L'hi-tech che fa gola a tutti

Spara-palloni robotici, droni, software per l’analisi delle tattiche: Sono le nuove armi degli allenatori di calcio per guidare le squadre alla vittoria.

Davanti a una situazione casuale, riesce sempre a trovare la migliore soluzione possibile: è questo che fa, di un calciatore, un valore aggiunto per la sua squadra e un pericolo per i suoi avversari». Sembra che siano state queste parole - pronunciate dall’allenatore della squadra inglese dell’Arsenal, Arsène Wenger - a ispirare Christian Güttler, un inventore tedesco con la passione per il pianoforte e per il calcio. E a fargli venire l’idea di costruire una macchina che aiutasse i calciatori ad affinare la tecnica e a migliorare la capacità di prendere decisioni in tempi brevi. La macchina si chiama Footbonaut, è molto più semplice cannone “sparapalle” impiegato nel tennis e nel baseball, ed è sbarcato nelle sedi di allenamento delle squadre tedesche del Borussia Dortmund e dell’Hoffenheim, che lo sperimentano già dalla scorsa stagione

IL CALCIO IN GABBIA
I risultati sono soddisfacenti, come conferma Jürgen Klopp, ex allenatore del Borussia: «Footbonaut è perfetto per migliorare il controllo del pallone», sostiene Klopp, «perché spinge il calciatore a usare alcune sue capacità (come quella di fermare la palla, di calciarla con precisione ecc., ndr) a un ritmo altissimo e in un ambiente delimitato». In  più,  la  “gabbia  robotica”  si  è  dimostrata  efficace  anche per aiutare i giocatori infortunati nella riabilitazione, col risultato di costruirsi una fama che si sta diffondendo oltre i confini della Germania e che è giunta fino in Qatar, dove i dirigenti del calcio hanno voluto che se ne installasse una nella locale Aspire Academy. Parliamo di uno dei centri sportivi più avveniristici del pianeta, inizialmente costruito per reclutare e addestrare i calciatori che rappresenteranno il Paese ai Mondiali del 2022 (che si terranno proprio in Qatar), ma che sempre più spesso viene impiegato anche dalle maggiori squadre europee (come Bayern Monaco e Barcellona) che si spingono fin qui per rifinire la preparazione nella pausa invernale dei loro campionati.

SCHEMI AL PC
L’avrete capito, l’immagine romantica dell’allenatore con il fischietto e dei calciatori che corrono sui gradoni delle tribune è ormai quasi un vecchio ricordo: oggi a scendere in campo è, sempre più spesso, la tecnologia. In vista dei Mondiali, il Qatar sta investendo risorse anche in quello che qualcuno ha già ribattezzato “calcio computazionale”, ovvero l’analisi delle partite attraverso l’applicazione di modelli matematici, per cercare di individuare, per esempio, i punti deboli di una squadra o semplicemente gli “elementi caratteristici” della sua tattica. Tra i pionieri di questa disciplina c’è Laszlo Gyarmati, ingegnere del software al Qatar Computing Research Institute di Doha, che, tanto per dare un’idea, ha appena pubblicato i risultati di una ricerca sulle tattiche delle squadre spagnole nel campionato 2013/2014. Gyarmati ha passato al setaccio (con un software da lui ideato) gli oltre 300 mila passaggi con cui i calciatori si sono scambiati la palla durante le 380 partite del campionato. Attraverso l’esame delle posizioni di partenza e di arrivo del pallone, sono stati individuati, per ogni squadra, i “modelli” di passaggio più ricorrenti: più numerosi in alcuni team come Real Madrid e Barcellona (rispettivamente 151 e 180 gli schemi impiegati più di frequente), meno in altri, come l’Atletico Madrid (solo 31). «Questo», spiega Gyarmati, «suggerisce che squadre come  Real  e  Barcellona  abbiano  uno  stile  di  gioco  ben definito e quindi anche prevedibile, diverso dall’Atletico Madrid, che è più difficilmente riconducibile a modelli e, dunque, più sorprendente».Se poi sia stato davvero questo fattore a fare la differenza e a determinare la vittoria finale dell’Atletico Madrid in quel campionato, è difficile dirlo... «Quel che è certo», sottolinea Gyarmati, «è che, col passare del tempo e con l’avvento di computer sempre più veloci e potenti, l’allenatore potrà ottenere più facilmente informazioni utili sulle abitudini degli avversari che andranno a incontrare. E per scoprire che preferiscono i passaggi brevi ai lanci lunghi», conclude Gyarmati, «non sarà più necessario trascorrere ore al video, come capita adesso, ma basterà interpellare il software».

PIÙ GPS, MENO GUAI
Sfruttare l’hi-tech per monitorare le prestazioni dei giocatori non è però una novità. Ormai i preparatori atletici delle squadre hanno a disposizione strumenti per analizzare (quasi) ogni singolo movimento dei calciatori e trasformarlo in un dato da studiare: a questo scopo gli atleti indossano, sopra alla solita tuta, un corpetto che contiene un’antenna gps (a volte anche un accelerometro) che, insime  al  cardiofrequenzimetro,  permette  di  registrare tutti i dati relativi a metri percorsi, velocità, accelerazioni ed energie spese durante l’allenamento.Ciò consente di individuare, per esempio, per ogni calciatore una “soglia” di fatica da non superare nelle sedute settimanali, se si vogliono evitare guai muscolari la domenica, in partita: nello scorso campionato il Barcellona ha più che dimezzato gli infortuni dei giocatori rispetto all’anno precedente (20 contro 44) proprio adottando un sistema di questo tipo.

DALL’ALTO
Ma la grande star dei campi di allenamento, al momento, sono i droni, impiegati in Italia dal Napoli e dall’Inter: «Ne abbiamo sperimentato uno durante il ritiro estivo a Brunico», racconta Michele Salzarulo, che all’Inter ricopre il ruolo di match analyst (un assistente-tattico dell’allenatore). «Il vantaggio di usare un quadricottero», spiega Salzarulo, «è che puoi vedere, in diretta sull’iPad o a fine allenamento al computer, i giocatori ripresi da un punto di vista unico. Si può impostare il drone affinché copra una precisa zona del campo, in modo da osservare, per esempio, i movimenti della linea difensiva nell’insieme. O, al contrario, fargli seguire per tutto il tempo uno stesso giocatore. Nei campi più grandi come quelli dove ci alleniamo tutto l’anno», conclude Salzarulo, «per realizzare le riprse dall’alto usiamo “telecamere tattiche” installate sulle tribune».

CHI DORME, VINCE
Droni, telecamere tattiche, oltre a esercitazioni con gps e accelerometri, sono il pane quotidiano pure per i calciatori dello Swansea City, la squadra (gallese) del campionato  inglese  di  Premier  League,  che  ha  addirittura  uno staff di esperti in ”scienza dello sport” che non lasciano nulla al caso. Le prestazioni dei calciatori sono analizzate, pure qui, con i gps, e i dati ottenuti vengono usati per scoprire se qualcuno tira indietro la gamba e per disegnare programmi  di  allenamento  personalizzati,  oltre  che  per ridurre il rischio di infortuni. A proposito, per prevenire le lesioni dei muscoli flessori della coscia (un inconveniente diffuso tra i calciatori), dall’Australia è stata importata una macchina non ancora in commercio (Nord Bord) che consente di eseguire esercizi che rinforzano le gambe degli atleti in modo pressoché simmetrico: è stato infatti ipotizzato che proprio uno squilibrio di forze nei due arti inferiori possa predisporre a questo genere di infortunio. E persino il riposo, nei calciatori, viene studiato al microscopio: «Per ottenere il massimo sul campo», sostiene Johnny  Northeast,  capo  degli  “scienziati”  della  squadra, «è necessario che gli atleti dormano bene. Per questo facciamo indossare loro dei braccialetti-sensore per monitorare la qualità del sonno». Durante la preparazione al campionato, la società ha addirittura messo a disposizione dei suoi calciatori 30 snoozebox: si tratta di ”mini hotel portatili” (ricavati da container rimessi a nuovo) dotati di letto e doccia, per l’occasione installati direttamente sul campo, in modo da consentire al team - mancando un albergo nei dintorni - di fare il pisolino tra la sessione del mattino e quella pomeridiana. Quali i frutti di tali spiegamenti di forze? Lo Swansea, per esempio, naviga a metà classifica di Premier League, ma pur sempre dietro le “grandi”; in Germania il Borussia continua a inseguire gli storici rivali del Bayern, mentre l’Hoffenheim, nonostante Footbonaut, annaspa a fondo classifica. Perchè scienziati e tecnologi saranno pure utili, ma forse per vincere servono ancora i campioni.

Roberto Graziosi







Robot rasaerba

PER UN GIARDINO SEMPRE AL TOP

Da qualche anno ne sentiamo parlare sempre più spesso e cominciamo a vederli, oltre che sui grandi prati dei campi sportivi, da golf  o  di  grandi  alberghi,  anche  in  qualche  giardino  privato  non necessariamente di grandi dimensioni. Stiamo parlando dei robot rasaerba, la soluzione ideale per i più pigri, per chi non ha tempo, ma anche per chi vuole un prato perfetto sempre.

Infatti i robot rasaerba, funzionando sempre durante le stagioni primaverile ed estiva mantengono sempre l’erba alla giusta altezza spuntandone ogni giorno una piccolissima porzione, invisibile per chi guarda il prato, ma importante perché depositandosi sul terreno fa da fertilizzante migliorando nel tempo la compattezza e la salute del manto erboso.

Sia che si abbia a disposizione un grande spazio adibito a prato, o che si tratti di un piccolo spazio verde, mantenerlo nelle condizioni migliori è molto più semplice se si dispone del robot rasaerba adatto.

Non tutti i prati sono uguali, quindi nemmeno i rasaerba possono esserlo, ma tra diversi modelli e proposte bisogna saper scegliere quello più adatto a ciascuna esigenza. Un prato si differenzia da un altro, oltre che per le dimensioni, per la pendenza, la sua struttura e conformazione, il perimetro che lo delimita.

Se fino a poco tempo fa la scelta per il rasaerba giusto per il proprio spazio verde era tra i modelli elettrici o a motore, la tecnologia e diversi anni di perfezionamenti e innovazioni hanno dato vita a robot capaci di tosare il prato in modo esteticamente perfetto, sicuro e senza bisogno della presenza dell’uomo. Dotati di sensori che li fanno muovere come programmato, queste piccole macchine intelligenti riescono a fare autonomamente e in modo affidabile il lavoro che prima doveva essere gestito dalla presenza di una persona.

Dotate di sensori, come i forse più comuni robot aspirapolvere, queste piccole macchine programmabili si occupano di tagliare il prato da sole, senza l’aiuto dell’uomo, rasando l’erba all’altezza desiderata. Dopo anni di studi e di perfezionamento, ad oggi sono sul mercato diversi modelli, distribuiti da varie aziende, con un buon livello di efficienza e di affidabilità.

Le pile ricaricabili li rendono autonomi e sono anche capaci di andare a rigenerarsi quando stanno per esaurirsi.
Grazie ad un telecomando è facile interagire con essi, anche stando comodamente sul divano di casa.
 

1 – DIMENSIONI DEL PRATO
Il primo dato da conoscere per poter scegliere il rasaerba migliore è la grandezza del prato; sulla base di questa informazione si può cominciare a valutare il modello più consono alle proprie esigenze.
A grandi linee si può dire che i modelli più piccoli servono per distese erbose che non superano i 400 metri quadri, quelli medi vanno bene fino a 2.000 metri quadri e i robot rasaerba più grandi sono efficienti anche su aree di 3.000 metri.
Per un piccolo prato può bastare un modello basico, possibilmente impermeabile, che lavora anche di notte o con la pioggia, oppure va a ripararsi alle prime gocce, con i dispositivi di sicurezza base che bloccano la lama in caso di ribaltamento.
Per  grandi  distese  sono  stati  realizzati  rasaerba  che  riescono a muoversi efficacemente su pendenze fino a circa 30°, con una lama di taglio più grande, che riconoscono l’erba già rasata e gli ostacoli grazie a sofisticati sensori e cambiano direzione senza ripetere gli stessi movimenti in modo da aumentare l’efficienza in modo da coprire grandi superfici più rapidamente.
 

