente una casa-torre fatta erigere dai Collalto nel 1108, ma fu poi inglobata nel secondo castello di Mestre (il Castelnuovo). Oggi è l’unica rimasta delle tre torri principali del Castello di Mestre (Civica, Belfredo, Porta Altinate), delle quindici — o, secondo altre fonti storiche, diciassette — torri che componevano la fortezza, e custodisce (in attesa di riapertura) l’unica sopravvissuta delle porte medievali della città (antico accesso al Castelnuovo dal “Borgo San Lorenzo”). Nella Via Torre Belfredo son attualmente visibili, riportati nella pavimentazione stradale, i “segni” della omonima torre-porta demolita nel 1876 (“per far passare il tram” e recuperare i materiali), e negli attigui “giardini delle mura” son visibili i resti della cinta muraria con anche un “torricino minore”, poi trasformato in abitazione nella parte superiore (con architetture ottocentesche). Attiguo alle mura (ma con accesso dalla via Giordano Bruno) il “Teatrino della Murata”, piccolo teatro d’essai dalla lunga tradizione cittadina.
All’angolo della contigua Via Spalti son visibili (all’interno dello spazio della rimessa comunale, il cui edificio in stileLiberty ne copre parzialmente la visuale) i resti delle mura angolari del castello, nonché della torre angolare ivi realizzata, sulle basi della quale è stata eretta sin dall’Ottocento una grande abitazione civile. Oggi del Castelvecchio (sul sito del Castrum romano, oggi area del “vecchio ospedale”) resta ben poco in superficie, e viene ricordato dal toponimo via Castelvecchio (laterale di via Einaudi). La strada, oggi attorniata da condomini, un tempo partiva da piazza Ferretto e oltrepassava il ramo nord del Marzenego sul ponte di castelvecchio, tale ponte, costruito in pietra attorno al XIV secolo, è ancora oggi visibile ma si trova, come molte vestigia storiche di Mestre, in abbandono e in forte stato di degrado. Altri edifici di rilievo sono il Palazzo Podestarile (poi Municipio cittadino e attuale sede di una delle due sale consiliari del Comune di Venezia), la Provvederia. e la scuola dei Battuti o scholetta, piccolo edificio trecentesco con finestre trilobate prospettante sulla via Poerio, accanto al Duomo di S. lorenzo.

Piazza Ferretto
Tra il 1995 e il 1998 Piazza Ferretto è stata rielaborata secondo il progetto dell’architetto Guido Zordan. Oltre all’inserimento di molti elementi architettonici e di arredo urbano ultra-moderni di tipo astratto e geometrico, al centro della piazza è stata collocata una fontana dalle forme singolari dotata  di  una  scultura  in  bronzo  dorato  di  Alberto  Viani intitolata “Nudo”. Nella ristrutturazione, che ha comportato anche il rovesciamento delle pendenze della pavimentazione, da quella storica “a dorso di mulo” ad una inedita detta “ad impluvio”, si sono voluti eliminare gli antichi marciapiedi laterali in lastre di trachite, le quali furono recuperate e riposizionate in forma “ri-bocciardata” come fasce laterali delimitate dai filari di lampioni. Gli avveniristici lampioni, elementi iper-moderni certamente inusuali per una piazza storica e di tipologia antica, sostituiscono il precedente sistema di illuminazione fatto da una rete di cavi tesi tra i palazzi che era stato installato negli anni sessanta. Secondo i detrattori del progetto “Zordan”, sarebbestato più opportuno inserire i tradizionali lampioni in stileclassico che caratterizzano le piazze storiche e monumentali delle altre principali città venete piccole e grandi, tra cui la vicina Mirano, la stessa Padova, ecc...

Il Palazzo Podestarile, oggi sede della Municipalità.
In Piazza Ferretto papa Giovanni Paolo II tenne un discorso il 17 giugno 1985 durante la sua visita pastorale a Venezia. La struttura della piazza risale all’età medievale, quando costituiva il cuore dell’antico borgo costruito attorno alla chiesa arcipretale e affacciato sul castelnuovo, fungendo da luogo di mercato (essendo situata fuori le mura). La piazza e il borgo erano allora circondati dai due rami del fiume Marzenego, che la delimitavano coi due ponti della Campana e delle Erbe (il ponte, tutt’oggi esistente, conduceva alla piazza dei Porci, oggi piazzetta Matter, e al castello). Sulla piazza, porticata da entrambi i lati secondo l’uso veneto, si affacciano il duomo di San lorenzo e il palazzo Da re, già proprietà della ricca famiglia Da Re, il cui portico ospitava  il  mercato  delle granaglie.  All’estremità  nordorientale svetta la torre dell’Orologio, ultimo resto dell’antico castello. al centro si erge un pennone sul quale nei giorni di mercato veniva issato lo stendardo comunale per segnalare il termine delle contrattazioni all’ingrosso e sul quale  oggi  avviene  ogni domenica  la cerimonia  dell’alzabandiera. Nel 1900 la piazza venne reintitolata in onore del re d’Italia umberto I, assassinato in quello stesso anno. Dalla  fine  della seconda guerra mondiale  la  piazza  porta invece  il  nome  del partigiano Erminio  Ferretto, trucidato dai nazi-fascisti nel 1944. Proprio la Brigata Garibaldi a lui intitolata liberò la città dai nazifascisti prendendo il controllo della piazza.

Duomo di San Lorenzo
All’inizio di Piazza Ferretto si trova San Lorenzo. La prima notizia dell’esistenza di una chiesa in questo luogo risale al 1192 e riporta che essa aveva portico. L’edificio era di proprietà della comunità Mestrina, antichissimo istituto governato da poche famiglie nobili. la chiesa attuale, eretta  nel  XVIII  secolo,  ha  facciata  neoclassica  a  due  ordini e conserva il campanile romanico della costruzione precedente; all’interno presenta statue dell’Ottocento e gli altari provenienti dalla chiesa sconsacrata di Santa Maria delle Grazie. La pianta è a croce latina. Le formelle bronzee del portale sono opera di Gianni Aricò. Vi è un organo. Lo strumento è stato restaurato nei primi anni ottanta e nell’autunno del 2005 è stato ripulito. La sagrestia conserva la nota icona detta Madonna del Don, trovata dagli Alpini durante la Campagna di Russia del 1943 ed è particolarmente venerata da questi ultimi che ogni anno nel mese di settembre si ritrovano per una celebrazione. Il campanile romanico ospita la campana detta Borromea, in quanto donata da San Carlo Borromeo. Dietro l’edificio sorge la Scuola dei Battuti. La chiesa dava il nome anche al borgo di San lorenzo, che la circondava.
 

Stendardo della sovranità
L’attuale è del 1905. In origine era situato fra le attuali vie Palazzo e Torre Belfredo, ma già dall’Ottocento si trova nel posto in cui ancora oggi lo vediamo. Nei giorni di mercato vi veniva issata la bandiera comunale: finché rimaneva issata era vietato vendere ai grossisti, ma si doveva vendere ai piccoli consumatori.
 

Palazzo Da Re
Si trova al centro della Piazza, alla destra della fontana se si  arriva  dalla  Torre  dell’Orologio.  Ha  tre  grandi  arcate  a racchiudere il portico e una terrazza alla sommità. Il portico, soprannominato “Pavion” (dal francese pavillon, padiglione), era di proprietà pubblica e ospitava i mercanti di granaglie. Al suo posto venne costruito il Palazzo Da Re, ma il portico continuò ad ospitare il mercato delle biade fino al 1913 quando questo tipo di commercio venne espulso dalla piazza e spostato in piazza Cesare Battisti. Nel 1884 pochi mesi dopo la morte di Garibaldi, Giuseppe Da Re fece sistemare sulla facciata della sua casa una lapide commemorativa che è visibile ancora oggi.
 

Ponte delle Erbe
Il Ponte delle Erbe e il Ponte della Campana collegavano Piazza  Ferretto  alla  Piazzetta  Matter  (anticamente  detta Piazza dei Porci). Una volta sotterrato il ponte della Campana, sotto l’attuale via Poerio, il Ponte delle Erbe rimase l’unico ponte a delimitare la piazza. Durante la seconda metà dell’Ottocento, è stato sottoposto a lavori per ampliarne le dimensioni.

La Torre dell’Orologio
I primi documenti che attestano la presenza della torre risalgono al XIII secolo quando a Mestre c’era la famiglia trevigiana dei collalto, anche se la sua costruzione risale al 1108. Nel corso dei secoli è stata chiamata Torre di San Lorenzo, Torre delle Ore, Torre Civica e Torre dell’Orologio. Assieme alla Porta – Torre Belfredo era uno degli accessi al borgo di Mestre, recintato da una palizzata di legno. In una mappa del 1603 questo ingresso, che metteva in comunicazione l’interno dell’abitato fortificato con il borgo di San Lorenzo, era denominato “Porta della Loza”. Nel XIV secolo, con la conquista dei veneziani tra questa torre e la vicina torre di Ca’de Musto furono costruiti due alti muri in modo tale da formare un fortilizio che divenne parte integrante della nuova cinta muraria, chiamata castelnuovo, che sostituì nella funzione militare difensiva il castelvecchio. alla fine del Cinquecento la torre fu dotata di un orologio che guardava verso Via Palazzo. All’inizio del XVII secolo l’edificio veniva rappresentato parzialmente diroccato, tuttavia in una mappa del 1614 appare già restaurato e parzialmente modificato con la costruzione al suo fianco di un’altra porta, che permetteva di transitare dalla Piazza Maggiore verso il borgo Mestre. Sempre in questo periodo alla torre furono addossate anche delle case e infine si realizzò un altro orologio per far vedere le ore anche dalla Piazza.
Prima del 1796 fu abbattuto il muro di cinta del Castelnuovo di cui rimane traccia anche sul muro esterno del lato ovest  della  torre.  Tra  l’Ottocento  e  il  Novecento  l’edificio subì due interventi di restauro. con il primo furono aperti tre passaggi al piano terra, per realizzare un porticato, e due piccole finestrelle sul lato ovest; si demolì la torricella che conteneva la campana collocata sul tetto, si costruirono i merli e fu installato un nuovo meccanismo per l’orologio. chi si occupava di farlo funzionare poteva usare i locali della torre a suo piacimento; fu così che per un lungo periodo venne utilizzata come magazzino, bottega da caffè e abitazione privata. Tra il 1848 e il 1849 fu torre di avvistamento  per  l’esercito  austriaco.  Durante  il  secondo restauro furono asportati i resti degli affreschi antichi che ricoprivano le murature esterne e per l’ennesima volta fu sistemato  il  tetto  e  sostituito  nuovamente  l’orologio  che non funzionava. All’inizio del XX secolo vennero aperte due finestrelle a fianco del quadrante dell’orologio rivolto alla Piazza, che dovevano indicare le ore, come quelle della torre di Piazza san Marco. Pochi anni dopo si avanzò l’ipotesi di trasformare la torre in acquedotto. Durante il Ventennio fascista si riunivano tra le sue mura le brigate nere della cui propaganda politica rimane traccia negli affreschi parzialmente visibili al piano terra. Fino al 1950 ripresero le affittanze e in seguito il Comune di Venezia adibì la torre a deposito dell’Archivio cittadino. Nel 1976 un forte terremoto mise a dura prova le strutture e per questo venne svuotata dagli incartamenti in attesa dell’ennesimo intervento di restauro conservativo, che è stato effettuato a ridosso dell’anno 2000.
Recentemente, al muro occidentale della torre è stata incorporata una moderna struttura in legno e metallo progettata  dall’architetto  Guido  Zordan  (già  ideatore  del  rifacimento  di  Piazza  Ferretto)  con  la  funzione  di  scala  di accesso ai piani superiori.

 







Nella terra dei misteri - tra fate e fantasmi

Treviso è una città enigmatica, nelle chiese, nei castelli e nelle mura di Treviso si celano misteriose leggende e miti popolari che danno vita a creature fantastiche e spaventose, fantasmi e mostri che emergono dalle acque.

Il mistero che avvolge la città trevigiana viene da lontano, c’è chi dice che Treviso derivi da Taurisium, l’attributo dato ad Osiride, fondatore della città che dopo la morte fu adorato sotto forma di Toro, ma si narra anche che possa derivare dalla raffigurazione
di una figura femminile con tre visi, iconografia posta su una torre eretta per difendere la città.
Le terre trevigiane celano spiriti di dolci fanciulle e di prelati, discendenti dei Collalto e dei Minucci, anime dannate della dinastia degli Ezzelini e ancora, monaci vaganti tra i ruderi di una abbazia, creature misteriose di un antico  Bosco  Veneziano,  per  non  parlare  delle  forme  inquietanti delle Motte di Castello di Godego e altro di terribile ancora.  Passeggiando tra le vie e gli angoli nascosti, sono numerosi i luoghi legati a questi antichi misteri ed esoterismi. Ville, castelli, giardini,  sono le location in cui cercheremo di scoprire gli enigmi del passato.

Monastier, l’abbazia abitata da fantasmi
L’abbazia di Santa Maria del Pero di Monastierè un convento di monaci benedettini del X secolo, ed è uno dei luoghi più  carichi  di  mistero  della  Marca  Trevigiana.  L’abbazia  fu fondata dall’imperatore tedesco Ottone I al posto di un vecchio scalo fluviale, i monaci bonificarono meticolosamente questa zona lacustre e boscosa. In osservanza della loro regola di preghiera e lavoro, curarono il chiostro coltivando piante e fiori, e nutrendosi del loro lavoro nei campi. Di tutta questa vita operosa dei monaci oggi resta uno scenario semi abbandonato. Attualmente la chiesa è quasi completamente distrutta, anche se è stata oggetto di restauro poco tempo fa, oggi rimangono due chiostri di particolare suggestione, e i resti di un grande fabbricato a tre piani che ospitava il refettorio al piano terra, la biblioteca al primo piano e l’appartamento dell’abate al terzo.
Nelle stanze del convento non si vedono più i monaci, non si odono più i loro canti di preghiera, il campanile è sprovvisto di campana, ma nonostante questo, qualcuno giura che passando di là alle prime luci della sera ha ancora l’impressione di udire un bisbigliare, le campane inesistenti che scandiscono leore perdute nel tempo, le finestre del chiostro sbattere. Si narra che di notte le lanterne presenti nell’abbazia si illuminano improvvisamente, e sembra sentire i passi sui gradini dei monaci che in processione salgono delle scale inesistenti.  Poi  tutto  d’improvviso  si  ferma,  come  se  nulla fosse mai accaduto, e tutto torna nelle tenebre nell’immobilismo del giorno. Saranno davvero solo sensazioni?
 

San Zenone – La crudele famiglia degli Ezzelini
Quasi tutti i castelli racchiudono delle storie leggendarie che narrano di finestre che sbattono, luci che si accendono all’improvviso, scale che scricchiolano e spiritelli più o meno simpatici che si aggirano nelle reali stanze. A volte questo può accadere anche nei castelli che non esistono più. Uno di questi è il castello degli Ezzelini, che sorgeva nel territorio di San Zenone, proprio sulla cima del colle da cui ancora oggi si può godere un belvedere meraviglioso.Il castello in passato fu dimora del tiranno  Ezzelino  III,  famoso per la sua grande crudeltà, alla sua morte questo palazzo fu raso al suolo. Il proprietario Ezzelino si distinse per l’efferatezza e la sete di potere, cosa che gli procurò parecchi nemici, papa compreso, che condusse contro di lui una crociata. Era un uomo violento, non esitava ad uccidere i nemici, ne demoliva le loro case e infliggeva  pene  spaventose.  Ezzelino  aveva  un  fratello,  di nome Alberico, e una sorella, Cunizza, entrambi impegnati in dispute, molto diverse. Mentre il primo era un degno erede della crudeltà Ezzelino, la seconda si scontrava con problemi di cuore. La donna fu sposata tre volte e nel suo letto  passarono  parecchi  amanti.  L’asprezza  del  terribile Ezzelino  lasciò un segno talmente forte nella storia, che la  sua  crudeltà  venne  decantata  in  diverse  opere,  Dante Alighieri, ad esempio, condanna Ezzelino a sopperire per l’eternità in un fiume di sangue all’inferno, nel girone dei violenti. Le leggende legate al castello sono imbevute del sangue dei delitti che si sono compiuti all’interno della dimora e anche del massacro della famiglia del fratello Alberico. Si dice che Ezzelino fece anche murare le porte delle prigioni senza pietà alcuna per uomini, donne e bambini e che a questi ultimi facesse addirittura cavare gli occhi. Le loro urla si sentivano fino a valle e si narra che le loro anime continuino a lamentarsi in eterno dopo la loro morte. Ezzelino morì della sua stessa malvagità, dissanguato, rifiutando anche di essere soccorso. Alberico fu trucidato con tutta la famiglia dalla vendetta dei nemici. Fu costretto ad assistere alla decapitazione dei sei figli maschi e al rogo della moglie e delle due figlie femmine. A lui invece toccò di morire trascinato dalla coda di un cavallo in corsa.
Il castello protagonista di tutte queste storie crude ed inumane oggi non esiste più, ma la leggenda narra che gli spiriti della famiglia continuino a vagare per il paese ed i colli circostanti, trascinando anche le anime dannate della povera gente morta per loro mano. Anche il fantasma di Alderico aleggia per quelle terre, disperandosi per non essere stato in grado di proteggere la sua famiglia.  L’unica anima bianca è la sorella Cunizza, che volteggia anch’essa in una danza perenne tra i pini e i cipressi, fra le braccia del suo amante più caro, Sordello il poeta, che continua a can-tare per lei. Infine, per quanto riguarda i martiri innocenti murati nella fortezza, questi continuano a gridare dolore e sofferenza, che all’orecchio più attento, possono essere uditi ancora oggi nella vallata di San Zenone.

Il Montello – Fate, diavoli e draghi
Il Montello è un piccolo monte che si distende sulla riva del destra del fiume Piave.  Il paesaggio è unico rispetto all’ambiente circostante, e questo accresce l’atmosfera di mistero. Ci si ritrova a passeggiare come se si fosse all’interno di una fiaba, tra alberi secolari che si colorano diversamente  a seconda della stagione, rami che s’intrecciano, ruscelli e sorgenti di acqua. Camminando sul Montello, nelle notti d’inverno, si può sentire il suono spettrale di un violino stridulo, è così che si manifesta il fantasma di un povero suonatore di strada che in quel luogo era morto di freddo. Ma la montagna del trevigiano, con la sua caratteristica forma a tartaruga, è stata nei secoli abitata da animali fantastici che ancora oggi appaiono misteriosamente, come i basilischi, che sono dei draghi maligni, serpi e rospi che portavano dentro alla testa dei diamanti luccicanti. Il diavolo si aggirava avvolto in un mantello rosso, ma non esistevano solo presenze malefiche, ma ci si poteva imbattere nelle Fade Bone, che scaldavano e nutrivano con il miele le ragazze che il Massariol, uno spirito burlone, faceva smarrire se queste mettevano piede nelle sue orme invisibili. Il Montello conserva ancora el Buso de le Fade, una caverna in cui queste ragazze vestite di bianco, bellissime ma con piedi caprini, si lavavano a una fonte. A Crocetta del Montello, invece, si può visitare la Grotta del Buoro che aveva una fonte capace di ridare il latte alle madri sfinite da uno svezzamento faticoso.

Susegana – la leggenda di Bianca
Sulle colline di Susegana svetta in tutta la sua imponenza il Castello di Collalto, di cui oggi resiste solo il gigantesco mastio, alcune tracce di mura e la grande porta d’accesso al paese medioevale. Il feudo fu proprietà della famiglia dei Collalto, che furono i primi conti di Treviso nel lontano 1300. Di questo castello è famosa la storia tormentata di Bianca, una bellissima ancella di Chiara da Camino, nobildonna che il conte Tolberto di Collalto prese in sposa per attenuare le lotte tra la sua famiglia e quella dei Caminesi.
Questo fu solo un matrimonio di convenienza, infatti l’uomo non amava la donna che non era di grande bellezza ed era anche molto gelosa del marito, invece la sua ancella Bianca era una donna assai dolce, sempre sorridente e che non conosceva il male e la malvagità. Tolberto se ne innamorò perdutamente, ma la loro storia fu segnata da un terribile delitto. Il giorno che Tolberto fu chiamato in guerra, si recò a salutare la moglie mentre Bianca le stava pettinando i lunghi capelli. Chiara vide  riflesso  nello specchio l’incrocio dei loro sguardi, e immediatamente capì che tra di loro vi era una forte passione.  Così  la nobildonna studiò un’atroce vendetta. Appena Tolberto si allontanò per i suoi impegni militari, murò viva la fanciulla in una torre. Bianca morì di stenti, e Tolberto non tornò mai più dalle Crociate. Da allora il fantasma di Bianca appariva ai membri della famiglia, velata di bianco per annunciare una buona novella, e di contro, nascondeva il volto con un velo nero. Lo spettro dell’infelice Bianca è solito apparire ancora oggi nei pressi del castello, testimone dell’amore immortale.

Vittorio Veneto – La storia di Santa Augusta
La Santa Augusta nacque a Vittorio Veneto nel II secolo dopo Cristo. Appena dietro il duomo di Serravalle s’inerpica una scalinata che porta al punto più alto della città dove si trova il Santuario di Sant’Augusta.
Giunti  in    cima  si beneficerà  di  un fantastico paesaggio, di monti, laghi e valli, fino al luccichio del mare verso oriente. Augusta  era  figlia di un re Visigoto Matrucco, che costruì  sul  monte Marcantone la sua fortezza. Un uomo avido di potere, che conquistò con ferocia il Friuli e perseguitò i cristiani. La leggenda narra che un eremita sconosciuto battezzò in segreto la piccola Augusta, segnando così il suo destino, ignorato dal padre. La fanciulla crebbe nella fede cristiana, e cominciò a difendere e a soccorrere i perseguitati dalla crudeltà del padre. Matrucco scoprì questa devozione per Dio e cercò invano di persuaderla, imprigionandola e sottoponendola a brutali torture con strumenti atroci: ma la sua fede fu più forte, la ruota dentata si ruppe, il rogo si spense, le furono strappati i denti ma, infine, non potette niente contro la decapitazione. Il corpo fu ritrovato diversi anni dopo, sepolto in cima alla collina che ancora porta il suo nome, deposto con cura nel punto più alto, più vicino alle stelle, quasi a volersi avvicinare al suo Dio. Molti visitatori arrivati in cima avvertono un forte dolore alla testa, ma basta andare dietro l’altare dove riposano le spoglie di Augusta, dove si trova una pietra forata di origini antichissime.  Se  si  infila  la  testa,  pregando  la  Santa,  ogni male passerà come se non ci fosse mai stato.







Le mura di Treviso

La costruzione delle mura di Treviso con le porte d’accesso alla città è legata al dominio veneziano durante il XVI sec. Dopo la sconfitta di Agnadello e la guerra della lega di Cambrai, Venezia fu costretta a fortificare le città venete, tra cui Treviso.

