Sandro Zara

Sandro Zara, fantasioso imprenditore veneziano, da oltre 50 anni coniuga con maestria costume e moda, grazie ad una grande capacità di innovare, scegliendo il meglio della tradizione. Nasce a Mirano nel 1941, conosciuto principalmente per avere riportato in auge il Tabarro, ancora oggi insieme a figli e collaboratori lavora in azienda con l’entusiasmo di sempre realizzando capi originali anche con i marchi Barena e Cini.
 

Signor Zara, come è nata la sua passione per il settore tessile?
Da ragazzino non ero molto bravo a scuola, troppo vivace e un po’ discolo, così almeno mi descrivevano. Allora mio padre, da sempre amico di Alfonso Coin, tra i fondatori dei celebri grandi magazzini e, all’epoca, presidente dell’Ospedale di Mirano, gli parlò di me. Alfonso mi assunse subito dopo un colloquio durato appena trenta secondi.
 

Ma come, di appena trenta secondi?
Incredibile ma vero, andò proprio così. Alfonso Coin era un grandissimo personaggio, uomo dal felice intuito, rappresentava l’ossatura dell’azienda e nutriva una forte simpatia nei miei confronti. Mi innamorai del suo modo di fare e del settore tessile in sé. Lavoravo a Mestre e a Venezia: mi trovavo molto bene, in negozio Alfonso mi faceva sentire un personaggio, mi coinvolgeva come un adulto ed io ero molto interessato a tutto ciò che riguardava l’attività, tanto che molti pensavano fossi un suo parente. Quando fu aperto il Reparto Confezioni nei grandi magazzini di Mirano decisero di trasferirmi. Ma io non volevo lavorare in paese dove mi ricordavano come un ragazzino un po’ discolo, avrei perso in autorevolezza. Non mi sentivo a mio agio tanto da non riuscire a dare il meglio di me.
 

Quindi chiese di essere trasferito nuovamente?
In realtà, con grande coraggio e un pizzico di quell’incoscienza che mi accompagna ancora oggi, a 21 anni decisi di mettermi in proprio e mi proposi come agente di commercio per il lanificio Eger. Lavorando con questa azienda imparai molto, perché oltre alle confezioni realizzava anche i tessuti. E nel corso di tale esperienza rimasi definitivamente affascinato dal mondo del tessile e in particolare dalle materie prime utilizzate, soprattutto dalle lane.
 

Di che periodo stiamo parlando?
Era il 1961, cominciava a sentirsi la ripresa, c’era fermento, il terribile periodo della guerra si era concluso da poco più di 15 anni e fino ad allora gli acquisti erano indirizzati soprattutto a ciò che era assolutamente necessario, la gente aveva poco o nulla. Mentre lavoravo ancora con Eger fondai Bancarella Kilt. All’epoca andavano di moda i tipici gonnellini scozzesi, ma i tessuti presenti sul mercato erano “pettinati”, quindi risultavano freddi una volta indossati. In realtà non inventai nulla ma ebbi l’idea di apportare alcune modifiche che ne decretarono un successo travolgente. Stilisticamente introdussi le “pence” in quanto il kilt originale è una gonna da uomo ed ha quindi un taglio diritto, mentre le modifiche introdotte lo rendevano più adatto ad essere indossato dalle donne. Questo non sarebbe bastato se, grazie all’esperienza maturata nel tessile con Eger, non avessi avuto l’idea di utilizzare un tessuto per giacca da uomo molto morbido, il lambswool, una fibra proveniente dalla prima tosa di agnellini di sei-otto mesi, dando sfogo poi alla fantasia nella scelta dei disegni e dei colori. Fu l’uovo di Colombo.
 

Una novità all’epoca rivoluzionaria, ebbe molto successo?
Questa gonna ebbe un successo superiore a qualsiasi aspettativa. Interessai alcuni artigiani locali che sposarono l’idea, iniziammo a collaborare e  il  prodotto  decollò.  Con  Bancarella Kilt coinvolsi un vecchio amico, Giorgio Zava-Cini, titolare a Vittorio Veneto del Lanificio Cini che già produceva, fra l’altro, tessuti in lambswool per giacche da uomo e lo convinsi ad aprire una nuova linea dedicata ai tartan. Ne creai di nuovi rivisitati nei disegni, nei colori e nella morbidezza per adattarli al pubblico femminile. Andammo avanti insieme per molto tempo.
 