2 – PENDENZA DEL TERRENO
Per una rasatura ottimale ed esteticamente perfetta è importante valutare il livello di pendenza del terreno; se il vostro prato ha pendenze medie (fino a 30°) o addirittura forti (fino a 45° ovvero 100%) è consigliabile un robot rasaerba con quattro ruote motrici, in grado di lavorare senza problemi in qualsiasi condizione di aderenza. anche in prati sconnessi.


 

3 – CONFORMAZIONE DEL TERRENO
In base alla conformazione del vostro giardino dovrete valutare la tecnologia alla base dell’intelligenza del vostro robot rasaerba. Se disponete di un prato dalla forma semplice e abbastanza regolare scegliete un rasaerba con filo perimetrale. L’installazione del filo è semplicissima e non richiede nessuna esperienza. Se invece il vostro prato è irregolare o frammentato meglio scegliere un robot rasaerba completamente automatico che non necessiti di filo e faccia affidamento solo sui sensori in grado di riconoscere dove c’è erba e quindi debba lavorare e dove invece debba semplicemente passare oltre.
 

4 – AMPIEZZA DELLA LAMA
L’ampiezza della lama è un’altra delle caratteristiche importanti da valutare quando si sceglie il proprio modello. E’ vero che una lama più grande lavora le superfici in tempi minori, ma se il prato è piccolo, perchè comprare un modello più costoso e più ingombrante per fare lo stesso lavoro che esegue già bene un robot di dimensioni più piccole?
 

5 – MULCHING
Il mulching di un rasaerba è la capacità di sminuzzare e ridistribuire sul prato gli sfalci di erba tagliata, al fine di farli diventare concime per il prato stesso. E’ una funzione dal duplice vantaggio: oltre al fatto di concimare, che se per un piccolo prato è di importanza relativa, ne assume molta in caso di grandi superfici, ha l’indubbio pregio di evitare di doversi preoccupare di disfarsi degli sfalci di erba. Questa funzione è ormai propria di tutti i migliori robot con sensori, che la eseguono efficacemente, sminuzzando l’erba in modo tale che, distribuita dalla stessa macchina sul terreno, diventi in breve ottimo concime.


 

6 – SICUREZZA ATTIVA E PASSIVA
Dal punto di vista della sicurezza, sono molte le funzioni che rendono sicura sia la macchina che il suo funzionamento. Si va dai modelli che sono totalmente gestibili tramite il cellulare, a quelli dotati di una password che, in caso di furto, ne impedisce l’utilizzo. Se una persona tocca i
sensori laterali o l’impugnatura del robot, questo si arresta immediatamente.I migliori robot rasaerba inoltre dispongono di sistemi antifurto e codice PIN per scoraggiare i malintenzionati; il sistema antifurto ci permetterà di proteggere il nostro fido amico robot senza doverci preoccupare di ritirarlo in garage.
 

7 – PROGRAMMAZIONE
Questi piccoli prodigi della tecnologia sono programmabili impostando l’ora e i giorni in cui si desidera che vadano in funzione; spesso è possibile programmare la settimana di taglio e i alcuni modelli dispongono di gestione remota da app scaricabile su smartphone e tablet.
 

8 – PREZZO
I prezzi dei rasaerba sono abbastanza vari. Si parte, per un modello base ma completo di tutti gli optional descritti, dai 1.500 euro circa. I modelli più importanti, con ruote motrici e maggiore potenza, superano i 2.000 euro, fino ad arrivare anche al doppio per i robot tagliaerba più sofisticati.
 

CONCLUSIONI
Le moderne macchine rasaerba sono sempre più efficienti e ricche di innovazioni e miglioramenti. L’importante è essere accorti ed informarsi sulle caratteristiche di ciascuna, confrontandole con le proprie reali necessità, in modo da scegliere il meglio per sé e per il proprio prato.







La guerra della privacy

WhatsApp, Telegram, Allo e Signal, qual è la più sicura?
di Massimiliano Di Marco

 

A confronto quattro applicazioni di messaggistica su una delicata questione: la privacy.
Nella guerra della sicurezza dei dati dell’utente, molte applicazioni di messaggistica hanno iniziato a usare la crittografia “end-to-end”. WhatsApp, Telegram e Signal sono i tre esempi più noti; i primi due poiché sono molto utilizzati e il secondo perché il suo protocollo di sicurezza è estremamente valido. Nel prossimo futuro, poi, è attesa Allo di Google. Ci sono però altri fattori da valutare e che analizzeremo in seguito: ha senso usare un’app dalla solida crittografia end-to-end se questa è effettivamente utilizzata da pochi utenti in tutto il mondo? Bisogna quindi raggiungere un compromesso tra popolarità e privacy.
Nel caso di WhatsApp, Telegram e Signal, qual è l’app più sicura?
 

WHATSAPP
WhatsApp ha oltre un miliardo di utenti. Ciò significa che non solo deve proporre una qualche funzionalità di protezione dei dati e della privacy degli utenti, ma anche un set di funzioni tale per cui resti popolare e usata.
Iniziamo con il valutare la crittografia end-to-end di WhatsApp. Tale crittografia coinvolge il contenuto dei messaggi, le chat di gruppo e i file multimediali: il contenuto è al sicuro. Ma c’è una grossa falla. WhatsApp raccoglie quelli che vengono definiti “metadati”, ossia dati generici ma che possono comunque essere funzionali in un’indagine delle forze dell’ordine, ad esempio.

Quali sono questi metadati? Se avete scritto a un dato contatto, questo è un metadato che WhatsApp raccoglie; la vostra lista contatti è un altro esempio. Questi dati non solo sono in possesso di WhatsApp, ma la politica della società, facente parte della rete di Facebook, prevede che possa consegnarli alle autorità sotto richiesta del governo.
Insomma: se qualcuno della vostra lista contatti viene coinvolto in un’indagine, WhatsApp sa se lo avete contattato e quando. Non si può nascondere questo metadato. Infine, riguardo al contenuto dei messaggi, c’è un’altra falla molto importante. Le chat possono essere salvate su cloud, tramite Google Drive o iCloud: ciò significa che se uno di questi servizi viene hackerato, c’è la possibilità che tutte le vostre chat vengano esposte. A prescindere dalla crittografia. Tale funzione è facoltativa, il che significa che potete tenere le vostre chat salvate in locale, ma è molto popolare fra gli utenti, che possono importare le chat quando cambiano telefono o sistema operativo in modo semplice e veloce.
 

TELEGRAM
In merito a Telegram, bisogna evidenziare che, chiacchiere commerciali a parte, non è poi così sicuro. Il protocollo usato dall’app di messaggistica, chiamato MTProto, è realizzato internamente, ma non da crittografi professionisti.
Il ricercatore di sicurezza Thaddeus Grugq, in un post molto diretto sul proprio blog, ha così descritto Telegram: “In breve, Telegram è incline a errori, ha una crittografia traballante e realizzata internamente, raccoglie enormi quantità di metadati, ruba la rubrica ed ora è un covo di terroristi. Non potrei pensare a una combinazione peggiore per un’app di messaggistica che si definisce sicura. Insomma, per una protezione decente, usate qualsiasi altra cosa”.

Telegram ha una tale reputazione in termini di sicurezza da essere considerata la preferita dai gruppi terroristici per comunicare senza essere intercettati dalle forze dell’ordine. La realtà è un pochino diversa.
Infine, bisogna considerare che per impostazione predefinita i messaggi inviati e ricevuti tramite Telegram vengono salvati sui server dell’azienda in forma non cifrata.
Allora perché l’ISIS usa Telegram? Non per la crittografia, ma per i suoi canali. Tramite essi, può raggiungere centinaia o migliaia di persone con un solo messaggio. Una funzione che non è presente su WhatsApp, molto più popolare.
 

SIGNAL
E arriviamo al chiaro vincitore. Perché? Signal non raccoglie né dati né metadati riguardo a cosa inviate, a chi inviate messaggi o quando lo fate. Al massimo, Signal, un’applicazione no profit e open-source, ricorda l’ultima volta che vi siete connessi, ma tale dato è arrotondato al giorno (ieri, oggi, lunedì, etc.).
La lista dei contatti dev’essere condivisa affinché vengano trovati altri contatti che usano l’applicazione ma, come è stato spiegato a The Intercept, viene fatto in modo tale che una volta eseguita questa operazione, la rubrica viene cancellata dai server di Signal. Inoltre, i numeri di telefono sono offuscati.
Infine, non è presente la funzione di backup delle chat, il che rende sicuri i messaggi e le foto da eventuali hackeraggi dei servizi cloud. Se cambiate smartphone, però, dovete spostare manualmente le chat, importando l’archivio in locale sul nuovo dispositivo. Signal è disponibile per iOS e Android. È realizzata senza scopo di lucro da Open Whispers System ed è open-source.   L’essenza di Signal, come anticipato, si traduce in meno funzioni per l’utente finale, a cominciare proprio dall’assenza di backup. Bisogna poi considerare che tre persone lavorano full-time a Signal: due sono sviluppatori software e una si occupa del supporto. Signal è gratuita e si finanzia solo con le donazioni volontarie.
Ciò implica che in quanto a funzionalità, Signal è nettamente inferiore ai concorrenti. Inoltre, è usato da pochi milioni di persone in tutto il mondo. Il fondatore di Open Whispers System, la società che gestisce Signal, non distribuisce i dati sul numero di utenti che usano mensilmente l’app, ma secondo il Play Store è stata scaricata da un numero compreso tra 1 e 5 milioni. Un’unghia in confronto a WhatsApp e Telegram
 

ALLO
Parlare di privacy e Google è un discorso ampio. Da una parte, l’azienda di Mountain View deve adeguarsi all’ultimo trend ma allo stesso tempo deve raccogliere i dati da vendere ai pubblicitari, vale a dire la sua principale fonti di profitti.
L’app di messaggistica Allo, presentata ufficialmente nel corso del recente Google I/O, di base non avrà la crittografia end-to-end: spetterà all’utente, qualora venisse adeguatamente informato (e non ne siamo certi), attivare tale funzionalità. Non è prevista per impostazione predefinita poiché Allo punterà molto sull’apprendimento automatico (machine learning) di Google Assistant, le cui abilità sarebbero impossibili se non potesse avere accesso ai messaggi.

Allo e Duo saranno i due pilastri del servizio di messaggistica di Google. Il contenuto dei messaggi dovrà essere letto per fornire servizi accessori: ricerche rapide tramite Google, prenotazioni di voli, alberghi e ristoranti, l’uso di Maps. Allo è in tutto e per tutto un’applicazione di messaggistica pensata per convogliare l’utente nei servizi di Google e non per proteggere la sua privacy; anzi, è il contrario.
Il noto Edward Snowden, la “talpa” che ha svelato le informazioni che hanno portato al “datagate” e messo in cattiva luce l’NSA (l’agenzia di sicurezza nazionale statunitense), ha pubblicato un tweet molto rappresentativo: “La decisione di Google di disabilitare la crittografia end-to-end per impostazione predefinitiva nella nuova app Allo è pericolosa e la rende non sicura. Evitatela per il momento”.


QUAL È LA PIÙ SICURA?
Come abbiamo visto, Signal è l’unica app di messaggistica per smartphone che può essere definita sicura da occhi indiscreti. Si tratta anche, però, dell’app meno diffusa tra quelle qui analizzate (in attesa dell’arrivo di Allo). All’utente la decisione finale, sapendo, però, che nella maggior parte dei casi non potrà davvero affermare di messaggiare in totale anonimato, anche quando WhatsApp e Telegram pubblicizzano con un megafono la crittografia end-to-end.







Vinilmania


 

Viaggio nell’ultima fabbrica italiana che produce 33 giri.

Il vinile torna di moda, scopriamo il backstage dell’unica azienda italiana che ancora stampa dischi usando macchine che hanno quasi 40 anni, la Phono Press di Settala. Ecco come nasce un disco.


Nessuno avrebbe mai pensato che, con il Compact Disc in declino e lo streaming ai suoi massimi livelli, il vecchio disco in vinile potesse ancora dire la sua. Eppure, e lo dicono i dati di mercato, il vinile sta riscoprendo un vero e proprio periodo d’oro con le vendite degli ultimi anni che hanno sorpassato, numeri e grafici alla mano, i picchi degli anni d’oro dell’alta fedeltà. Il vinile per molti appassionati è la storia, ma per le etichette indipendenti e molti giovani d’oggi è un modo per tornare alla musica genuina di un tempo, non viziata dalle logiche commerciali delle grandi major e guidata soprattutto dalla creatività degli artisti e dalle loro ispirazioni. Di fronte all’impalpabile musica liquida, la copertina quadrata di un disco in vinile, con i suoi disegni e il suo profumo, è ancora un prezioso oggetto da collezionare, spolverare e ascoltare nelle sue piccole imperfezioni e nel suo analogico rumore di fondo. Un boom quello del vinile inatteso, tanto che oggi la parte più complessa da affrontare è quella relativa alla produzione: nel mondo le aziende che ancora stampano dischi non sono più di venti, e tutte hanno in comune un problema non da poco, ovvero la necessità di usare macchine con più di quarant’anni di vita alle spalle, presse che hanno stampato milioni e milioni di dischi e che meriterebbero di andare in pensione se ci fossero degni sostituti.