Treviso nel XV sec. si presentava come una bella città ad impianto medioevale, cintata da alte mura merlate trecentesche, con borghi che si estendevano a raggera nella campagna, fuori dalle 13 porte. Numerosi conventi e ricchi edifici, decorati a fresco sulle facciate, indicava un periodo di pace e prosperità. L’abbondanza dei corsi d’acqua aveva reso la città ricca di mulini, ma non presentava alcuna efficace difesa, poiché molte costruzioni erano addossate alle mura e le borgate esterne offrivano facile riparo ad eventuali attaccanti. Questa situazione pose con urgenza il problema del rinnovo delle fortificazioni.
In pochi anni Venezia trasformò la città di Treviso in una fortezza militare attraverso interventi traumatici e profondi: le mura medioevali vennero trasformate in altre più adatte ad affrontare le nuove armi, si crearono difese e presidi militari permanenti, con sistemazioni d’emergenza che costarono drammatiche demolizioni. Il cambiamento fu così veloce e radicale che la città ne sentì  le  conseguenze  fino  alla  fine  del  XIX  secolo. Basti pensare al divieto di costruire fuori dalle mura che durò quasi tre secoli, fatto rispettare da tutti i podestà-capitani.
In un decennio, dal 1509 al 1518, le antiche mura, i borghi e i conventi esterni alla cinta medioevale furono distrutti; le porte d’ingresso furono ridotte a tre; si passò da una struttura urbana con uno sviluppo a raggera attorno alle antiche mura medioevali, ad un’altra ad impianto murario poligonale che traccia il limite invalicabile delle attività edilizie. Oltre la cinta muraria si estendeva una spianata priva di case, muri, alberi e viti.
La città di Treviso doveva presentarsi, a chi arrivava, protetta da una muraglia inespugnabile, emergente dalla pianura  spoglia di piante ed edifici e circondata d’acque. La rappresentazione che ne fecero alcuni artisti fu proprio questa, e non v’è dubbio che l’impressione doveva essere veramente forte, soprattutto in coloro che si avvicinavano alla città attraversando la larga spianata.
Questa trasformazione fu affidata nel 1509 su incarico dal Consiglio dei Dieci a Giovanni da Verona, detto Frà Giocondo, che aveva già lavorato per Venezia. Frà  Giocondo,  frate  francescano,  era  una  bella  figura  di architetto ed umanista che nell’arco della sua lunga vita (1433-1515) ebbe modo di conoscere e frequentare gli ambienti italiani e francesi più aperti alle innovazioni artistiche che all’inizio del 1400 s’erano manifestate a Firenze. Il suo interesse verso l’architettura antica lo portò a rilevare monumenti e a trascrivere molte epigrafi latine. Il suo metodo dell’annotazione e del rilievo gli permise di studiare e rielaborare gli strumenti per il rilievo topografico e per il calcolo delle aree, essendo egli convinto, come scrisse, che prima di progettare fosse necessario rilevare ed osservaredi persona gli ambienti. L’opera di fra Giocondo ben sopportò l’assedio di Treviso, posto dagli eserciti della Lega di Cambrai nell’estate del 1511. In particolare, tra il 7 e il15 ottobre di quell’anno fu sferrato un violento e decisivo attacco, il quale, tuttavia, si risolse per gli assedianti in un nulla di fatto.
 

La porta Altinia
Tra il 1514 e il 1515 fu costruita porta Altinia. Essa sorge in direzione sud sull’antico ingresso medioevale e di questo conserva i caratteri della torre di difesa. Pur nelle sue linee austere doveva suscitare una notevole suggestione a chi entrava in città. La fine della guerra e l’orgoglio per lo scampato pericolo di invasione fecero sì che gli interventi architettonici successivi, non più pressati da urgenze difensive, divenissero l’atto celebrativo della vittoria e indicassero la rifondazione della città nella sua nuova “forma urbis”. Per questo la porta di SS. Quaranta e ancor più quella di S. Tommaso assunsero il carattere magniloquente degli archi trionfali romani. Porta Altinia è l’unico passaggio rimasto della cinta di mura medievali, inglobato nella cerchia cinquecentesca e secondo la storia veniva usata sia come baluardo militare sia per il transito di tutte le merci da e per Venezia che non seguissero la via fluviale del Sile; così la Porta divenne per lungo periodo un simbolo del collegamento di Treviso con Venezia ed il Veneto orientale in generale.
 

La Porta dei Santi Quaranta
A ovest troviamo la Porta Santi Quaranta, L’intitolazione ai Quaranta Santi è in onore ai quaranta soldati che durante la persecuzione di Licinio in Armenia, rifiutandosi di riconoscere gli idoli furono fatti assiderare e poi bruciare. Anche il nome di Porta Santi Quaranta cambiò nel periodo risorgimentale in “Porta Cavour” per alcuni decenni per poi riacquistare l’antico nome. Secondo la storia, la Porta garantiva come garantisce tuttora, l’accesso alla città di Treviso per coloro che provenivano da Ovest (Padova, Montagnana, Vicenza, Castelfranco Veneto). Porta Santi Quaranta si presenta con la facciata in pietra d’Istria all’esterno, con tre archi di cui quello centrale più ampio e sul prospetto esterno della porta, la raffigurazione che spicca su tutte è il leone alato, simbolo del potere di Venezia sulla terraferma.
 

La porta di San Tomaso
A nord troviamo la Porta San Tomaso che si apre sulle mura cinquecentesche di Treviso. Si colloca nella zona nordorientale del centro, rivolgendosi all’attuale strada Pontebbana diretta a nord. È certamente la più maestosa delle tre porte, interamente rivestita da elementi decorativi in
pietra d’Istria che riprendono lo schema degli archi trionfali classici. Il tutto è concluso da una peculiare cupola in legno e piombo. Illeone di San Marco che spicca al centro del fronte esterno, benché antico, non è l’originale essendo stato qui collocato nel 1857.
Fu eretta nel 1518 dal podestà Paolo Nani (doveva infatti chiamarsi “porta Nana” ed è sovrastata da una statua raffigurante San Paolo) su progetto, forse, di Guglielmo Bergamasco. Il nome rimanda a una vicina chiesa dedicata a San
Tommaso di Canterbury, andata distrutta. Fra il 1910 e il 1938 la porta fu attraversata del binario della linea 1 della rete tranviaria di Treviso. Da fine 2011, in occasione del termine della ristrutturazione delle due facciate della porta, è stata chiusa al traffico dei veicoli a motore. Prima di tale data, infatti, era uno dei collegamenti fra la circonvallazione interna e quella esterna (PUT) e permetteva, a senso unico, di collegare piazzale Burchiellati con viale Fratelli Cairoli, nei pressi di viale Vittorio Veneto (strada Pontebbana).







Alla scoperta dei palazzi di Venezia

TRA ANEDOTTI E CURIOSITÀ

Se il fare fosse facile come il sapere ciò che è bene fare,
le cappelle sarebbero state chiese e le catapecchie dei poveri palazzi di principi.

William Shakespeare
 

Vi presentiamo una nostra selezione dei Palazzi di Venezia, un impresa difficilissima data la quantità  di  meravigliose  opere  che hanno  rilevanza  storica  o  architettonica  e  sono  diverse  decine anche le antiche dimore visitabili.
 

CA’ D’ORO, IL PIÙ FAMOSO PALAZZO DI VENEZIA
La Ca’ d’Oro, uno dei più famosi palazzi di Venezia, è affacciata sul Canal Grande nel sestiere di Cannaregio. Ca’ d’Oro è oggi un museo che ospita la collezione di opere d’arte raccolte da Giorgio Franchetti, mecenate e collezionista veneziano morto nel 1922 Il palazzo della prima metà del 1400 è frutto della collaborazione di diversi architetti su commissione del mercante veneziano Marino Contarini. Nel corso dei secoli il palazzo ha subito molti rifacimenti a seconda dei bisogni abitativi dei proprietari: alla fine del XIX secolo Ca’ d’Oro venne acquistata da Franchetti per l’enorme cifra dell’epoca di 170 mila lire con l’intento di farne un museo che venne inaugurato dopo la sua morte nel 1927. Lo splendido palazzo in gotico veneziano deve la sua vita al Barone Franchetti che lo sottrasse a improvvidi acquirenti che volevano sfruttarne la fama unicamente a scopi commerciali.  In  particolare  nella  storia  della  Ca’  d’Oro  si ricordano con orrore gli interventi di tal Giovanni Battista Meduna, che aveva avuto il compito di restaurare il palazzo da parte della grande ballerina Maria Taglioni (1804-1884) a cui il palazzo era stato regalato dal principe russo Alexandre Troubetzkoi. Dopo poco che il Meduna iniziò i lavori (o meglio gli scempi, frantumando colonne e asportando marmi e capitelli) intervenne la Giustizia cittadina che gli ordinò a suon di citazioni di interrompere quello che i veneziani consideravano un vero e proprio sfregio alla città.
Curiosità sulla Ca’ d’Oro: si chiama così perché in origine alcune parti della facciata erano ricoperte del metallo prezioso. Di notevole impatto è il pavimento del primo piano: 350 metri quadri di geometrie realizzate con i marmi più pregiati, porfido rosso, serpentino, pavonazzetto, luculleo.
 

CA’ VENDRAMIN CALERGI, LA SEDE DEL CASINÒ DI VENEZIA
Ca’ Vendramin Calergi, nel sestiere di Cannaregio e affacciata sul Canal Grande, è la sede del Casinò di Venezia. Il palazzo risale al 1481, opera dell’architetto Mauro Codussi con affreschi e decorazioni del Giorgione oggi non più visibili. All’inizio del 1600 la famiglia Calergi ampliò la struttura e dal 1739, con la nuova proprietà della famiglia Vendramin, il palazzo assunse la denominazione ancora attuale, Vendramin Calergi. Nel 1946 divenne proprietà del Comune di Venezia che l’adibì a Casinò. La facciata di Palazzo Vendramin è uno dei migliori esempi del Rinascimento veneziano, con un gioco architettonico che riunisce, sovrapponendoli, i tre maggiori ordini architettonici, dorico, ionico e corinzio.
Tra gli elementi decorativi in facciata si può notare l’incisione latina ‘Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam‘ (Non a noi, o Signore, ma al tuo nome dà gloria) che era il motto dei Cavalieri Templari. Sul lato del palazzo accessibile anche dal canale, si apre un giardino, mentre al Piano Nobile si possono ammirare opere cinquecentesche di Palma il Giovane.
Curiosità su Ca’ Vendramin Calergi: nel palazzo è morto il 13 febbraio del 1883 Richard Wagner. Il compositore tedesco aveva affittato parte del palazzo un anno prima dopo aver sposato la figlia dell’amico Franz Liszt il quale abitava nel palazzo e qui aveva copmposto l’opera La lugubre gondola.
Si narra che Giuseppe Verdi di passaggio a Venezia volesse andare a trovare il Grande Maestro (Wagner) proprio il giorno che questi passò a miglior vita. Gabriele d’Annunzio
fece porre una lapide con l’incisione: “In questo palagio, l’ultimo spiro di Riccardo Wagner, odono le anime, perpetuarsi come la marea che lambe i marmi”. In memoria del compositore ogni anno nel giardino del palazzo vengono organizzati concerti di musica wagneriana.
 

CA’ FOSCARI, IL PALAZZO IN VOLTA DEL CANAL
Ca’ Foscari, nel sestiere di Dorsoduro ed affacciata sul Canal Grande, è la sede dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Nel corso del XV secolo qui sorgeva un palazzo chiamato Casa delle Due Torri che la Repubblica di Venezia regalò, a seconda dell’occasione, ai Gonzaga, ai Visconti e agli Sforza, per poi confiscarlo quando le vicende politiche cambiavano registro. Nel 1452 la Casa venne abbattuta e sulle sue ceneri venne edificato dal doge Francesco Foscari il palazzo giunto fino ai giorni nostri: nel corso dei secoli è stato utilizzato per ospitare sovrani e diplomatici europei in visita a Venezia. Ca’  Foscari  non  è  semplicemente  un  palazzo  sul  Canale Grande, ma è in volta del Canal, cioè sulla grande ansa che consente di avere una vista che spazia dal Ponte di Rialto al Ponte dell’Accademia, diventando così il luogo preferito dai grandi pittori per le loro opere panoramiche. Inoltre, l’importanza che Ca’ Foscari ha rivestito nella storia di Venezia si può ancor oggi desumere dal fatto che la tribuna delle autorità nel corso della Regata Storica viene allestita su una struttura galleggiante proprio davanti al Palazzo. La facciata di Ca’ Foscari riprende la facciata del palazzo delle Procuratia e di Palazzo Ducale in Piazza San Marco. Molto interessanti sono alcuni particolari che a volte è difficile notare. Come ad esempio all’altezza del secondo piano della facciata, si distingue lo stemma di famiglia, mentre al terzo piano, le finestrelle con colonne e pilastrini, sono
del tutto simili a quelle della Ca’ d’Oro. Tra le particolarità di Ca’ Foscari il cortile di quasi 1.000 metri quadri, tra i più grandi di Venezia, e gli affreschi del 1935 di Sironi al secondo piano.
Curiosità su Ca’ Foscari: le vicende della famiglia Foscari, in particolare quella del figlio del Doge Francesco, Jacopo Foscari,  ingiustamente  accusato  di  omicidio  (anche  se  in precedenza accusato giustamente di corruzione) sono diventate il soggetto di una famosa tragedia di Lord Byron, I due Foscari, che in seguito venne adattata da Giuseppe Verdi.
 

CA’ REZZONICO, PALAZZO PATRIZIO E DIMORA DI MERCANTI
Ca’ Rezzonico, nel sestiere di Dorsoduro, è stata realizzata nell’arco di 100 anni a partire dalla seconda metà del XVII secolo su progetto di Baldassarre Longhena. Dal 1935 è proprietà del Comune di Venezia ed ospita il Museo del ‘700 con una collezione di dipinti di Canaletto, Pietro Longhi e degli immancabili Tiziano e Tintoretto. Ca’ Rezzonico è un palazzo patrizio, ma anche una dimora di mercanti. Infatti  dispone  di  due  ingressi:  uno  all’altezza  dell’acqua sul lato del Canale da cui venivano introdotte le mercanzie, l’altro sul retro che si apre su una corte che introduce al salone principale, utilizzato per feste e ricevimenti. Il piano terra era diviso in uffici per l’amministrazione, il primo piano a livello del salone era l’abitazione dei padroni di casa, mentre l’ultimo piano era riservato ai servitori e agli operai dell’azienda. Di grande effetto è lo scalone arricchito con statue, decorazioni e marmi. Molte sale occupate dal Museo del ‘700 sono prive di affreschi e decorazioni, invece risultano molto suggestivi gli ambienti della Sala della Dama arredata con numerosi specchi e la Sala dei Pastelli con arredi e quadri del barocco Italiano. Lo splendido Salone da Ballo, perfettamente illuminato da ampie vetrate e da imponenti lampadari in vetro di Murano, stupisce per i dettagli e per il soffitto finemente affrescato. Da non perdere al terzo piano di Ca’ Rezzonico la ricostruzione più che fedele della antica farmacia Ai Do San Marchi, che risale al ‘600, chiusa nel 1905.
Curiosità su Ca’ Rezzonico: è un luogo magico. Le opere che si ammirano nel Museo si amalgamano alla perfezione con gli spazi disegnati da Longhena 500 anni fa, ma soprattutto riescono a trasportare i visitatori nel mondo fantastico della Venezia del ‘700, quando era lecito per metà dell’anno girare mascherati. Un mondo che coincideva con la Commedia dell’Arte, una Venezia così ben rappresentata dalle opere personali (non commissionate) di Giandomenico Tiepolo (figlio di cotanto padre), opere intime e spassionate, fatte solo per se stesso.

PALAZZO DUCALE E LE PRIGIONI VECCHIE
Palazzo  Ducale  è  un  capolavoro  in  stile  gotico  veneziano.  E’  uno  dei  più  famosi  simboli  di  Venezia  ed  è  anche la  sede  del  Museo  Civico  che  fa  parte  della  Fondazione Musei Civici di Venezia. La storia di palazzo Ducale inizia prima dell’Anno 1000, ma subisce subito uno stop: nel 976 la prima costruzione voluta dal Doge Angelo Partecipazio, una casa-fortezza, venne distrutta da parte del popolo inferocito. Il Palazzo Ducale come lo conosciamo oggi inizia a profilarsi nel XII secolo con il Doge Sebastiano Ziani. Nel corso del 1400 vengono completate la facciata e la parte che si apre sul Ponte della Paglia, ma i disastrosi incendi del 1483 e del 1574 costrinsero a ulteriori modifiche e riconversioni. Andrea Palladio è chiamato al restauro dopo l’ultimo incendio e anche Tiziano e Veronese collaborarono alla ricostruzione con importanti opere pittoriche. Dopo la fine  della  Repubblica  di  Venezia,  il  Palazzo  non  sarà  più utilizzato come sede delle magistrature, ma adibito a sede amministrativa. Palazzo Ducale diventa Museo nel 1923. Molto importanti all’interno di Palazzo Ducale sono la Sala dello Scrigno, dove erano conservati nei Libri d’Oro e d’Argento i nomi dei patrizi e delle famiglie originarie di Venezia, e la Sala della Milizia da Mar, dove venivano selezionati e reclutati gli equipaggi per le navi da guerra della Serenissima. Dalla Sala del Magistrato alle Leggi, attraverso uno stretto corridoio, si arriva al Ponte dei Sospiri che unisce Palazzo Ducale alle adiacenti Prigioni Vecchie. All’esternosono da notare le bocche di leone sotto il colonnato dove potevano essere inserite denunce di crimini o inadempienze: queste finivano in una scatola di legno e distribuite agli uffici giudiziari competenti.
Curiosità su Palazzo Ducale: le Prigioni Vecchie di palazzo Ducale sono divise in due aree, i Pozzi nei sotterranei e i Piombi nel sottotetto. I Pozzi sono quasi sotto il livello  dell’acqua e quindi sono la zona più malsana e angusta: in questa porzione di prigione erano rinchiusi i delinquenti comuni. Nei Piombi invece si trovavano celle meno lugubri, dove venivano rinchiusi i rei di un certo livello, come nobili, religiosi e in genere persone ricche, accusati di qualche crimine. Nel corso dei secoli nei Piombi sono finiti personaggi come Giordano Bruno, Silvio Pellico, Nicolò Tommaseo e Giacomo Casanova. Quest’ultimo fu autore di una spettacolare evasione.







Ernesto Calzavara

Ernesto Calzavara, uno dei poeti in dialetto tra i più importanti della seconda metà del ‘900 italiano, nasce a Treviso il 24 agosto del 1907 e vi muore il 19 agosto del 2000. Trasferitosi dopo la laurea a Milano nel corso degli anni ‘30, esercitò per tutta la vita la professione di avvocato.

 

Iniziata la sua carriera poetica verso la fine degli anni ’40 con alcune esili plaquettes pubblicate privatamente, Calzavara s’impose all’attenzione dei critici e dei lettori soprattutto negli anni ’60 e ’70 (ma non vanno dimenticate la raccolta Le ave parole del 1984 uscita per Garzanti e l’antologia Ombre sui veri del 1990, pubblicata congiuntamente per Garzanti e Scheiwiller e riedita nel 2001) con alcune opere in versi dove per la prima volta le tecniche e le poetiche moderne della poesia in lingua fecero irruzione nella tradizione della poesia dialettale. La sua ultima opera, Rio terrà dei pensieri, originale e composito collage di poesia, aforismi e note critiche, è stata edita da Scheiwiller nel 1996. E’ stato un grande poeta, grande, come ha detto una volta il suo celebre conterraneo Andrea Zanzotto, soprattutto “nel conciliare il dialetto e la tradizione all’azzardo di forme sperimentali”.

Calzavara è un grande poeta: l’essenza stessa della lingua poetica, infatti, coglie sempre nel presente i frutti di chi ha saputo coltivarla con fedeltà. Senza dimenticare che i poeti sono quegli uomini attraverso i quali la lingua vive, compiendo i suoi esperimenti più originali. E l’originalità dei grandi poeti non sta nel voler essere a tutti i costi originali, ma nel servire con onestà il loro strumento, la lingua, sia essa il dialetto di Dante, Di Giacomo o Tessa, consapevoli in ogni fibra e a ogni istante che quest’ultima così come li ha preceduti di molti secoli, sicuramente non può e non deve morire con loro. Più il poeta è consapevole della sua finitezza rispetto alle infinite risorse della lingua, più aumentano per lui le possibilità di non esserne abbandonato.

“Un poeta è facile da distruggere – diceva Calzavara. Che cos’è un poeta? Non è che un foglio di carta”.
Eppure, come lui ben sapeva, per durare a lungo il poeta non può che persistere nella coscienza di questa fragilità.
Cesare Segre ha detto giustamente che Calzavara era nato poeticamente due volte: quando negli anni ’40 pubblicò le sue prime prove e vent’anni dopo, quando con la raccolta e Parole mate parole povàre del 1966 è diventato, per usare le parole di Vanni Scheiwiller, il suo editore più fedele (anche lui maestro indissociabile nella memoria di tanti poeti) “il primo poeta in dialetto del ‘900 che abbia saputo gareggiare con i poeti delle avanguardie italiane e straniere”.

E’ difficile valutare il numero di morti e di rinascite che un poeta è in grado di sperimentare. Foss’anche solo per questo: che l’esperienza poetica insegna che non ci è mai concesso di ripetere più di una volta la stessa esperienza. Se a questo si aggiungono le letture antroposofiche dell’“iniziato” alle opere di Rudolf Steiner, il costante commercio che egli intratteneva con i misteri della reincarnazione e infine il suo amore connivente e catartico per il mondo animale, sentito come insostituibile trait d’union tra lo stadio minerale e il genere umano – tra la “piera” e “l’omo”, per dirla nella sua lingua trevigiana, bisogna concludere che soprattutto per un poeta come Calzavara il rinascere e il rimorire erano un esercizio quotidiano.

Poesie Dialettali è un libro che riscopre le radici della poesia di Ernesto Calzavara, recuperando versi andati perduti per riproporli come tributo alla sua memoria, ma soprattutto come dono prezioso per tutti coloro che si sono appassionati al dialetto proteiforme e vitale del poeta recentemente scomparso.
Introdotta dal commento di Zanzotto e dalle note biografiche di Isabella Panfilo che concorrono a creare un utile contesto di riferimento al lettore, la raccolta edita da Canova riunisce in tutto 25 poesie, precedentemente pubblicate in tiratura limitata nel 1960.
Un’opera decisamente importante che avrebbe segnato l’esordio letterario dell’autore nel campo dialettale rivelando la scelta consapevole di uno stile altamente sperimentale, capace di utilizzare tecniche e forme di avanguardia fino ad allora appannaggio esclusivo della produzione in lingua.

