Essere anziani oggi

Le Nazioni Unite hanno definito il 1999 come anno dell’anziano, riconoscendo e confermando che il progressivo invecchiamento della popolazione, una tendenza già da tempo messa in evidenza dai demografi, rappresenterà una delle priorità del 21° secolo. Infatti, l’invecchiamento della popolazione appare come un fenomeno emergente universale. La confluenza del calo della fertilità e dell’aumento della longevità dovuta al miglioramento delle condizioni di vita (in particolare nei settori dell’alimentazione e dell’igiene) e ai progressi scientifici in ambito medico, ha determinato la crescita numerica e proporzionale della popolazione anziana in tutto il mondo.

 

Nel 2050, secondo il report dell’agenzia governativa delle Nazioni Unite dal titolo World Report on Ageing and Health 2015, il numero di persone di età superiore ai 60 anni dovrebbe raddoppiare, con effetti non da poco per la composizione sociale e per le prospettive globali: il cambiamento riguarda anche quei paesi dove i redditi sono bassi e dove non sempre il prolungamento dell’aspettativa di vita si accompagna a condizioni dignitose. Tra 35 anni, insomma, più di una persona su 5 sarà oltre i 60. Entro il 2020 ci saranno più anziani che bambini prossimi all’età scolare.
Si stima che dal 2050 l’80% degli anziani vivrà nei paesi a reddito medio-basso con le conseguenze che questo stato di fatto comporta: il rapporto mira a sfatare l’idea, un po’ semplicistica, che “i 70 siano i nuovi 60”, perché mancherebbero le evidenze scientifiche su questo assunto.

All’interno poi del più generale discorso sull’invecchiamento, va considerato quello più prettamente di marca femminile, perché le donne saranno in maggioranza tra gli anziani e nei paesi poveri la salute di questa fascia di popolazione giocherà un ruolo particolarmente importante anche in ottica welfare. Un mix combinato di cambiamenti personali, dai comportamenti della vita quotidiana, e sociali (dalle tecnologie di assistenza alle social facilities) dovrebbe contribuire a un quadro dove la vecchiaia è una fase ancora costruttiva e ricca di opportunità.

Le cause dell’invecchiamento
L’invecchiamento della popolazione rappresenta, in un certo senso, un successo per l’uomo; le società contemporanee hanno il lusso di invecchiare. Tuttavia, la crescita costante della popolazione anziana prospetta un gran numero di sfide ai politici di molti Paesi.
I demografi usano l’espressione transizione demografica quando una società si sposta da una situazione ad alto tasso di fertilità e mortalità a una a basso tasso.

Riduzione della natalità
Il più importante fattore storico capace di influire sull’invecchiamento della popolazione è stato il calo della fertilità. A partire dal 1900 e fino a oggi questo abbassamento continuo nei Paesi sviluppati ha portato, nella maggior parte di essi, a tassi di fertilità inferiori ai 2,1 nati vivi per ogni donna. Tale fenomeno è particolarmente evidente in Italia, che è  uno dei Paesi con il più basso tasso di fertilità del mondo. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, la discesa della fecondità, pure sensibile, non ha ancora ridotto in maniera consistente le nascite, che anzi continuano ad aumentare in valore assoluto per il grande numero di persone che si trovano in età feconda. Infatti, il tasso di fertilità totale nell’insieme rimane superiore a 4,5 figli per donna in Africa e in molti Paesi del Medio Oriente, mentre i livelli totali in Asia e in America Latina si sono ridotti di circa il 50% (da 6 a 3 figli per donna).

Aumento dell’attesa di vita
Lo spettacolare incremento dell’aspettativa di vita, che ebbe inizio verso la metà del XIX° sec. e che continuò a registrare notevoli effetti durante tutto il secolo successivo, costituisce senza dubbio un elemento importante per l’invecchiamento della popolazione.
Questo fenomeno è spesso ascritto principalmente ai progressi nel campo della medicina e della sanità, pur se i miglioramenti più significativi in tale ambito si sono avuti solo alla fine del XIX secolo. Resta comunque ampiamente documentato e condiviso il fatto che i primi e più importanti fattori a determinare un aumento dell’attesa di vita sono dovuti alle innovazioni nella produzione industriale e nelle tecnologie agricole, nonché nella distribuzione dei beni di consumo, tutti fattori che ebbero – e non potevano non avere – positive e consistenti ripercussioni sulle opportunità nutrizionali e, quindi, sulle aspettative di salute e di benessere di un gran numero di persone. Non a caso, un sempre maggiore numero di ricerche, sviluppate nei primi anni del XXI° sec., attribuisce il guadagno in termini di longevità osservato a partire dall’inizio dell’Ottocento a una complessa interazione di avanzamenti nella medicina e nell’igiene, insieme all’affermarsi di nuovi modelli familiari, sociali, economici e di organizzazione politica.