Ma all’alba del 2016, in piena era digitale, non c’è più nessuno che produce macchine per la creazione di dischi, e pure trovarne di vecchie è difficilissimo: molte stamperie hanno mandato tutto a rottamare, distruggendo un patrimonio che oggi sarebbe ancora stato utilissimo. In Italia avevamo più di dieci aziende che stampavano dischi in vinile, ma oggi solo una di queste è ancora viva, la Phono Press di Settala, in provincia di Milano. Phono Press è sul mercato da oltre 30 anni, e solo di recente ha cambiato sede per far fronte alle richieste di un mercato che è effettivamente esploso: “Se fino a qualche anno fa si stampavano dai 1000 ai 2.000 dischi al giorno - ci dice uno dei responsabili - oggi siamo arrivati a 6.000 dischi”. La domanda è esplosa, tanto che in alcuni paesi europei per un ordine la lista di attesa è lunghissima: in Repubblica Ceca chi ordina una stampa deve attendere fino a 6 mesi per ricevere i dischi. Phono Press produce per tutti, ha clienti italiani e clienti europei: “Tutte etichette indipendenti e qualche ordine di major - ci confermano - ma in media ogni ordine non passa i 500 / 1.000 dischi”.


Confrontarsi con macchine di una certa età, in ogni caso, non è un grossissimo problema: “Le macchine che stampano sono molto vecchie, ma trattandosi di sistemi meccanici costruiti alla vecchia maniera metterci mano non è difficile, e abbiamo anche una piccola officina per le riparazioni. Quella – ci indicano con orgoglio – è una vecchissima pressa per dischi manuale che stiamo rimettendo in sesto, è l’unica che permette di realizzare dischi con lavorazioni particolari, ed esempio l’effetto splash”.

Alla Phono Press ci raccontano che qualche azienda che produce ancora presse per vinili esiste, ma il costo di ogni pressa, circa 300.000 euro, è un investimento che oggi non si riesce ad affrontare.
Il problema vero, in realtà, non sono tanto le presse quanto gli altri elementi che compongono la catena di stampa: il nostro viaggio parte infatti dalla sala dove, tramite il processo di “trascrizione”, si trasforma il master inviato dalla casa cinematografica (un file oppure un CD) in quello che può essere definito il “disco numero 0”.
La macchina visibile nella foto sopra è una sorta di giradischi inverso: al posto di una testina ha un cristallo di zaffiro che incide il solco su una lastra di alluminio ricoperta di una particolare lacca, vernice che ad oggi viene prodotta da una sola azienda al mondo. Macchine di questo tipo non se ne fanno praticamente più: la Neumann, azienda tedesca che ha creato quella realizzata in Phono Press, oggi produce solo ottimi microfoni ma ha abbandonato il settore degli apparecchi industriali.

Il disco che viene realizzato tramite il processo di trascrizione è un vero disco che suona, una copia perfetta di quelli che saranno poi i dischi creati dalle presse. Alla Phono Press ci raccontano che la qualità di un disco è determinata al 90% dalla fase di incisione: la profondità delle piste, la distanza tra una pista e l’altra e tanti altri piccoli dettagli determinano poi la dinamica e la qualità dell’ascolto.

 

Le fasi successive del processo di lavorazione sono molto semplici: c’è una prima fase “chimica” che prevede la creazione delle matrici di stampa e successivamente c’è la fase di stampa vera e propria dove intervengono le presse meccaniche. Per stampare servono però le matrici, dei dischi “negativi” realizzati rivestendo il master con uno strato di argento e nichel in bagno galvanico. In questa fase si pensa anche al futuro: viene creato anche un disco madre, una copia perfetta in nichel del disco “0” da tenere in archivio per eventuali ristampe.

La “magia” viene fatta da rumorose macchina dotate di una forza spaventosa: in Phono Press ci sono sei presse che lavorano a pieno ritmo per realizzare i dischi.
Come materiale di partenza vengono usati piccoli grani di pvc, disponibili in diversi colori: questi grani vengono scaldati da una caldaia e trasformati in un “bicchierino” di pvc, un cilindretto che viene letteralmente schiacciato dalla pressa all’interno delle due matrici. Il risultato, come si può immaginare, è il disco stesso: all’interno della macchina in realtà il processo è leggermente più complesso, con una spruzzata di vapore a oltre 200 gradi per ammorbidire il vinile e un passaggio di acqua fresca per raffreddare il disco. In Phono Press ci svelano anche alcuni piccoli dettagli che stupiscono anche alcuni estimatori del vinile: le etichette dei dischi non sono incollate come si potrebbe pensare ma vengono pressate insieme al disco. La carta utilizzata per le etichette è una carta speciale, con un alto grado di porosità, che viene penetrata dal PVC caldo e diventa parte integrante del disco stesso.
Il ritorno del vinile non è un fuoco di paglia, anzi: le aziende ci credono, i consumatori ci credono e anche ai negozi il vinile piace, con le varie catene che hanno iniziato a dedicare uno spazio ai vecchi 33 giri. Perché, come abbiamo già detto in più occasioni, lo streaming è comodo, ma il 33 giri fa godere ancora.







Apple

TUTTI I NUOVI PRODOTTI
E IL NUOVO IPHONE
Apple presenta i nuovi prodotti smart con un grande evento a San Francisco.  L’attesa  è  finita.  Dopo mesi di anticipazioni e indiscrezioni, finalmente è giunto il momento di scoprire tutte le novità Apple.

Per l’occasione il marchio della mela ha organizzato un evento speciale, al Bill Graham Civic Auditorium di San Francisco: settemila posti. Mai prima d’ora l’azienda di Cupertino aveva prenotato un posto così ampio. Il motivo? Il lancio del nuovo iPhone e degli altri prodotti Apple. Tim Cook, CEO di Apple, presenta iPad Pro. Il nuovo tablet Apple è grande 12,9 pollici e spesso 6,9 millimetri. È pensato per video, film e videogiochi. Ma non solo: permette di usare la tastiera digitale per scrivere ed è più veloce dell’80% dei computer portatili. La batteria è in grado di resistere fino a dieci ore ed è dotato di quattro altoparlanti, migliorando le performance audio di circa tre volte rispetto al modello precedente. Il nuovo iPad Pro sarà disponibile nei colori Silver, Gold e Spacegrey e i costi varieranno dai 799 ai 1.079 dollari (cioè da 713 a 960 euro). Novità assoluta per l’iPad, l’arrivo della Apple Pencil, il pennino per il touch screen dalla sensibilità strabiliante. Il nuovo gadget è in grado di calcolare angolatura, orientamento, pressione e sfumature. In un video Jony Ive ha mostrato le funzioni e le diverse app che supporteranno la penna della mela, a cominciare da una nuova versione di Office per iPad e alcuni programmi di grafica come Photoshop Fix e Skatch, per rendere il tablet sempre più uno strumento da lavoro oltre che di svago.

Nonostante sia l’ultimo arrivato, anche l’Apple Watch ha subito delle modifiche. Niente di eclatante, ma piccoli aggiustamenti che lo renderanno ancora più appetibile. A cominciare dal nuovo sistema operativo Watch OS 2 e dall’arrivo di circa diecimila app, tra cui Facebook Messenger e iTranslate che consentirà di tradurre in nove lingue diverse quello che viene detto attraverso l’orologio. Le novità riguardano anche l’aspetto estetico con nuovi colori (gold, rose gold e rosso) e una versione in pelle creata in collaborazione con Hermès che sarà disponibile negli store da ottobre.
 

Apple TV - Il futuro della televisione
«La tv è rimasta la stessa per troppi anni, oggi vogliamo fare qualcosa per questo. Crediamo che il futuro della tv siano le app», esordisce Tim Cook, introducendo laApple Tv. L’idea è quella di poter scegliere sempre di più i contenuti che si vogliono vedere, in modo veloce e immediato. Così ecco il nuovo telecomando con superficie touch e Siri, l’intelligenza artificiale al quale poter chiedere di tutto. La televisione della mela sarà in grado di proporre i diversi mezzi attraverso i quali il consumatore potrà scegliere: da Netflix a YouTube fino alle case produttrici come la Hbo.
La serata di presentazione si conclude con la novità più attesa: l’iPhone, il prodotto che da solo vale il 60% dei ricavi Apple. Due i modelli presentati, l’iPhone 6Se l’iPhone 6S Plus, esteticamente identici ai modelli precedenti, ma con alcune modifiche sostanziali per quanto riguarda le funzionalità. 
Arriva  il  3D  Touch,  un  modo  per  dare  comandi al telefono con un solo tocco in modo più rapido. La navigazione sarà più veloce e tramite un’app sarà possibile il trasferimento delle informazioni da sistemi Andorid a iOS: una sfida diretta a Samsung per invogliare i clienti ad abbandonare i dispositivi dell’azienda coreana in favore di quella della mela. La  novità  più  attesa,  però,  riguarda la fotocamera. L’iPhone 6S e il 6S Plus avranno a disposizione ben 12 megapixel su quella posteriore e 5 su quella anteriore. Lo schermo sarà anche dotato di un flash per scattare  selfie  anche  al  buio.  In  più,  grazie  alla  funzione Live Photos, sarà possibile animare le immagini scattate. Tra i colori arriva il Rose Gold. I prezzi sono in linea con i modelli precedenti, ma ancora non è dato sapere quando i nuovi iPhone arriveranno in Italia.







Tecnologia e Motori: le auto del futuro

Il caso Volkswagen cambia le sorti delle quattro ruote, che fra qualche anno saranno molto diverse. E non solo nel motore. Quando, qualche tempo fa, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’Ambiente (Epa) ha scoperto la Volkswagen barava ai test per omologare alcuni modelli diesel - facendoli sembrare, in laboratorio, più ecologici di quanto non lo fossero su strada - è apparso chiaro che si trattava dell’inizio di un terremoto. I cui effetti avrebbero ben presto varcato i confini americani, investito anche i marchi concorrenti (per la maggior parte già dichiarati “colpevoli” da successivi test di laboratori indipendenti) e messo in discussione il futuro stesso dei motori diesel.

 

OCCHIO, DIESEL! E ora? Che conseguenze avrà tutto ciò sulle auto che guidiamo e che guideremo nei prossimi anni? «Il caso Volkswagen ci sta dimostrando che abbiamo raggiunto il limite di ciò che è possibile fare con diesel e benzina. È giunta l’ora di passare a tecnologie di nuova generazione», ha commentato Elon Musk, numero uno di Tesla, una delle principali aziende che producono auto elettriche. In realtà, secondo alcuni specialisti, il colosso tedesco ha barato non perché la tecnologia disponibile non sia in grado di soddisfare le attuali norme sulle emissioni, ma (indovinate un po’?) solo per... sete di profitto: in particolare, installando un filtro per ripulire i gas di scarico più economico (e meno efficace) e lasciando a un software di bordo il compito di ingannare i laboratori dei test, Volkswagen avrebbe risparmiato tra 50 e 335 dollari per ogni vettura incriminata (secondo uno studio dell’osservatorio indipendente Icct, International Council on Clean Transportation). Indirettamente, però, questo conferma che la tecnologia attuale sarebbe in grado di realizzare un diesel (relativamente) pulito e che più che di un problema “da ingegneri” si tratta forse più di una questione da... contabili. E, sempre a proposito di euro, è facilmente prevedibile pure che, d’ora in poi, i motori diesel avranno addosso gli occhi di tutti, compresi quelli di chi ne sta finanziando lo sviluppo. Come la Commissione Europea, che già da tempo ha iniziato a privilegiare le ricerche su auto elettriche, a metano, a idrogeno e ibride (che sono tutte un po’ più indietro) e non tollererebbe un altro scivolone del diesel.