Una tendenza innovativa che si consoliderà nel corso delle opere successive, evidenziata ad esempio dalla poesia “Ai materiali” (Come se, Infralogie., All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1974):
 

Ai materiali
“[…] Ne la to casa de aria / co’ sta biro in plastica / te scriverà su ‘na tòla / de metacrilicato trasparente / multiuso / le mie vecie parole de legno / le tue de vero / posando sul poliuretano espanso / el to deretano cargo de secoli. […]”
 
“Caminarà / su la proposta morbida / de ‘na moquette sintetica / la to mente più ciara. / Pal to cuor no lana / né ogeti-ricordo / su le ménsole de fiberglass / parchè memorie no vol / el tempo nostro […]”

 
Nella fase iniziale rappresentata da “Poesie Dialettali”, i versi in dialetto trevigiano rispecchiano temi cari al poeta, ancora riconducibili, però, al tradizionale filone vernacolare del ricordo, della memoria, della nostalgia di un passato contadino vissuto come autentico, genuino, primigenio, una sorta di lontana “terra madre”.
Emergono, tuttavia, anche l’accento sulla problematicità del vivere e lo sguardo pessimista che ritorneranno costanti nella produzione successiva, palesandosi come lo sfondo emotivo caratterizzante l’interiorità del poeta e la sua percezione della società odierna.

Esemplificativa in questo senso la lirica “La Galina”, dove, all’interno dei tòpoi del mondo contadino, si innesta la visione sfiduciata dell’autore:
 
La Galina
“Va su par la scaléta, galina, / pian pian in punèr, / sola sola a far l’ovo / in pensier, de scondon. / Va su co’ tuti i me pensier, / ovi senza rossa né bianco, vodi. / Va sù galina, va su.”
 
Lo stile innovativo con cui viene trattata la materia linguistica affiora già a tratti permettendo di coglierne alcune peculiarità: l’attenzione al ritmo, scandito con l’insistente ripetizione di alcune parole-chiavi, l’inserzione di fonemi e suoni onomatopeici (A-B-C; […] Aàhm par de qua; aàhm par de là […]) per rendere più vivo e più reale il discorso, la volontà di spingersi al di là dei tradizionali “confini” del lessico dialettale estremizzandolo fino a comprendere terminologie particolari (ad esempio di tipo giuridico: […] Ieri ‘na difesa d’ufiçio. […] e Gugliemo avvocatt cont el scafal/ pien di pratich […] ) o intrecciandolo a sintagmi in italiano (“La vita è un dono” dice la Signora. / “Par chi la imbroca” digo mi.).
 
La scelta linguistica di Calzavara – affine a quella di poeti contemporanei come Andrea Zanzotto e Luisa Zille – è certamente significativa poiché segna una svolta nella considerazione del dialetto come lingua letteraria.
Infatti, invece di affidarsi al veneziano, adattandosi quindi al “modello” per eccellenza, Calzavara sceglie di andare alla riscoperta della parlata locale, di un dialetto meno celebrato ma più attinente alla sua vita e alle sue origini, compiendo così la rivalutazione di un patrimonio linguistico fino ad allora marginale ed elevandolo alla stessa dignità letteraria del più “famoso” veneziano.
 
Lo sperimentalismo linguistico, nella rielaborazione di materiali di provenienza diversa, ha dischiuso enormi potenzialità espressive che l’“avvocato trevigiano” ha saputo sviluppare nel corso di tutta la sua produzione segnalandosi alla critica come uno degli scrittori dialettali più emblematici del ‘900.
 
Un libro da non perdere per gustare l’assaggio di una lingua antica che sa però intercettare gli influssi del moderno.







La notte magica. Antiche credenze natalizie

 

ll Natale è un periodo ricchissimo di tradizioni, superstizioni e usanze varie, legate ad ogni momento dei festeggiamenti.


Ad esempio, gastronomicamente parlando, forse non tutti sanno che l’uso di mangiare il tacchino risale al XVI secolo quando gli Spagnoli lo importarono in Europa dal Messico: il primo che lo assaggiò fu Carlo IX, e gli venne presentato a tavola in modo solenne, tra squilli di trombe, salve di cannone e rulli di tamburi. Ma fu la golosissima Caterina de’ Medici a imporre il pennuto come menù natalizio, possibilmente farcito di castagne e accompagnato da salse alla frutta.
Il costume di servire a tavola salmone, capitone, pesci vari e cappon magro deriva invece dall’antica regola della Chiesa che la notte del 24 dicembre, prima della Messa, imponeva ai fedeli una cena “di magro”. In Romagna, soprattutto a Rimini, per antica tradizione natalizia a tavola dovrà essere stesa una tovaglia a ruggine; di lino o canapone, stampate con i caratteristici disegni a “galletto” o a “uva” da un macchinario antichissimo chiamato “mangano”. Il color ruggine nasce dalla vera ruggine ottenuta facendo macerare del ferro in acqua.

Infine in tutta Italia il 25 viene considerato il giorno del Pane, inteso come corpo di Cristo incarnatosi la notte di Natale a Betlemme (bet lehem, casa del pane): per questo è ovunque tradizione mangiare dolci fatti di farina come il pangiallo a Roma, il pandolce a Genova, il panpepato a Ferrara e in Umbria, il panforte a Siena, il pandoro a Verona, il panvisco a Bari, il pane certosino a Bologna e, ovviamente, il panettone a Milano. Di questi pani è buon uso matterne da parte un pezzetto, per mangiarlo il giorno di San Biagio (3 febbraio), onde preservarsi tutto l’anno dal mal di gola. Inoltre la notte di Natale è da sempre definita “magica” anche a causa dei vari riti che vi si compiono, unendo sacro e profano.

Nelle campagne del Veneto, dell’Istria e dell’Alto Adige i contadini, per sapere come sarà il prossimo raccolto, mettono in una padella arroventata 12 grani di frumento, uno per ciascun mese dell’anno; quelli che si apriranno al calore indicheranno abbondanza, mentre quelli che si carbonizzeranno annunceranno carestia.
Le notti natalizie nelle campagne di Molise e Abruzzo sono rischiarate da innumerevoli lumini posti sui davanzali per cancellare le tenebre e rendere più agevole la strada ai pastori diretti al Presepe: se la mattina i lumini si mostreranno poco consumati, sarà buon auspicio.

Il Natale coinvolge tutta la natura; in Svezia, Scandinavia e Norvegia si crede che il giorno di Natale tutti i boschi si riempiano di folletti; perciò le persone pongono grandi recipienti colmi di birra ai piedi degli alberi affinché le magiche creature bevano a volontà e, riconoscenti, si prendano cura delle piante. Anche in Germania i bimbi dedicano canti e abbracci agli alberi di boschi e giardini affinché diano più frutta e vivano a lungo e sani.
In Friuli e in Umbria si pensa che a mezzanotte esatta le corna degli animali si illuminino sulla punta, e che tutti gli asini si inginocchino per salutare il Bambinello.

Infine si crede che chi nasce la notte di Natale abbia il potere di tener lontane le disgrazie dalla sua famiglia e da quella dei suoi amici; questo quasi ovunque, tranne che in Lunigiana, dove affermano invece che sarà destinato a diventare un Lupo Mannaro, punito per l’arroganza di esser nato in una notte destinata esclusivamente ad un Altro.
In Piemonte si dice che i fiori seminati il giorno di Natale avranno degli splendidi colori; a Napoli che l’aceto usato per condire l’insalata di rinforzo” della Vigilia, versato sui garofani li renderà pieni di screziature; in Liguria che le foglie di alloro raccolte il 25 non seccheranno per mesi…

E, visto che Natale era anticamente uno dei rari momenti di abbondanza alimentare, è logico che siano molte anche le superstizioni riguardanti la tavola.
Ad esempio, in Puglia, cibo rituale natalizio sono le “pettole”, pallottole di pasta lievitata fritta nell’olio.
Per prepararle però vi sono riti precisi da seguire: vanno impastate solo dalla mezzanotte all’alba della Vigilia, sennò saran disgrazie. Mentre frigge, la cuoca non deve né bere né mangiare, sennò assorbiranno troppo olio.
Dall’ultima pettola, prima d’esser buttata in padella, bisognerà togliere un pezzetto e buttarlo nel camino recitando una preghiera. E guai a lodare la frittura che si sta facendo: riuscirà di certo male.
In Emilia Romagna invece si credeva che tutti gli avanzi della cena della vigilia avessero effetti medicamentosi; burro e olio per curare tagli e bruciature, cera delle candele contro le contusioni, vino per cicatrizzare le piaghe sulla schiena di animali e umani e, versato nella vigna, un’ottima vendemmia l’anno dopo; le briciole di pane date ai pulcini per farli crescere vigorosi e mai preda di volpi e rapaci.
In Istria, per proteggere il bestiame da ogni malanno, gli si dava da mangiare un poco del cibo del Cenone; e in tutta l’Italia rurale quella era l’unica volta che anche gli animali domestici quali gatti e cani potevano circolare tranquillamente attorno alla tavola ove si cenava, coccolati e viziati con bocconcini lanciati dai commensali.
Questo perché si credeva che alla Mezzanotte esatta gli animali acquistassero la favella, e potessero raccontare a tutti i comportamenti dei loro padroni, anche quelli meno edificanti… Quindi era meglio tenerseli buoni.

La Notte Santa era anche l’unica notte in cui era possibile tramandare “esercizi segreti”; così in tutto il Meridione, Veneto e Liguria, le nonne insegnavano alla nipote prediletta i riti per levare il malocchio, mentre in Campania, Sicilia e Piemonte i nonni “guaritori” passavano ai discendenti  maschi l’arte per curare ossa e distorsioni.

E  ovviamente, non potevano mancare le credenze legate all’amore:

Nelle Marche, la sera del 24 dicembre le ragazze da marito mettevano sotto il cuscino del letto tre fave (simbolo di fecondità): la prima completamente senza buccia, la seconda sbucciata a metà e la terza intatta. Al risveglio, infilando la mano sotto il guanciale ne sceglievano una a caso: quella senza buccia indicava un futuro marito povero, le altre medio-ricco o decisamente Paperone.
Nel Lazio, le fanciulle indecise fra vari corteggiatori prendevano delle cipolle e scrivevano su ciascuna il nome dei papabili; poi le riponevano in un luogo buio e fresco. La prima cipolla che avesse germogliato, sarebbe stata quella col nome “dell’uomo del destino”.

A loro volta, nella Sardegna logudorese, le nubili facevano sistemare su un tavolo dalle altre donne di famiglia cinque scodelle contenenti rispettivamente cenere, acqua, chiavi, trucioli: una doveva restare vuota. Bendate, sceglievano una di queste mettendoci una mano: se trovavano acqua, avrebbero sposato un agricoltore, cenere un fornaio, trucioli un falegname, chiavi un ricco possidente, vuoto… un poveretto.

Nelle Murge bastava che la ragazza la mezzanotte esatta del 24 si guardasse allo specchio con i capelli sciolti per vedere, al posto della sua immagine, quella del futuro marito.
Infine nella zona della Cisa si credeva che scambiarsi gli anelli di fidanzamento il 25 dicembre fosse particolarmente propizio a una lunga e felice unione. Probabilmente un tempo Natale era  l’occasione di presentare ufficialmente le due famiglie, che spesso abitavano in luoghi magari vicini ma non facilmente raggiungibili in inverno per via delle neve e delle strade difficoltose. E per festeggiare, si riunivano tutti a casa della futura sposa, formando per la prima volta un’unica famiglia.   







Venezia: serraglio delle meraviglie

Occasione imperdibile per gli amanti dell’arte romana.
Alla Fondazione Giorgio Cini l’opera, rinvenuta in Israele, sarà visitabile fino al 10 gennaio.

Il 9 ottobre la Fondazione Giorgio Cini, in collaborazione con la Israel Antiquities Authority e Shelby White and Leon Levy Lod Mosaic Center ha presentato nel centro espositivo sull’Isola di San Giorgio Maggiore “Il Serraglio delle Meraviglie”. La mostra, unica tappa italiana del tour che ha portato l’opera nei più importanti musei del mondo, è stata resa possibile grazie al supporto di Patricia e Phillip Frost. Il mosaico sarà visitabile fino al 10 gennaio 2016.
Il Serraglio delle Meraviglie è un’iniziativa che offre al pubblico italiano l’esclusiva opportunità di ammirare un mosaico romano di superba qualità iconografica e conservativa, rinvenuto nel 1996 nei pressi della cittadina israeliana di Lod, luogo che secondo un’antica leggenda locale diede i natali a San Giorgio. L’eccezionalità dell’opera, che risale al terzo secolo dopo Cristo, è dovuta anche alla sua qualità conservativa. Si tratta di uno più bei e grandi pavimenti musivi mai ritrovati in Israele, un vero e proprio gioiello archeologico, estremamente ben conservato.
Il pavimento è composto di riquadri in cui sono raffigurati in dettaglio mammiferi, uccelli, pesci, una varietà di piante e le navi che erano usate all’epoca della sua realizzazione. Il mosaico è formato da tessere in pietra e cubi di vetro di vari colori: dal blu all’ocra, dal rosso al giallo, dal marrone al bianco, fino al nero, passando per varie sfumature di grigio.
Subito dopo la scoperta, il mosaico venne nuovamente sepolto per proteggerlo dagli elementi che avrebbero potuto comprometterne la conservazione. Solo nel 2009 venne esposto di nuovo, per un fine settimana soltanto; oltre 30mila visitatori colsero l’opportunità di ammirarlo in quell’occasione. Nello stesso anno, furono avviati i lavori - finanziati dalla Leon Levy Foundation e da Shelby White, presidente degli Amici della Israel Antiquities Authority - del Lod Mosaic Archaeological Center, il centro museale che ospiterà permanentemente il mosaico a partire dal 2017, anno in cui è prevista l’apertura.
Nel 2010, il Mosaico di Lod è partito per un tour internazionale, che lo ha visto esposto in alcuni tra i più prestigiosi musei mondo: dal Metropolitan Museum of Art di New York al Louvre di Parigi all’Altes Museum di Berlino, dal Waddesdon Manor, castello nel cuore del Buckinghamshire nel Regno Unito, all’Hermitage di San Pietroburgo. Penultima tappa del tour, prima del definitivo ritorno in Israele, e unica, imperdibile, tappa italiana è Venezia, dove fino al 10 gennaio 2016 sarà a negli spazi della Fondazione Giorgio Cini. Il tour si concluderà a Miami, negli Stati Uniti, all’interno della mostra Patricia and Phillip Frost Art Museum in the Florida International University, in programma dall’11 febbraio al 15 marzo 2016. In occasione della mostra l’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini ha sviluppato la riflessione sul tema del mosaico di Lod ideando e realizzando, con la collaborazione scientifica di Elisabetta Concina, una mostra fotografica, e due video. Le fotografie, provenienti dalla ricchissima Fototeca della Fondazione Cini, si riferiscono ai mosaici pavimentali di alcuni tra più importanti complessi archeologici del nostro Paese: Aquileia, Roma, Palestrina e Pompei. Il primo video invece, realizzato in collaborazione con le Sovrintendenze Archeologiche di Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna, propone un viaggio per immagini che documenta la straordinaria ricchezza del patrimonio archeologico italiano, con specifico riferimento all’area alto adriatica, nel tentativo di suggerire al pubblico un vero e proprio itinerario di viaggio che gli permetta di approfondire il tema della mostra. Il secondo video propone un confronto più ampio, allargando l’area di paragone del Mosaico di Lod al bacino del mediterraneo nel tentativo di identificarne i modelli di stile, le comunanze tematiche, le similitudini iconografiche ma anche le divergenze compositive e le deviazioni tecniche.
A partire dal 17 ottobre e per tutta la durata della mostra inoltre, i visitatori che desiderano ammirare da vicino il Mosaico di Lod e approfondire la conoscenza dell’opera e la tecnica del mosaico, possono richiedere, previa prenotazione, visite guidate o laboratori didattici, realizzati da Artsystem. In una apposita area della mostra riservata all’attività didattica sarà allestito, grazie alla collaborazione con la ditta veneziana Orsoni Mosaici srl – Gruppo Trend Spa – e la restauratrice di mosaici Alessandra Costa, uno spazio dedicato al mestiere del mosaicista. Si potranno vedere gli attrezzi del mestiere, toccare con mano tessere lapidee e vitree cogliendo le caratteristiche che ne determinano poi i diversi usi decorativi. Bambini della scuola primaria e ragazzi della scuola secondaria di primo grado potranno provarsi, secondo vari livelli di difficoltà, con quest’arte dalla storia molto antica con grande potenzialità decorativa ed espressiva. Il Serraglio delle Meraviglie come un tempo ispirerà curiosità e divertirà con i suoi animali reali e fantastici. Durante le visite guidate si approfondiranno varie tematiche come le possibili chiavi di lettura delle figure riprodotte nel tappeto musivo, la storia della città israeliana di Lod, luogo della scoperta, l’operazione delicata e difficile dello strappo, il lungo peregrinare del mosaico e il suo ritorno in Israele. Le visite guidate e i laboratori si possono richiedere, previa prenotazione, contattando la segreteria didattica  al n. verde 800 662 477 (lunedì, mercoledì e venerdì mattina dalle 9 alle 13) o scrivendo una e-mail ad artsystem@artsystem.it. A partire da giovedì 29 ottobre 2015 invece, prenderà il via un ciclo di conferenze sui pavimenti musivi e marmorei dall’antichità al medioevo a cura di Giordana Trovabene, studiosa specializzata nei mosaici pavimentali tardoantichi dell’area del Mediterraneo e su quelli altomedievali e medievali dell’Occidente, ed Elisabetta Concina, consulente scientifica della mostra. Il ciclo si pone come un approfondimento sullo sviluppo e l’evoluzione dei pavimenti musivi e marmorei dall’antichità al medioevo in una vasta area geografica che privilegerà il bacino del Mediterraneo. Un primo appuntamento sarà dedicato all’analisi sul Mosaico di Lod e ad alcune considerazioni sui tessellati di età romana in ambito domestico; uno specifico incontro sarà dedicato ai pavimenti musivi dei luoghi di culto ebraico; seguiranno poi approfondimenti sui mosaici delle basiliche paleocristiane, dei pavimenti in opus sectile nell’area adriatica, fino a toccare incursioni sui pavimenti romanici di Italia e Francia e i più tardi pavimenti veneziani tra ‘400 e ‘600.







Un rosone per Nicopeja

Un rosone per onorare la Nicopeia. Il lavoro è durato sei mesi. Ed è stato certosino. Si è reso necessario lavorare di cesello, con la maggiore attenzione possibile, poi con l’asporto di un’intera sezione dell’antico pavimento e poi la scomposizione e ricomposizione di un rosone di 120 centimetri di diametro formato da 560 pezzi, tutti schedati e risistemati come in origine.

Lo scorso 27 giugno, dopo un accurato lavoro compiuto in sinergia tra la Procuratoria e la Fabbriceria di San Marco e l’azienda Ideal Work di Riese Pio X, una ditta specializzata nel settore dei pavimenti innovativi, con l’ausilio del team Fondaco-Comunicare con l’arte e la benedizione della Soprintendenza
alle Belle Arti di Venezia, è toccato al Patriarca, mons. Francesco Moraglia, al Primo procuratore di San Marco, Carlo Alberto Tesserin e al sindaco Luigi Brugnaro, presentare il restauro della “ruota” sul pavimento della Basilica di San Marco, proprio di fronte all’altare della Madonna Nicopeia.

 

E solo l’arte artigiana unita alla professionalità delle maestranze messe a disposizione dalla Ideal Work ha consentito di riportare agli antichi splendori un pezzo dell’antico pavimento della Basilica Marciana. Dopo un breve cenno introduttivo di don Antonio Senno, responsabile della Basilica, Enrico Bressan di Fondaco ha voluto sottolineare come grazie a mecenati come Ideal Work sia possibile favorire il recupero e il restauro di capolavori artistici. «Con Fondaco - ha detto - questo rappresenta il cinquantaduesimo intervento in dieci anni di attività per il recupero di tesori artistici di ogni genere». Subito dopo è toccato al proto della Basilica, l’architetto Ettore Vio che ha voluto illustrare il tipo di intervento compiuto.

«Un’operazione compiuta con saggezza e in modo certosino - ha detto - con una serie di atti delicati e fondamentali che solo un’impresa artigiana, con la sua maestria, può svolgere». Dal canto suo, Luca Seminati, ad di Ideal Work, ha sottolineato come il lavoro abbia sintetizzato la “maggiore età” dell’azienda che dirige. «Dopo 18 anni di lavoro - ha confessato - siamo onorati di questo risultato. Siamo trevigiani, ma Venezia è la nostra città. E come tale noi vogliamo onorarla». Dal canto suo, il Patriarca Moraglia ha voluto ringraziare l’azienda per la sua “lungimiranza”.
«Siamo di fronte ad un cultura che non disdegna le tecniche antiche - ha detto - adeguandole alla propria sapienza contemporanea. Quanto è stato fatto, va al di là della dimensione religiosa rappresentata dalla Basilica pur fondamentale, ma raggiunge e tonifica la nostra fede». Infine il sindaco Brugnaro ha espresso gratitudine per il lavoro svolto e per la tutela del patrimonio artistico veneziano.

 







El Greco

TREVISO, NUOVA MOSTRA A CA’ DEI CARRARESI, ARRIVA EL GRECO

Organizzata da Kornice con la collaborazione di Art for Public e Fondazione Cassamarca, sarà imperniata sul decennio 1567 - 1576

La Marca si prepara a tingersi dei colori di El Greco. Dal  23  ottobre  2015 al  10  aprile  2016 infatti la  Casa  dei  Carraresi ospiterà  la  più  importante  retrospettiva  mai realizzata in Italia dedicata al grande Maestro del Cinquecento. Doménikos Theotokópoulos, nato a Creta nel 1541 quando l’isola era ancora un  possedimento  della  Repubblica  di Venezia, è noto al grande pubblico con l’appellativo  di  El  Greco.  Un  soprannome fortemente evocativo in quanto di espressione italiana che, se da una parte  richiama  le  origini  geografiche dell’artista, comunica al tempo stesso un legame forte con il nostro Paese e la cultura che più l’ha plasmato. Una dichiarazione di gratitudine, quindi, per la terra, l’Italia, in cui avvenne la stupefacente metamorfosi che vide l’artigiano di icone di tradizione bizantina, diventare un protagonista indiscusso della cultura figurativa occidentale, riscoperto nell’800 e divenuto poi fonte d’ispirazione per le avanguardie del ‘900. La mostra, organizzata da Kornice con la collaborazione di Art for Public e Fondazione Cassamarca, e ospitata presso la prestigiosa sede della Casa dei Carraresi, è imperniata proprio sul decennio 1567 - 1576, il periodo che El
Greco trascorse in Italia.  A partire dalle carte d’archivio e dai documenti a disposizione, il curatore della mostra, Lionello Puppi, emerito di Ca’ Foscari, con mezzo secolo alle spalle di studi sull’artista e coadiuvato da un comitato scientifico di respiro internazionale composto da eminenti studiosi di
prestigiose  realtà  accademiche,  ricostruisce  con  molteplici spunti inediti il percorso dell’artista durante quel suo soggiorno consumato tra Venezia e Roma. L’obiettivo della mostra sarà ripercorrere insieme ai visitatori le tappe di un’avventura irripetibile, illustrata attraverso un percorso di opere prodotte dall’artista in Italia e arricchite anche dall’esposizione a confronto di opere dei grandi artisti da lui amati e che hanno influenzato il suo lavoro, tra cui: Tiziano, Tintoretto, Jacopo Bassano, Parmigianino, Correggio, Zuccari. Un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso la progressiva  trasformazione  dell’artista e il percorso che lo porterà alla creazione di un linguaggio che non ha paragoni possibili e alla realizzazione di capolavori assoluti.  “La genialità de El Greco sta  nell’essere  riuscito  a  fondere  due culture contrapposte: quella greca ortodossa e quella rinascimentale cattolica
romana  –  afferma  Serena  Baccaglini, della  Università  Cattolica  di  Milano  e membro  del  comitato  scientifico  della mostra. “Sorprendente è la sua capacità di non negare nessuno dei due linguaggi  e  riuscire  a  fonderli  insieme  in  uno stile ma originale e unico. È questo che fa de El Greco l’artista
eminentemente visionario che sconvolse Manet, Cezanne e Picasso”. La mostra vedrà l’esposizione di alcune tra le opere tra le più importanti dell’artista, grazie alla significativa adesione di grandi istituzioni museali internazionali e di celebri collezioni particolari. Il percorso espositivo, giocato non solo
sui confronti con i maestri prediletti da El Greco, ma anche con artisti contemporanei di tradizione bizantina, e arricchito da ulteriori suggestioni visive di svariata natura (documenti d’archivio, libri, materiali cartografici, incisioni, calchi), è stato ideato per guidare i visitatori alla scoperta di un grande
artista senza cedere alle lusinghe di tecnicismi accademici. L’alto valore scientifico si accompagna così a un percorso didascalico volto a rendere accessibile a tutti la cultura e l’arte di un maestro complesso e misterioso. Facendo così seguito al grande successo delle grandi esposizioni dedicate all’artista per il quarto Centenario della sua morte (7 aprile 1614) da  poco  conclusasi  al  Prado  (Madrid),  Toledo  e  Atene,  con El Greco in Italia. Metamorfosi di un genio la Città di Treviso offre con orgoglio l’opportunità di far conoscere e di spiegare al pubblico italiano un capitolo miliare nella storia dell’arte di ogni tempo.  