Aspetti sociali dell’invecchiamento della popolazione in Italia
I rapidi cambiamenti demografici osservati nei Paesi sviluppati negli ultimi decenni hanno determinato importanti modificazioni sociali. In particolare, in Italia, si sono verificati cambiamenti rilevanti nella struttura familiare, nel contesto abitativo, nella situazione economica e lavorativa. Questi sono certamente aspetti importanti e necessari per riuscire a capire chi è un anziano oggi in Italia e come esso si inserisce nella nostra società.

 

 

Le famiglie degli anziani
In Italia negli ultimi decenni la famiglia si è profondamente trasformata nella struttura, nelle funzioni, nelle relazioni fra i componenti e con l’esterno. In particolare, si è osservato un processo di semplificazione o nuclearizzazione della famiglia associato in parallelo a un processo di invecchiamento dei suoi componenti. Da alcuni anni, infatti, è stato evidenziato un incremento graduale del numero di famiglie  e una diminuzione della dimensione familiare media . È aumentato quindi il numero delle famiglie formate da uno o due componenti, ed erano soprattutto gli anziani a vivere da soli. Questa tendenza sembra più accentuata tra le donne rispetto agli uomini. Ciò accade sia per l’assai maggiore longevità delle donne, sia per la tendenza degli uomini a sposare donne più giovani di 3-4 anni. Se si associa la maggiore probabilità che gli uomini rimasti soli hanno di contrarre un nuovo matrimonio, si comprende perché la donna anziana si ritrovi a vivere in media una decina di anni da sola.

Il contesto abitativo
Dall’esame dei dati internazionali si rileva come lo stato civile e l’esistenza di parentela – oltre che una diversa concezione e cultura della famiglia – influenzino molto il luogo dove la persona anziana si trova a vivere, nel senso che gli anziani non coniugati (in particolare donne) e quelli che non hanno figli si ritrovano molto più frequentemente a vivere in istituzioni. Tuttavia questo dato varia notevolmente tra le diverse regioni italiane, con una percentuale di istituzionalizzazione molto più elevata nelle regioni dell’Italia settentrionale, rispetto al Centro e al Sud.
In Italia la quota di persone affidate a strutture è abbastanza modesta, molto inferiore a quella che si riscontra in alcuni Paesi europei, e non è chiaro se possa essere determinata da una carenza di domanda o di offerta, cioè se sono gli anziani che non vogliono fare ricorso alle istituzioni o se invece non ci siano strutture sufficienti, dal punto di vista sia qualitativo sia quantitativo, a soddisfare la domanda degli anziani. La conseguenza di un così basso ricorso all’istituzionalizzazione è che l’anziano vive presso la propria abitazione, frequentemente con il supporto di un aiuto costituito dai familiari o sempre più spesso da badanti provenienti da Paesi stranieri.
È stato calcolato che vivono in Italia circa 800.000 badanti straniere, con un costo di circa 8 miliardi di euro all’anno per le famiglie italiane.