 

AUTO ALLA SPINA? A conti fatti, una tecnologia (quella dei motori a gasolio), che avrebbe i mezzi per competere con le altre, rischia di soccombere per un incidente di percorso. E uno scenario che vede avvantaggiarsi le tecnologie “alternative” è quanto si aspetta anche Masayuki Kubota, della società giapponese di investimenti Rakuten Securities, secondo il quale «la principale conseguenza sarà proprio quella di favorire motori in cui la componente elettrica avrà un peso sempre maggiore». Andiamo dunque verso un futuro dominato dalle “auto alla spina”? Calma. Le macchine elettriche promettono di fare il botto ormai da qualche lustro: sono “pulite” (non emettono gas di scarico), silenziose ed economicamente vantaggiose da usare (con 1 euro di corrente si percorrono circa 50 km, contro i 15 che si coprono con 1 euro di benzina e diesel). Persino il presidente americano Obama aveva auspicato di mettere un milione di veicoli a batterie sulle strade entro l’anno. Eppure, nonostante l’autonomia e le prestazioni siano ormai all’altezza dei bisogni del pendolare medio, i dati di vendita dicono che siamo lontani dall’obiettivo. Il motivo? Per ricaricarle ci vuole ancora troppo tempo (nella maggior parte dei modelli, per “fare il pieno” occorre una nottata), costano parecchio (come accade sempre quando una nuova tecnologia fa il suo debutto sul mercato) e la rete di “rifornimento” è inadeguata (al momento, per avere un’idea, in Italia ci sono 700 colon-fine di ricarica a fronte di 23 mila distributori di carburante). Senza contare che, volendo fare una valutazione completa sulla “bontà ecologica” di queste auto, si dovrebbero mettere nel conto pure le emissioni prodotte per ottenere l’energia per farle camminare.

CARO IDROGENO... Gran parte di queste controindicazioni riguardano anche l’altra “eterna promessa” delle quattro ruote, l’auto a idrogeno: per ottenere il prezioso combustibile (estraendolo da acqua, metano, benzina o gasolio) è infatti necessario consumare molta energia. Ciononostante, diverse case automobilistiche, soprattutto le orientali (Toyota, Honda e Hyundai) sono tornate a puntare su questa tecnologia e cercano di rilanciarla sul mercato dopo alcuni anni di stallo. Anzi, i primi modelli sono già per strada, anche se resta qualche problema: «Le fuel celi, cioè i dispositivi che trasformano l’idrogeno in energia elettrica, sono sempre più efficienti e meno ingombranti», spiega Giampaolo Sibilia di Nuvera, azienda italiana che produce questi sistemi. «Rimangono però costose e lo rimarranno finché non si realizzeranno adeguate economie di scala». Ovvero finché non diventeranno una tecnologia matura e i produttori non avranno recuperato gli investimenti iniziali. Ecco perché, per dire, un’automobile a fuel cell come la Toyota Mirai (poco più di una berlina) negli Usa costa come una Porsche Cayman (circa 58mila dollari)! Nel tentativo di superare questa empasse, alcuni governi hanno pensato di accordare ai veicoli a idrogeno lo stesso sostegno economico che in passato era stato garantito alle auto elettriche e ibride (quelle che oltre al motore elettrico ne hanno uno tradizionale): accade in Giappone e anche in California, dove la Commissione per l’Energia ha investito 27 milioni di dollari per costruire 19 stazioni di rifornimento. Nulla di rivoluzionario, ma meglio del resto del mondo dove le infrastrutture sono quasi inesistenti. Per il futuro un’idea potrebbe essere quella di scegliere l’idrogeno per alimentare le auto del car-sharing, così basterebbero pochi centri di interscambio per rifornire intere flotte. Ma pure in questo caso servirebbero investimenti milionari e sarà ben difficile assistere a un’invasione di auto a idrogeno a breve.

THE WINNER IS... Ora sarà anche più chiaro il perché, quando si tratta di immaginare l’auto che guideremo entro i prossimi 5-10 anni, gran parte degli specialisti scommette sulle ibride, che abbinano ai vantaggi delle auto elettriche (in termini di “pulizia”) i rassicuranti punti di forza di quelle tradizionali (dove il motore a benzina o a gasolio ricarica la batteria quando è agli sgoccioli). In particolare salgono le quotazioni dei modelli “plug-in”, che si ricaricano anche direttamente dalla presa di corrente, proprio come fanno le auto elettriche “pure”: entro il 2017 dovrebbero arrivare sul mercato decine di nuovi modelli.

CHI LE GUIDERÀ? Ma a prescindere da quel che ci sarà sotto il cofano, ciò che potremmo chiederci, pensando alle auto di domani, è se saremo davvero noi a condurle. O se, invece, non avremo a che fare con auto-robot capaci di guidarsi da sole. La sperimentazione di Google, che ha già sguinzagliato i prototipi delle sue auto senza pilota per le strade attorno a Mountain View, sta dando risultati molto promettenti; e pure Apple è impegnata in un progetto (Titan, sul quale lavora uno staff di 600 persone destinate a triplicarsi nei prossimi anni) che prevede di lanciare un’auto a guida parzialmente autonoma per il 2019.
Non tutti, però, sono convinti che l’anello di congiunzione tra il veicolo manuale e quello automatico sarà un’auto che, davanti a situazioni che il computer di bordo non fosse in grado di gestire, cederà il controllo a un conducente in carne e ossa: «In casi simili potrebbe mancare il tempo di richiamare l’attenzione del guidatore», sostiene Alberto Broggi del Vislab di Parma, tra i massimi esperti mondiali sull’auto senza pilota, «affinché possa prendere una decisione informata. Ecco perché ritengo che si passerà direttamente ad auto che non richiederanno alcuna assistenza umana». Che aspetto avranno? «Saranno salotti in movimento, quindi non molto diverse da quelle di oggi». Semmai restano da risolvere alcuni problemi di natura legale ed etica: in caso di “errore” del pilota automatico, per esempio, chi ne risponderebbe, i passeggeri o il costruttore? In una situazione in cui fossero in pericolo sia i passeggeri dell’auto sia altri automobilisti o pedoni, chi verrebbe tutelato dal sistema? Fatto sta che, secondo la società di consulenza Navigant Research, attorno al 2035 si venderanno ogni anno 85 milioni di veicoli capaci di guidarsi da soli, connessi in rete e in grado di cercare autonomamente le informazioni su meteo e traffico lungo il percorso. A noi resterà, al limite, il compito di programmare a distanza la ricarica della batteria o di impostare la temperatura del condizionatore, magari cliccando sul display di uno smartwatch.







Guida al DAB

 

La radio digitale non è più sperimentale

Ecco come e dove poter ascoltare la radio DAB o Digital Radio, la ricezione radio che elimina i disturbi della modulazione di frequenza e offre contenuti esclusivi. La copertura del territorio italiano non è ancora completa ma sono stati fatti molti passi avanti.
di Roberto Faggiano

 

Per molti è sempre una sigla misteriosa: il DAB. Ma la radio Digital Audio Broadcasting o per meglio dire la Digital Radio, pur essendo patrimonio di pochi ascoltatori, i più attenti ai progressi della tecnologia, è senza dubbio il miglior modo di sentire la radio. Infatti tutti accendiamo la radio in casa e in automobile e malediciamo disturbi, scariche e interferenze varie che ci negano un ascolto nitido dei programmi preferiti. Con la Digital Radio questi problemi non ci sono e la ricezione è sempre corretta e pulita non appena il segnale ha un livello sufficiente. Sono vantaggi che si ascoltano soprattutto in automobile, dove la normale ricezione FM è spesso disturbata da palazzi, reti elettriche, colline, gallerie o semplicemente dalla perdita di segnale da un trasmettitore. Con la Digital Radio non succede nulla di tutto questo, anche perché la frequenza di trasmissione per ogni emittente è unica su tutto il territorio nazionale e il ricevitore passa automaticamente da un trasmettitore all’altro. Si potrebbe obbiettare che ormai tutte le stazioni radio sono ricevibili anche sul web, ma in questo caso per l’ascolto in mobilità si dovrebbe consumare il traffico dati che è spesso molto limitato.

 

La copertura: molto è stato fatto ma c’è ancora da fare
La copertura della Digital radio in Italia, ovvero le zone del Paese nel quale è possibile ricevere le trasmissioni, non è ancora completa ma si sta sempre più diffondendo. Poche settimane fa è stato approvato un piano di assegnazione delle frequenze per estendere la copertura del segnale a buona parte del territorio calabrese e siciliano per colmare in tempi brevi le ultime lacune nella ricezione sul versante tirrenico. Questo vuol dire avere a disposizione le frequenze e poter attivare i trasmettitori da parte dei diversi consorzi, dando la possibilità di trasmettere in digitale anche a tante radio locali. Rimane ancora indietro la parte meridionale adriatica a causa dei conflitti di ricezione con le emittenti radio-tv che arrivano dall’altra parte del mare Adriatico: qui mettere insieme tutte le esigenze è molto complesso e i tempi non sono facilmente definibili.
Inizialmente la copertura del territorio della Digital radio era limitata a parte della pianura padana occidentale, all’Alto Adige e sulla dorsale dell’autostrada del Sole fino a Roma. Ma poi la copertura ha guadagnato rapidamente porzioni sempre più ampie del territorio con una ricezione ottimale in gran parte dell’Italia settentrionale e centrale. Sono coperte le dorsali tirrenica e adriatica fino alle regioni centrali, ma con la prospettiva di arrivare fino in Calabria da un lato e fino alla zona di Foggia sull’altro; in previsione entro breve tempo anche la copertura dell’asse Napoli-Bari e della variante di valico sull’Appennino tosco-emiliano. Attualmente sono già coperti dal segnale circa 5.000 km della rete autostradale italiana, non per nulla il 64% dell’ascolto della Radio Digitale avviene in automobile. In alcune zone del Paese la ricezione Digital Radio è migliore rispetto alla normale FM perché la propagazione della Digital Radio sfrutta le riflessioni di montagne e colline sommandone i segnali, mentre la radio analogica trae solo disturbi e limitazioni dall’andamento orografico molto movimentato di gran parte d’Italia. Tuttavia se il trasmettitore è molto lontano dal luogo di ricezione bisognerà sfruttare un’antenna esterna perché quelle a stilo integrate nelle radio potrebbero non essere sufficienti.
Il Trentino – Alto Adige è l’isola felice della Digital radio: qui sono iniziate le prime trasmissioni regolari, qui la copertura del territorio è praticamente completa (siamo al 98% del territorio, comprese le gallerie stradali) e qui c’è una vasta scelta di emittenti, non solo italiane. Nella provincia di Bolzano le trasmissioni sono curate dall’azienda locale RAS che fa capo alla Provincia autonoma di Bolzano e diffonde diversi mux che contengono, oltre alle radio locali e nazionali, anche pacchetti di radio tedesche per meglio soddisfare la popolazione di lingua tedesca. Nella provincia di Trento sono presenti i circuiti radio nazionali, i mux diffusi dalla RAS (nella zona settentrionale della provincia) e un mux dedicato alle radio locali che possono usare la tecnologia digitale grazie alla collaborazione della Provincia autonoma di Trento.
Anche in Piemonte, Umbria, Lazio e Campania esistono ulteriori consorzi locali che allargano l’offerta di ricezione Digital Radio. Nelle zone di confine della Lombardia è possibile ricevere le emittenti Digital Radio svizzere.