 







Palazzo dei Trecento

Il Palazzo dei Trecento a Treviso fu edificato intorno al 1185 allo scopo di disporre di una sala per assemblee in cui vi si potessero radunare molteplici rappresentanze; il suo completamento risale al 1268 con l’edificio attiguo adibito a carcere.

Nel corso della storia, il Palazzo fu sede del Tribunale dei Consoli, luogo di pubbliche assemblee (le “ Concione “), luogo in cui il Podestà amministrava la giustizia e sede del Consiglio, da qui derivava il nome di Palazzo della Ragione”, già nuova Domus Comunis (che aveva preso il posto di quella situata nei pressi del Duomo). Nella storia il Palazzo fu anche sede della suprema assise civica (il Maggior Consiglio) che era composta da trecento membri, da ciò il definitivo nome del palazzo noto ancor oggi come “ Palazzo dei Trecento “.

Il porticato originario percorreva l’intero perimetro ed ospitava i più importanti uffici del Comune prima e le botteghe poi; tale portico era stato predisposto per alloggiare un manipolo di una cinquantina di cavalieri agli ordini di un capitano.

Dopo i lavori del 1552 gli archi che si affacciano sulle piazze furono aperti completamente mettendo in comunicazione due piazze e creando la loggia del Palazzo dei Trecento. Quest’ultimo si presenta come imponente costruzione quadrilatera in mattoni adornata da una merlatura come una fortificazione.

Tra la fine dell’800 ed i giorni nostri, il Palazzo ha subito una serie di opere per lo spostamento della scalinata daOvest ad Est, per il rifacimento della merlatura, ora guelfa e per il restauro dopo i gravi danni dovuti ai bombardamenti del 1944.

I lavori di restauro, terminati all’inizio del ‘900, coinvolsero la Prefettura, la Torre Civica ed il Palazzo che furono coronati da merlature di tipo ghibellino. Alla fine degli anni ‘40, in occasione del restauro del Palazzo dei Trecento danneggiato nella Seconda Guerra Mondiale, furono eliminati i merli ghibellini e sostituiti con quelli di tipo guelfo.
Esternamente uno degli elementi architettonici che ha subito maggiori cambiamenti nell’arco della storia dell’edificio sono state le scale di accesso al piano primo del salone. Originariamente erano due addossate sulla facciata rivolta verso la Piazza delle Donne (ora Piazza Indipendenza) ed una sul lato di Piazza dei Signori. Nel 1810 le due scale sul lato di Piazza Indipendenza furono abbattute, come è possibile notare in alcuni documenti successivi al 1800. Dopo la seconda metà dell’800, fu rimossa anche la scala su lato Piazza dei Signori in previsione dei lavori di ricostruzione nella posizione originaria su Piazza Indipendenza. Così su questo lato dell’edificio fu costruita la scala con una sola rampa e solo in seguito all’eliminazione delle botteghe sorte a ridosso di quella stessa facciata.
L’anno scorso, nei giorni 20, 21 e 22 giugno 2014 in occasione della manifestazione C’era una volta Treviso d’estate il Palazzo dei Trecento a Treviso fu eccezionalmente aperto al pubblico grazie al personale volontario della Tarvisium Pro Loco di Treviso.
 

GLI INTERNI DI PALAZZO DEI TRECENTO A TREVISO

Il 7 aprile del ’44 una gigantesca bomba sganciata in corrispondenza del centro del salone sfondò il tetto; la deflagrazione e lo spostamento d’aria causarono l’abbattimento del muro di testa e di buona parte di quello rivolto verso Piazza Indipendenza e sempre dalla Piazza è ancora evidente sulla facciata del palazzo il segno della parte crollata che fu ricostruita.
La parte rimasta in piedi sporgeva verso l’eterno di circa un metro, tanto da essere dichiarata irrecuperabile e suggerire di conseguenza l’abbattimento dell’intero palazzo. Fu il Sovrintendente Forlati, spacciando alcuni affreschi superstiti come opere di Paolo Veronese, a scongiurarne la demolizione ed a promuoverne il recupero raddrizzando le pareti grazie ad un sistema di tiranti e contrappesi.
Internamente l’ampio salone presenta un soffitto a capriate in legno, mentre le quattro pareti sono affrescate. Su tre dei quattro lati è visibile una fascia affrescata recante gli stemmi con i relativi nomi ed anno di nomina dei podestà che si sono susseguiti in Treviso nei secoli XIV e XV.

Nel  2007  gli  affreschi  interni di Palazzo dei Trecento a Treviso sono stati restaurati grazie ad un attento lavoro di pulizia reso possibile da sponsor privati.
 







Isola della Pescheria

L’isola  della  Pescheria  è  un  isolotto  fluviale del centro storico di Treviso, lambita dal Cagnan  Grando  (uno  dei  rami  del  Botteniga).

Verso la metà dell’Ottocento sorse la necessità di una riqualificazione dell’allora Piazza dei  Signori,  zona  caratteristica  della  città. Quest’esigenza  era  data  da  motivazioni  di carattere  igienico-sanitario  e  strutturale. Il  mercato  del  pesce,  infatti,  portava  con sé odori poco gradevoli per gli abitanti di quella zona. Pietro Liberali ebbe l’intuizione della nuova sistemazione e fu realizzata nel 1856, durante la dominazione austriaca della città, su iniziativa dell’allora sindaco. I lavori furono progettati dall’ingegnere comunale Francesco Bomben che riunì in un’unica isola i tre isolotti naturali già presenti nel canale, a valle del ponte di San Parisio. La nuova sistemazione si rivelava ottimale poiché beneficiava  di  acqua  corrente  e  di  una  distanza  più  appropriata dagli edifici abitati. Il mercato del pesce, in precedenza svoltosi nella piazza antistante il Monte di Pietà, fu quindi spostato in questo luogo. Il collegamento con il mercato è costituito da un ponte di ferro. Il noto quadro di Medoro Coghetto è una foto dell’epoca. Inquadra il Cagnan dalle mura cinquecentesche di Treviso, mostrando sul lato destro una grande ruota che aveva la funzione di portare l’acqua presso la Piazza del Monte di Pietà per pulire la piazza dopo che si era svolto il mercato del pesce. Quando il mercato del pesce si svolgeva in Piaza Monte di Pietà, i relativi magazzini erano collocati nel sottoportico dei Buranelli, così chiamato in quanto chi vendeva il pesce spesso proveniva proprio da Burano.
Nel 2002 venne affidato all’architetto Toni Follina il progetto dell’ultimo intervento di riqualificazione che ha visto il rifacimento della pavimentazione e dei banchi del mercato.
Questa  ristrutturazione  ha  mantenuto  l’assetto  originale, ha permesso di realizzare la copertura ai banchi del pesce e quest’intervento ha dato modo alla piazza di acquisire carattere pubblico.
L’area è ben rappresentativa dell’intera città con i suoi colori e profumi delle pietanze tipiche locali ed è circondata da edifici come Ca’ del Carraresi e Ca’ Brittoni da un lato e dall’altro edifici che un tempo facevano parte del Convento delle Monache Camaldolesi.







Il Sile e i suoi mulini

Canizzano (località a ovest di Treviso) è stata considerata, a ragione, nei secoli scorsi il villaggio dei mulini. Un’indagine specifica su documenti originali fa capire che nel tratto del Sile a monte della città vi siano stati dei mulini fin da quando si imparò  a  sfruttare  l’acqua  come energia per muovere le macine.

Se si tiene conto che il diritto di ripa e sulle acque del Sile spettava già da molto tempo prima del Mille al vescovo di Treviso e che tale diritto fu successivamente più volte confermato con bolle pontificie nei sec. XI e XIII, è facile supporre che l’episcopato trevigiano cercasse di sfruttare al massimo tutti i vantaggi economici che  questo  monopolio  gli  dava.  In  un  elenco del  1178,  citato  dal  Biscaro,  di  castelli,  rocche  e  possedimenti  che  appartenevano  al  vescovo  di  Treviso,  figura  la località di Mure, anche se il mulino non vi è menzionato. Si ha inoltre notizia di atti di vendita di mulini vescovili a Quinto nel 1227 (ai fratelli Rodolfo e Ventura da Piombino) eal ponte di S.Martino in città fra il 1208 e il 1224 (al Comune di Treviso). D’altra parte è intuibile l’importanza dei mulini per il libero Comune di Treviso. Infatti primo compito di un potere comunale che si rispettasse era di dare da mangiare ai suoi cittadini, garantendo nel contempo la capacità di sopravvivenza in caso di assedio o di carestia. Per questo già nel 1231 il Comune di Treviso deliberò la non alienabilità dei suoi mulini che già fossero in esercizio, e ad essi affiancò nel 1317 un magazzino pubblico di grano: il “fondaco delle biade” in piazza Duomo (nel luogo doveprima sorgeva il palazzo degli Ezzelini e dove, nel 1835, venne eretto l’attuale tribunale). I primi documenti certi sulla presenza di mulini a Mure e a Canizzano risalgono tuttavia solo all’inizio del Trecento. Fra gli atti del notaio Antonio de Nepote si trova che a Treviso, il 9 luglio del 1312, sotto il palazzo comunale, Giacomo di Borgo S.Zeno “scudelarius” promette di dare 20 soldi di denari piccoli a Rosso “mugnaio di Mure” entro 15 giorni. Se a questo si aggiunge che l’alveo del Sile è tutto un susseguirsi di tratti profondi con altri più elevati, è ragionevole pensare che le roste siano state  costruite  proprio  in  corrispondenza  di  questi  punti più elevati. In questo modo venivano combinati - sfruttandoli al massimo grado - due fattori: velocità della corrente e innalzamento dell’alveo.

L’evoluzione storica
Le prime tracce certe dei mulini in questo tratto di Sile risalgono  quindi  al  1312.   Nel  1425  sappiamo  che  a  Mure “Misser  Zorzi  Dolfin  haver  uno  molin  con  rode  do”.  Ma  è l’estimo del 1499 che ci dà l’esatta consistenza del “parco mulini” nella “Villa de Canizan”. Ci troviamo di fronte a due “salti d’acqua” per un totale di 22 ruote (cui vanno aggiunte le sei esistenti nel colmello di Mure, escluso da questo estimo). Quattro mesi più tardi, il 23 novembre del 1312, si trova come testimonio in un atto notarile il mugnaio Antonio da Canizzano. Durante i quattro secoli di dominio della Serenissima il tratto di Sile da Quinto al ponte di S.Martino era sfruttato da un gran numero di “rode da molin”, tanto che ci fu un periodo, verso la metà del Cinquecento, che vi si trovavano ben quattro “salti d’acqua” e ventotto ruote in funzione. Due “roste” (o “poste da molin” o “salti d’acqua” come sono di volta in volta chiamate) erano ubicate nella “Villa de Canizan”. La prima era quella tuttora esistente (ex mulini Granello). La seconda era un po’ più a valle, ma sempre prima della chiesa di Canizzano e rimase in funzione fin verso la metà del XVII sec. Il terzo “salto d’acqua” era quello di Mure, ancora in esercizio, sia pur parzialmente (mulino Torresan).  Infine  c’era  il  mulino  di  S. Angelo,  in  un  ramo del Sile chiamato “La Fonta” all’incirca davanti alle vecchie scuole “Ferrini” ora scuola Sub. Tale mulino cessò l’attività fra il 1565 e il 1582. La notevole portata d’acqua e regolarità del Sile, fiume di risorgiva e pertanto non soggetto a piene primaverili-autunnali o a siccità estive spiega un così elevato numero di impianti di macinazione.

II problema del livello dell’acqua
Regola tassativa per ogni mulino era di rispettare il “livello” dell’acqua. L’altezza esatta di tale livello durante il dominio veneziano era indicata da una pietra rettangolare di marmochiamata la “pièra de San Marco” murata, e ben visibile, sul mulino. Ma non tutti rispettavano questi obblighi. I mugnai di San Martino, per dire, consapevoli della loro importanza economica, si guardavano bene dal prestare attenzione a simili bazzecole. E quando serviva loro di facilitare le manovre dei “burchi” e barconi di vario genere che entravano a caricare farina fino nel cuore della città (la dogana era in corrispondenza dell’attuale facciata dell’Università di Treviso), chiudevano le “bòe” e l’acqua del Sile si alzava. Con quali conseguenze per gli abitanti del tratto a monte della città è facile immaginare. Alla Deputazione comunale di Canizzano non restava che ricorrere alle autorità superiori e di tali proteste ci resta traccia in un ricco carteggio rinvenuto nell’archivio del Comune di Canizzano e risalente ai primi decenni dell’Ottocento.

Il passaggio sul Sile
I mulini del Sile, almeno quelli della nostra zona, oltre a macinare hanno sempre avuto anche un’altra importante funzione:  quella  di  garantire  il  passaggio  fra  le  due  rive. Certo, un passaggio difficile, talora infido, sempre al limite della precarietà (l’unico ponte degno di questo nome, neltratto fra la città e le sorgenti, era infatti quello del Tiveron a Santa Cristina). Tuttavia la pur traballante passerella permetteva in qualche maniera di attraversare il fiume. D’altra parte era naturale che al “salto d’acqua” venisse addossato un  ponticello,  se  non  altro  per  permettere  di  raggiungere i mulini posti in mezzo alla corrente. E poiché in corrispondenza dei mulini c’erano sempre, come è ovvio, delle strade,  ecco  quindi  che  il  ponticello  veniva  ad  assumere per forza di cose il compito di collegare le due sponde. Un passo degli Statuti di Treviso del 1313 riportato da Netto nei “Quaderni del Sile”, ci mette a conoscenza che la costruzione e la manutenzione dei ponti di collegamento delle rive erano ad esclusivo carico dei mugnai anche se l’uso era aperto a tutta la popolazione.

MULINO DI CERVARA
Si trova a 10Km dal centro di Treviso, il mulino Di Cervara era già funzionante alla fine del 1300 e svolse la sua attività fino all’inizio del secolo scorso quando venne dismesso e utilizzato  come  magazzino  e  stalla.  Un  accurato  restauro iniziato nel 1992 permise di ricostruire le due ruote di legno ed il macchinario

MULINO GRENDENE
L’attività del mulino Grendene, che si trova in via Graziati, vicino alla Chiesa Parrocchiale di S. Giorgio, ha conosciuto un andamento altalenante nel corso del tempo, con lunghi periodi di inattività ed abbandono alternati ad altri di operosità, fino al 1784 circa quando il complesso in disuso fu inghiottito dalla corrente. La struttura è stata ricostruita dopo il 1811 ed attualmente è adibita, dopo essere stata restaurata, a centro residenziale. Caratteristico il ponticello di legno che attraversa il fiume affianco all’ex mulino e che termina a ridosso dell’altro famoso mulino posto sulla sponda destra del Sile, il Bordignon (foto 1).

MULINO BORDIGNON
Questo mulino conserva a tutt’oggi il nome del mugnaio (Gaudio Bordignon) che all’inizio del XVIII secolo lo conduceva, allora a tre ruote. Nonostante si possano ammirare le due grandi ruote con pale metalliche, delle quali una è tuttora in movimento, la sua attività molitoria è cessata nel ’92 e già a metà del secolo scorso era stata affiancata l’energia elettrica alla potenza dell’acqua ed erano da tempo state sostituite, con meccanismi più moderni, le originarie macine in pietra (foto 2)

MULINO FAVARO
Il mulino Favaro, dopo il restauro che ha conservato la suggestiva ruota, è stato trasformato in ristorante (foto 3).

MULINO RACHELLO
Il Molino Rachello è l’unico ad essere tutt’ora attivo nel territorio di Quinto. Èun mulino a cilindri ad alta macinazione: le ruote sono scomparse dopo che nel ’36 sono state sostituite dalla turbina idraulica e nel ’99 da un generatore termoelettrico (foto 4). La ricchezza e la disponibilità continua di acqua corrente dei fiumi trevigiani favoriscono la costruzione di numerosi mulini da grano, folli da panni (la follatura era un operazione volta a rassodare e rendere compatti i panni di lana, ottenuta mediante la pressione e immersione degli stessi in apposite sostanze chimiche), segherie, mole per coltellinai e fabbri dentro e fuori le mura. In città sorgono sui Cagnani e sulla Roggia i mulini delle monache  della  Cella,  dell’abate  di  Nervesa,  dell’abate  di Follina e del comune a S. Francesco, il mulino a 3 ruote sul Cagnan a S. Agostino, i tre mulini sul Cagnan Maggiore a S. Leonardo, quelli di S. Michele sul Cagnan Minore, il mulino e il follo da panni dell’ospedale cittadino di Santa Maria di Betlemme, a S. Giovanni del Tempio, il mulino della Torre Lunga, quello sul ponte S. Cristoforo tra Roggia e Cagnan e chiodere e le tintorie dei Ravagnini a S. Vito tra i due Cagnani e i mulini di S. Martino.







Il castello di Conegliano

La  torre  che  oggi  identifica  il  castello  sulla  sommità  del  colle  è detta  ‘della  Campana’  perché  accoglieva  la  campana  magna  che chiamava a raccolta la popolazione e segnalava l’inizio del Consiglio cittadino. La struttura è frutto di una serie di ristrutturazioni e ricostruzioni.

Della originaria fondazione scaligera (mastio costruito per difendere la corte di guardia interna) restano in basso le profonde feritoie  strombate,  mentre  le  piccole  finestre ad arco risalgono alla ristrutturazione del 1467; la parte terminale, cella campanaria e posto di vedetta, ricostruita dopo il crollo del 1491, viene sopraelevata all’altezza attuale nel 1847-55 con l’antistorico coronamento di merli ghibellini. Oggi la struttura ospita il Museo cittadino e comprende una pregevole pinacoteca con quadri ed affreschi recuperati da conventi e chiese del territorio; un arredo abbastanza eterogeneo, costituito da cassapanche, sedie e armature risalenti al 1500-1600; una sezione archeologica con reperti che abbracciano un arco di tempo che va dal Paleolitico superiore all’età romana; un lapidario.
Al piano terra, si nota il portale interno che un tempo dava accesso alla corte di guardia; saliti al primo piano si ammira la sala del camino veneziano a cappello di doge, con l’uscita ancora dotata di portacardini verso il cammino di ronda della corte non più esistente. Al secondo piano è conservato il portone che isolava i piani superiori della torre.

Il Museo e la sua storia
La prima proposta di istituzione di un Museo cittadino risale al 1868, ma solo nel 1946 la torre del castello ospitò alcune raccolte di cui fu responsabile il Cav. Antonio Tocchio. Alla sua morte subentrò un comitato di cittadini, quindi nel 1952 divenne direttore il Cav. Alfredo De Mas cui si deve il merito di aver convogliato l’iniziale motivazione di raccolta storico-locale verso scelte prevalentemente artistiche. Ciò comportò l’arricchimento della pinacoteca che ancor oggi presenta una connotazione precisa rispetto al restante materiale, alquanto composito.
Attualmente il museo civico è composto da: la pinacoteca e il lapidario in cui sono raccolti affreschi, lapidi tra cui il leone scalpellato dai Francesi nell’omonima porta (1797); la sala detta Del Camino o Cucina, per la grande cappa a corno dogale che sovrasta il focolare, nella quale, oltre ad armature ed arredi in stile tardo-rinascimentali, sono esposti sei pesi tipo della Repubblica Veneta per il controllo di liquidi,granaglie e altri prodotti. Nella sala attigua ci sono stampe e carte geografiche antiche, nonché copia della Mappa napoleonica, prima rappresentazione della struttura urbana di Conegliano (1812), la sezione archeologica e vari documenti e reperti di storia locale. Sulla sommità c’è la terrazza da cui si può ammirare lo stupendo panorama che spazia dai monti al mare.

 

DA VEDERE
La sezione archeologica
Dal 1994 il museo accoglie una sezione archeologica costituita da materiali preistorici e romani rinvenuti in città e nel territorio. Se il castello testimonia l’origine medioevale della fortezza, la macina a sella in pietra, rinvenuta nel 1986 alla Ferrera, conduce ad un passato ben più remoto (6000 anni Ca. da oggi). Il suolo olocenico, individuato a m. 2,50 ca.dal piano di campagna, ha restituito numerosi strumenti in selce, vasellame ceramico alquanto frammentario, nonché resti di pasto che attestano la frequentazione della località, dal Neolitico all’Eneolitico (fine IV – III millennio a.C.), da parte di un gruppo umano legato culturalmente agli ultimi aspetti della Cultura dei vasi a bocca quadrata. Già dal 1976, in seguito ai materiali affiorati a Casa Cima, era nota la presenza umana sul colle durante l’età del Bronzo recente (XIV-XIII sec. a.C.). Successive scoperte a Costa e presso il convento di S. Francesco hanno confermato l’insediamento su terrazzamenti in entrambi i versanti del colle da parte di gruppi umani dediti alla pastorizia, all’agricoltura e alla lavorazione della ceramica, collegabile, per tipologie e decorazioni, alla facies culturale subappenninica.
Nella zona pianeggiante (in particolare a Campolongo) è stato rinvenuto dal 1976 al 1988 materiale romano che testimonia la presenza di ville rustiche in area centuriata, ampliamento di quella opitergina (I sec. a.C. – I d.C.). Tra i reperti di maggior rilievo si segnalano: un dente di mastodonte (Era terziaria 65-2 milioni di anni fa) trovato in località Monticella; due spade, della media Età del Bronzo (XV sec. a.C.), provenienti una dai laghi di S. Maria di Revine, l’altra dal greto del Piave, presso Falzè (TV); due asce, rinvenute a Colfosco sempre nei pressi del fiume Piave, ascrivibili una all’antica Età del Bronzo (XVIII sec. a.C.) l’altra della prima età del Ferro (VII sec. a.C.). A questi reperti si deve aggiungere la stele funeraria di Campolongo (posta nella pinacoteca e datata intorno al I sec. a.C.) che molto probabilmente riproduce due magistrati.

