Vinilmania


 

Viaggio nell’ultima fabbrica italiana che produce 33 giri.

Il vinile torna di moda, scopriamo il backstage dell’unica azienda italiana che ancora stampa dischi usando macchine che hanno quasi 40 anni, la Phono Press di Settala. Ecco come nasce un disco.


Nessuno avrebbe mai pensato che, con il Compact Disc in declino e lo streaming ai suoi massimi livelli, il vecchio disco in vinile potesse ancora dire la sua. Eppure, e lo dicono i dati di mercato, il vinile sta riscoprendo un vero e proprio periodo d’oro con le vendite degli ultimi anni che hanno sorpassato, numeri e grafici alla mano, i picchi degli anni d’oro dell’alta fedeltà. Il vinile per molti appassionati è la storia, ma per le etichette indipendenti e molti giovani d’oggi è un modo per tornare alla musica genuina di un tempo, non viziata dalle logiche commerciali delle grandi major e guidata soprattutto dalla creatività degli artisti e dalle loro ispirazioni. Di fronte all’impalpabile musica liquida, la copertina quadrata di un disco in vinile, con i suoi disegni e il suo profumo, è ancora un prezioso oggetto da collezionare, spolverare e ascoltare nelle sue piccole imperfezioni e nel suo analogico rumore di fondo. Un boom quello del vinile inatteso, tanto che oggi la parte più complessa da affrontare è quella relativa alla produzione: nel mondo le aziende che ancora stampano dischi non sono più di venti, e tutte hanno in comune un problema non da poco, ovvero la necessità di usare macchine con più di quarant’anni di vita alle spalle, presse che hanno stampato milioni e milioni di dischi e che meriterebbero di andare in pensione se ci fossero degni sostituti.

Ma all’alba del 2016, in piena era digitale, non c’è più nessuno che produce macchine per la creazione di dischi, e pure trovarne di vecchie è difficilissimo: molte stamperie hanno mandato tutto a rottamare, distruggendo un patrimonio che oggi sarebbe ancora stato utilissimo. In Italia avevamo più di dieci aziende che stampavano dischi in vinile, ma oggi solo una di queste è ancora viva, la Phono Press di Settala, in provincia di Milano. Phono Press è sul mercato da oltre 30 anni, e solo di recente ha cambiato sede per far fronte alle richieste di un mercato che è effettivamente esploso: “Se fino a qualche anno fa si stampavano dai 1000 ai 2.000 dischi al giorno - ci dice uno dei responsabili - oggi siamo arrivati a 6.000 dischi”. La domanda è esplosa, tanto che in alcuni paesi europei per un ordine la lista di attesa è lunghissima: in Repubblica Ceca chi ordina una stampa deve attendere fino a 6 mesi per ricevere i dischi. Phono Press produce per tutti, ha clienti italiani e clienti europei: “Tutte etichette indipendenti e qualche ordine di major - ci confermano - ma in media ogni ordine non passa i 500 / 1.000 dischi”.


Confrontarsi con macchine di una certa età, in ogni caso, non è un grossissimo problema: “Le macchine che stampano sono molto vecchie, ma trattandosi di sistemi meccanici costruiti alla vecchia maniera metterci mano non è difficile, e abbiamo anche una piccola officina per le riparazioni. Quella – ci indicano con orgoglio – è una vecchissima pressa per dischi manuale che stiamo rimettendo in sesto, è l’unica che permette di realizzare dischi con lavorazioni particolari, ed esempio l’effetto splash”.

Alla Phono Press ci raccontano che qualche azienda che produce ancora presse per vinili esiste, ma il costo di ogni pressa, circa 300.000 euro, è un investimento che oggi non si riesce ad affrontare.
Il problema vero, in realtà, non sono tanto le presse quanto gli altri elementi che compongono la catena di stampa: il nostro viaggio parte infatti dalla sala dove, tramite il processo di “trascrizione”, si trasforma il master inviato dalla casa cinematografica (un file oppure un CD) in quello che può essere definito il “disco numero 0”.
La macchina visibile nella foto sopra è una sorta di giradischi inverso: al posto di una testina ha un cristallo di zaffiro che incide il solco su una lastra di alluminio ricoperta di una particolare lacca, vernice che ad oggi viene prodotta da una sola azienda al mondo. Macchine di questo tipo non se ne fanno praticamente più: la Neumann, azienda tedesca che ha creato quella realizzata in Phono Press, oggi produce solo ottimi microfoni ma ha abbandonato il settore degli apparecchi industriali.

Il disco che viene realizzato tramite il processo di trascrizione è un vero disco che suona, una copia perfetta di quelli che saranno poi i dischi creati dalle presse. Alla Phono Press ci raccontano che la qualità di un disco è determinata al 90% dalla fase di incisione: la profondità delle piste, la distanza tra una pista e l’altra e tanti altri piccoli dettagli determinano poi la dinamica e la qualità dell’ascolto.

 

Le fasi successive del processo di lavorazione sono molto semplici: c’è una prima fase “chimica” che prevede la creazione delle matrici di stampa e successivamente c’è la fase di stampa vera e propria dove intervengono le presse meccaniche. Per stampare servono però le matrici, dei dischi “negativi” realizzati rivestendo il master con uno strato di argento e nichel in bagno galvanico. In questa fase si pensa anche al futuro: viene creato anche un disco madre, una copia perfetta in nichel del disco “0” da tenere in archivio per eventuali ristampe.

La “magia” viene fatta da rumorose macchina dotate di una forza spaventosa: in Phono Press ci sono sei presse che lavorano a pieno ritmo per realizzare i dischi.
Come materiale di partenza vengono usati piccoli grani di pvc, disponibili in diversi colori: questi grani vengono scaldati da una caldaia e trasformati in un “bicchierino” di pvc, un cilindretto che viene letteralmente schiacciato dalla pressa all’interno delle due matrici. Il risultato, come si può immaginare, è il disco stesso: all’interno della macchina in realtà il processo è leggermente più complesso, con una spruzzata di vapore a oltre 200 gradi per ammorbidire il vinile e un passaggio di acqua fresca per raffreddare il disco. In Phono Press ci svelano anche alcuni piccoli dettagli che stupiscono anche alcuni estimatori del vinile: le etichette dei dischi non sono incollate come si potrebbe pensare ma vengono pressate insieme al disco. La carta utilizzata per le etichette è una carta speciale, con un alto grado di porosità, che viene penetrata dal PVC caldo e diventa parte integrante del disco stesso.
Il ritorno del vinile non è un fuoco di paglia, anzi: le aziende ci credono, i consumatori ci credono e anche ai negozi il vinile piace, con le varie catene che hanno iniziato a dedicare uno spazio ai vecchi 33 giri. Perché, come abbiamo già detto in più occasioni, lo streaming è comodo, ma il 33 giri fa godere ancora.







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