I servizi, tante radio e alcune esclusive
Le trasmissioni della Digital radio sono gestite da tre consorzi che trasmettono ciascuno un pacchetto di emittenti, complessivamente le stazioni ricevibili su gran parte del territorio nazionale sono al momento una quarantina ma la copertura non è perfettamente uniforme: per esempio la Rai ha trasmettitori anche in Sicilia, zona al momento non raggiunta dagli altri operatori. Peccato che ultimamente l’ente pubblico abbia - in maniera inspiegabile - praticamente arrestato i suoi piani di espansione della copertura, perfino nelle zone dove è già stata autorizzata a trasmettere.
L’offerta RAI  si articola su due diversi mux, oltre ai tre canali nazionali Radio1, Radio2 e Radio3 si aggiungono quelli che una volta erano i canali della filodiffusione, recentemente rinominati: Radio4Light diffonde musica leggera, Radio5 Classic trasmette musica classica, Radio6Teca ripropone storiche registrazioni di avvenimenti di varia natura tratte dall’immenso patrimonio delle Teche Rai, Radio7Live trasmette eventi musicali e di attualità in diretta mentre Radio8Opera trasmette musica operistica. Poi ci sono le emittenti di servizio Isoradio e GR Parlamento.
Il consorzio Club DAB Italia riunisce altre emittenti di varia programmazione, ma sempre prevalentemente musicali. Qui però troviamo anche Radio 24 del Sole24ore, la religiosa Radio Maria, Radio Radicale e la programmazione sperimentale su diversi generi musicali dei sei canali KC Test. Poi troviamo importanti stazioni nazionali come RDS, Radio Capital, M2O, Radio Deejay e l’albanese religioso R Malb Ia.
Il consorzio EuroDAB diffonde le emittenti del gruppo RTL che sono al momento 10 e si differenziano per il genere musicale o per l’aggiunta di servizi sul traffico e sulla navigazione marittima. Si tratta di un’offerta più mirata rispetto alle stazione diffuse in FM. Inoltre troviamo altre radio come la politica Radio Padania, la religiosa Radio Vaticana e le radio musicali Radio Italia Solo Musica Italiana e Radio Orbital.

La ricezione in casa: si parte da 50 euro circa
Per ascoltare la Digital radio in casa si può scegliere tra decine di modelli con prezzi che partono da meno di 50 euro, molti sono già dotati di Bluetooth in modo da poter essere sfruttati anche per l’ascolto musicale da smartphone. La ricezione nelle grandi città coperte dal servizio è generalmente molto buona, qualche problema può nascere nelle zone dove i trasmettitori dei tre consorzi sono posizionati in località diverse: qui può capitate di ricevere bene un consorzio e male o per nulla gli altri, di solito basta orientare l’antenna per trovare un buon compromesso. Gli apparecchi per ricevere la Digital Radio sono tutti di tipo digitale e quindi hanno anche la funzione di sveglia e la possibilità di memorizzare le stazioni preferite.

La ricezione in auto: la digital radio dà il meglio di sé
Come abbiamo già accennato la ricezione della Digital Radio in mobilità è quella che consente di ottenere i maggiori vantaggi rispetto all’FM, tuttavia non sono molte le vetture che la montano come primo equipaggiamento e chi le offre come accessorio in genere le fa pagare molto. Ci sono anche autoradio del cosiddetto “after market”, cioè quelle da montare in plancia nello spazio dedicato, ma ormai è molto raro poter acquistare un’auto senza radio di serie se escludiamo i modelli più economici. Un’alternativa sono dei piccoli ricevitori che si possono aggiungere alle radio montate di serie sulle vetture con qualche anno sulle spalle: possono essere utili anche per la funzione vivavoce con Bluetooth, un altro accessorio che troppe case automobilistiche fanno pagare a parte.

Il tipo di radio montata di serie non sarà il criterio principale di scelta di un veicolo, tuttavia è da segnalare che ci sono dei modelli che offrono il DAB di serie pur senza essere ammiraglie, almeno nelle versioni più accessoriate, per esempio l’ultima generazione della Renault Twingo. Oppure l’ultima versione della Toyota Prius e alcune versioni di vetture del gruppo FCA che montano il sistema U Connect come Fiat 500, 500L e 500X, Lancia Ypsilon. Su altre vetture il tuner DAB è disponibile solo come opzione con un costo di circa 200-250 euro, anche se spesso è difficile determinare il costo esatto perché viene inserita all’interno di pacchetti con altri accessori. Inoltre si può richiedere sulle Audi A3, Skoda Octavia e BMW serie 1, mentre la Digital Radio costa ben 308 euro per la Smart ForTwo.







Tecnologia: per aprire un conto parleremo con gli ologrammi

Tra non molto gli sportelli di banca o posta non saranno più presidiati da persone in carne ed ossa, ma da immagini tridimensionali, che ci aiuteranno a sbrigare tutte le pratiche.

 

Immaginate di andare a uno sportello bancario e di trovarvi di fronte un impiegato “telepresente”: non una persona in carne e ossa, ma un ologramma, un’immagine tridimensionale di un uomo o di una donna in grado di interagire con voi sia con le parole sia con i gesti e i modi tipici di un qualsiasi operatore di un istituto di credito. Attenzione: davanti a voi non avete un robot. La voce e soprattutto la mente dell’ologramma è infatti controllata da un essere umano che si trova altrove, magari dall’altra parte del mondo.

Questi “avatar” ottici potranno essere la soluzione tecnologica per portare servizi, pubblici e privati, nelle comunità più remote, come per esempio in villaggi di montagna o sulle isole. A basso costo.

«In realtà, non si tratta di un ologramma classico ricavato dai laser, ma di un’illusione ologrammatica», spiega Luca Mercatelli, tecnologo dell’Istituto nazionale di Ottica del Cnr, che ha coordinato il primo esperimento di questo genere nell’ambito di un progetto realizzato dall’azienda Quintetto e co-finanziato dalla Regione Valle d’Aosta.
In questo caso, gli utenti si ritrovano in un ufficio di Pont Saint-Martin, piccolo comune all’ingresso della Valle d’Aosta, mentre gli operatori addetti a fornire la voce all’ologramma e a controllare tutte le fasi dell’esperimento erano a Firenze.


A teatro li usano di già
«L’impiegato è un’immagine a due dimensioni proiettata da un vetro semitrasparente in un ambiente reale», spiega Mercatelli. «La sensazione è quella di essere seduti di fronte a un interlocutore reale e non a una sua rappresentazione».
I sistemi di questo tipo non sono una novità assoluta. Hanno già fatto la loro comparsa nel mondo degli eventi teatrali: i fondali in tulle, un tessuto trasparente utilizzato nelle scenografie, permettono infatti proiezioni tridimensionali, assicurando profondità a immagini e diapositive. Al di là dell’uso in opere o balletti, però, questo prototipo ha enormi potenzialità in altri settori e mira a moltiplicare i servizi pubblici dove non si possa arrivare fisicamente.

 

Ci vogliono pavimenti scuri
Una parte importante del progetto riguarda la configurazione della stanza dove viene proiettato l’ologramma: dalle caratteristiche cromatiche, come i colori delle pareti, fino a quelle fotometriche, come disposizione del pc e del vetro trasparente. «Il pubblico non si accorge di nulla: sembra di essere in un comune ufficio», prosegue Mercatelli. «L’ambiente viene adattato con sapienti accorgimenti di illuminotecnica e scienza della visione. I pavimenti, per esempio, sono in colori tendenzialmente scuri, mentre la trama delle pareti è diagonale e la tinta dell’intonaco è neutra, tra grigio e azzurro». L’immagine dell’impiegato, trasmessa da un monitor monodirezionale, viene riflessa da un vetro inclinato a quarantacinque gradi, che lo proietta nella stanza con le sembianze di una persona reale. Certo, una stretta di mano al commiato non è possibile, ma il livello di interazione con l’illusione ottica è di sicuro piuttosto convincente.


Simula il contatto umano
«L’operatore virtuale, con una normale gestualità, è in grado di indicare su un foglio di carta il punto dove firmare o quali documenti occorre consegnare», aggiunge Mercatelli. «Non occorre limitarsi a una richiesta: grazie a una serie di domande successive, il pubblico può richiedere gli stessi servizi di uno sportello». La telepresenza, in altre parole, può essere la naturale evoluzione dell’assistenza telefonica o su internet. In più, rispetto a una voce al ricevitore o un modulo precompilato su qualsiasi pagina web, questa tecnologia offre una simulazione del contatto umano, che per molti rimane un’esigenza inderogabile. Un servizio del genere può essere utile, per esempio, per superare le difficoltà che incontrano gli anziani quando devono interagire con schermi, modalità touch e segreterie telefoniche o messaggi vocali.


Bastano una normale rete...
«A differenza di quanto si possa immaginare, per garantire un servizio di telepresenza il collegamento a internet non deve avere particolari caratteristiche: è sufficiente una normale rete», spiegano dalla Quintetto, l’azienda valdostana che ha ideato il progetto ed è una delle sette in Italia ad aver superato la prima fase di selezione di Horizon. 2020, il più grande bando di finanziamento europeo dedicato anche all’innovazione.

 

... e due stanze
Il prototipo completo prevede due ambienti.. «Il primo è un ufficio dove l’utente comincia a operare attraverso touch screen. Se si rende necessario l’intervento dell’operatore nella tipica forma dell’impiegato allo sportello, l’utente passa alla sala della telepresenza». L’idea che potrebbe a breve sbarcare sul mercato è quella di un’unità mobile di questo prototipo a costi ridotti. La telepresenza può essere interessante per imprese, banche, imprese commerciali, uffici turistici, ambulatori medici e pubblica amministrazione.

 

Problemi di salute? Li risolve il medico virtuale
In futuro non aspettatevi il dottore con il camice bianco e la valigetta di pelle, ma un suo ologramma. La University of Southern California (Usa) ha realizzato la prima clinica virtuale, che sarebbe pronta ai primi test sul campo. Il progetto è stato presentato lo scorso ottobre a Los Angeles, in occasione della IX USC Body Computing Conference: grazie al supporto di tecnologie di scansione corporea, l’ologramma dell’università americana sarà in grado sia di diagnosticare il problema al paziente sia di suggerirgli le cure necessarie.

 

Anche il nostro passaporto va in pensione
La tecnologia degli ologrammi potrebbe rivoluzionare i nostri documenti d’identità, sostituendoli con immagini tridimensionali abbinate alle persone. Le caratteristiche fisiche sarebbero riprodotte tali e quali e ciò renderebbe impossibili le contraffazioni e inutili i furti. Nel settore della sicurezza e della difesa, alcune aziende, come la francese Surys, ci hanno pensato ed è già stato progettato il primo passaporto ologrammatico.


Evoluzione
L’assistenza telefonica sarà superata dalla consulenza attraverso gli ologrammi: questi offrono agli utenti la simulazione di un contatto umano, considerato irrinunciabile da alcune categorie.   







Il mondo nascosto del wi-fi

App sviluppata da un designer olandese, individua le antenne e mostra le onde radio in uno spettacolo ipnotico.

Grazie  a  una  applicazione  per  iPad  possiamo vedere le onde prodotte dalle antenne che  diffondono  il  segnale  wi-fi  e  renderci conto di quanto sia pervasiva la tecnologia che ci circonda.

COME  FUNZIONA
Sviluppata  per  iPad  dal designer  olandese  Richard  Vijgen,  la  app Architecture of Radio, è prima di tutto uno scanner che individua le connessioni wi-fi disponibili nei dintorni. In più rileva anche i segnali dei satelliti e delle celle telefoniche installate sui tetti. Nel fare ciò, l’app mostra sullo schermo le fonti del segnale come triangoli allungati, mentre le onde radio da esse generate appaiono come sfere, più o meno grandi a seconda dell’intensità dell’emissione.

INFOSFERA. In tempi recenti, il lavoro di un artista americano aveva mostrato graficamente come il segnale del wifi invade le città e la nostra vita. E in generale la tracciatura e la visualizzazione dei segnali wi-fi non è una novità assoluta, ma la app oltre a farci vedere il mondo delle onde radio ne evidenzia la bellezza ipnotica. L’effetto  visivo  è  accompagnato  dal  segnale  audio  delle  onde  statiche,  a  caricare  ancora  di  più  di  suggestione quello che è un vero e proprio spettacolo interattivo. Non a caso l’autore utilizza il termine infosferaper definire questo universo di dati che ci circonda e presenta la sua app come una “guida al mondo nascosto delle reti digitali”.

In  visione  a  settembre  presso  lo  ZKM  Center  for  Art  and Media di Karlsruhe (Germania), Architecture of Radio sarà disponibile a dicembre per i dispositivi iOS e nei primi mesi del 2016 per quelli Android







Le app più originali le inventano i bambini

Uno studio evidenzia come i processi creativi dei ragazzi sotto i 13 anni possano portare benefici a un’industria che richiede innovazione continua.

In un ambito estremamente competitivo come quello dei servizi per smartphone, riuscire a inventarsiqualcosa di nuovo può sembrare una missione impossibile. Ma non è così, perlomeno secondo alcuni ricercatori della Libera Università di Bolzano, a detta dei quali trovare l’idea giusta sarebbe letteralmente un gioco da ragazzi.
Dati  alla  mano,  la  squadra  dell’ateneo  ha  realizzato  uno studio, pubblicato su Sage, che sottolinea come i candidati migliori a scovare idee brillanti per la prossima app o piattaforma per smartphone e tablet siano bambini e ragazzi sotto i 13 anni.
 

