Padri e figlie: una storia complicata

Protettore del “sesso debole” ma estraneo alla natura femminile, il padre, presente o assente, ha il potere, inevitabile, di segnare l’immaginario e l’inconscio di ogni donna. Abbiamo cercato di capire, con i nostri esperti, quali sono le problematiche più frequenti.

di Sara Ficocelli

 


Là dove finisce la primavera dell’infanzia e il corpo abbandona le sembianze di bambina per diventare quello di una donna, gli equilibri familiari cambiano. A volte migliorano, a volte impazziscono. Quello fra padre e figlia è un rapporto complesso, che esplode proprio in questa fase, nell’adolescenza, quando “lo sguardo del padre” diventa per la ragazza un viatico verso la conquista della vita e della sessualità o viceversa una gabbia, più o meno morbosa, dove finiscono per chiudersi i propri sogni.

 

UN RAPPORTO COMPLESSO
“In questa fase della vita” spiega Daniele Novara, pedagogista, Direttore del CPP di Piacenza (www.cppp.it), “il padre consente alla figlia di uscire dal puro e semplice rispecchiamento della madre e di rompere il guscio del nido materno. I padri pericolosi sono quelli troppo fragili o troppo innamorati della figlia. Quelli troppo fragili perché finiscono col consegnare la figlia a un’infanzia estremamente prolungata. Quelli troppo innamorati perché diventano possessivi e morbosi, tenendo letteralmente in ostaggio le figlie segregandole nell’adorazione del padre”. In entrambi i casi, la vita affettiva di queste donne diventa una corsa a ostacoli dove vincere è molto difficile. “Nell’educazione della figlia” continua Novara, “ci vuole un progetto comune fra genitori. Il maschile e femminile non sono soltanto dati biologici. Si coltivano. Anzitutto ci vuole rispetto fra i genitori, anche in caso di separazione difficili. E poi un gioco di squadra che permetta alla figlia di coltivare la propria femminilità nello sguardo benevolo maschile che sollecita a cercare dentro di sé le necessarie integrazioni”. “La figura paterna” spiega Adelia Lucattini, Psichiatra, psicoterapeuta e Psicoanalista, “svolge un ruolo fondamentale nella crescita dei figli, in modo diverso nei maschi e nelle femmine ma ugualmente importante. Il padre, attraverso la sua presenza, non costituisce soltanto un modello per la scelta del partner ma anche un esempio a cui le figlie possono attingere per definire la propria vita professionale e il proprio stile di vita”.

UN LIBRO CON LE “ISTRUZIONI PER L’USO”
Nel loro libro “Padri e figlie, istruzioni per l’uso”, Véronique Moraldi, specializzata in problemi di bullismo, e Michèle Gaubert, psicoterapeuta, analizzano questo complesso legame, partendo dal presupposto che il cuore di una giovane donna non deve appartenere al papà, deve essere libero. Di diritto. “Guai a quei padri idoli” spiegano le autrici, “che rendono impossibile un altro amore. Guai a quei padri così assillanti da impedire di vivere una vita propria. Guai, infine, a quei padri assenti che costringeranno la figlia a una ricerca lunga tutta una vita”. Contemporaneamente protettore del “sesso debole” ed estraneo alla natura femminile, il padre, presente o assente, ha il potere, inevitabile, di segnare l’immaginario e l’inconscio. Tutto ciò che farà o non farà, dirà o mostrerà, avrà delle ripercussioni sull’identità, sui comportamenti, sulla psiche e sulle relazioni affettive della figlia, una volta adulta. Quest’ultima cercherà a volte di sostituire l’irreprensibile papà adorato o di rifiutare il padre violento, e a volte di soddisfare il genitore esigente o di riempire il vuoto di un padre assente. Fermo restando che ogni generalizzazione corre il rischio di essere anche una semplificazione, si possono però trovare nei rapporti padre figlia alcune caratteristiche e stili di rapporto prevalenti. Vediamole con Adelia Lucattini:

IL PADRE “PRINCIPE AZZURRO”
“Tutte le bambine” continua Lucattini, “vedono il padre come il proprio fidanzato o come il “principe azzurro”: se questo elemento però rimane nella vita adulta può creare dei problemi nei rapporti con l’altro sesso, perché qualunque ragazzo o fidanzato verrà sempre paragonato al padre, e non sempre uscirà dal confronto vincente. Durante l’adolescenza, le ragazze spesso hanno un “rapporto conflittuale” con i genitori ed in particolare con il padre, vissuto come portatore di autorità e difensore dei confini intesi come limiti alla propria libertà personale. Se crescendo questa conflittualità non viene elaborata e il padre visto come un interlocutore attivo e disponibile, le ragazze tenderanno a preferire partner con cui possono instaurare dei rapporti di tipo conflittuale, ritenendo che è bello soltanto un ‘amore litigarello’ “.

IL PADRE PERDUTO E IDEALIZZATO
Ci sono poi situazioni in cui la figlia ha a che fare con un “padre idealizzato”, soprattutto in caso di perdite o separazioni: “in questo caso la figura paterna rifletterà tutti i desideri e i bisogni della ragazza, in modo non realistico e difficilmente realizzabile ma ostinatamente ricercato e darà origine ad un rapporto in cui il compagno è percepito come perfetto e inattaccabile, a scapito di una percezione realistica di sé e di una realizzazione personale al di là delle proprie abilità e competenze”.

IL PADRE “MAMMO”
Negli ultimi decenni si è tuttavia affermato un nuovo tipo di paternità, in cui i padri spesso si sostituiscono alle madri diventando quasi dei “mammi”. “Se però il padre non riesce a recuperare con la propria figlia un rapporto più squisitamente virile, assertivo, che indirizza e consiglia, facendo tesoro del punto di vista maschile, il rischio è che, crescendo, la ragazza cerchi un “compagno-mammo” su cui appoggiarsi e fare riferimento”.

IL PADRE INAFFIDABILE
Se invece il padre risulta difficilmente comprensibile, se fin da piccola la figlia non riesce a capire se il padre le voglia bene oppure no, se sia interessato a lei oppure distratto dai propri impegni, da questa difficoltà possono nascere rapporti di tipo “amore-odio” in cui il padre è al tempo stesso amato e odiato, desiderato e respinto, cercato e allontanato, un padre di cui è in definitiva difficile fidarsi. “Questo non potrà che avere delle ripercussioni nel rapporto con il partner che verrà desiderato e temuto, sedotto e abbandonato, voluto e lasciato”.