Aspetti economici
Da un punto di vista economico gli anziani costituiscono di certo una delle categorie maggiormente a rischio e ad alta vulnerabilità. La condizione socioeconomica costituisce in effetti una preoccupazione comune per gli anziani. In tal senso i dati ISTAT hanno evidenziato in questi soggetti una percezione di indebolimento delle proprie possibilità economiche, diffusa soprattutto tra i nuclei familiari nei quali la persona di riferimento ha più di 65 anni di età.
Se infatti, da una parte, questi nuclei si trovano a vivere in una casa di proprietà con maggiore frequenza rispetto alla media della popolazione, sono anche quelli che lamentano con più intensità un peggioramento della propria condizione: il 45,4% dei nuclei con capofamiglia anziano dichiara di avere assistito a un peggioramento delle proprie condizioni economiche. Naturalmente questa situazione economica si riflette anche nei consumi degli anziani, che sono certamente molto diversi rispetto a quelli della popolazione giovane e, in generale, tendenzialmente più ridotti, tenuto conto anche del fatto che i redditi del primo aggregato sono minori (la pensione è per il 78,3% degli anziani l’unica fonte di sostentamento).
Dati ISTAT concernenti i consumi della popolazione italiana rilevano che tra gli ultrasessantenni aumenta l’incidenza della spesa per quei beni e servizi che non sono comprimibili, quali gli alimentari, le bevande, l’abitazione (la maggior parte degli anziani risulta proprietaria della casa in cui alloggia), i combustibili, l’energia, e si riduce la spesa per quello che riguarda i beni voluttuari, quali l’abbigliamento, il tempo libero, i trasporti.
Una popolazione anziana manifesta dunque nei consumi una domanda molto diversa da quella di una popolazione giovane, con ovvie conseguenze sulla struttura economico-produttiva, che peraltro non sempre si adegua per tempo con investimenti o differenziazioni di prodotti.

Anziani e occupazione
Nei Paesi sviluppati la partecipazione degli anziani all’attività produttiva è andata diminuendo nel tempo. Tale circostanza è, in generale, da attribuire sia alla modificazione della tipologia di attività prevalente (riduzione del peso del settore agricolo a vantaggio di quello industriale e dei servizi, in cui gli anziani trovano meno spazio), sia al sempre maggiore grado di protezione sociale collettiva che determina l’uscita dell’anziano dal ciclo produttivo. Inoltre, sempre in connessione ai due motivi precedenti, tra gli anziani i tassi di attività maschili sono progressivamente diminuiti nel tempo, contrariamente a quelli femminili che, pur attestandosi a livelli di gran lunga inferiori, risultano stabili o mostrano una tendenza all’aumento via via che le generazioni più istruite e dinamiche si affacciano alla soglia della terza età. Anche in Italia la partecipazione degli anziani all’attività produttiva è andata riducendosi nel tempo, in primo luogo per motivi analoghi a quelli suddetti, ma anche per cause congiunturali – la crisi economica, i costi del lavoro, l’automazione – che favoriscono in molti casi l’uscita forzata (prepensionamenti e licenziamenti) degli anziani dal mercato del lavoro. Il nostro Paese è oggi agli ultimi posti per quanto riguarda i tassi di occupazione degli anziani. Una delle grandi problematiche concernenti l’attività lavorativa è legata al fatto che la vita individuale è migliorata e a 60-65 anni la maggior parte delle persone è ancora in salute e in grado di lavorare. Inoltre, i pochi dati disponibili sul lavoro nero indicano la presenza di una consistente proporzione di anziani. Questi dati, insieme a una forte crisi del sistema previdenziale, dovrebbero suggerire norme legislative più flessibili per il lavoro degli anziani anche dopo il pensionamento, con margini di elasticità più ampi nel decidere in maniera autonoma il momento giusto per uscire dal mercato del lavoro.

 