Sento una nota di nostalgia riguardo al Lanificio Cini, fu una collaborazione importante?
Assolutamente sì. Tra l’altro il marchio Cini ora ci appartiene, è depositato in tutto il mondo e lo utilizziamo per produrre capi speciali per pochi selezionati clienti. La storia del Lanificio Cini risale addirittura all’Ottocento. Nel 1827 Giacomo Tarma, produttore di cordami in canapa a Venezia, decide di fare un salto di qualità con una nuova azienda. A San Giacomo dell’Orio apre un laboratorio dove inizia a produrre “strasse, rasse, felzine e schiavine”, tessuti e panni pesanti, fra cui quelli per coprire il felze, la cabina in legno delle gondole. Fin dal principio con Giacomo Tarma lavora Francesco Cini, nipote della governante, ma da lui considerato come un figlio, tanto che alla sua morte viene nominato erede universale. Al di là dell’affetto nei suoi confronti, Giacomo Tarma vedeva in Francesco Cini l’unico in grado di portare avanti con successo l’azienda. Sul finire dell’Ottocento l’attività viene spostata a Vittorio Veneto. Per la famiglia furono decenni di grandi successi. In tempi relativamente recenti ho avuto modo di collaborare per alcuni anni con il Lanificio Cini e ci siamo aiutati più volte a vicenda. L’ultimo erede, Giorgio Zava-Cini, dopo la chiusura della fabbrica, mi ha portato come riconoscimento per gli anni di collaborazione il suo preziosissimo archivio: c’erano tutte le tavole dei tessuti e le “ricette” per produrli. Un gesto che mi ha commosso e riempito di orgoglio. Così quando abbiamo rilevato  il  marchio  Cini  lo  abbiamo  rilanciato  nel  più  profondo rispetto della tradizione. Infatti, pochi e selezionati clienti sparsi in tutto il mondo, possono acquistare coperte, baschi e vestiti realizzati nel rispetto dell’antica arte laniera che affonda le sue radici nella storia di Venezia.
 

Come proseguì la sua crescita professionale e come andò modificandosi  in  quegli  anni  dato  che  poteva  godere  di risorse economiche maggiori grazie al successo del kilt?
Intrapresi una collaborazione, che prosegue ancora oggi, con la Levi’s Strauss. Iniziai come agente di commercio cercando di piazzare nei vari negozi i primi jeans, tra cui i famosi 501. Ad oggi sono l’unico in tutto il mondo che vanta un così lungo rapporto di collaborazione con l’azienda di San  Francisco.  Iniziai  nel  1972  e  nel  1989  sono  diventato anche il distributore esclusivo per l’Italia dell’intera linea di accessori con lo stesso marchio. Per questa mia collaborazione ultradecennale ho ricevuto anche un particolare riconoscimento da parte del presidente della Levi’s Straus in occasione di una sua visita a Venezia.
 

Negli anni ’70 ci fu il boom dei jeans, come visse questa esperienza?
Premetto che non ho mai abbandonato neanche all’epoca la mia passione per i tessuti, ma servivano molte risorse economiche per svilupparla come sognavo. Quindi la rappresentanza della Levi’s in quegli anni fu per me determinante. Furono clamorosi in termini di vendite i risultati  raggiunti  nel  Friuli-Venezia  Giulia.  Nonostante  l’iniziale scetticismo dei negozianti arrivai al punto che a Trieste facevo arrivare addirittura interi container di jeans. Nei paesi dell’Est impazzivano per i Levi’s, magari faticavano a sbarcare il lunario ma avrebbero fatto carte false pur di avere un paio di jeans della Levi’s. Avevo dei clienti a Trieste che acquistavano  quantità  di  merce  che  superava  di  quattro volte  la  cubatura  del  loro  negozio.  Dalla  Yugoslavia  arrivavano con vestiti leggeri, per ritornare poi nelle loro città indossando anche cinque o sei paia di jeans uno sopra l’altro per evitare di pagare i dazi doganali. Di me parlarono perfino i giornali americani come un fenomeno nelle vendite e naturalmente ebbi il giusto ritorno economico che mi consentì di concentrami sulla mia vera passione.
Come ha portato avanti la sua azienda in quegli anni? Non ho mai abbandonato la passione per il tessile e l’azienda ha due anime. Da una parte la vendita dei prodotti della Levi’s e dall’altra il tessile. Amo i tessuti, cerco la loro storia. Ho un archivio di quasi 600 capi di cui almeno 50 sarebbero da esporre in un museo. Non ho la pretesa di essere uno stilista, ma certamente sono un forte osservatore. Guardo le stoffe, le tocco, le osservo, le annuso, le ammiro. Cerco di capire la loro storia perché in fondo la storia dei tessuti va di pari passo con la storia degli uomini, con le vicende che li hanno visti protagonisti, belle o tragiche che siano. Ed è questo grande amore per i tessuti che mi ha fatto riscoprire il Tabarro.
 

