Phubbing e rapporti sociali

Cos’è il Phubbing? Quante volte vi è capitato di trovarvi a cena, in un locale o anche solo sul tram la mattina e avere di fronte a voi un amico o un conoscente che, mentre parlate, non vi presta attenzione ma continua nelle sue attività social sul cellulare?

Questo modo di fare si è trasformato prima in uno spiacevole trend e poi in un fenomeno di massa, e proprio come l’ultima novità del momento ecco un nuovo vocabolo da aggiungere al vostro dizionario di tutti i giorni: phubbing.
Il phubbing combina i termini inglesi phone e snubbing, ossia il nome telefono e il verbo snobbare, ignorare, trascurare: si tratta di un verbo nato per indicare coloro che, durante le più comuni attività sociali, non si limitano a leggere mail, ma continuano a controllare e aggiornare le proprie attività su Facebook, Instagram, Whatsapp e altri network. Per combattere questo maleducato e fastidioso trend è nato anche un sito, www.stopphubbing.com, che vuole boicottare il phubbing (oltre ad essere un interessante viaggio nel mondo per scoprire le città in cui le interazioni sociali sono drasticamente affette da questo nuovo fenomeno).
Il costante bisogno di essere aggiornati e comunicare al mondo quello che ci accade può essere un modo interessante di condividere, ma non bisogna dimenticarsi che alla base di ogni interazione c’è la comunicazione, quella verbale, semplice, capace di rendere una pausa caffè un po’ meno tecnologica e più “umana”.
Dilaga talmente tanto questo nuovo “stile” che qualcuno è arrivato a dire “La mia vita è diventata la principale distrazione dal telefono”.
È il segnale che, nelle situazioni patologicamente più preoccupanti, il paradigma si è capovolto: non è più l’onnipresente aggeggio (lo smartphone, il tablet, lo smartwatch, quello che vi pare) a costituire una distrazione per la quale sentirsi magari pure in colpa. Tutto il contrario: è piuttosto chi ha avuto la sfortuna di capitare con quel 46,3% di partner protagonisti di phubbing a incarnare un irritante distoglimento dal display. Come dimostra un primo test incluso nello studio “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” firmato da James Roberts e Meredith David pubblicato su Computers in Human Behavior, Il phubbing, è più diffuso di quanto si pensi. E tutti ne siamo probabilmente portatori sani. Piazzare il telefono di fronte alla propria faccia, ingombrando il campo visivo con l’interlocutore, oppure sfoderare il dispositivo – sempre che non sia già adagiato per esempio di fianco alle posate – ogni volta che la conversazione perde un po’ d’intensità e interesse è una pratica diffusissima soprattutto tra i più giovani, ma non solo. L’indagine di Roberts e David dimostra che il 46,3% degli intervistati (campione assai ristretto, 145 persone) ha dichiarato di essere stato “vittima” di simili, sgradevoli trattamenti.
Ma le sorprese arrivano da altri risultati: più di un terzo (36,6%) ha riconosciuto che non ricevere la giusta attenzione dal partner, impegnato come se non ci fosse un domani ad adorare il suo Manitou digitale, e  provoca una certa tristezza che il 22,6% abbia riconosciuto che questo atteggiamento ha scatenato problemi nella relazione.
“Quel che abbiamo scoperto è che quando qualcuno percepisce che il proprio partner lo sta ignorando dedicandosi al telefono, questo crea dei conflitti e conduce a più bassi livelli di soddisfazione nella relazione – ha detto Roberts al magazine della Baylor University– questi bassi livelli portano a loro volta a minore soddisfazione quotidiana e, magari, ad elevate soglie di depressione”.

Ennesima testimonianza, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’ecosistema in cui siamo immersi sta cambiando quasi sempre senza che ce ne rendiamo conto e sta costruendo mutamenti profondissimi nel modo in cui ci relazioniamo. Un lavoro chirurgico al quale non riusciamo a contrapporre un’ecologia decente, cioè una nuova grammatica delle relazioni con questi oggetti che tante opportunità producono ma altrettanti fronti spalancano negli equilibri quotidiani.
Anche e soprattutto nelle situazioni più minimali come una cena fuori o una serata di relax sul divano: è l’essere in carne e ossa che vive o in quel momento trascorre il suo tempo con noi, dicono simili indagini, a divenire l’ingrediente sbagliato, il motivo di disagio rispetto a un flusso comunicativo ininterrotto che transita dalle protesi digitali. Forse sarebbe bene prenderne atto e modificare questo atteggiamento.







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