L’assistenza agli anziani in Italia
Migliorare le capacità dei servizi sociosanitari al fine di soddisfare le esigenze degli anziani, e in particolare di quelli non autosufficienti, è una delle più importanti sfide dei nostri tempi. Gli anziani non autosufficienti hanno bisogno sia di assistenza nella vita quotidiana sia di cure sanitarie. Questi bisogni, di pertinenza dei servizi sociali e dei servizi sanitari, non sono indipendenti gli uni dagli altri. Così la presa in carico della non autosufficienza si dovrebbe esercitare in modo concomitante e integrato. Non a caso nella maggior parte dei Paesi sviluppati il modello ideale di assistenza all’anziano è stato individuato nella rete dei servizi, un circuito assistenziale che accompagna l’evolversi dei bisogni dell’anziano e della sua famiglia, fornendo di volta in volta interventi diversificati, in un continuum assistenziale. Tale rete si basa su strutture e servizi in collegamento funzionale con caratteristiche organizzative e architettoniche idonee, nel cui ambito lavora personale con una specifica preparazione gerontologico-geriatrica. In Italia il Progetto obiettivo anziani (POA), contenuto nel Piano sanitario nazionale 1994-1996, ha ridisegnato la struttura dell’assistenza sanitaria, rispondendo alle nuove esigenze della popolazione e affidando all’assistenza geriatrica la gestione del problema della disabilità dell’anziano. L’assistenza geriatrica è infatti, secondo il POA, quella rivolta agli anziani non autosufficienti, a quelli solo in parte autosufficienti e a quelli affetti da pluripatologia ad alto rischio di invalidità, soprattutto quando si tratta di pazienti che superano i 75 anni di età. Sulla base di positive esperienze compiute in altri Paesi, l’assistenza geriatrica si avvale di servizi e strutture operanti all’interno di un modello organizzativo a rete, dove il comparto sociale e quello sanitario agiscono in maniera integrata, un modello che viene identificato dal POA nella già citata rete dei servizi. L’obiettivo di questo sistema è di garantire un’assistenza continuativa, globale e flessibile, in base al percorso assistenziale: la flessibilità diventa caratteristica indispensabile, garantendo così la qualità e l’efficacia dell’intervento. Interventi singoli, sporadici o settoriali nei confronti del paziente geriatrico, a elevato rischio di non autosufficienza o già disabile, sono infatti destinati inesorabilmente a fallire. L’efficacia di un tale modello organizzativo a rete è stata dimostrata in uno studio condotto nella provincia canadese della Columbia Britannica, nella quale, in 15 anni di applicazione sistematica sul territorio di una rete assistenziale efficiente, la percentuale degli anziani istituzionalizzati è diminuita dal 9 al 6%, quella degli assistiti a domicilio è aumentata dal 6 al 9%, e il numero di posti letto in ospedale per acuti si è quasi dimezzato. Questi benefici, però, sono stati ottenuti a fronte di un congruo aumento del finanziamento statale per l’assistenza continuativa. Al centro di questa rete di servizi è posta l’Unità di valutazione geriatrica (UVG), individuata come l’organo più adeguato per coordinare il rapporto tra l’anziano e i servizi sul territorio. Essa, infatti, è costituita da una équipe multidisciplinare capace di valutare al meglio i problemi clinico-assistenziali e sociali dell’anziano, quindi di guidarlo verso la forma assistenziale più idonea.
La realtà italiana, però, presenta una rete assai fragile, ancora lontana dal sistema funzionale ed efficiente previsto dal POA. Nel panorama attuale è soprattutto la famiglia, quando presente, a sostenere il carico assistenziale, che può raggiungere livelli veramente devastanti. I servizi della rete italiana presentano infatti alcuni punti deboli: l’assistenza domiciliare integrata in realtà fornisce interventi parcellari e discontinui; i servizi riabilitativi sono insufficienti; le strutture residenziali sono un’entità non ben definita, chiamata con nomi diversi a seconda del contesto locale; le strutture non presentano un collegamento funzionale, rendendo impossibile l’attuazione sistematica e continua di un piano assistenziale personalizzato; molto spesso non è il geriatra ad accompagnare l’anziano nel percorso assistenziale, ma operatori senza una specifica formazione e l’UVG riveste di frequente solo la funzione burocratica di allocare l’anziano nei vari servizi, senza una reale responsabilità di gestione continuativa del caso. Questo confuso quadro organizzativo, inoltre, si presenta sul territorio in modo disomogeneo, a causa della diversità demografica e socioeconomica tra le varie regioni. Non a caso, secondo un’indagine del Censis condotta nel 2004 il 75,1% degli anziani italiani, in caso di malattia o invalidità, riceve aiuto dai figli, il 41,6% dal coniuge/convivente, il 20,6% da altri parenti e il 4,1% dai vicini. Solo l’1% degli intervistati in caso di necessità riceve aiuto dai servizi sanitari territoriali e lo 0,8% dai servizi sociali. Si tratta di un carico assistenziale che le famiglie faranno sempre più fatica a sopportare, soprattutto alla luce del rapido incremento previsto per i prossimi trent’anni del numero di non autosufficienti, ma nello stesso tempo anche per l’evoluzione dei nuclei familiari (meno figli, meno matrimoni, aumento dei nuclei monocomponenti) che sta modificando in modo progressivo il tessuto sociale.







Elenco articoli