Ci racconti il percorso di riscoperta del Tabarro.
Entrambi i miei nonni hanno combattuto nella Prima Guerra Mondiale, uno dei due nei Balcani. Gli avevo visto addosso il tabarro ma poi l’avevo perso di vista e un po’ dimenticato. È un indumento realizzato con lane povere, le cosiddette lane “ ignoranti”, ma che ha il suo fascino. Un giorno iniziai a pensarci e avviai delle ricerche. Incaricai anche un amico di aiutarmi, ma non fu facile perché molti capi erano stati dimenticati. Anzi, sembrava che la gente non avesse visto l’ora di sbarazzarsene: evidentemente erano associati a periodi difficili di fame e miseria. Abbiamo studiato i costumi di Palazzo Mocenigo sede del Centro Studi del tessuto e del costume, gli archivi di vecchi lanifici ormai chiusi, abbiamo tratto spunti dal Museo del Mare di Chioggia, da quanto abbiamo visto nel corso di alcune ricerche a Parma e a Mantova e da fotografie d’epoca. Io mi diedi da fare per rintracciare dei pastori che producevano la lana in Alpago. Così abbiamo filato e riprodotto esattamente il tessuto dei tabarri della Grande Guerra. Non solo. Da queste ricerche sono nati, anzi sono stati riprodotti dei modelli ai quali abbiamo dato dei nomi non casuali ma riconducibili anche alle modalità e ai luoghi in cui li abbiamo rintracciati. Si figuri  che  ad  un  certo  punto  ho  diffuso  dei  manifesti  in cui proponevo una giacca a vento nuova a chi mi avesse portato dei tabarri. Ci siamo riempiti il magazzino e da lì abbiamo tratto spunti e ispirazioni fondamentali per la rinascita dei tabarri e per le creazioni stilistiche di Barena, altro nostro marchio che crea abbigliamento etnico in chiave moderna e raffinata, ispirato all’ambiente lagunare. Questo perché grazie ai musei e ai documenti storici è facile risalire all’abbigliamento dei nobili: Doge, Dogaressa, patrizi veneziani, ma più complicato conoscere quello della gente comune. E proprio di quest’ultima volevo interessarmi.
 

Barena a chi deve il suo successo?
Certamente la tradizione di famiglia, il nostro stile, i nostri gusti, hanno condizionato le linee dei modelli Barena, ma non si può negare che Massimo Pigozzo stilista della linea uomo e mia figlia Francesca stilista della linea donna, sono sempre riusciti a creare capi che con la loro sobrietà, la foggia raffinata, la qualità e resistenza dei tessuti, hanno conquistato il pubblico italiano, ma ancor più quello estero. Barena propone una reinterpretazione della tradizione che fonda le sue radici nei baluardi fondamentali: l’amore per i tessuti di alta qualità, naturali e italiani, come lana, seta,  lino.  I  filati  sono  prodotti  nell’entroterra  veneto,  da sempre eccellente nella tessitura delle lane e non solo. I colori sono naturali e ispirati all’ambiente lagunare nelle varie stagioni. Abiti confortevoli fatti per essere indossati e vissuti.
 