Affreschi
Tra le molte opere conservate in Museo, la prima che attrae l’attenzione del visitatore è probabilmente l’affresco staccato dall’abside della chiesa di S. Antonio Abate dei Canonici Lateranensi di Conegliano, ora distrutta; opera del 1514 di Giovanni Antonio Pordenone, raffigura la Maddalena, S. Caterina e altri due santi dipinti, attualmente ai lati di una Madonna con Bambino che risulta di fattura differente rispetto al testo del complesso. Interessante è anche la serie di tre affreschi proveniente da Palù di Fossamerlo: opere del sec. XV raffigurano rispettivamente la Madonna in trono tra Santi, la Crocifissione e l’Ultima Cena; quest’ultima è quasi certamente opera di Giovanni di Francia che, come in altre sue opere simili presenti nel territorio, ha dipinto una tavola imbandita su cui spicca la presenza dei soli coltelli (le forchette all’epoca non erano ancora entrate nell’uso comune) e dei rossi gamberi di fiume i quali, oltre ad essere ancor oggi un piatto raffinato della cucina trevigiana, hanno anche un significato religioso, simboleggiando il presagio della morte, la Resurrezione maanche l’eresia, tutti temi connessi a quello dell’Ultima Cena.
Probabilmente dello stesso autore è l’affresco raffigurante episodi della vita di S. Pietro, staccato da una piccola chiesa di Zoppè di S. Vendemiano; l’apparente modernismo, che l’artista manifesta nell’abbigliamento dei personaggi rappresentati, è contraddetto dall’impostazione generale dell’opera ancora  influenzata  dai  grandi  maestri  del  sec. XIV che continuano ad avere successo nei secoli successivi anche nelle zone culturalmente periferiche.

Pinacoteca
Tra i dipinti bisogna citare almeno le portelle d’organo raffiguranti  l’Annunciazione,  S.  Giovanni  Battista  e  S.  Taddeo, attribuite alla Bottega di Cima da Conegliano e databili tra il 1510 ed il 1517. Palma il Giovane ha invece dipinto la grande  tela  raffigurante  la  Consegna  delle  chiavi  a  San  Pietro (16I4/1616) che all’origine faceva parte di un trittico della chiesa dei Cappuccini di Conegliano. Tra gli otto dipinti donati al museo nel 1987 da Maria Teresa Ancillotto Mazzaroll spiccano per l’elevata qualità il S. Girolamo penitente, attribuito allo Spagnoletto (prima metà del sec. XVII) e la Madonna con Gesù Bambino, copia di un famoso dipinto del Correggio del 1516, la ‘Zingarella’, di cui sì conoscono altri due esemplari in Italia e uno in Spagna. Notevoli, ancora, la Sacra Conversazione di Francesco da Milano, pittore lombardo molto attivo nella zona nella prima metà del sec. XVI, il ritratto dell’Ambasciatore Antonio Foscarini (scuòla veneta, sec. XVI) e quello dell’Ammiraglio Vittore Garzoni, dipinto di Pietro della Vecchia del sec. XVII questi eseguì almeno altri due ritratti ad esponenti della nobile famiglia veneziana, caratterizzati anch’essi dalla presenza dell’imponente colonna scanalata posta alle spalle dei personaggi: uno è conservato nel Museo Nazionale di Cracovia e l’altro all’Ermitage di San Pietroburgo. Tra le sculture, infine, sì segnalano S. Siro ed il neofita di Arturo Martini e la Gloria di S. Antonio, ovale di terracotta del Brustolon databile attorno al 1695.







56esima Biennale d'arte

A partire dal 9 maggio fino al 22 novembre 2015 ai Giardini della Biennale e all’Arsenale di Venezia sarà aperta al pubblico la 56esima Esposizione Internazionale d’Arte  organizzata  dalla  Biennale  di  Venezia, uno degli eventi più importanti per il mondo artistico internazionale. L’edizione di quest’anno si intitola All the World’s Futures ed è stata curata dal critico d’arte e scrittore nigeriano Okwui Enwezor, direttore della Haus der Kunst di Monaco di Baviera.

 

All the World’s Futures formerà un unico percorso espositivo che si articolerà dal Padiglione Centrale (Giardini) all’Arsenale, con 136 artisti esposti dei quali 89 presenti per la prima volta, provenienti da 53 paesi.
Nata  come  società  di  cultura  nel 1895  con l’organizzazione della prima  Esposizione Biennale d’Arte  del  mondo,  al  fine  di  stimolare l’attività artistica e il mercato dell’arte nella città di Venezia e nell’unificato stato italiano, ha tuttora il fine di promuovere le nuove tendenze artistiche ed organizza manifestazioni internazionali nelle arti contemporanee.
È un organismo  no  profit  sostenuto  dallo Stato italiano.  Il suo nome è da sempre utilizzato come sinonimo dell’Esposizione internazionale d’arte di Venezia.
Dal 1998 ovvero dal primo anno in cui venne nominato presidente Paolo Baratta, le Biennali di Arte e di Architettura non sono più solo mostre organizzate per padiglioni nazionali, ma risultano in via definitiva fondate su tre pilastri:
· la mostra per padiglioni nazionali, ciascuno con il suo curatore e il suo progetto;
· la mostra  internazionale del  curatore della  Biennale,nominato con questo preciso compito;
· gli eventi collaterali, approvati dal curatore della Biennale.
Questo modello di mostra ha dato vita a una singolare pluralità di voci, per realizzare la quale sono stati dilatati - per necessità strategica - gli spazi espositivi con un importante restauro dell’Arsenale tutt'ora in corso.
Alla Biennale Arte, il cui numero dei paesi partecipanti è salito da 59 (nel 1999) a 88 nel 2013, è stata riconosciuta la primazia mondiale fra le esposizioni d’arte contemporanea.   Tale primazia è stata riconosciuta anche alla Biennale Architettura.
La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica  al  Lido (la più antica al mondo, nata nel 1932) ha mantenuto una posizione di grande prestigio internazionale, in forza della qualità delle selezioni, e della recente completa riqualificazione delle sue sale storiche e delle dotazioni tecnologiche.
Oggi, come spiega lo stesso Enwezor che ha curato questa edizione, a 100 anni esatti dall’inizio della Prima guerra mondiale e a 70 dalla fine della Seconda, il mondo sembra precipitare nuovamente nel caos: ed ecco l’urgenza, la necessità, di “chiamare a raccolta” in questa Esposizione internazionale, le forze immaginative e critiche di artisti e pensatori, per riflettere sull’attuale “stato delle cose” e intravedere, se possibile, nuovi orizzonti semantici.
La manifestazione torna quindi a osservare il rapporto tra la realtà sociale, politica e umana e l’arte. Sono 136 gli artisti coinvolti da Enwezor (dei quali 89 al debutto), provenienti da 53 paesi. E di questi, cinque sono presenti per la prima volta: Grenada, Mauritius, Mongolia, Repubblica del Mozambico, Repubblica delle Seychelles.
In questa Biennale multicentrica, in cui gli artisti si misurano con la memoria (quella dei secoli e quella più recente), le nove grandi sculture bianche di fiberglass, all’ingresso dei Giardini hanno una valenza quasi simbolica: raffigurano eroi, re e potenti del passato che si ergono imponenti sui piedestalli, scrutando l’orizzonte. Ma la loro monumentalità è solo mera parvenza. Sono infatti figure mutilate, senza testa né braccia, o con il busto spezzato, immagini del potere ridotte a involucri. «Coronation Park» (2015) è stata realizzata dagli artisti indiani Raqs Media Collective. Sono dunque le “rovine” del passato, le effigi da smantellare nella creazione di nuove possibilità? Il quesito sembra riecheggiare nel padiglione norvegese, delimitato da vetrate ampie e luminose. Qui l’artista di origine americana ma trapiantata a Oslo, Camille Norment, ha realizzato una installazione estremamente affascinante. Raptur è un progetto  site-specific  promosso  dall’Office  for  Contemporary Art della Norvegia, la sola responsabile del Padiglione dei Paesi Nordici per la prima volta nella storia della Biennale. Vetri sfondati e voci misteriose che avvolgono lo spettatore in una sorta di incantesimo che diventa il cuore di una esperienza artistica. Partendo dal suono emesso da un’armonica a bicchieri, strumento leggendario la cui musica si dice possa curare le persone, ma che in passato è stato anche messo al bando per le supposte capacità di indurre eccitazione sessuale nelle donne, Norment ha voluto esplorare le tensioni che anche oggi si generano tra la musica e lo spazio circostante, riflettendo, con la sua pratica artistica, sui concetti contemporanei di armonia e dissolvenza. In tal modo la visita al Nordic pavillion di questa biennale diventa un percorso di indagine sul rapporto tra il corpo e la musica, corpo umano, ma anche corpo dello stesso padiglione che porta su di sé, vistosi e magnetici, i segni di un rapimento quasi mistico e di una rottura violenta, traduzione dell’eterna lotta tra la bellezza e la distruzione.







Le fontane di Treviso

Le trentatré fontane tutt’oggi presenti all’interno delle mura vennero installate, ad esclusione delle fontane di piazza S. Vito e piazza S. Leonardo e della particolare fontana delle Tette, per motivi di utilizzo domestico. Il rapporto con gli abitanti della via o della piazza era quotidiano e cadenzato dagli eventi legati allo svolgersi della giornata (pranzo, cena, pulizie...).
Tra le fontane della città si possono ricordare:

Fontana delle Tette
Fontana di piazza San Leonardo
Fontana di piazza San Vito
Fontana dell’Ospedale di Santa Maria dei Battuti
Fontana di piazza Pola
Fontana di vicolo Pola

La fontana delle Tette  fu costruita nel 1559 su ordine di Alvise Da Ponte, all’epoca podestà delle Repubblica di Venezia in seguito a una forte siccità che colpì la città di Treviso e la campagna circostante. Originariamente la statua era posta all’interno del palazzo Pretorio, in via Calmaggiore. Da allora fino al 1797, anno della caduta della Serenissima Repubblica di Venezia, in onore di ogni nuovo Podestà dalla fontana sgorgavano vino rosso da un seno e vino bianco dall’altro e tutti i cittadini potevano bere gratuitamente per tre giorni.
Successivamente venne rimossa e andò persa fino al recupero da parte dell’abate Luigi Bailo per poi essere inserita nel Museo Casa da Noal.
La copia della scultura originale è collocata nel cortile di palazzo Zignoli a Treviso, accessibile dalla galleria che collega ilCalmaggiore alla piazzetta della Torre e alla calle del Podestà.
La fontana di Piazza San Leonardo(già denominata fontana del Littorio) è una fontana di Treviso che si trova nell’omonima piazza, di fronte al portone di Ca’ Spineda. La fontana è stata costruita nel 1929 nel corso di due mesi circa, ad un costo complessivo di 36 000 Lire (£ 23 200 per la fornitura di tutte le parti in vivo, 13 000 per le opere e gli impianti accessori.
La realizzazione della nuova fontana, che sostituì l’originale probabilmente non dissimile dalla fontana di piazza Pola, suscitò l’interesse dei giornali locali: si ritrovano infatti sia le foto della piazza gremita in occasione della cerimonia di inaugurazione, sia schizzi disegni e vignette fumettistiche corredate da poesie satiriche composte per l’occasione. La fontana, poggiante su due scalini in calcestruzzo armato, è costituita da tre vasche ovali in marmo di Valdagno. La vasca inferiore, decorata a cordelle lucidate, è formata da sei pezzi di marmo olivo collegati a doppio incastro. All’estremità dell’asse maggiore (di circa 5 metri) si trovano gli scarichi. La seconda vasca poggia sopra un gruppo di quattro delfini, anch’essi in marmo olivo, disposti in due coppie di dimensioni diverse data la diseguaglianza degli assi dei bacini. Il bacile e il sottobacile, ricavati ciascuno da un unico blocco di marmo rosa corallo lucidato, sono decorati agli estremi dei due assi (misuranti rispettivamente 2,95 m e 1,95 m) da quattro teste stilizzate di leone.
L’ultima vasca, anch’essa di un sol pezzo di marmo rosa corallo, di limitate dimensioni, portava nel mezzo una pigna in marmo olivo. La sorregge una colonnina del medesimo materiale formata da un gruppo di quattro esilifasci littori, coronata da un capitello ornato di festoni d’alloro.
L’impianto idraulico della fontana è formato da due prese distinte: una alimenta otto getti uscenti dalle fauci dei delfini sfruttando l’acqua del pozzo artesiano già esistente sul posto; la seconda alimenta con acqua dell’acquedotto comunale i getti dei quattro leoni della seconda vasca e lo zampillo dell’ultima.
La pavimentazione intorno alla fontana è fatta con i caratteristici cubetti di porfido di piccole dimensioni, posati in modo da formare archi contrastanti su letto di sabbia. Uno scalino in trachite separa l’area dal livello della strada.

Già bel XIV secolo il poeta fiorentino Fazio degli Uberti, nel suo Dittamondo, cantava “le chiare fontane” di Treviso ed il “piacer d’amor che quivi è fino”. L’Abate Bailo, nella propria guida della città  del 1872, loda la purezza delle acque di Treviso, al punto da scrivere: “quest’acque meritano che il forestier le gusti, né si dirà di conoscere Treviso, se non si sono gustate le sue acque”.

 

La fontana di Piazza San Vito (anticamente conosciuta come Piazza delle Prigioni) è una fontana di Treviso che si trova nell’omonima piazza, di fronte al portale della chiesa di Santa Lucia. Questa piazza  è stata, attorno al 1930, al centro di molti progetti urbanistici: dal nuovo palazzo Littorio, al mercato della frutta e verdura, al rifacimento della pavimentazione. All’interno di questo programma si inserisce anche la nuova fontana, fortemente voluta dai commercianti della zona, che sostituì l’originale forse non dissimile dalla fontana di Piazza Pola. La giornata inaugurale, il 28 ottobre 1930, fu ricca di appuntamenti, essendo state in tale occasione celebrate le varie “opere pubbliche compiute nell’anno VII nel nostro Comune”. “Nella piazza è tutto un tricolore. La musica del Turazza suona gli inni della Patria.
[…] E le autorità passano ad inaugurare la bella ed elegante fontana artistica […], fontana offerta dagli esercenti in segno di riconoscenza al Comune che ha conservato il mercato in quella piazza. E mentre S.E. il Prefetto gira l’apposito apparecchio, l’acqua sprizza e zampilla dagli artistici getti della fontana e la cittadinanza applaude”. I lavori di sistemazione e pavimentazione della piazza e di posa in opera della fontana richiesero 68 giorni lavorativi.La fontana, ispirata, come si legge in una cronaca contemporanea al ‘600 italiano, è costituita da un’ampia vasca ottagonale, posata su un basamento circolare. Nel centro, un basamento poggiante su due scalini e ornato da quattro idre zampillanti, una addossata ad ogni lato, sostiene una tozza colonna scanalata, suggestivamente descritta come concetto floreale formato da un fascio di steli dal quale spunta un fiore acquatico formante la tazza, un gambo con un capitello alludente la flora e la pigna esprimente l’unione degli offerenti. Ai piedi della vasca è installata una bocca a getto continuo al quale il pubblico continua ad attingere acqua per usi domestici eper le esigenze di mercato. Le pietre usate sono il marmo di Verona e la pietra di Grisignana.
 

La fontana dell’Ospedale di Santa Maria dei Battuti è una fontana di Treviso che si trova nel cortile dell’omonimo edificio, oggi Quartiere Latino. La  prima  fonte  iconografica  della  fontana  è  l’acquaforte Cortile del civico ospedale di Antonio Nani datata 1846. La fontana e la struttura idraulica di cui era dotato l’ospedale vengono poi descritte alla fine dell’Ottocento dall’Abate Bailo e da Giovanni Battista Alvise Semenzi. Quest’ultimo, nel 1864, scrive: «per tutto lo stabilimento viene eziandio tradotta l’acqua di una eccellente fontana la quale, mediante una ruota a pale, ch’è animata da una prossima corrente saparata dall’acqua potabile, e che fa girare una tromba idraulica, s’innalza fino all’ultimo piano ove tiene sempre riempiuto un serbatojo che la dirama a tutto l’istituto. L’acqua di rifiuto alimenta una caduta a stille che forma quasi un velo d’acqua in una fontana posta nel cortile maggiore dello stesso ospedale». La fontana, posta su una base ottagonale in pietra d’Istria composta da otto spicchi, è costituita da una vasca in pietra decorata da quattro mascheroni ciascuno con un’espressione diversa. L’acqua zampilla cadendo da sette dischi concavi a catino, due in pietra e cinque in rame, collegati e sostenuti da colonnine e da lunghe foglie in rame.

Fontana di piazza Pola è una fontana di Treviso che si trova nell’omonima piazza, rivolta verso via Paris Bordone. La sistemazione della fontana fu voluta quasi a furor di popolo all’inizio del ‘900: dopo i primi solleciti apparsi nella Gazzetta di Treviso nel numero 16-17 gennaio 1903 e la notizia dell’applicazione del fanale sulla fontana a getto continuo ad imitazione di quelli già esistenti in diversi punti della città, lo stesso foglio annuncia nel numero 8-9 marzo: La nuova fontana.
Nuova per modo di dire, poiché l’acqua zampilla chiara e limpida già da parecchio tempo nel centro del rinnovato ma non ancora completo piazzale Pola. Ieri fu scoperta la modesta colonnina in marmo, troppo modesta forse ma non impropria alla località, sostenente un fanale che speriamo non servirà alla sola apparenza. In primavera il piazzale verrà ultimato e si spera che verranno collocate all’intorno alcune panchine, veramente indispensabili. La fontana è costituita da un basamento ottagonale in pietra d’Istria ornato su quattro lati da eleganti volute. Su un lato un mascherone in ghisa con orecchie appuntite, chioma e barba scarmigliate, bocca aperta e guance gonfie (simbolo allegorico del bene e del male) eroga dalla bocca acqua a getto continuo. Sopra di esso è riportata la data 1903.
 

La fontana di Vicolo Pola è una fontana di Treviso che si trova all’incrocio tra via Manin e vicolo Pola. L’acqua della fonte nella contrada dietro Pola venne studiata, assieme ad altre cinque della città (tra le quali la fontana di piazza San Leonardo), nelle sue proprietà organolettiche da Bartolomeo Zanon alla metà dell’Ottocento. Seguì a questa analisi la stesura di un documento datato 1847, dal titolo Analisi delle acque potabili di Treviso. La fontana è inserita in una esedra in pietra d’Istria inserita nell’edificio. L’acqua sgorga ad una maschera leonina in ghisa, dotata di un rubinetto con erogazione a pulsante e viene raccolta in una vasca in pietra poggiante su quattro zampe di leone. Sopra al portale che contorna il fornice dell’esedra è applicata la scritta in bronzo: AERE CIVICO. Due paracarri, sempre in pietra, proteggono la fontana.







Carnevale: un po' di storia

 

Il termine Carnevale, a livello nozionistico, deriva da carnem levare, abolire la carne,  anticamente indicava il banchetto d’addio alla carne che si teneva subito prima della Quaresima, periodo di astinenza e digiuno.

La prima originaria formazione del Carnevale si perde nella notte dei tempi. Alcune ricostruzioni storiche hanno consentito di rintracciare le origini e dare spiegazioni agli attuali festeggiamenti. Nella Roma arcaia il mese di febbraio era un tipico periodo di passaggio, dall’anno vecchio al nuovo, in cui si ripetevano i riti di espiazione per leanime dei morti. E proprio nel latino, febrarius- da februare, purificare.
Ma già allora, in quei giorni dedicati ai morti e alla purificazione s’intreccia una festa di significato diverso, i Lupercali, legata ai riti di fecondazione. Il rito simbolico si svolgeva la mattina del 15 febbraio in una grotta ai piedi del Palatino, dove la leggenda vuole che la lupa abbia allattato Romolo e Remo,
i Luperci, lupacchiotti. Sacrifici di capre, risate, lotte, corse e inseguimento: alcuni gesti del rituale, che si rifà alla leggende tramandate anche da importanti autori come Plutarco e Ovidio. In realtà questo rito è per gli studiosi ancora più antico, ma è spesso ricordato nella ricostruzione delle origini del carnevale anche per un’evidente analogia  fra il gesto dell’inseguimento delle donne che erano colpite con pelli di animale e i tipici scherzi carnevaleschi durante i quali i ragazzini brandiscono bastoni di gomma o di panno. La festa prende le mosse da un’altra ben più antica, quella dei Saturnali, tipica festa dell’antica Roma, di origine pagana: durante i festeggiamenti in onore di Saturno erano necessario darsi alla pazza gioia per favorire un raccolto abbondante ed un periodo di benessere e felicità. In questo periodo di sette giorni si conducevano per la città carri festosi tirati da animali bizzarramente bardati ed il popolo si riuniva in grandi tavolate, cui partecipava persone di diverse condizioni sociali e si abbuffavano tra lazzi, danze ed oscenità. L’antica figura del re dei Saturnali ha continuato a vivere nella burlesca figura del re del carnevale: inizialmente impersonato da un uomo che veniva sacrificato per il bene della collettività, poi sostituito con un fantoccio di paglia.
La  sera  del  martedì  grasso  veniva bruciato come una specie di vittima designata che morendo purificava la comunità, di modo che si potesse intraprendere un nuovo anno sotto diversi auspici. In Italia il carnevale è stato sontuosamente celebrato per secoli. Ancora oggi sono visibili alcuni tratti di questa antica festa popolare, a partire dal Carnevale di Venezia, di Viareggio sino ad arrivare in tutte le piazze di ogni paese. Durante la festa vige la più assoluta libertà e tutto diviene lecito: i rapporti divengono spontanei, liberi e disinibiti, superando i freni imposti dalle convenzioni sociali e le barriere create dalle differenze di età, di classe e di sesso. Il singolo si spoglia della sua individualità per fondersi e confondersi nel vortice gioioso della festa.
 

Quando Comincia
Secondo un proverbio bergamasco “Dopo Natale è subito Carnevale”. L’inizio del periodo del Carnevalesco varia da regione a regione. In alcune, appena dopo l’Epifania, in altre dopo la Candelora del 2 febbraio  e più frequentemente dopo Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio. La fine invece, è  sancita  dalla  data  del  martedì grasso, calcolata in base alla quaresima, che varia ogni anno secondo la Pasqua. Quest’ultima è fissata dopo la prima luna piena di primavera.







Chiesa di San Gregorio Magno

Sorge nel cuore della città, alle spalle di piazza dei Signori, il carrubio medievale, già dall’XI e XII secolo la piazza cardine della vita pubblica cittadina. Un’area che corrispondeva con molta probabilità all’antico foro della Tarvisium romana, centro vitale dei commerci e nodale crocevia urbanistico di cardo e decumano.