IL CAMPIONE. Per dimostrare il loro assunto di partenza, i ricercatori hanno preso in considerazione un database di 41mila idee provenienti da un progetto del 2006 e ne hanno isolate in modo casuale 800. Di queste, 400 provenivano da bambini e preadolescenti (di età compresa tra i 7 e i 12
anni) e le rimanenti 400 arrivavano da giovani e adulti (tra i 17 e i 50 anni).
 

PIÙ  ORIGINALI,  PIÙ  PROMETTENTI.  Le  idee  sono  poi  state sottoposte a due giudici indipendenti ed esperti del settore, che le hanno valutate senza conoscerne la provenienza e secondo diversi criteri come fattibilità, rilevanza e potenziale innovativo.
Le idee provenienti dal gruppo di soggetti più giovani si sono dimostrate non solo più originali, ma anche di maggior successo: trattandosi di spunti risalenti a quasi un decennio fa, i ricercatori hanno infatti potuto metterli a confronto con la prova del tempo. L’81% delle proposte dei ragazzi sono state effettivamente sfruttate per la realizzazione di prodotti e servizi, contro il 69% delle idee provenienti dai più adulti.
 

SENZA PREGIUDIZI. Dal punto di vista scientifico il risultato non è sorprendente: la creatività diminuisce con l’aumentare  dell’età,  e  un  punto  di  vista  meno  viziato  da  nozioni tecnologiche e costrutti logici preesistenti può aiutare a scorgere relazioni e possibilità che a una mente adulta rischiano di sfuggire. 







Nuove etichette energetiche

L’Unione Europea propone un cambio nelle etichette energetiche: si torna a una scala da “da A a G”, spariscono le classi superiori con i “+” e i prodotti vengono periodicamente “riscalati”. è forte il rischio che si crei ancora più confusione.

 

La Commissione Europea ha formalizzato una proposta di abrogazione della Direttiva 2010/30/UE, quella che per intenderci disciplina le etichette energetiche apposte sui dispositivi elettronici. Secondo le intenzioni della commissione si passerà da un sistema disomogeneo (in cui alcuni prodotti hanno una scala da A+++ a D, altri da A++ a E, altri da A a G) a un sistema di single energy labelling scale, ovvero una scala unica di efficienza energetica che si applicherà per tutti i prodotti e avrà come estremi le lettere A e G.
L’ipotesi della Commissione è generare benefici concreti in tempi brevi: risparmi energetici pari a 17 tonnellate equivalenti di petrolio, maggiore indipendenza da fonti di energia esterne (che ora costano 400 miliardi all’anno), più innovazione, competitività e anche occupazione all’interno dell’Unione. Dal punto di vista del consumatore, la Commissione stima un risparmio annuo di 15 euro per via di un’informazione più chiara e precisa e per la possibilità di comparare i prodotti, mentre i produttori e i retailer potranno avvalersi di un aumento di fatturato di 10 miliardi grazie anche all’adozione del database digitale dei prodotti che è l’altra grande novità della proposta della commissione.
Il sistema sembra molto complesso. E introduce il “riscalaggio”. Prima che il sistema proposto dall’Unione entri in vigore, di acqua sotto i ponti ne deve passare parecchia, ma così com’è configurato non sembra a prova di futuro. Fino a oggi, l’aumento di efficienza energetica dei dispositivi ha letteralmente moltiplicato le classi, che dall’originale A sono arrivate ad A+++ e anche oltre; un sistema del genere è confuso e non può andare avanti all’infinito ma quanto meno consente di comparare gli apparecchi con relativa semplicità, anche nel tempo. Oggi compro un TV di Classe A, tra 5 anni un A++ e so che consumerà un po’ di meno.
Se il regolamento entrerà in vigore con questa formulazione assisteremo invece al fenomeno del riscalaggio dei prodotti: la proposta prevede (Art. 7) che “Le etichette siano riscalate periodicamente” e che “quando si introduce o si riscala un’etichetta, i requisiti siano definiti in modo che nelle classi di efficienza energetica A e B verosimilmente non figurino modelli al momento dell’introduzione dell’etichetta e che la maggior parte dei modelli raggiunga queste classi almeno dieci anni dopo”.

In pratica si esclude la possibilità di creare nuove classi (il che da una parte è un bene), ma il prodotto che oggi è in Classe A, all’introduzione delle nuova scala, sarebbe in classe C, il che non è il massimo in termini di chiarezza. Oggi compro un A, tra 5 anni di nuovo un A e, se la comunicazione non è passata correttamente, penso di avere due prodotti con consumi analoghi: il realtà la Classe A del 2020 è più efficiente della Classe A del 2015.
Inoltre si prospetta un problema pratico di coesistenza di etichette vecchie e nuove nei periodi transitori: l’atto disciplina la cosa in modo abbastanza puntuale con tempi e modalità, ma siamo sicuri che non troveremo televisori analoghi in negozi diversi, uno A+++ e uno C?
Ci si domanda allora se, piuttosto, non sarebbe stato meglio un sistema come quello delle emissioni inquinanti nel mercato automotive (Euro 4, 5, 6...)? Visto che la tecnologia evolve e che - fortunatamente - si va verso prodotti sempre più efficienti, in questo modo è possibile creare certificazioni nuove nel tempo senza assoggettare le vecchie a un laborioso processo di aggiornamento o dover creare decine di “più” per restare al passo coi tempi. Sarebbe un sistema a prova di cattiva interpretazione e, soprattutto, di futuro.
La proposta non convince il mercato
Al momento la proposta europea è al vaglio delle Commissioni parlamentari competenti, cui AIRES - l’organismo che riunisce le principali catene e gruppi distributivi di settore - esporrà a breve molte perplessità. L’associazione, che riunisce catene quali Media World, Euronics, Expert, GRE e Unieuro, ritiene che il passaggio al nuovo sistema possa disorientare i consumatori invece che dare loro una mano: AIRES, per voce del suo Presidente Alessandro Butali, sostiene infatti che “Non ci convincono molti aspetti, in particolare la scelta di riscalare i gradi efficienza energetica lasciando al momento vuote le prime classi (A e B); in pratica agli elettrodomestici attualmente in “classe A+++” verrebbe attribuita una “classe C” con un evidente disorientamento dei consumatori e un rischio di contraccolpi nelle vendite. Si prospetta inoltre molto problematico il passaggio dal vecchio al nuovo sistema e il periodo di “doppia circolazione delle etichette energetiche”.







Netflix è arrivato in Italia

Ecco i prezzi: il popolare servizio di streaming americano ha di recente fatto il suo ingresso nel nostro Paese. Tre le offerte di abbonamento disponibili per guardare film, serie Tv, documentari e one-man show.

 

Tre le tariffe di abbonamento disponibili, distinte per qualità di streaming e numero di accessi in simultanea. Si partirà con un’offerta «base» da 7,99 euro (contenuti in qualità standard da un solo dispositivo a scelta fra console, smart tv, tablet, pc, tv box e smartphone), si proseguirà con una proposta «standard» da 9,99 euro (in Full HD e su due dispositivi a scelta) per arrivare a un piano «premium» da 11,99 euro (contenuti in 4K accessibili da quattro dispositivi diversi). Per accedere a Netflix è necessario prima di tutto disporre di un collegamento Internet. I requisiti di banda per accedere al servizio sono di 0,5 megabit al secondo (requisiti minimi) e 1,5 Mbps (consigliata). Per sfruttare appieno le potenzialità del servizio, tuttavia, Netflix suggerisce connesioni da 3.0 Mbps per trasmissioni in qualità standard, 5.0 Mbps per quelle in HD e 25 Mbps per l’Ultra HD (4k).
L’iscrizione al servizio può essere effettuata creando un account sul sito della società (oppure attraverso l’app Netflix), selezionando uno dei tre pacchetti disponibili (prezzi da 7,99 a 11,99 euro) e inserendo le proprie coordinate bancarie. Il servizio può essere testato gratuitamente per un mese. Terminata l’iscrizione è possibile collegarsi a Netflix tramite Smart Tv (purché dotate di sistema operativo compatibile), PC, smartphone, tablet, console giochi (PlayStation, Nintendo Wii e WiiU), Apple Tv, Chromecast, lettori Blu-Ray e box tv dedicati. L’utente può scegliere la lingua, i sottotitoli nonché la tipologia di audio surround. È prevista anche una modalità di ascolto per non vedenti con la narrazione delle scene. Netflix consente di creare fino a un massimo di cinque profili personalizzabili in base ai propri gusti. Il servizio invita l’utente a selezionare in prima battuta tre titoli diversi presenti su catalogo (fra film, serie tv, documentari e contenuti per bambini) in modo da offrire suggerimenti personalizzati. Netflix utilizza una tecnologia di “adptive streaming” che permette all’utente di avviare la riproduzione del film o della serie tv in pochi secondi dal clic, a prescindere dal tipo di connessione utilizzata. Il sistema modula il bitrate in base alla connessione dati disponibile in quel dato momento. Il servizio può essere utilizzato in modo ubiquo su diversi dispositivi: è possibile ad esempio avviare la riproduzione di un titolo sul televisore e concluderlo su un tablet.

Funzionerà con smart-tv, lettori blu-ray e console giochi.
Per accedere a Netflix sarà necessario - oltre all’abbonamento - un dispositivo che supporti gli standard trasmissivi del servizio. Ad oggi sono più di trecento i modelli di smart tv compatibile, ma in alternativa sarà possibile utilizzare una normale console gioco(Xbox, PlayStation, Nintendo Wii U), lettori Blu-Ray, box tv dedicati, Apple Tv, Chromecast oltre ai vari dispositivi mobili quali smartphone e tablet. Resta ancora da capire quale sarà il ruolo degli operatori nella distribuzione del servizio. Vodafone e TIM saranno di sicuro nella partita, offrendo abbonamenti combinati (dati più contenuti), strumenti hardware per collegamento alla Tv (TIMVision) e sistemi di tariffazione integrati, ma non è chiaro se tutto questo si tradurrà anche in particolari formule scontate.
“Abbiamo già sperimentato questa opzione in Francia, con Orange, e in Germania e UK con Vodafone”, ha spiegato a Panorama.it Joris Evers, VP, Head of Emea Communications della società, sottolineando l’importanza e il valore della Rete per la customer satisfaction: “Per offrire la migliore esperienza possibile abbiamo bisogno di una connettività efficiente e dunque della collaborazione dei service provider. Più veloce è la connessione Internet, minore sarà il tempo d’attesa per vedere film e serie tv”.

Tante serie Tv (soprattutto americane)
Ma cosa potranno vedere in concreto gli utenti italiani che si abboneranno a Netflix? Sulla carta un mix di film, serie Tv, documentari e one-man show di diverso tipo e per ogni età, dai thriller alle commedie, dai film d’azione ai fantasy e ai cartoni animati. Nei fatti, ci saranno soprattutto serie Tv americane: “Il 70% dei nostri utenti preferisce questo tipo di contenuti, forse perché sono più facili da fruire”, spiega Evers che però precisa: “Le nostre selezioni a livello locale non sono comunque standard: stiamo cercando di capire cosa vogliono gli italiani, cosa guardano in tv, quali sono i dvd che noleggiano, in parole povere quali sono i loro gusti”.
Non ci saranno, ad ogni modo, film a luci rosse, né tantomeno eventi sportivi o talent: “Il nostro focus restano le famiglie e gli utenti che vogliono vedere contenuti cinematografici”, puntualizza il responsabile, svelando in anteprima i titoli delle cosiddette produzioni originali, le serie realizzate ad hoc per la piattaforma: Daredevil, Marco Polo, Bloodline, Unbreakable Kimmy Schmidt, Chef’s table, Sense 8, Narcos, solo per citare le principali.

È una strategia che risponde (anche) a precise esigenze di carattere commerciale, dal momento che i contenuti cinematografici sono spesso protetti da accordi di esclusiva. “A differenza di altri settori, come ad esempio la musica, i contenuti video non possono essere trasmessi su più piattaforme contemporaneamente. Il nostro obiettivo è comunque quello di acquisire il maggior numero di diritti per diventare una piattaforma davvero globale. Vogliamo che tutti i nostri iscritti, in tutte le nazioni, abbiano accesso ai nuovi titoli del catalogo Netflix nello stesso momento».