Tornando ai Tabarri, quanti ne producete?
Abbiamo iniziato la produzione nel 1974. I capi vengono tagliati e cuciti ad uno ad uno come si faceva un tempo a garanzia dell’autenticità del prodotto. Come dicevo, i nomi dei tabarri e quindi i modelli non sono casuali. Il modello Ruzzante, ad esempio, si ispira ad un tabarro che ci venne recapitato da un notaio di Padova, gli altri sono il Nobiluomo, il Brigantino (trovato al castello di Paderna, era una divisa dei volontari che combattevano il brigantaggio), il Lustrissimo, il Mercante padano, il Caorliega, il Centesimi. I Tabarri sono una lavorazione completamente artigianale, con panni appositamente creati replicando tessuti d’epoca. Sono formati da una ruota perfetta che bisogna tagliare in coppia, girando attorno ad un tavolone sul quale poggiano i sei metri di tessuto necessari. Una sola cucitura passa lungo la schiena: la stoffa è a “taglio vivo”. Una particolare compattatura del tessuto permette di tagliarla senza dover cucire i bordi per evitare la sfilacciatura. I tessuti (il cui peso non può scendere al di sotto dei 380 grammi al metro quadrato), sono il frutto di lunghe ricerche e studi ripescando trama e ordito nei capitolati delle antiche filature. Sono il panno nobile, il panno pastore e il velour largamente utilizzato dai militari per le divise di alta uniforme, a questi si aggiunge un tessuto di lana nobile di 680 grammi. Del teflon nebulizzato sul tessuto gli restituisce la sua naturale impermeabilità. I colori sono prevalentemente nero e grigio, ma ci sono anche le versioni bordeaux. Tutti i baveri sono realizzati utilizzando tela di crine come rinforzo interno cucita seguendo un principio che consente al collo di prendere consistenza senza perdere movimento e rendendolo per sempre indeformabile. Firmiamo anche accessori ad hoc come il feltro passatore, il fiocco anarchico, mascheroni veneziani in argento, spazzole e brusche da tabarri. Riproducendo fedelmente ogni caratteristica dei capi storici recuperati, conserviamo infatti il fascino e la storia di un capo che è stato indossato da generazioni di italiani.
 

E il profumo Tabarro?
Quando mi hanno suggerito di creare questa nuova fragranza non ci credevo molto. In realtà i risultati sono stati più che buoni considerando il fatto che non l’abbiamo minimamente pubblicizzato. Ci siamo affidati ad un profumiere di Parma e abbiamo creato la nostra fragranza agli aromi di mirto e cedro del Libano. Ha incontrato il gusto di molti.
 

Due anni fa a Venezia fu girato un cortometraggio su alcuni episodi della vita di Rodolfo Valentino, presentato poi al festival di Cannes, i personaggi maschili indossavano tutti il Tabarro. Li avete forniti voi?
Molto di più oserei dire! Tutti i tabarri presenti in scena, dagli attori alle comparse, sono i nostri. Ma la parte più divertente è che Pierluigi Ferrandini, il regista, si disse stregato dal mio portamento quando gli mostrai come si indossano i  tabarri e mi volle nel cast affidandomi il ruolo di un nobiluomo inglese, marito della focosa Lady B. Mi sono molto divertito, ma quando mi proposero di recitare in un’altra “fiction”, risposi che quello di attore non era il mio mestiere, anche se l’emozione fu forte. Più volte sono stato invitato in trasmissioni Rai. Ne ricordo una in particolare, presentata da Massimo Giletti e andata in onda il Capodanno di qualche anno fa, in cui volle che entrassi in scena indossando il tabarro e a cavallo di una vecchia bicicletta.
 

Quindi c’è una precisa gestualità per indossare il Tabarro.
Certamente!  Una  corretta  calzata  è  fondamentale,  altrimenti il tabarro scivola all’indietro. Qualche anno fa abbiamo addirittura fatto stampare delle brochure che illustrano i vari passaggi che si susseguono nell’indossarlo. So che mi ripeto ma sono innamorato di questo capo, del fascino e della storia che porta con sé e che in qualche modo viene trasferita anche a chi lo indossa. Del resto in tempi ormai lontani si diceva che un uomo deve saper governare il cavallo e mettere nel modo giusto il tabarro.