La fondazione di questo tempio secondo lo storico Carlo Agnoletti «facilmente risale all’epoca longobarda». Non si esclude la possibilità che la chiesa avesse avuto origine tra l’ VIII secolo quando Treviso era ancora un ducato longobardo o nei successivi IX o X secolo ed è in quei secoli che si diffuse  il culto del pontefice benedettino Gregorio Magno ( Gregorio 1°  590 – 604 d.C.) al quale la chiesa è dedicata.
Furono i monaci benedettini a diffondere il  culto di questo santo papa e dottore della Chiesa e non si può escludere che anche San Gregorio di Treviso avesse avuto dei legami con questo ambiente monastico.
La data più antica che segna l’esistenza della nostra chiesa è il 1146, quando in un atto stipulato dal vescovo Gregorio di Treviso viene citato tra i fidati testimoni presenti alla stipula: “prete Bernardo di San Gregorio”. Nel 1184, la chiesa è indicata nella bolla di papa Lucio III tra i possessi del vescovo di Treviso e nel 1312, sarà ceduta dal vescovo al Capitolo. A testimonianza di queste note storiche si sono preservate nell’edificio  delle tracce architettoniche proprio di epoca romanica: sono le monofore presenti nella parte alta della parete destra della navata. Questo tipo di apertura veniva impiegato già sul finire del secolo XI. Altri elementi della fabbrica più antica sono le nicchie venute alla luce nel recente restauro sulle pareti dell’aula, si tratta di armarium seu sacrarium, una sorta di armadietto a muro in cui venivano riposti  e chiusi a chiave calice, patena o altri oggetti liturgici.
Ancora, un’indagine sotto il pavimento attuale ha rivelato la presenza di un precedente livello fatto in mattonelle  di  cotto  messe  in  cultello,  secondo  una tecnica utilizzata a Treviso già dalla fine del XIII secolo per lastricare strade e piazze. Un’antica  pergamena  del  1359  conserva  un raro inventario antico dei beni mobili della chiesa. Essa è ben fornita di tutto ciò che serviva per il culto e le celebrazioni, con beni preziosi quali manoscritti miniati e un paramento liturgico decorato con  leoni, l’animale araldico per eccellenza carico di significati simbolici anche in ambito cristiano.
Chiesa e canonica nel 1416 erano «totaliter derupte et devastate», tanto che si temeva il crollo totale degli edifici, ma già dieci anni dopo l’edificio era di nuovo agibile considerando il fatto che vi si riuniva il collegio dei medici.

I recentissimi restauri hanno messo in luce una preziosa testimonianza di questo ripristino quattrocentesco. Si tratta del lacerto di affresco in presbiterio raffigurante l’Arcangelo Gabriele, il dipinto più antico rimasto a documentare la primitiva decorazione parietale della zona presbiteriale. A partire dal XVI secolo la ricostruzione delle vicende della chiesa si può avvalere della preziosa fonte degli atti delle visite pastorali che, seguendo i passi del vescovo in visita al luogo sacro, passano in rassegna altari, suppellettili, sacrestia, casa canonica, cimitero, e in più danno notizie sulle scuole di arti e mestieri, sulle confraternite religiose che nella chiesa si riunivano, oltre che sul suo patrimonio economico. Il  ‘cuore’  della  parrocchia  si  polarizzava  sulla  Contrada barberiorum (ora Barberia) vera estensione della vitalità, commerciale ed artigiana, della vicinissima maggiore piazza cittadina la piazza dei signori. Nel corso del Cinquecento, viene fatto il soffitto a capriate con tavelle dipinte e il fregio affrescato sulla parte alta della navata con girali vegetali e sfingi alate, di gusto antiquario tipico dello stile definito “lombardesco” o “bramantesco”. La scuola dei merciai a fine Cinquecento (1594-95) provvide al rinnovo del loro altare di San Silvestro che ornarono con una nuova pala commissionata al famoso pittoreLudovico Pozzoserrato,  raffigurante San Silvestro I  papa  e  i santi Liberale, Benedetto XI papa, Biagio e Girolamo Dottore della Chiesa, oggi conservata nel Duomo di Treviso nella cappella del Santissimo Sacramento. Sempre in Duomo, nella sacrestia dei canonici, è presente un’altra pala ugualmente attribuita allo stesso pittore fiammingo raffigurante la Presentazione di Gesù al tempio che in San Gregorio ornava l’altare della scuola dei fornai. All’inizio  del  Seicento  (1620  circa)  è  datata  la pala posta sull’altare maggiore, con San Gregorio Magno di Jacopo Palma il Giovane, grande protagonista della pittura sacra veneziana tardomanierista. Il santo patrono della chiesa, mirabilmente dipinto in atteggiamento benedicente, si presenta ai fedeli quale mediatore, rappresentante divino e dispensatore di grazie; è assistito da un angelo e illuminato dalla colomba dello Spirito Santo. L’altare maggiore  è  più  tardo  rispetto  al dipinto. Venne infatti costruito alla metà del Settecento.  Sul  timpano  stanno  le  statue delle Virtù Teologali (Fede, Speranza e Carità). L’affresco sulla  volta soprastante, campeggia il Simbolo della Santissima Trinità  Il dipinto, molto rovinato, è un raro esempio a Treviso di decorazione rococò in ambito sacro, opera del  pittore  ornatista  e  figurista Domenico Fossati (Venezia 1743-1785).Lo storico trevigiano Nicolò Cima a fine Seicento, definì la chiesa “quantunque di non molta grandezza, è delle più vaghe e più belle Chiese che si veggano nella Città”. Sulle pareti laterali del presbiterio due tele del bellunese Agostino Ridolfi che vi raffigurò, negli anni ottanta del XII° secolo, due episodi evangelici: Il figliol prodigo accolto dal padre e Il buon samaritano. Allo stesso pittore spetta l’ovale con l’Assunzione di Maria Vergine, sospeso al soffitto della navata in occasione del recente restauro, riproponendone  la posizione che il dipinto aveva fino al 1949, quando il controsoffitto  sul  quale  era  inserito (come  documentato  da  una foto  d’archivio) fu abbattuto all’indomani della seconda guerra mondiale con l’intervento di Mario Botterper riportare in  luce  il  soffitto  cinquecentesco a capriate. L’altare a sinistra del maggiore  é  dedicato  alla  Madonna del Carmine. Tra il 1660 e il 1686 era mantenuto dall’omonima pia confraternita. Dopo l’allontanamento della confraternita l’altare era curato dalla scuola del Santissimo potendo contare sulle elemosine della scuola degli orefici fondata in quell’anno staccandosi dai merciai. Dal 1809 con l’introduzione di nuove devozioni l’altare venne dedicato all’Immacolata Concezione.
La statua barocca della Madonna con il Bambino è stata assegnata  dallo  storico  dell’arte  Giorgio  Fossaluzza  con un’inedita  attribuzione  a Giacomo  Piazzetta. Lo scultore del tardo Seicento , nativo di Pederobba e attivo a Venezia, famoso per le sue pregevoli sculture lignee, per quelle in marmo è documentato quale autore di altre due rarissime opere che si ritrovano nella chiesa di San Michele in Isola a Venezia e nell’oratorio privato di una villa presso Feltre. L’altare a destra del maggiore  era  originariamente  dedicato a San Carlo. Aveva la pala, ora appesa a parete, che raffigura San Carlo Borromeo in adorazione del Crocifisso ha l’apparizione della Madonna con il Bambino dipinta dal trevigiano Ascanio Spinedaentro il 1647. L’altare di San Carlo, nel 1661 venne affidato alla cura della scuola dei “confusi”  che riuniva un insieme eterogeneo di  arti,  come  quelle  dei cartari, cestari molinari, moletta (affila coltelli), tamiseri, verieri, librai. Un secolo dopo, nel 1748, viene assegnato alla confraternita della Morte, che vi fa collocare una nuova pala raffigurante il Transito di san Giuseppe con san Carlo, dipinta da Gaspare Diziani. È il dipinto che ancor oggi orna l’altare, ma al posto della figura di san Carlo ha, sovrapposti,  i santi Filippo Neri e Agata.
Il dipinto del trevigiano Giacomo Bravo raffigurante Sant’Agata (1606), oggi appeso sulla parete destra della navata. Il dipinto posto sulla stessa parete con San Lorenzo martire è opera molto interessante di tardo Cinquecento, attribuita agli eredi di Paolo Veronese che da un modello del grande maestro derivano direttamente la figura del santo. Il prezioso organo del 1769, opera numero 52 di Gaetano Callido, è collocato nella rinnovata cantoria ottocentesca. Avendo la loro sede in San Gregorio, lì si riunivano le associazioni di arti e mestieri (osti, merciai, fornai, confusi, orefici) e le pie confraternite del Santissimo Sacramento, della Madonna del Carmine, della Morte. Questi appunti di storia e arte ci svelano un tempio di particolare affascinante complessità, sul quale il corso della storia ha impresso, una sopra l’altra le sue impronte, lievi e pesanti. Oggi è sede di conferenze, mostre e concerti. Ospita inoltre la sede del Fondo Ambiente Italiano (FAI) di Treviso ed è tra i luoghi del prestigioso Festival Organistico Internazionale.







Francis Bacon

“Mi considero un creatore di immagini (…) Entro appena in queste immagini, come se si fossero calate in me… Penso sempre a me stesso più come un medium, per accidente o per azzardo, che come un pittore… Non credo di avere talento, credo di essere solo recettivo”

 

Nasce il 28 ottobre 1909 a Dublino, secondo di cinque figli. Il padre, ex militare, autoritario e violento, è allevatore di cavalli. Nel 1914, a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, la famiglia si trasferisce a Londra, per un incarico offerto al padre: i continui spostamenti tra Irlanda e Inghilterra impediscono a Bacon di avere un’istruzione regolare. Già nell’adolescenza, Francis riconosce la propria omosessualità e per questo viene cacciato di casa. Nel 1927 vede una mostra di opere di Picasso a Parigi e ne rimane colpito. Tornato a Londra, dopo un periodo in Francia, inizia a disegnare mobili ed arredi, e viene introdotto alla tecnica della pittura dall’australiano Roy de Maistre. Nel febbraio del 1934, Bacon tiene la sua prima personale presso lo spazio dell’arredatore Arundell Clarke. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, dalla quale era stato esentato perché asmatico, riprende a dipingere, considerando questo momento come il vero inizio della propria arte. Partecipa a diverse collettive, a Londra e all’estero e, nel 1957, ha la prima personale a Parigi, mentre nel 1958 espone in Italia. Nel ’62 viene presentata la sua prima grande retrospettiva alla Tate e, l’anno successivo, è protagonista di un’importante mostra al MoMA di New York. Le sue opere continuano ad essere esposte in tutto il mondo e, nel 1992, l’artista muore a Madrid il 28 aprile, per un attacco di cuore. Tra il 1977 e il 1992 Francis Bacon regalò a un suo intimo amico italiano un consistente numero di disegni, pastelli e collages. Oggi quei disegni fanno parte di una collezione che ne raccoglie alcune centinaia e che è riunita in un corpus unitario: “ The Francis Bacon Collection of the Drawings Donated to Cristiano Lovatelli Ravarino”.

Cristiano Lovatelli Ravarino incontra la prima volta Francis Bacon a Roma durante il party dato da Balthus a Villa Medici nel momento in cui egli lasciava la città, dopo esservi stato a lungo come addetto culturale dell’Ambasciata di Francia.
Nasce tra loro un feeling immediato, al punto che nei giorni successivi sarà Cristiano ad accompagnare Bacon nella sua visita romana ai capolavori di Caravaggio, uno dei pochi pittori da lui amati, il solo fino ad oggi conosciuto che non abbia mai disegnato e che abbia dipinto direttamente sulla tela. Come ha raccontato, durante la presentazione della mostra a Treviso, Edward Lucie-Smith – uno degli storici dell’arte più conosciuti e apprezzati a livello internazionale – i disegni ed i pastelli che compongono la collezione sono “opere complete”, che si inseriscono a pieno titolo nell’iconografia dell’artista anglo-irlandese, il quale, negli ultimi anni della sua vita, rivisitò i temi che aveva in precedenza sperimentato, provando nuove strade formali.
Nelle “opere su carta”- tenute nascoste ai suoi mercanti ma regalate ai suoi amici: Paul Danquha, Stephen Spender, Brian Hayhow, Cristiano Lovatelli Ravarino e altri – si trovano crocifissioni, papi, ritratti e autoritratti: tutti soggetti da lui dipinti nel corso della sua lunga vita di artista.
Esse dimostrano che quando Francis Bacon, intervistato da David Silvester, suo biografo ufficiale, affermava di non avere mai fatto disegni preparatori, usava sapientemente e consapevolmente le parole, e diceva due volte il vero: era vero infatti che egli tracciava direttamente sulla tela le linee dell’opera che aveva in mente di realizzare senza ricorrere a disegni preparatori (salvo poi usare altri “sistemi”, come evidenzia molto bene Barbara Steffen nei suoi studi); ed era ugualmente vero che fin dall’inizio della sua “carriera artistica” egli era solito disegnare e lo aveva continuato a fare, riservatamente ma sistematicamente, per tutta la vita. Le opere su carta dimostrano che uno dei più grandi pittori del XX secolo è stato anche un grande disegnatore. Non poteva essere diversamente per chi, come lui, aveva deciso di “diventare pittore” dopo avere visto nel 1927 una mostra di 101 disegni di Picasso a Parigi alla Galleria Paul Rosenberg. Francis Bacon aveva allora 18 anni.
Ed “ è significativo che fosse proprio una mostra di disegni a dare l’impulso ad una attività tanto creativa e dirompente, ma è anche significativo che egli iniziasse la sua attività proprio dai disegni di Picasso che preannunciavano invenzioni formali e tematiche introducendo “metamorfosi” del linguaggio plastico e pittorico che attraverseranno tutto l’arco della sua produzione.  Bacon è pittore plastico che con la carta sconfina nella scultura ritagliando ed incollando, anche componendo la figura, come faceva Picasso con i suoi “dessin decoupè”, un genere che il maestro spagnolo aveva ripreso in età più avanzata per approntare scenografie cinematografiche o modelli per la realizzazione di grandi sculture. Dalla plasticità dei fogli disegnati al ritaglio delle figure delineate ed incollate su carta e cartoncino il passo è breve. La predilezione per la linea curva che delimita la figura umana è evidente, a contrasto con gli sfondi generalmente caratterizzati da linee rette ed angoli; segni grafici comuni anche ai dipinti dove le forme sono delineate con analogo tratto: impossibile per chi impara a riconoscere la “mano” non ritrovare in questi disegni la personalità di Francis Bacon” (M. Letizia Paoletti: Francis Bacon ed i “dessins decoupè”, 2015).
La Mostra allestita a Ca’ dei Carraresi fino al prossimo 1 maggio, offre l’incredibile opportunità di “entrare nella mente” dell’artista, di comprenderne i dubbi, le angosce e le ragioni che lo spinsero a scegliere i suoi soggetti, attraverso l’analisi della Francis Bacon Collection of the Drawings Donated to Cristiano Lovatelli Ravarino, delineata all’interno di relazioni e vita privata che si intrecciano nella storia. Sono inoltre presenti opere di confronto di artisti del calibro di Burri, Manzoni, Fontana, che invitano il visitatore alla riflessione sulla coscienza e sull’esistenza.
Un bellissimo ed emozionante percorso quello che possiamo ammirare a Ca’ dei Carraresi, sostenuto da alcune citazioni di noti pensatori, scrittori e poeti con lo scopo di  entrare meglio nello spirito dell’artista nella comprensione delle sue angosce e nel viaggio che lo ha visto indagare nel più grande dei misteri: l’uomo.

 







Ca' Dario: la casa maledetta di Venezia

A Venezia il Palazzo Dario, meglio conosciuto come Ca’ Dario, sembrerebbe perseguitato da una maledizione che ne uccide i proprietari. Sul Canal Grande, a Venezia, nel sestiere di Dorsoduro, all’imbocco del Rio delle Torreselle, si affaccia un maestoso ed elegante palazzo in tipico stile veneziano: Ca’ Dario.

 

Su di esso graverebbe da secoli una maledizione: coloro che acquistano la Casa vengono brutalmente uccisi o muoiono suicidi o per per “strane” cause accidentali.

Voluta dal segretario del Senato della Repubblica di Venezia Giovanni Dario, che la commissionò all’architetto Pietro Lombardo nel 1479, Ca’ Dario si è costruita questa pessima fama nel corso degli anni fin dopo le prime, misteriosissime morti. Le opinioni sono contrastanti sulle cause della morte dei vari proprietari: una conferma del fatto che non si sa realmente in quali precise circostanze alcune di esse siano avvenute.

Dopo la morte di Giovanni Dario la Casa passò nel 1494 alla figlia Marietta che aveva anni prima sposato il ricco Giacomo Barbaro: l’uomo d’affari subì un tracollo finanziario subito dopo e morì accoltellato. La donna, in seguito a questa crisi, morì suicidandosi. Vincenzo Barbaro, il figlio di Giacomo, venne invece trovato morto a Candia (Creta). Fu un agguato, e gli assassini non furono mai scoperti.
È nell’Ottocento, però, che Ca’ Dario costruisce per bene la sua pessima fama di casa maledetta. La famiglia Barbaro rimase in possesso del Palazzo Dario fino agli inizi del XIX secolo, quando Alessandro Barbaro (1764-1839), membro dell’ultimo Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia e Consigliere Aulico del Tribunale Supremo di Verona, vendette il palazzo a Arbit Abdoll, un commerciante armeno di pietre preziose. L’uomo non ebbe molto tempo per godersi la nuova abitazione, poiché presto la sua attività fallì miseramente e morì subito dopo. Radon Brown, studioso inglese che acquistò l’edificio, fu uno degli sfortunati che morì misteriosamente insieme al suo compagno. Si pensò al suicidio. L’americano Charles Briggs, fuggito in Italia con il suo amante perché negli Stati Uniti l’omosessualità era fuorilegge, non ebbe vita lunga una volta giunto a Venezia e acquistata Ca’ Dario: si suicidò con il proprio amante.
Tra il 1899 e il 1901 il poeta francese Henry De Regnier visse da ospite all’interno del Palazzo, fino al sopraggiungere di grave malattiva che pose termine ai suoi soggiorni veneziani. Agli inizi degli anni Settanta l’edificio venne acquistato da Filippo Giordano delle Lanze. Anche lui subì una tragica fine, ucciso dall’amante, un diciottenne che gli spaccò una statuetta sulla testa. Il ragazzo fuggì a Londra ma morì a sua volta per mano di sconosciuti. Christopher “Kit” Lambert, manager del gruppo rock The Who, acquistò Ca’ Dario e morì cadendo dalle scale. Si ipotizzò, anche in questo caso, il suicidio. Fabrizio Ferrari, un manager veneziano, acquistò e si trasferì a Ca’ Dario agli inizi degli anni ‘80. Ben presto ebbe un tracollo economico, mentre sua sorella Nicoletta morì in un incidente d’auto senza testimoni, a pochi metri dalla propria auto capovolta. Poco più di vent’anni fa Raul Gardini acquistò il palazzo per farne dono alla figlia. Fu poco dopo coinvolto in numerosi scandali finanziari e subì pesanti perdite. Morì anch’egli suicida, sparandosi, in circostanze poco chiare: fu trovato morto nella sua casa di Milano, il 23 luglio 1993.


Ma Ca’ Dario colpisce anche a distanza.
L’illustre tenore Mario Del Monaco si schiantò con l’auto mentre stava andando a stilare l’atto per l’acquisto della casa. Sopravvisse allo schianto ma dovette abbandonare per sempre il palco: la sua carriera era morta. Si racconta che in ambulanza, con voce strozzata, abbia detto al segretario che era con lui: “Sbrega quele carte” (distruggi il contratto). Agli inizi del 2000 anche il regista Woody Allen era interessato all’acquisto della Casa che Uccide, ma lasciò perdere (per sua fortuna!).

Attualmente il palazzo veneziano è di proprietà di una multinazionale americana. Chissà se resisterà molto, nella crisi finanziaria di oggi. Varie sono state le ipotesi lanciate su questa casa maledetta. Alcuni sostengono che il palazzo fu costruito su un cimitero dei templari. Altri avanzano l’ipotesi che Ca’ Dario sia influenzata dal talismano volto ad allontanare la negatività posto sul portone acqueo del palazzo di fianco. Si sono dette molte altre cose, per esempio che Ca’ Dario sia tuttora abitata dai fantasmi dei precedenti proprietari. I Veneziani ci credono, eccome. Molti si tengono alla larga dal palazzo. A prescindere da tutte le ipotesi, coloro i quali raccontano di esserci stati avvertono uno strano senso di inquietudine entrandoci o anche guardandolo da fuori.







Villa Perissinotto, la casa dell'alchimista

Dove nel 1600 si preparavano pozioni e magie contro la peste.

 

Esiste un luogo, a Castagnole di Paese, il cui nome è Villa Alessi Perissinotto, ma che è da tutti conosciuto come “la casa dell’Alchimista”. Scoperta in epoca recente dopo lunghissimi anni di abbandono (in quanto occultata dai ruderi di costruzioni più recenti), la casa appare come una costruzione neoclassica a due piani, con una facciata a fregi di stile dorico e una straordinaria forma circolare che ricorda un tempio pagano.

Ma più straordinario ancora è l’interno, con un Athanor, un forno circolare a quattro bocche che sta proprio al centro dell’edificio, e che è interamente percorso da una scala che conduce al secondo piano di stampo signorile, per finire sul tetto dove una torretta simile a un osservatorio astronomico chiude l’assetto architettonico.

 

 

 


Cardinale Bessarione
Secondo uno studio molto attento si tratterebbe senza dubbio dell’abitazione di una persona – molto probabilmente un patrizio veneziano – amante delle scienze occulte e delle discipline alchimistiche: l’Athanor è uguale a quelli che compaiono in alcune stampe del Settecento; tra gli affreschi le immagini più nitide sono quelle di pavoni, animali che rappresentano la quinta e ultima fase delle trasformazioni alchemiche, avendo nella coda tutti i colori simbolo dei passaggi della materia; la forma rotonda della costruzione richiama la perfezione e i significati esoterici delle formule alchemiche. La planimetria dell’edificio mette anzi in evidenza come esso sia la raffigurazione di un Omega, la lettera greca codice di un libro di formule chimiche portato dall’Oriente dal Cardinale Bessarione: un testo molto conosciuto dai patrizi veneti. Se a questo si aggiunge che a Praga esiste una costruzione perfettamente identica a quella trevigiana (sebbene dotata di un piano in più) il mistero è davvero completo: chi fu il proprietario e l’artefice della casa dell’Alchimista? L’enigma non è stato ancora sciolto.

Verso la fine del 1600, anni dell’epidemia della peste, la città di Paese come comune ancora non esisteva, solamente due erano le località riconosciute: Sovernigo e Villa. Sovernigo nel 1630 era situata al limite del bosco Montello che si estendeva fino alle porte della città di Treviso. Il territorio invaso dai lupi era attraversato da un’unica via, detta “Sfojana”, che metteva in comunicazione Montebelluna e Treviso.