Smartwatch gli orologi intelligenti

Il 2015 è l’anno dello smartwatch.
Sarà per via del bisogno di qualcosa di nuovo (specie ora che gli smartphone sembrano aver esaurito un pò la spinta verso l’innovazione), fatto sta che mai come quest’anno abbiamo avuto la sensazione di essere di fronte a un mercato maturo, fatto di proposte concrete e non solo di promesse.

In questa rassegna proveremo a fare il punto sui migliori modelli in circolazione, una rassegna con tutti i principali orologi intelligenti apparsi durante l’anno.

Huawei Watch (349 euro)
Presentato al Mobile World Congress di Barcellona, il primo smartwatch di Huawei è forse l’oggetto più indicato per chi medita di fare il primo passo verso il mondo degli orologi intelligenti. 
Perché  ha  un  design pulito ed essenziale (cassa tonda, cinturini in pelle o in metallo intercambiabili), un sistemaoperativo sviluppato ad hoc per dialogare con gli smartphone Android (purché almeno aggiornati alla versione 4.3 del software) e un display luminoso e parco nei consumi. Nel mezzo tutta una serie di funzionalità per il monitoraggio dei parametri fisici (contapassi, movimento, battito cardiaco) che piaceranno agli amanti del fitness.

Apple Watch (da 399 euro)
Non è solo stato lo smartwatch più atteso dell’anno ma anche il più atipico e il più costoso. Il  dispositivo,  in  vendita  dal  25 giugno, utilizza a piene mani la funzionalità Force touch che riconosce un tocco normale sul display da uno più deciso. Sul display  è  possibile  ricevere  qualsiasi  tipo  di  notifica, ma ovviamente a disposizione ci sono un sacco di app (Twitter,  Instagram,  Shazam  e  molte  altre),  Siri  e  sarà  possibile  pagare  con  Apple  pay  appoggiando  semplicemente il Pos sul display dello smartwatch. Grazie a Passbook salva in un’unica posizione carte d’imbarco o biglietti del cinema, con due colpi sul display chiami il driver di Uber e volendo puoi anche aprire il garage o la camera dell’albergo. Poi c’è l’aspetto legato alla salute. Oltre a rilevare il battito cardiaco, il Watch di Cupertino offre anche una lista di app per monitorare una serie di parametri e ogni tanto è capace anche di mandarti un messaggio, che probabilmente dopo un po’ diventa fastidioso, dicendoti di alzarti in piedi e andare a fare due passi. Tutte le app saranno disponibili con iOs 8.2 disponibile da oggi, mentre l’autonomia della batteria è di 18 ore.
Disponibile in tre versioni, Sport,Siver e Space grey, costerà 349 dollari per il modello Sport da 38 mm e 99 per quello  da 42 mm. Il modello in acciaio inox va da 599 a 1099 dollari per il modello da 42 mm e da 549 a 1049 per quelli da 38 mm. E poi c’è la Apple Watch Edition dal modico prezzo di diecimila dollari in prevendita dall’11 aprile e in vendita dal 24. Gli analisti non hanno dubbi: sarà un successo. Secondo Strategy Analytics la Mela venderà 15,4 milioni di pezzi sbaragliando la concorrenza visto che nel 2014 in totale sono stati venduti in totale 4,6 milioni di pezzi.

LG Watch Urbane (360 euro)
Potrebbe essere considerato come la versione “premium” del G Watch R, lo smartwatch con cassa tonda e sistema operativo Android Wear presentato da Lg sul finire del 2014.
Le differenze, rispetto a questo modello sono soprattutto  nel  design  e  nelle finiture.
Il Watch Urbane si presenta infatti con una cassa in acciaio inossidabile più sottile e raffinata (si può scegliere fra finitura lucida argento o oro) e un cinturino in pelle impunturato che ammicca all’utenza più glamour.
Per il resto la dotazione è in linea con quella dei migliori modelli in circolazione: display P-Oled da 1.3 pollici, processore Qualcom Snapdragon quad-core, batteria da 410 Mah, contapassi e cardiofrequenzimetro.
 

LG Watch Urbane LTE (590 euro)
Qui l’obiettivo è decisamente più ambizioso: uno smartwatch che non è mero accessorio, ma un dispositivo stand-alone, capace cioè di brillare di luce propria anche senza smartphone al seguito.
Merito della SIM telefonica 4G già integrata nella cassa dell’orologio, un innesto che rende il Watch Urbane LTE completamente indipendente dal telefono e dunque utilizzabile senza intermediari per ricevere chiamate,
inviare e ricevere messaggi di testo e offrire servizi Push-To-Talk, Fra i pezzi pregiati della dotazione il GPS, l’NFC e un sistema operativo tutto nuovo basato su Web OS.

Pebble Time (da 200 dollari)
Pebble è il marchio che ha inventato il genere smartwatch e, bisogna ammetterlo, sembra avere le idee piuttosto chiare su ciò che serve (e ciò che non serve) per rendere un orologio davvero intelligente.
Lo si capisce una volta di più guardando il nuovo Pebble Time, ultimo nato della famiglia  di  indossabili  e-ink  della startup americana, un dispositivo compatibile con tutti i principali modelli Android (dal 4.0) e iOS (da 8 in avanti) che permette di leggere notifiche su chiamate, sms, email, calendario e di interagire con essi utilizzando comandi vocali. Superiore alla media la durata della batteria: si parla di circa una settimana di autonomia. Il modello base costa 200 dollari, quello in acciaio un centinaio di dollari in più.

Sony SmartWatch 3 (229 euro)
L’orologio intelligente di Sony  ha  almeno  due  grossi punti a suo favore: è impermeabile e ha il GPS integrato. Significa  che  potete  andare al parco a farvi una bella corsetta salutare armati del solo smartwatch. La presenza di Android Wear garantisce la compatibilità con tutti gli smartphone Android (aggiornati a Kit Kat) e con tutti servizi di Google: basta pronunciare “Ok Google” per avviare l’interfaccia di Google Now e interagire con le funzioni che recepiscono i comandi vocali.
Peccato per la mancanza di un cardiofrequenzimetro, in compenso c’è uno schermo che permette di sfruttare la riflessione della luce ambientale quando lo smartwatch è in standby, un escamotage che consente di arrivare a due giorni di autonomia.

Asus ZenWatch (229 euro)
È un modello decisamente più essenziale e sbarazzino di certi smartwatch così seriosi che si vedono in giro. Un aspetto non necessariamente negativo, anzi: se lo smartwatch deve essere un accessorio dello smartphone meglio che si presenti come tale,semplice nel design e nelle funzionalità, ma soprattutto moderato nel prezzo. Tutte qualità che non difettano al nuovo Asus ZenWatch, un orologio intelligente basato su Android Wear che colpiesce per leggerezza (solo 75 grammi di peso) e per rapporto qualità prezzo. Meno convincente il display (migliorabile nella risoluzione) e le funzionalità per il fitness.

Casio G-Shock GBA-400 (199 euro)
Fra le primissime società a credere nelle potenzialità degli  orologi  intelligenti,  Casio  ha  scelto  un  approccio ibrido  al  tema.  Il  G-Shock GBA-400  è  in  effetti  un  orologio con funzioni smart più che un smartwatch in senso stretto. Un modello che nella forma e nella sostanza richiama i popolari modelli “corazzati” della tradizione della casa giapponese ma che grazie a un collegamento Bluetooth può interfacciarsi con gli smartphone Apple e Samsung per controllare il lettore musicale, regolare la sveglia o ritrovare il telefono perso in casa. La batteria qui dura circa un paio di anni.







Tesla powerwall

MUSK PORTA LE BATTERIE IN CASA


Per convertire il mondo al solare. Da marchio automobilistico a produttore di batterie: la nuova sfida di Tesla è stoccare l’energia solare negli accumulatori domestici. Quelli da 10 kWh costano 3.500 euro e si appendono al muro perché “belli come sculture”.

Secondo Musk, è questa la soluzione per liberare il pianeta dalle fonti non rinnovabili: “Si può fare davvero, è nel potere dell’umanità.”
Immerso in un entusiastico coro di urla, fischi e applausi, Elon Musk ha presentato al mondo la sua ultima invenzione, dopo Paypal, SpaceX e Tesla. Si chiama Powerwall ed era stata annunciato come il “pezzo mancante fra l’energia solare e la mobilità elettrica”: è una batteria da appendere al muro di casa (“bella come una scultura”, dice Musk) per accumulare l’energia elettrica prodotta nelle ore diurne dai pannelli fotovoltaici e renderla disponibile sia per l’uso domestico sia per ricaricare nottetempo l’auto elettrica. La versione domestica della Powerwall (10 kWh di “capienza”) pesa un centinaio di kg ed è già in vendita sul sito Tesla Motors al prezzo di 3.500 dollari; prime consegne previste fra tre o quattro mesi.
Esistono già soluzioni al problema dello scarto temporale fra la produzione di energia solare e il picco di consumo: nella maggior parte dei casi l’energia prodotta in eccesso si riversa nella rete e viene richiamata al momento opportuno. Ma Elon Musk ha un approccio diverso: a equilibrare domanda e offerta, un giorno, potrebbe provvedere l’enorme capacità di accumulo parcellizzata in milioni di batterie, sia domestiche sia aziendali. Oltre alle Powerwall, infatti, Musk ha pensato ad accumulatori più grandi chiamati Powerpack, dalla capacità di 100 kWh l’uno ecomponibili “all’infinito”, dedicati ad aziende e condomini. Rispetto agli attuali accumuli – che, dice Musk, “fanno schifo” – Powerwall e Powerpack sarebbero eleganti ed efficienti batterie agli ioni di litio. Nella visione radicale di Musk, in cui non esistono giornate di pioggia o neve, ogni unità abitativa è autosufficiente. “Una grande soluzione per le persone che vivono nei luoghi più remoti della Terra. Succederà come è accaduto con i cellulari nelle zone non raggiunte dalle linee telefoniche via cavo: le batterie renderanno inutili le reti elettriche tradizionali”, ha detto durante la conferenza stampa lo scorso 30 aprile.

 

L’ambizione di Musk è nientedimeno che convertire l’intero fabbisogno energetico mondiale alle fonti rinnovabili e arrestare l’aumento della produzione di gas serra. Il californiano si è fatto i calcoli: con 160 milioni di Powerpack da 100 kWh (16.000 GWh), si possono convertire gli Stati Uniti alle rinnovabili; con 900 milioni di Powerpack, il mondo intero. Se poi si volesse convertire non solo il fabbisogno elettrico, ma anche quello relativo a riscaldamento e trasporti (200.000 GWh), servirebbero 2 miliardi di Powerpack.
“È un numero impossibile? Non lo è. Abbiamo su strada due miliardi di veicoli nel mondo, e li rinnoviamo al ritmo di 100 milioni all’anno. Quindi è qualcosa nel potere dell’umanità, abbiamo già compiuto imprese simili”. Ma due miliardi di batterie è una cifra che fa girare la testa. “Non penso che Tesla farà tutto questo da sola, ci saranno molte aziende che vi si cimenteranno. Speriamo che lo facciano, e per questo la nostra politica open source continuerà anche per i nuovi prodotti”. Al di là della reale fattibilità e sostenibilità del progetto, e dei tanti punti deboli, quello che sembra chiaro dall’ultima presentazione di Elon Musk è che il marchio automobilistico Tesla è solo un tassello del suo disegno imprenditoriale, il cui nodo centrale sono le batterie. Su cui, non a caso, il californiano è disposto a investire (insieme a Panasonic) i 10 miliardi di dollari necessari alla costruzione di una Gigafactory da 50 Gwh di batterie l’anno entro il 2020.
La Tesla Motors, così come la SolarCity che installa impianti fotovoltaici, sono aziende satellite. Le dichiarazioni di Musk sulla volontà di ridurre le emissioni di CO2, sulla speranza di portare l’elettricità a un miliardo di persone e sull’apertura sui brevetti sembrano sincere.
Ma Musk è un idealista molto concreto, che ha capito che in un pianeta sempre più energivoro la vera sfida del futuro sarà la gestione dell’energia.