Quali sono state le maggiori soddisfazioni che le ha dato il fatto di avere reinventato e riportato di moda il Tabarro?
Indubbiamente sono state molte. Sicuramente quella che mi ha emozionato di più è stata quella di avere ricevuto l’invito  da  parte  del  Presidente  della  Repubblica  Giorgio Napolitano  a  partecipare  al  Quirinale,  tra  le  eccellenze dell’imprenditoria  italiana,  all’assegnazione  del  Premio Leonardo. Eravamo all’inizio del 2010 e quando ricevetti il biglietto in un primo momento pensai ad uno scherzo di qualche mio amico buontempone. Così andai dal sindaco di Mirano, glielo mostrai. Lui mi disse che era impossibile falsificare il sigillo del Quirinale, ma mi consigliò di chiamare la segreteria del Presidente della Repubblica. Per tutta risposta mi vennero fornite tutte le indicazioni relative al posto dove avrei dovuto sedermi durante la cerimonia e a tavola. Venni presentato anche alla signora Clio, moglie del Presidente. Finora sono l’unico miranese che ha ricevuto questo onore.
 

In molti hanno vestito i suoi tabarri, ci può citare qualche nome famoso?
Sicuramente  il  più  conosciuto  al  grande  pubblico  è  Lucio Dalla che mi mandò anche una sua foto con dedica per annunciarmi che l’avrebbe indossato durante un suo concerto.
Ma ce ne sono anche molti altri come il presidente della Levi’s, il famoso ristoratore Arrigo Cipriani, il grande appassionato di vini Luigi Veronelli, il banchiere Alessandro Profumo, il regista teatrale Maurizio Scaparro solo per citare alcuni dei nomi che mi vengono in mente. Ma anche tanta altra gente l’ha scelto e lo indossa con eleganza e passione.
 

Lei non ha frequentato l’Università, eppure è stato chiamato a tenervi alcune lezioni. Ci racconti la sua esperienza.
Nel corso della mia vita ho avuto modo di conoscere grandi personaggi della moda e dei tessuti, come Fiorucci, Goldschmied,  Solbiati,  Napoleoni,  Massimo  Osti.  Sui  miei tabarri nel corso degli anni sono stati scritti qualcosa come 368 articoli apparsi su riviste e giornali. Ho curato un piccolo libro sui tessuti con i testi di un grande amico ed esperto come Franco Pizzato e i disegni di un grande artista come Carlo Preti che mi ha accompagnato, fra l’altro, nella realizzazione di molti manifesti. Così sono stato invitato dalla professoressa  Maria  Luisa  Friso  presso  la  sede  di  Treviso dell’Università di Architettura di Venezia, al corso di laurea magistrale in design della moda, a tenere una lezione dal titolo “Il tabarro una ruota perfetta”. Non sono mancate alcune tesi di laurea sull’argomento tra cui quella di Pierluigi Zarantonello e Chiara Durighetto, mentre il prof. Marco Bettiol dell’Università di Padova docente del corso di internet marketing, ci ha inviato alcuni stagisti per studiare la nostra azienda. Sempre a Padova alla facoltà di Economia, al corso di strategia d’impresa, il professor Romano Cappellari mi ha proposto di parlare sul tema del “lusso accessibile”. Nell’occasione ho ripercorso la storia della riscoperta del tabarro e di come i capi, tutti rigorosamente numerati, siano venduti sia in Estremo Oriente come negli Stati Uniti. Tanto che la stampa americana ha sottolineato, vedendo i nostri modelli, come per la prima volta sbarcassero negli Usa dei tabarri senza l’emigrante dentro.
 

Come vuole concludere questa nostra chiacchierata?
Certamente ringraziando tutti i miei collaboratori, senza il loro aiuto tutto questo non sarebbe stato possibile; i miei clienti che hanno saputo capire lo spirito con cui realizziamo i nostri capi e hanno scelto di fidelizzarsi a noi, e naturalmente la mia famiglia e i miei figli, Enrico, Francesca, Giovanni e Davide che mi sono sempre stati vicino supportandomi.
 

Sandro, ascoltare la sua storia e i suoi racconti ci ha emozionati. La ringraziamo per averci dato l’opportunità di conoscerla meglio, a lei e ai suoi figli vanno i nostri complimenti e gli auguri per un futuro carico di nuove soddisfazioni.







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