A seguito di scavi, sono emerse nel territorio del “Trojan” delle fosse comuni risalenti al 1600 dove si presume siano stati seppelliti i morti di peste. Dalla tradizione orale viene tramandata la storia di un mago che, con infusi e medicamenti ricavati dalle erbe che trovava nel bosco ed alcune porzioni magiche, pare avesse salvato numerose persone. Di lui mai è stata rivelata l’identità, è sempre rimasto nel mistero. Oggi pare che alcuni studiosi abbiano identificato la sua abitazione o meglio il suo laboratorio. Infatti presso l’antica “Villa Alessi Perissinotto”, situata a Castagnole di Paese, si trova una strana costruzione non restaurata, conosciuto come “la casa dell’Alchimista”. Il luogo, utilizzato negli anni con diverse destinazioni, è stato oggetto di studi, tra cui quello degli architetti Fioretti ed Angonese, i quali ipotizzano che il forno, contenuto all’interno della singolare struttura, possa essere stato utilizzato in passato come forno di un alchimista. Un luogo che tra realtà e magia, viene considerato tra i più misteriosi della Marca trevigiana.







La tavola trevigiana

TRA MEMORIA E RISCOPERTA

Percorsi affascinanti nel mondo della sapiente tradizione e della cultura, alla ricerca di sapori perduti, piatti oggi dimenticati e antichi piaceri ritrovati.

di Giampiero Rorato

 

La cucina di Treviso, come del resto quella dell’intera Marca, rivela, come ha scritto Giuseppe Maffioli, «l’incomparabile ricchezza dei tesori del suo meraviglioso dolce paesaggio di pianure irrigue, di colline festonate di vigneti baciati dal sole, di pendii d’altopiano profumati d’erbe e bacche sugose, immerso nelle profondità tonali dei verdi e degli azzurri, di Giorgione, di Cima, di Tiziano e fissato in immagini immortali che la nostra gente per intuizione amorosa ha saputo trasformare in sapori attingibili».
Maffioli scriveva queste cose all’inizio degli anni ‘80 o forse assai prima, quando Treviso e le terre d’attorno vivevano appieno la gioiosa riscoperta della propria cucina storica, ricca e inimitabile, popolare e aristocratica assieme. Tutto era iniziato sul finire degli anni ‘50, quando proprio Maffioli - già autore di commedie e di testi per la Hai, nonché attore, regista, giornalista e gastronomo molto ascoltato - su una brillante idea del giovane Dino De Poli - allora amministratore comunale di Treviso, pure lui molto attento alla civiltà della sua terra, anche a quella della tavola - diede vita al primo festival della cucina trevigiana. Era, come ripeteva in ogni pubblico incontro un altro grande innamorato di Treviso, Giuseppe Mazzotti, un’occasione preziosa per scoprire le profonde e sane radici d’una cucina che si nutriva nella fertilità del proprio territorio, attingendo a piene mani ai doni del Sile e del Cagnan e ancora a quelli delle aie e degli orti presenti dentro e fuori le mura, ma soprattutto ricca d’una eredità di saperi culinari cui avevano contribuito soprattutto Venezia, ma anche la Mitteleuropa e quanti d’ogni parte del mondo sono arrivati a Treviso nel corso del tempo. Molti di questi viaggiatori - scrittori, poeti, pittori, musici, artisti di strada, accademici di vario tipo, mercanti collegati con le piazze commerciali d’Europa e d’Oriente - si sono fermati in città e nel suo territorio, scoprendo che la Marca è davvero una terra «gioiosa et amorosa», dove, come ha scritto ancora Giuseppe Maffioli, «la vita di ogni giorno ha saputo adeguarsi alla realtà, l’ha dominata e trasfigurata, illuminandola per una nostra capacità di aderire armoniosamente a tutto ciò che essa ci offre di concreto e di godibile, nell’equilibrio di quel moderato epicureismo nostrano, che prende l’avvio dai limiti di una morale cristiana profondamente acquisita. Ne risultano frutti di serenità e tolleranza che sono tra le nostre virtù migliori. Ciò traspare nella nostra grande arte dei secoli d’oro, da Giorgione a Cima, da Paris Bordon a Lorenzo Lotto». E viene allora da immaginare l’arrivo a Treviso di Ludovico Toeput, il Pozzoserrato, il quale, giunto a Venezia nel 1580, all’età di 30 anni, scelse due anni dopo di vivere a Treviso, aprendo la strada ad altri artisti del centro e nord Europa che sul finire del secolo arrivarono numerosi in città. Fra le sue tante opere ci piace ricordare «La parabola della vanità della ricchezza», acquistata in Inghilterra dalla Fondazione Benetton e che ora è fortunatamente presente nel bello e ricco Museo cittadino, per la gioia di quanti vi entrano. La grande tela illustra una parabola dell’evangelista Luca, ma intanto mostra una mensa imbandita con vassoi ripieni di frutta d’ogni tipo, di dolci e confetti rilucenti come perle, pane appena sfornato e tenuto caldo sotto un tovagliolo ed una panciuta bottiglia ripiena di vino rosso. E come fondale la campagna trevigiana, ricca di verde, con carri ricolmi di sacchi di cereali e operai che costruiscono nuovi granai e nuove cantine, Treviso - città fra le più operose d’Italia - è anche questo, o forse lo era. L’accelerata frenesia che segna pesantemente questi anni di trapasso da un millennio all’altro ha fatto trascurare, se non proprio dimenticare, anche ai Trevigiani i veri piaceri della tavola e con essi le tenere dolcezze della campagna.
E la cucina trevigiana, allora, non esiste più? Lungi da noi questo pensiero, ma quella sapienzialità tutta trevigiana e quell’arguzia così accattivante e sempre generosa che Gigi Chiereghin, in compagnia dei suoi cittadini sapeva spandere attorno a sé nelle lunghe sere d’estate e d’autunno, tra Piazza dei Signori, Cal-maggiore e le altre piazze e le minuscole vie del centro storico, specie se i discorsi vertevano sulla cucina, oggi non esistono proprio più. Non esiste il pigro sostare sotto vecchie insegne d’osteria, pregustando il piacere d’entrarvi e continuare conversazioni cariche d’amicizia e di buon gusto; non esiste più la voglia di fermarsi a lungo nelle calde trattorie cittadine e richiedere un altro piattino di fagioli con la cipolla, o un piattino di nervetti, non c’è più tempo, né, forse, la capacità di troppi Trevigiani di saper prolungare o adirittura capire questo inappagabile piacere, in attesa magari di andare al Comunale (ahimè! Anche questo piacere oggi ci è precluso!) a godere una delle tante splendide opere che lì si davano fino a qualche tempo fa. E da qui si capisce che i tempi di Giuseppe Mazzotti, di Giuseppe Maffioli, di Alfredo Beltrame, di Gigi Chiereghin e di altri illustri personaggi, come Toni Mazzarolli, non esistono proprio più e non esistono neppure eredi. Forse qualcuno è rimasto a tener alta la bandiera, perchè con loro ha operato, come Dino De Poli e qualche altro, ma serve il lanternino per trovarli. Non c’è dubbio che la sòpa coàda continua a fumare sulle tavole invernali dei Trevigiani e in alcuni ristoranti e trattorie di Treviso, la si ritrova sempre, assieme alla faraona con la peverada, ai bigoli in salsa delle Vigilie, al cappone arrosto o alla tacchinella al forno per Natale, alla pinza epifanica, al baccalà quaresimale, alla renga del Mercoledì delle Ceneri, ai crostoli, alle fritole e alle castagnole di Carnevale, al capretto al forno e alla fugazza per il pranzo di Pasqua, alla pasta e fagioli, ai minestroni, ai risottini stagionali (con le erbe spontanee di primavera, con gli asparagi, con le primizie dell’orto, con i funghi autunnali, col radicchio rosso in inverno), alla bisata coi amoli, all’anatra lessa per le feste del Rosario, all’oca rosta col seano per le fiere di San Luca. L’elenco dei piatti che si trovano nella case, nelle osterie, nelle trattorie e nei ristoranti di Treviso fa sicuramente invidia a chi trevigiano non è, perchè altrove la terra non regala lo splendore del radicchio prodotto nelle campagne appena fuori città, sia esso precoce che tardivo, né l’inimitabile delicatezza degli asparagi di Badoere e di Cimadolmo, né i dolci piselli di Borso del Grappa, né ancora quei panciuti e colorati peperoni che sono la gloria di Zero Branco, né le patate del Quartier del Piave, né i funghi del Montello e della Pedemontana che, aiutati da altri funghi sloveni, croati e marocchini, hanno dato vita a quelle festose abbuffate per migliaia di innamorati che vanno sotto il nome di Cocofungo. Treviso può anche essere la città dove nell’immediato ultimo dopoguerra è stato inventato il tiramisù, ma in questi ultimi anni abbiamo visto spegnersi quasi tutte le stelle Michelin che brillavano nel suo firmamento e così è oggi purtroppo la sua cucina nella considerazione dei gourmet che viaggiano per il mondo alla ricerca della grande tradizione ancora presente nella memoria internazionale. Treviso l’aveva, ce l’ha nel suo DNA la cucina dei suoi tempi d’oro e la si può ancora trovare e la si troverà nei tanti piatti raccontati, nel baccalà mantecato o alla trevigiana, nei vecchi sughetti che davano alla pasta sapori rimasti quasi solo nella memoria degli anziani, negli gnocchi della tradizione, nelle zuppe troppo dimenticate, nei pasticci di casa, nel maiale e nei suoi meravigliosi insaccati e soprattutto nella trascurata ossada, nel pollame dei cortili oggi quasi deserti, nella selvaggina di piuma e di pelo, nella grande tavolozza dei risotti, uno per ogni giorno dell’anno, nelle trippe trevigiane, nella polenta e tocio, nella polenta e formajo, nella polenta e fonghi, ecc., splendide accoppiate lasciateci dalla cucina contadina e ancora nei tanti dolci e biscotti un tempo sempre presenti in ogni casa, delizia dei bambini, segno di ospitalità per chi arrivava in visita. S’è concluso un millennio, un altro sta iniziando. La cucina trevigiana, se sa guardare al di là del recinto di casa, scoprirà che il mondo intero sta riappropriandosi con orgoglio della propria storia e delle proprie tradizioni gastronomiche, ricostruendo, anche grazie ad esse, la propria identità che è valore da non perdere. Può farlo anche la dolce Treviso, che una cucina importante, ricca e godibile già la possiede fin dal lontano Medioevo, come ha diligentemente documentato il canonico Angelo Marchesan nella sua Treviso Medioevale, del 1923. É una cucina capace ancor oggi di soddisfare i suoi numerosi visitatori, ed essa — che coriserva, a volte purtroppo distrattamente, i tanti tesori di cultura, di buon gusto e di materie prime raccontati con dovizia di particolari dall’indimenticabile Giuseppe Maffioli ne «La cucina trevigiana» del 1983 e tradotto in piatti con rara sapienza da Alfredo Beltrame, entrambi grandi rinnovatori della cucina trevigiana nel dopoguerra — ha tutti i titoli per tornare ad essere, come già lo è stata, fra le più serie, solide, godibili e celebrate cucine italiane.







Sindone il caso non è chiuso

 

Il condannato fu costretto a portare sulle spalle il patibolo, dal centro di Gerusalemme fino a un colle poco fuori le mura. Lungo il percorso venne offeso, picchiato e frustrato, ma fu niente di fronte al dolore patito mentre lo inchiodavano al legno. Lo lasciarono lì, crocefisso. Quando morì, il corpo venne
portato in un sepolcro e avvolto in un telo di lino. Era venerdì. La mattina di domenica, pietro scoprì che, nel sepolcro, Gesù non c’era più: erano rimasti solo “ i lini giacenti” che gli autori dei Vangeli chiamarono sindón.
E che secondo molti credenti vanno riconosciuti nel lenzuolo conservato nel Duomo di Torino: un rettangolo lungo e stretto di tessuto su cui appare l’immagine di fronte e di schiena del corpo nudo e disteso di un uomo con la barba,
i capelli lunghi e i segni della crocifissione. È Gesù Cristo per gli “autentistici”, che si basano su leggende medioevali e testi apocrifi dell’antichità. Si tratta invece di un indiscutibile falso per la maggior parte degli scienziati e degli storici che esibiscono come prova la datazione del telo, ottenuta col metodo del radiocarbonio da tre diversi laboratori e fissata in un periodo compreso tra il 1155 e il 1390 d.C. Per gli autenticisti, tuttavia, anche questa prova scientifica è contestabile a causa dell’incendio. E pure i risultati delle ultime analisi compiute da un team di genetisti delle Università di Padova, Pavia e Perugia potrebbero aprire qualche crepa nelle granitiche certezze degli scettici.

Un lungo viaggio

A  cominciare  dal  vero  “contenuto”  della  Sindone.  Secondo alcuni scienziati, per riprodurre l’immagine di Cristo sul telo potrebbe essere stato usato un bassorilievo: non ci sono infatti le deformazioni naturali provocate dal contatto con un viso. Ma questo bassorilievo non avrebbe certo lasciato tracce di Dna. Tanto meno di origine mediorientale, come invece mostrano  le  analisi,  effettuate  sul  Dna  genomico  (quello presente nel nucleo delle cellule) estratto da alcune particelle aspirate nel 1988 dal bordo laterale della Sindone e in diversi punti sul retro dell’immagine. «Tre aplotipi mitocondriali (l’insieme degli individui che condivide alcune varianti del Dna mitocondriale, ndr), H33, H13 e H2, sono stati riscontrati in tutti i campioni: i primi due sono comuni in medio oriente, il terzo è caucasico. Uno di questi potrebbe appartenere all’uomo della Sindone, e non possiamo ignorare il fatto che H3, molto raro, sia tipico anche delle comunità dei Drusi, un gruppo etnico che vive soprattutto in aree ristrette tra Giordania e Siria, Libano e Israele, e nella regione storica della palestina: la Galilea», dice Gianni Barcaccia, coordinatore della ricerca e docente di Genetica agraria all’Università di Padova. Piuttosto comune, in Medio Oriente e in Nord Africa, è anche l’averla,  un uccellino il cui Dna è stato rinvenuto sulla Sindone insieme a quello di un verme marino e di almeno 19 specie vegetali diffuse in Europa Centrale, nel Mediterraneo e in Medio Oriente, ma anche originarie della Cina (introdotte in Europa dopo il XIII secolo) e dell’America (giunte nel XV-XVI secolo). «Il Dna delle piante era presente soprattutto sul campione dal bordo della Sindone, quello cioè più esposto alla contaminazione. La specie più abbondante è risultata l’abete rosso: l’albero geneticamente più simile si trova nelle alpi Svizzere, vicino a Torino e alla Francia, dove la Sindone è  stata conservata per secoli, a Chambéry in particolare», dice ancora Barcaccia. La Sindone soggiorna infatti da lungo tempo in Europa, ma da dove vi arrivò?«Poichè non esiste alcun documento che menzioni la Sindone prima del Medioevo, le ricostruzioni storiche dei suoi viaggi proposte dagli autenticisti sono basate su congetture», sostiene Andrea Nicolotti, docente di storia del Cristianesimo e delle chiese all’Università di Torino e autore di Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa (Einaudi). «Un tempo si pensava che fosse giunta in Francia dalla Palestina durante le crociate; altri l’hanno fatta passare per Cipro. Da circa 40 anni si afferma che sarebbe passata da Edessa (l’attuale Urfa, in Turchia) per poi giungere in Francia. Qualcuno chiama in causa i Templari. In realtà non è necessario immaginare alcun viaggio: la Sindone è stata fabbricata dopo il 1260 e la cosa più probabile è che ciò sia avvenuto in Francia, dove i documenti la attestano per la prima volta vicino a Troyes».

Falsario medievale


Lo testimonia una lettera, inviata nel 1389 dal vescovo di quella città, Pierre d’Arcis sur-Aube, all’antipapa avignonese Clemente VII: il prelato se la prende con i canonici della chiesa di Lirey, che, spacciandolo per l’autentico lino sepolcrale di Gesù, mostrano ai fedeli un lenzuolo con impressa
l’immagine di Cristo. Nella  lettera  si  ricostruisce  anche  la  storia  di  quel  telo: il fondatore della chiesa di Lirey, il cavaliere Geoffroy di Charny, “vi aveva fatto collocare con venerazione” la reliquia intorno al 1355. Non senza scalpore, però: già il vescovo predecessore di d’Arcis aveva indagato e scoperto che  un  falsario  aveva  “artificiosamente  dipinto  in  modo ingegnoso”  il  corpo  sul  telo.  Dopodichè,  racconta  ancora il prelato, la Sindone era scomparsa. Per ricomparire appunto 34 anni dopo, nel 1389, grazie all’autorizzazione del legato apostolico del re di Francia, sollecitato dal figlio del cavaliere Geoffroy. Il giovane, però, non sapeva chi avesse donato a suo padre la reliquia. «Anche se non mi pare troppo probabile, certamente non si può escludere che sia stata importata: da dove, se così fosse, è impossibile saperlo», nota Nicolotti. Un’idea in merito, però i genetisti ce l’hanno: secondo loro il telo potrebbe venire dall’India. Tra le 21 persone geneticamente  distinte  che  hanno  identificato,  infatti,  alcuni sarebbero di etnia indiana. Semplici pellegrini in Europa, come gli altri che provenivano dall’Europa Occidentale eCentro-orientale, dal Caucaso, dal Nord Africa, dal Medio Oriente  e  dall’Asia  Centrale?  Forse  no.  «Pare  improbabile che più fedeli, appartenenti a gruppi etnici rari indiani, possano aver avuto l’occasione di toccare e contaminare parti diverse di questo lenzuolo, da almeno 8 secoli ben conservato e protetto. Dato che questi Dna sono stati rinvenuti ovunque, sia nel bordo esterno sia nelle parti interne della Sindone, sembrerebbe invece più probabile che queste persone siano coloro che hanno prodotto o maneggiatoil tessuto. Come peraltro farebbe pensare il suo nome originale, sindón, che secondo alcuni linguisti deriverebbe dal termine sindia o sindie, cioè “tessuto derivante dall’India», sostiene  Barcaccia,  Ma  perchè,  sempre  nell’ipotesi  di  un falso risalente al Medio Evo, l’artista della Sindone avrebbe dovuto prendere in India un tessuto che in quel periodo poteva trovare in Francia? La tela,come sostengono molti esperti, sembrerebbe infatti essere stata lavorata da un telaio a pedali con quatto licci, un tipo di macchinario introdotto in Europa intorno al XIII secolo.

Nelle mani dei Savoia
Risposte precise non ce ne sono, ma di sicuro nessuna di queste domande sfiorò la mente del duca Ludovico di Savoia, che nel 1453 divenne proprietario del telo sacro grazie alla nipote di Geoffroy, Marguerite, che glielo cedette. «Pur non essendo la prima in ordine cronologico, la Sindone di Torino è quella che ha oscurato la fama e il ricordo di tutte le altre, essenzialmente per due motivi: a differenza delle altre contiene un’immagine molto evocativa e, ancora più importante, fu acquistata dai duchi di Savoia, diventando la reliquia ufficiale della dinastia. Svolse quindi una funzione non soltanto religiosa ma anche politica, perché il suo possesso era il segno di una particolare benevolenza di Dio verso quella famiglia», conclude lo storico. In mano ai nuovi potenti proprietari, ogni dubbio sulla sua  autenticità  scomparve  e  nel
1506 il suo culto venne approvato dal  pontefice.  Dapprima  conservata a Chambéry, antica capitale sabauda, scampata a un incendio nel 1532, nel 1578 la Sindone trovò la sua collocazione a Torino, diventata capitale sedici anni prima. E ancora oggi, dopo tanti anni, indagini e polemiche, continua a dividere gli osservatori: chi ha fede, per definizione, non ha bisogno di prove. Gli altri, invece, restano San Tommaso.

Gesù da giovane

ARIA  SANTA.  Ringiovanire  non  è  possibile  per  nessuno, tranne che per Gesù. Purché sia aiutato da un software dal sapore di telefilm poliziesco, ma realmente usato dagli investigatori della Polizia di Stato per ricostruire il volto invecchiato  dei  boss  latitanti,  quando  ne  esistono solo fotografie del passato (come nel caso del capomafia Bernardo Provenzano, le cui immagini precedenti l’arresto risalivano a 40 anni fa). Nel caso della Sindone,  il  procedimento,  svolto  a Roma, è stato invertito per ricreare l’ipotetico aspetto di Gesù da ragazzo, a partire dall’immagine del volto dell’uomo impresso sul lenzuolo conservato a Torino. Al ritratto, opera non solo del computer ma anche della mano di un disegnatore, gli esperti sono arrivati riducendo le dimensioni della mandibola, sollevando il mento e raddrizzando il naso, che sul telo pare deviato da una frattura. Il risultato è il viso di un ragazzo magrolino, con i capelli castano chiari e l’aria pulita.







Dove rivive la preistoria: villaggio Livelet

Un museo a cielo aperto nel villaggio a Revine Lago, un salto nel passato di ben 7 mila anni. Frequentati fin dal neolitico, i due laghi di Santa Maria e San Giorgio tra i comuni di Revine Lago e Tarzo, sono il residuo di un più vasto lago formato da uno dei rami del ghiacciaio del Piave durante le varie fasi delle ultime glaciazioni.
 

Dal  2007  sulla  sponda  occidentale  del  lago di Lago, è stato creato il Parco del Livelet, un museo all’aperto nel quale si scopre e si sperimenta quella che era la vita dei nostri antenati proprio in riva a questo lago nel periodo compreso tra il Neolitico (fine dell’Età  della  Pietra)  e  la  prima  Età  del Bronzo, passando per l’Età del Rame. Abitazioni,  utensili,  arredi  e  oggetti  sono  stati  ricostruiti  fedelmente, impiegando le tecniche e i materiali disponibili nella Preistoria, permettono ai visitatori, di ogni età, di viaggiare nel tempo, tornando indietro di circa 7 mila anni.

Un ponte in legno conduce all’interno del sito che conta  un  villaggio  palafitticolo,  una  struttura  al  coperto  per  attività  didattiche,  spazi  per  laboratori di archeologia imitativa o sperimentale e area picnic.  Un  sito  immerso  in  un  contesto  naturalistico unico, con piante e animali tipici dell’habitat perilacustre. Il  villaggio  è  costituito  da  tre  palafitte,  che  rappresentano diverse tipologie di insediamento abitativo in ambienteumido: una palafitta è sostenuta da solidi pali direttamente sull’acqua, una è completamente costruita sulla terraferma e una è realizzata metà su terra e metà su acqua. Dentro vengono fatte rivivere scene di vita quotidiana. Ricostruzioni che si ispirano ai reperti emersi dal vicino sito archeologico, in località Colmaggiore, nell’istmo tra il lago di Lago e il lago di Santa Maria. Ed è proprio da questo sito, che rappresenta oggi il più importante insediamento preistorico di tipo umido nel Veneto Orientale, che è nata l’idea di creare il parco. Scavi in loco hanno fatto emergere resti di palificazioni verticali, frammenti lignei combusti, massicciate di pietra, manufatti in selce scheggiata e anche frammenti di contenitori in ceramica. Tra i ritrovamenti anche un peso da telaio che testimonia indirettamente, insieme a delle fusaiole, che gli abitanti di questo sito conoscevano la tessitura.