Cogli l'app e non sarai più solo

 

SI SOCIALIZZA SUL WEB: IL SISTEMA FUNZIONA, MA I SENTIMENTI STANNO A ZERO


Dall’amica per lo shopping al compagno per il calcetto o il pranzo: c’è un’applicazione per ogni esigenza. «ma è come comprare un prodotto», avverte la sociologa.
di Raffaella Case

 

Accidenti che noia la pausa pranzo da sola. E poi mi guardano tutti: penseranno che sono una zitella acida qui a mangiare io e il mio iPad. Fortuna che c’è il sito Pranza con me che ti permette di incontrare nuove persone con cui condividere il momento di piadina e insalata. Se invece siete fanatici del calcetto, ecco Fubles, l’app che promette di trovare in dieci minuti compagni di squadra per il giovedì sera in campo.
Super mega manager con una carriera inarrestabile che cambia azienda e città ogni sei mesi e quindi zero amiche? Nessun problema, c’è Hey Vina, che con un clic ti aiuta a conoscere la perfetta compagna per quelle due ore libere il sabato pomeriggio. Che tu sia a Mosca o a New York.
A seconda dei casi digiti nome, età, squadra del cuore, cucina etnica preferita, titolo di studio e il gioco è fatto, le nuove app promettono di trovarti la persona giusta per il bisogno specifico, che sia una serata al cinema o un giro per musei. E in tanti ci credono e ci si affidano.

Malati di vita virtuale? Diciamo sulla buona strada: perché, secondo i dati Audiweb, aggiornati a gennaio, sono 41,5 milioni gli italiani tra gli 11 e i 74 anni che abitualmente accedono a Internet, generando un traffico di 22,2 milioni di utenti al giorno, i quali dedicano in media 2,31 ore all’utilizzo di app e social network. Per cui risulta normale, visto che gli occhi sono sempre fissi allo schermo, socializzare tramite touchscreen piuttosto che alla vecchia maniera. attaccando bottone in coda all’ufficio postale.
«Eh già, ma per quello serve tempo e noi non ne abbiamo più», commenta Carmen Leccardi, professore ordinario di Sociologia della cultura all’Università Bicocca di Milano. «Il segreto del successo di queste app è che aiutano a fare in fretta, sono lo specchio perfetto di questa nostra società dell’accelerazione».
Ma per costruire relazioni degne di questo nome il tempo è un ingrediente fondamentale. «Esatto. Un’amicizia prevede la sperimentazione reciproca: ci si incontra, ci si riconosce e poi, magari dopo la simbiosi totale dell’inizio, arriva il momento dello scontro, che però fa crescere la relazione, la porta su un piano più alto».
Succede spesso, però, che persone che sulla carta sono molto distanti da noi per inclinazioni e carattere inspiegabilmente ci piacciano “a pelle”. Esempio: sono una bon ton chic di destra amante della musica classica, ma tra le mie amiche più care c’è Giulia, motociclista che ascolta solo hard rock e vota Radicale. L’app non me l’avrebbe mai fatta incontrare. «Queste app non hanno intelligenza emotiva, non considerano fattori come l’affinità sulla base non razionale, magari un odore, la risata, ma rispondono semplicemente a una logica di mercato o utilitaristica. Cioè non lego con Roberta conosciuta per caso sul treno per Rimini, ma cerco un prodotto specifico, l’accompagnatrice perfetta per il teatro. Il concetto che c’è alla base è la prestazione, l’efficienza».
Poco a che vedere con i sentimenti, insomma. «Non la penso così», dice Leonardo Amigoni, che vive a Denver, in Colorado, dove ha messo in piedi una start up che inventa e sviluppa applicazioni. «In Italia conoscere qualcuno via Internet è ancora tabù, negli Stati Uniti invece è la normalità.
È un mezzo come un altro, nessuno si vergogna di utilizzarlo. Infatti qui le dating app, le applicazioni per trovare l’anima gemella, sono diffusissime». Già, ma cosa si può capire da un profilo online, da una faccia muta che ci guarda dallo schermo? «Le dinamiche delle conoscenze sul Web seguono regole precise. Ci si iscrive, si chatta con i candidati più interessanti e poi, prima di incontrasi dal vivo, ci si “vede” su FaceTime, cioè sullo schermo della videochiamata. Così si intuisce se può esserci feeling o meno». Queste app sono usate molto anche per trovare lavoro: è il caso di MeetUp, con cui si creano appuntamenti di massa per determinate categorie di lavoratori, dalle estetiste agli idraulici, fino ai manager. È un modo per scambiarsi velocemente informazioni di settore. «E trovare lavoro. I miei soci li ho incontrati così», continua Amigoni. Ma il futuro qual è? «Un ritorno al passato, con le app che funzioneranno come i vecchi telefoni, per comunicare». Cioè? «Si stanno mettendo a punto applicazioni che si basano sulla sharing economy, l’economia della condivisione». Esempio? «Le app di quartiere, in cui se ho bisogno della falciatrice mi viene data quella a disposizione più vicino a me. Idem per la baby sitter o gli sci».
Con la speranza che si torni a fare sharing di sguardi.

 







Da Londra a New York in un'ora

Tra pochi anni sarà possibile grazie a nuovi aeroplani supersonici con motori a reazione e ali lisce in grado di ridurre l’attrito con l’aria. Buone notizie anche per i treni: viaggeranno a 1.200 chilometri orari. Così da Roma a Milano ci vorranno solo 25 minuti.
di Rossana Rossi

Progetti miliardari stanno affacciandosi in un campo perennemente in evoluzione come l’aeronautica. In un mondo che va sempre più di fretta, il futuro ci prospetta nuovi rivoluzionari mezzi in grado di viaggiare a una velocità superiore a Mach 1, quella cioè che segna il confine del mitico muro del suono. Per riuscirci gli ingegneri stanno mettendo a punto avanzate tecnologie di propulsione, nuovi materiali e forme innovative. Il primo aereo di questa nuova generazione promette di essere Aerion AS2, il jet supersonico che sarà costruito a Reno, nello stato del Nevada, e sarà destinato a prendere il posto del vecchio Concorde, ritirato nel 2003. Grazie all’accordo di collaborazione tra l’europeo Airbus Group e la società aerospaziale statunitense Aerion, molto attiva nella produzione di velivoli supersonici, sarà possibile ridurre drasticamente le ore di volo, volando alla sorprendente velocità di 1.900 km orari, quasi due volte quella dei comuni jet commerciali.
A renderlo capace di tali prestazioni sono le ali a flusso laminare, particolarmente lisce e sottili in modo da opporre meno resistenza all’aria. Aerion spera di iniziare i voli di prova entro il 2019, ma per la commercializzazione bisognerà attendere il 2021. Per il trireattore da 12 posti in fibra di carbonio composita, con motori posti in coda, il costo si aggirerà sui 100 milioni di dollari.

La gara per i cieli
Airbus ha in cantiere un progetto ancora più ambizioso. L’estate scorsa, infatti, ha depositato negli Stati Uniti il brevetto di un aereo dal nome provvisorio di Ultra-Rapid Air Vehicle. Capace di superare di 4,5 volte la velocità del suono, consentirà di volare da Londra a New York in appena un’ora. Il futuro jet ipersonico, che potrà operare da normali aeroporti, sarà spinto da una combinazione di motori: due jet convenzionali attaccati alla fusoliera, due motori a razzo sulla coda e due statoreattori sotto le ali. Una volta raggiunta la velocità di Mach 1, i jet vengono spenti e fatti rientrare nella fusoliera. Nello stesso istante entrano in azione i motori a razzo, che lo fanno impennare quasi in verticale fino a raggiungere la quota di crociera di 35 km. A questo punto, spenti i razzi, l’aereo procede in volo orizzontale sospinto dagli statoreattori, che lo fanno accelerare fino a una velocità massima di 5.480 km orari.

Anche il Centro aerospaziale tedesco sta lavorando a un progetto simile chiamato Spaceliner, che promette però velocità ben maggiori. Il sistema si avvale di due elementi: un razzo riutilizzabile per la spinta iniziale e un veicolo orbitante capace di ospitare un centinaio di passeggeri. La propulsione avviene tramite l’utilizzo di idrogeno liquido e ossigeno, risultando quindi totalmente ecologica. Sospinto dal razzo vettore, il velivolo salirà in 10 minuti fino a un’altitudine di 80 km, al limite dell’atmosfera terrestre. Una volta in quota, sganciato il vettore, inizierebbe in autonomia il suo viaggio verso la destinazione, spinto da propri propulsori fino alla spaventosa velocità di 25mila km orari per poi atterrare come un aereo normale. Risultato? Raggiungere l’Australia dall’Europa in 90 minuti. I progettisti sono fiduciosi di poter iniziare il servizio prima del 2050, a patto però di trovare i 33 miliardi di dollari necessari.

 

Il treno che “vola”
Per chi ha paura di volare la soluzione si chiama Hyperloop, un treno ultraveloce in grado di raggiungere i 1.200 km orari, coprendo una distanza come quella fra Roma e Milano in soli 25 minuti. L’idea è del sudafricano Elon Musk, l’imprenditore della Silicon Valley che ha fondato PayPal, SpaceX e Tesla, l’azienda che produce innovative auto elettriche. Pensato per collegare Los Angeles a San Francisco, Hyperloop è una capsula che si libra sospesa in un tubo d’acciaio svuotato d’aria che, così come per un aereo in alta quota, incontra meno resistenza. L’aria rimanente di fronte alla capsula viene convogliata verso la parte posteriore del tubo utilizzando un compressore, il che consente di raggiungere velocità incredibili con pochissimo consumo di energia elettrica. Il tubo verrebbe montato su piloni in cemento armato, distanti 30 metri l’uno dall’altro dotati di ammortizzatori a prova di terremoto. Il sistema sarà autosufficiente grazie all’impiego di pannelli solari ad alta efficienza: installati sulla parte superiore dei tubi per tutto il loro percorso, genereranno più energia di quella necessaria, immagazzinando elettricità per far funzionare il treno 24 ore al giorno, 7 giorni a settimana. Costo dell’impresa circa 6 miliardi di dollari, molto meno di quanto previsto dal  progetto per l’alta velocità in California, stimato in 68 miliardi di dollari.

 

Tutti i dettagli
Un vagone del treno Hyperloop, in grado di percorrere tratte di 600 chilometri (come per esempio Milano-Roma) in soli 25 minuti. Ai fini di ridurre l’attrito e di aumentare la velocità, il compressore sulla parte frontale del vagone ha il compito di aspirare l’aria che si accumula in corsa, comprimerla e passarla al radiatore, che la raffredda e la espelle in gran parte. La rimanente è inviata al secondo compressore, che la indirizza ai pattini di scorrimento sottostanti. Qui essa forma una sorta di cuscino ammortizzatore che dà stabilità al treno, azzerando ogni scossa. Le ruote sono usate solo in partenza e all’arrivo del treno, mentre in corsa stanno ritratte, lasciando sporgere le lame in alluminio. Scorrono tra due file di elettrocalamite che fungono da acceleratore.

Sottomarini come siluri
In Cina, invece, gli ingegneri dell’Harbin Institute of Technology affermano di aver progettato un sottomarino in grado di solcare gli oceani a 5.800 km orari grazie a una tecnologia impiegata già da tempo per sparare i siluri.

 

Si tratta della supercavitazione, un fenomeno che si verifica quando le bolle prodotte dal movimento di un oggetto nell’acqua si uniscono tra di loro formando un’unica bolla più lunga dell’oggetto stesso: un “guscio” d’aria che consente di ridurre notevolmente l’attrito. Il fulcro del progetto consiste in una bolla creata a prua del sottomarino di forma conica e mantenuta da un’iniezione di gas. Capace via via di estendersi intorno allo scafo, lo renderebbe velocissimo.

Il lavoro degli scienziati cinesi si basa su quello svolto dai ricercatori sovietici durante la Guerra Fredda. Essi riuscirono a produrre dei siluri a cavitazione, gli Shkval, molto veloci (fino a 370 km/h) ma utilizzabili soltanto su brevi distanze (tra gli 11 e i 15 km) e, soprattutto, impossibili da “guidare”: una volta lanciati, la rotta non poteva essere cambiata. Il professor Li Fengchen ha spiegato al South China Morning Post di aver trovato la soluzione per consentire a un sottomarino a supercavitazione di virare.

Una volta che il sottomarino è entrato in supercavitazione, la membrana funge da “timone”: può infatti essere dosata con precisione per creare diversi livelli di frizione sulle diverse parti del vascello, permettendogli in tal modo di virare. Sulla superficie esterna viene continuamente spruzzata una membrana liquida che, a basse velocità, aiuta a ridurre la resistenza dell’acqua. Per attivare la supercavitazione, infatti, occorre raggiungere per lo meno i 75 km/h (operazione che già pone delle sfide).







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