IL PADRE AGGRESSIVO
Esistono infine anche dei casi limite in cui, se il padre ha avuto dei comportamenti aggressivi svalutanti nei confronti della propria figlia, questa instaurerà col genitore e col partner un rapporto di tipo “persecutore-vittima” con inevitabili conseguenze negative sia sulla sua vita di figlia che in futuro nella sua vita di compagna, fidanzata o moglie.
Durante l’infanzia il padre ha la funzione fondamentale di costruire l’identità dei figli, cioè di aiutarli a sentirsi individui unici e diversi. Ciò è possibile proprio perché si differenzia dalla madre, in senso fisico, caratteriale e di ruolo.
Nell’adolescenza, il padre assolve poi il difficile compito della differenziazione di genere rispetto all’altro sesso. In particolare, deve aiutare la ragazzina a costruire la propria identità di donna.
È di cruciale importanza inoltre il sostegno paterno nel delicato passaggio che la figlia compie dal mondo protettivo materno alle difficoltà della realtà esterna. Quanto più la figlia si sente accolta, tanto più crescerà la sua fiducia di base. Se invece si sentirà svalutata, molto probabilmente dovrà fare i conti con sentimenti di fragilità e incertezza.
Nei confronti della figlia il padre svolge la funzione fondamentale di aiutarla a fondare la propria identità femminile, in particolare durante l’adolescenza.
“È in grado infatti di valorizzare gli aspetti femminili propri della ragazzina, laddove la madre non riesce ad arrivare “dice il Prof. Roberto Pani, docente di Psicologia Clinica all’Università di Bologna“in altri termini, l’idea di femminilità può essere trasmessa sia attraverso canoni estetici lanciati dalla madre sia attraverso la valorizzazione di atteggiamenti, che fanno parte di un fascino nascosto che la ragazza non sa di avere. È in quest’ultima parte che interviene il padre, il quale rafforza l’appartenenza della figlia al genere femminile, con il riconoscimento di caratteristiche individuali”.
Per fare un esempio pratico, se la madre accompagna la figlia dal parrucchiere, il padre le riconosce di avere una particolare sensibilità verso la cura degli altri, da sempre associata all’identità femminile.
Non sempre però i padri assolvono la loro funzione di costruire la fiducia di base della figlia.
“Purtroppo pochi padri riescono a trattare le figlie con la dovuta disinvoltura e affetto – continua lo psicoanalista Pani – Spesso non abbracciano le figlie perché il contatto li spaventa. Alcuni padri inoltre ritengono che le cure verso i figli siano di esclusiva pertinenza materna, come se gli uomini non dovessero avere voce in capitolo. Naturalmente si tratta di resistenze dovute anche a un fatto culturale del quale non si è sempre consapevoli.”
Se la ragazza si sente privata di una parte importante del rapporto con il padre, potrebbe provare carenze affettive che la spingerebbero a cercare compensazioni attraverso i rapporti con l’altro sesso. Non dimentichiamo che lo “sguardo” del padre offre alla figlia la conferma della propria identità, e quindi, sintetizzando al massimo, di valere in quanto persona. Il senso di fiducia in se stessa potrebbe esserne minato. Nella vita pratica questa mancata familiarizzazione con la figura del padre, anche in senso fisico (nell’accezione più positiva del termine) mette la donna in condizione di non essere libera e spontanea nei confronti del sesso maschile. Potrebbe non sentirsi sicura nei propri comportamenti, e mantenere un atteggiamento incerto nei confronti delle situazioni che la vita le pone.

Se la relazione con il proprio padre non è stata sufficientemente positiva, si è condannate all’infelicità?  La risposta fortunatamente è negativa: “liberarsi dal condizionamento interiore paterno non solo è possibile, ma dipenderà anche dagli incontri positivi che la figlia farà con le figure maschili della propria vita a mano a mano che crescerà - prosegue l’esperto. Saranno proprio le esperienze sentimentali a fornire alla donna una via per uscire dalla trappola del rapporto conflittuale con il padre, lenendo a poco a poco il senso di rabbia e delusione. Se i rapporti affettivi con l’altro sesso sono autentici, l’ex figlia ferita riuscirà a poco a poco a distinguere ciò che il padre ha rappresentato per lei da ciò che cerca veramente negli uomini. Senza incorrere nel pericoloso tentativo di compensare la carenza subita, attribuendo al partner un ruolo paterno che non gli spetta. Oppure di cercare relazioni simili al rapporto con il padre, che si riveleranno sempre fallimentari.

Superare un cattivo rapporto con il proprio padre significa anche riuscire a vederlo per come è e non in relazione alla bambina che si è stata. E cioè “un uomo” che ha fatto quello che ha potuto, senza volontariamente ferire o penalizzare la fiducia in se stesse. Solo così si riuscirà a vivere rapporti sentimentali  adulti, privi cioè dell’intenzione infantile (spesso inconscia) di  scegliere partner che ricordano il padre, proprio per compensare le carenze della propria figura paterna. Non è certo facile separarsi dall’antico senso di rabbia che fa ancora soffrire, perché ricorda la sensazione di essere state private di qualcosa di importante. Ma cominciare a riconoscere il proprio risentimento ed incanalarlo verso un progetto di crescita è già un primo passo per riuscirci.







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