Il Livelet è aperto alle scuole e offre a bambini e ragazzi, oltre alla visita delle palafitte, l’osservare e il toccare con mano quella che era la vita del tempo, con laboratori dedicati ai suoni della Preistoria, alla realizzazione del pane o agli scavi archeologici. Un parco che la domenica è aperto al pubblico di ogni età: visite guidate al villaggio, racconti e laboratori permetteranno di conoscere la Preistoria, non solo dai libri. Il mese di maggio sarà dedicato agli artisti preistorici, mentre giugno a sciamani e sciamane. Con luglio prenderanno avvio gli “Archeopomeriggi” (il sabato) per riscoprire le attività della Preistoria. Non mancheranno i weekend “Una notte al Livelet”, un mini corso di sopravvivenza alla Preistoria da maggio ad agosto, o il campo estivo “Archeoavventura” e “Vivi da preistorico”. Dal 2015 il Parco dispone di spazi attrezzati con tavoli e barbecue (utilizzabili su prenotazione) e un’area con scivoli, altalene e altri giochi a disposizione dei piccoli visitatori.







Le Lavandere

Storie di donne in riva ai canali

I lavatoi dei canali cittadini, ora belle fioriere, rievocano incombenze domestiche di una volta, protagoniste le donne nel loro triplice ruolo di figlie, mogli e madri.

Il Botteniga attraversa la città, e mostra, a chi vada a guardarlo intorno alla Pescheria, un nuovo atto d’acque, una loro amicizia con le case e con le strade degli uomini. Qui il margine della strada, in quartieri popolosi e popolari, è caldo e cordiale, e i tersi canali uguali gli si adeguano per meno che una riva, neanche per un gradino, proprio, invece come se si accostassero a una soglia. La città v’è pregna di tali vene, quasi serbando lì più sensibile la parentela col terreno fecondo di linfe e di sorgive, incerto fra due nature e fra la prevalenza della terra e quella dell’acqua. E questa è come esitante in una pigrizia dolce, ma viva, perché non si tratta di stagni o di palude ma di polle viventi... ».

E' Riccardo Bacchelli a scrivere dei canali di Treviso in un servizio per il Corriere della Sera nell’incipiente primavera del 1935.

 

Se poeti e pittori hanno indugiato nella rappresentazione di questo rapporto tra terra e acqua, a mediarlo fisicamente sono state per secoli, chissà mai quanti, le lavandere, discrete custodi delle intimità domestiche, infaticabili zelatrici di quel profumo di pulito che emanava dalle vesti e dalle biancherie della camera e della tavola. Dire bucato non era sola fatica fisica di braccia e di schiena, e Dio sa quanto l’inventore della lavatrice meriterebbe un monumento. Prima che l’elettricità imparasse a riscaldare l’acqua e a far girare il cestello, quando l’acqua non giungeva alle case attraverso la corsa nei tubi sotterranei, ma faticosamente portata nei secchi appesi al bigòl e riempiti alla fontana in piazza, il rito della pulizia dei tessuti poteva anche iniziare in casa con la lissia a suon di fuoco e di cenere, ma doveva poi concludersi nei generosi risciacqui dove l’acqua si fosse offerta abbondante e limpida. Le lavandere ne furono le umili artefici: ciascuna per sé e per la propria famiglia, oppure a servizio mercenario di chi aveva le possibilità per esimersi da quest’onerosa fatica, che se di un beneficio poteva vantarsi era quello di togliere tempo e spazio all’insorgere dell’esaurimento nervoso. La copiosa dotazione d’acque correnti e limpide, nei numerosi canali di Treviso che s’accostavano per meno che una riva, neanche per un gradino, ha agevolato questa pratica con tutti gli immaginabili effetti nell’igiene personale e domestica, ma anche con una positiva ricaduta nella cura ed eleganza della persona e nella confortevolezza della casa.
L’indisponibilità dei corsi d’acqua costringeva le lavandere a usare tinozze (mastèi) dentro le quali venivano lavati i panni: un ripiego tuttavia, perché l’acqua non poteva essere corrente. L’accesso ai canali avveniva da una specie di pedana (pontil) a livello d’acqua o di poco sopraelevata che poteva essere ricavata nel contesto del giardino o dell’edificio prospiciente il corso d’acqua, ma più spesso aggettante e sospesa da due tiranti nei lavatoi privati, o sorretta da palafitte nei lavatoi pubblici a più posti, così da sfruttare un migliore ricambio d’acqua.

 

Se invece la postazione si trovava sulla riva esterna di curve o gomiti del canale, era possibile fruire di una buona corrente anche ai bordi, come nel lavatoio sul canale dei Buranelli dietro il giardino di Ca’ Sugana, molto opportunamente dotato di un pannello iconografico che rende ragione della funzione del sito, diversamente sempre meno comprensibile da chi oggi si trova a passare da quelle parti. Il banco da lavoro delle lavandere era il lampor, una tavola di legno tenuta inclinata verso l’acqua da due traversi laterali, sui quali era fissato anche l’asse che fungeva da inginocchiatoio dove le donne si calavano per celebrare questo rito penitenziale. Dunque genuflesse, chinate, protese a lavare e strizzare la roba, immergendo le mani nell’acqua che d’inverno pareva spezzasse le dita. Il lampor era personale, quindi trasportabile, per questo al lavatoio pubblico le lavandere andavano con una carriola sulla quale caricavano la gesta co la roba, il lampor e magari la corda e i forconi per attrezzare uno stenditoio su qualche spazio libero e possibilmente lontano dalle polverose vie una volta tutte in terra battuta. Per le giovani, tuttavia, l’uscita di casa per «éndar al Sil» era talvolta il pretesto per eludere la severa clausura domestica, se non proprio per sognati incontri o furtivi approcci, almeno per scambiare confidenze con le coetanee o far veicolare amorosi messaggi. Quindi una opportunità cercata, abilmente programmata, simulando casualità o necessità di cui le madri, passate anch’esse per questa strada, fingevano di non avvertire l’ingenua invenzione.

 

I ricordi visivi e i racconti in famiglia si sono sedimentati in una memoria che va a localizzarli nel Canale delle Convertite, tra Piassa del Gran e Madona Granda. Da un affresco di struggente malinconia si staccano figure e suoni sconosciuti alla distratta frettolosità del nostro andare. Sia benedetto il progresso che tuttavia non ci esime dal ricordo affettuoso e grato verso tutte le donne che sui lampori hanno bruciato la giovinezza, logorato la maturità, e precocemente raggiunto la vecchiaia, guadagnandosi buanse, artrosi, mal di schiena, e polmoniti con le sole ambizioni di «mandar via i fioi rincurài»,. «‘ver la casa néta», «no dover ‘ndar a carità».

 

 

La città, che oggi sta riscoprendo la gentilezza dei fiori, restaura e infiora i vecchi lavatoi: il canto squillante dei gerani li sta trasformando in altari sui quali mi piace credere si celebri una civile liturgia di ringraziamento verso le donne trevisane, che non sono state solo gioiose e amorose ma anche laboriose.
 







Carnevale 2016

Dopo quasi duecento anni, il Carnevale di Venezia è stato riportato alla luce verso la fine degli anni Settanta tornando da subito a rivestire un ruolo di primaria importanza nel panorama delle feste italiane ed europee. Ricco di suggestioni e tradizione, il Carnevale di Venezia moderno ha riscoperto tutta la magia di un’antichissima festa che per secoli ha animato questa straordinaria città.


Durante il Carnevale, Piazza San Marco e molte zone di Venezia traboccano di iniziative e spettacoli sia improvvisati da artisti di strada che pianificati dagli organizzatori del Carnevale di Venezia, eventi inediti ed originali che trasportano Venezia in una dimensione surreale.
 
Dall’inizio degli anni ottanta, la formula del Carnevale di Venezia non cambia: ogni anno viene individuato un tema centrale che diventa il filo conduttore del programma. Da quelli sul Viaggio e sull’incontro di Culture diverse - con risultati interessanti grazie al gemellaggio con Napoli (1982) e Parigi (1984) - alla scoperta di culture ancora poco conosciute, come quelle orientali (1994/2004/2006), per arrivare al Carnevale dedicato a grandi personaggi come Casanova (1998) o Fellini (2003), i temi del Carnevale di Venezia costituiscono la base per l’organizzazione dell’intera manifestazione.

Il tema di quest’anno è:  
Creatum ovvero delle Arti e delle Tradizioni.
UN GRANDE PALCOSCENICO DOVE LE ARTI, I MESTIERI E LE TRADIZIONI DIVENTANO PROTAGONISTI DELLA STORIA VENEZIANA
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CREATUM come idea della ripartenza, come una rinascita delle antiche origini di Venezia. I nomi delle calli e dei campi della città come “calle del forno”, “ruga dei oresi”, “campiello del remer”, “fondamenta dei vetrai”, “calle dei fuseri” o la ” frezzaria” sono un inno alle arti dei mestieri, e troveranno la massima espressione in Piazza San Marco. Come in un villaggio delle meraviglie, realizzato dalle scenografie del Teatro La Fenice, gli artigiani e le loro eccellenze ci racconteranno la storia unica di Venezia.

Il cuore del Carnevale di Venezia oggi è rappresentato da Piazza San Marco con il suo grandioso palco, anche se molti eventi decentrati animano l’intera città. Durante la festa di Carnevale, le origini di questa antichissima ricorrenza sopravvivono in una combinazione di rievocazioni storiche e maschere, che invadono Venezia per divertirsi e farsi notare. Cortei spontanei rallegrano la città, suoni, balli e tanta musica, fanno riscoprire a turisti ed abitanti le origini della festa del Carnevale a Venezia dando vita ad una manifestazione molto apprezzata per la perfetta combinazione tra trasgressione, arte, storia e cultura. Maschere e costumi di Carnevale, dai più tradizionali a moderni esperimenti di creatività, portano Venezia in una dimensione senza tempo dove è possibile veder sfilare statiche e fredde dame del Settecento accanto a ingegnosi e creativi costumi moderni.

La tradizione del Giovedì Grasso a Venezia:
Il Giovedì Grasso, nel Carnevale moderno, commemora la vittoria della Repubblica di Venezia contro il patriarca Ulrico. Approfittando della guerra tra Venezia, Padova e Ferrara, Ulrico assalì Grado costringendo alla fuga il patriarca di Venezia.
Per riparare all’oltraggio il Doge Vitale Michiel II salpò con la flotta verso Grado, ponendo fine alle mire di Ulrico e dei feudatari ribelli. Come risarcimento Venezia chiese che ogni anno il Patriarca di Aquileia inviasse un toro e dodici maiali, in occasione del Giovedì Grasso. Dopo l’allestimento di una parodia dove toro e maiali interpretavano i ribelli, gli animali venivano macellati per gli abitanti di Venezia. Dal 1420, anno in cui il Friuli passò sotto la dominazione di Venezia, la festa rimase in vita come una delle tradizioni del Giovedì Grasso. Quest’anno lo festeggiamo il 4 febbraio.
Durante il Carnevale di Venezia sono molti gli eventi tradizionali che ci riportano ai fasti dello storico Carnevale Veneziano:

La festa delle Marie è un’antichissima festa veneziana, la cui origine è controversa e della quale si hanno notizie solo a partire dal 1039. Nel giorno della purificazione di Maria, il 2 febbraio, a Venezia era usanza celebrare il giorno della benedizione delle spose, durante il quale venivano benedetti collettivamente, presso la Basilica di San Pietro di Castello, i matrimoni di dodici fanciulle, scelte tra le più povere e belle della città. Per contribuire alla costituzione della dote di queste spose, le famiglie patrizie di Venezia erano coinvolte con delle donazioni ed era consuetudine del Doge concedere in prestito alle fanciulle gli splendidi gioielli e gli ori provenienti dal tesoro della città. A seguito del sontuoso matrimonio svolto alla presenza del Doge e della nobiltà veneziana, le spose venivano accompagnate in corteo verso Piazza San Marco. Giunte presso il Palazzo Ducale, le fanciulle ricevevano gli omaggi dal Doge che le invitava con onore ad un ricco ricevimento a palazzo. Successivamente il corteo si imbarcava sul Bucintoro che, scortato da piccole e numerose imbarcazioni di concittadini festanti, percorreva il Canal Grande verso Rialto, raggiungendo in seguito la Chiesa di Santa Maria Formosa, dove si svolgevano altre solenni celebrazioni. Pare che nel 943, al tempo del dogado di Pietro III Candiano, durante le celebrazioni del matrimonio e tra lo stupore generale, irruppero in chiesa dei pirati istriani che rapirono le spose con tutti i gioielli della dote, custoditi da ciascuna di loro in graziose cassette decorate, chiamate arcelle. Dopo l’iniziale incredulità e la confusione generata dal brutale episodio, dei veneziani valorosi si posero all’inseguimento dei pirati, salpando delle imbarcazioni ed organizzando una spedizione, con alla testa il Doge stesso. Riuscirono a raggiungere i pirati presso Caorle, dove li attaccarono ed uccisero tutti, liberando le dodici fanciulle e i loro preziosi ori. Il Doge, affinché non vi fosse per nessuno la possibilità di commemorare questi spregevoli individui, dispose che i cadaveri non ricevessero sepoltura e che fossero tutti gettati in mare. Stabilì inoltre che il luogo dove era avvenuto questo cruento episodio si chiamasse Porto delle Donzelle, nome che a tutt’oggi permane. In onore di questa vittoria sui pirati si decise quindi di istituire la Festa delle Marie, da tenersi annualmente per celebrare l’evento. Iniziava con la selezione di dodici tra le più belle ragazze di Venezia, scelte in numero di due per ogni sestiere e ribattezzate per l’occasione Marie.
Venivano poi invitate le famiglie patrizie ad impegnarsi nel fornire alle fanciulle le vesti, gli addobbi e i gioielli per renderle ancor più principesche.
La Festa, un momento unico per ammirare i costumi della tradizione veneziana, si snoda su più giorni. Quest’anno si inaugura sabato 30 gennaio, con il corteo delle dodici ragazze veneziane selezionate nelle settimane precedenti. Il corteo pedonale, accompagnato dai gruppi storici in costume partirà da San Pietro in Castello alle 14.30 circa, percorrendo tutta la Riva degli Schiavoni e giungendo in Piazza San Marco verso le 16.00, ove avrà luogo la presentazione delle “Marie” alla cittadinanza. L’ultimo giorno di Carnevale verrà eletta la “Maria del Carnevale”, la più dolce e aggraziata delle 12 ragazze che riceverà come da tradizione l’omaggio del Doge in persona, al termine del corteo acqueo in partenza da San Giacomo dell’Orio.

 

Il Volo dell’Angelo: In un’edizione del Carnevale verso la metà del Cinquecento, tra le varie manifestazioni e spettacoli organizzati in città, fu realizzato un evento straordinario che fece molto scalpore: un giovane acrobata turco riuscì, con il solo ausilio di un bilanciere, ad arrivare alla cella campanaria del campanile di San Marco camminando, nel frastuono della folla sottostante in delirio, sopra una lunghissima corda che partiva da una barca ancorata sul molo della Piazzetta. Nella discesa, invece, raggiunse la balconata del Palazzo Ducale, porgendo gli omaggi al Doge. Dopo il successo di questa spettacolare impresa, subito denominata Svolo del turco, l’evento, che solitamente si svolgeva il Giovedì Grasso, fu richiesto e programmato come cerimonia ufficiale anche per le successive edizioni, con tecniche simili e con forme che con gli anni subirono numerose varianti. Per molti anni lo spettacolo, mantenendo lo stesso nome, vide esibirsi solo funamboli di professione, finché non si cimentarono nell’impresa anche giovani veneziani, dando prova di abilità e coraggio con varie spericolatezze e variazioni sul tema. Quando queste variazioni portarono a prevedere, per lunghi anni di seguito, un uomo dotato di ali ed appeso con degli anelli alla corda, issato e fatto scendere a gran velocità lungo la fune, si coniò il nuovo termine di Volo dell’Angelo. Il prescelto, al termine della discesa nel loggione di Palazzo Ducale, riceveva sempre dalle mani del Doge dei doni o delle somme in denaro. Vi furono alcune edizioni che videro gli acrobati utilizzare per i loro spettacoli degli animali, barche e varie altre figure, oltre a rendere l’impresa sempre più difficile con ardite evoluzioni e anche svoli collettivi. Nel 1759, l’esibizione finì in tragedia: ad un certo punto, l’acrobata si schiantò al suolo tra la folla inorridita. Probabilmente a causa di questo grave incidente, l’evento, svolto con queste modalità, fu vietato. Da questo momento il programma si svolse sostituendo l’acrobata con una grande colomba di legno che nel suo tragitto, partendo sempre dal campanile, liberava sulla folla fiori e coriandoli. Dalla prima di queste edizioni, il nome di Volo dell’Angelo divenne quindi Volo della Colombina. Nel Carnevale moderno si è deciso di ripresentare al pubblico, in una veste simile a quella originale dell’antico Carnevale, la ricorrenza del Volo dell’Angelo, nella sua variante di Volo della Colombina. Dall’edizione del 2001, la prima del millennio, si è passati nuovamente alla vecchia formula del Volo dell’Angelo, sostituendo la Colombina con un artista in carne ed ossa che assicurato da un cavo metallico, effettua la sua discesa dalla cella campanaria del campanile scorrendo lentamente verso terra, sospeso nel vuoto, sopra la moltitudine che riempie lo spazio sottostante. L’evento si festeggia la prima domenica di Carnevale, quest’anno è programmato per il 31 gennaio alle ore 12,00.
Visto il successo del Volo dell’Angelo, dall’edizione del Carnevale 2012 è stato introdotto un nuovo evento, il Volo dell’Aquila, che si svolge la settimana successiva al Volo dell’Angelo, di cui ricalca le modalità. Potremo godercelo quest’anno il 7 febbraio alle ore 12,20. Con lo “Svolo del Leon”, che si svolgerà martedì 9 febbraio ore 17,00, si celebrano i più alti tributi al Leone alato di San Marco, simbolo della città che, eccezionalmente, salirà sul Campanile dipinto su di un grande telo scenografico per volare sopra il pubblico presente in piazza. Ad accoglierlo sul palco del Gran Teatro i versi dell’inno di San Marco intonate da un coro veneziano, dodici fanciulle veneziane, le Marie, accompagnate da altrettanti cadetti in alta uniforme che saluteranno il vessillo di Venezia. Un rituale di grande suggestione a suggellare il congedo del Carnevale, il martedì grasso. Il Carnevale si conclude simbolicamente con la Vogata del Silenzio, un corteo di gondole silenziose che dal Ponte di Rialto raggiungono navigando il Bacino di San Marco transitando lungo un Canal Grande illuminato a lume di candela.  Quando il corteo raggiunge Punta della Dogana si celebra un simbolico addio al Carnevale.
Nei giorni del Carnevale i grandi palazzi di Venezia accolgono le più sfarzose ed esclusive feste in maschera. Eventi esclusivi e di grande pregio storico e artistico dove eleganza e stile si fondono nella trasgressione. È nel Settecento che il Carnevale di Venezia raggiunse l’apice della sua fama come momento di trasgressione e di travestimento, di gioco e di ballo in maschera. Camuffare la propria identità, trasgredire le regole, superare i vincoli sociali e religiosi era un richiamo irresistibile per coloro che volevano esibirsi in sontuosi costumi, nascondersi e rivelarsi seguendo l’ispirazione del momento.

Il clou del Carnevale moderno, che ogni anno ritorna sotto le vesti di un tema-chiave, inizia il sabato che precede il Giovedì Grasso e termina il Martedì Grasso stesso, che chiude il periodo festoso dando il via a quello castigato della Quaresima.
Con atmosfere e luoghi differenti, il Carnevale è tornato ad essere una grande festa popolare, nella quale maschere e turisti si disseminano per calli e campielli, la città tutta è attraversata da uno spirito festoso, nei campi risuonano le note dei concerti live, artisti di strada e gruppi musicali si esibiscono spontaneamente negli angoli di maggiore passaggio.

Naturalmente le feste più ambite sono quelle che si svolgono nei palazzi, ricchi di arredi e atmosfere di un tempo che sembra essersi fermato, ambienti adatti a rievocare la magia di gala sontuosi e raffinati, degli sfarzosi balli in maschera, dove è naturalmente d’obbligo il costume d’epoca.   La festa più regale è il Ballo del Doge, ovvero di colui che della città era il reggente, l’autorità più importante della Repubblica. Un happening elegante e mondano, cui giungono ospiti da ogni paese, noti e meno noti, che per una notte si celano sotto una maschera e un costume della tradizione veneziana. Quest’anno Antonia Sautter ha scelto The Secret Gardens of Dreams quale tema della XXIII Edizione de Il Ballo del Doge: “Oniricum, Immaginarium, Desiderium” tre Giardini, tre suggestioni che condurranno gli Ospiti alla ricerca di emozioni mai vissute, di sogni dimenticati e di quelli che mai avranno fine…Dopo il cocktail di benvenuto ha luogo una cena placé nelle sale del palazzo, con  performance artistiche, melodiche e danzanti che si inoltrano fino alle prime ore del mattino.
All’Hotel Splendid Venice si susseguiranno numerosi eventi danzanti, tra i quali Cioccolata Danzante, dove si potranno gustare cioccolata calda e dolcetti veneziani in una festosa atmosfera di carnevale, Step by Step con cocktail e canapè caldi e freddi mentre il Maestro di Ballo con la sua partner mostreranno i passi base delle danze d’epoca insieme a un trio classico e una cantante lirico, e Ultimo valzer a Venezia, una cena in costume con balli del Settecento-Ottocento all’interno della suggestiva cornice dell’hotel Splendid Venice, a due passi da San Marco in calle delle Mercerie. Nell’esclusiva atmosfera dell’Hotel Danieli si potrà partecipare al Minuetto, il primo ballo in maschera del carnevale di Venezia 2016, e a Cotillon, un pomeriggio con gli amici divertendosi ad imparare i balli di gruppo del 1700 quali i celebri minuetti e i cotillon, insegnati dai nostri Maestri di Ballo e con l’accompagnamento musicale di un trio di musica barocca, gustando cioccolata calda e dolci. Il Minuetto al Ridotto si terrà invece all’Hotel Monaco & Gran Canal: una cena in costume nello storico e splendido salone del Ridotto, dove un Maestro di Ballo con la sua partner e un ensemble barocco di sette musicisti coinvolgeranno gli ospiti in balli di gruppo d’epoca quali minuetti e quadriglie, durante la cena e fino a conclusione della serata. Inoltre, Una cantante lirica allieterà gli ospiti, tra un ballo e l’altro. Al Monaco si potrà partecipare anche al Carnival Dream, la più elegante festa del Carnevale che riporta in vita la tradizione veneziana per il teatro e la tradizione carnevalesca per il divertimento e il ballo nello storico salone frequentato da nobili, giocatori e avventurieri dell’epoca come Giacomo Casanova Infine a Palazzo Pisani Moretta il Gran Ballo di Carnevale, il Ballo Tiepolo, appuntamento internazionale del carnevale di Venezia dal 1998. Cantanti lirici, performer e ballerini intratterranno gli ospiti durante il ricco cocktail di benvenuto al piano terra e in tutte le sale del piano nobile dove si svolgerà la cena, servita come ai tempi della nobiltà veneziana.







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