Bebe Vio

IL RITRATTO DI UNA CAMPIONESSA

Prima l’Italia nel 2012, poi l’Europa nel 2014 e, qualche mese fa, a cadere ai suoi piedi è il Mondo. Sì, il piccolo carro armato biondo è salito sul gradino più alto del podio iridato ad Eger, in Ungheria, sbaragliando tutte le avversarie e conquistando l’oro. La sua storia ha fatto breccia in migliaia e migliaia di cuori, è passata di persona in persona, ha lasciato in ognuno di noi un sentimento d’orgoglio. A 11 anni è stata colpita da una meningite dalla quale si è miracolosamente salvata, e ora, lo stesso destino che l’ha privata degli arti, sembra volerla ripagare.

 

Quali sono state le emozioni che hai provato durante questo mondiale, gli attimi più belli?
Beh, vincere un mondiale è di sicuro un’emozione unica, come se tu fossi a capo del Mondo con nessuno al di sopra. Nella fase a gironi ero convinta di aver tirato come fossi Dio, anche se, secondo Simone (l’allenatore di Bebe, n.d.r.), non ero concentrata. Ha iniziato a spronarmi ancora di più, dicendomi che questo mondiale non me lo avrebbe regalato nessuno. Sono state critiche che mi hanno mandata in crisi, hanno spazzato via qualsiasi convinzione. Oltretutto ero anche nel girone più forte. Contro la Chang, la cinese vincitrice dell’ultima olimpiade, ho iniziato a tirare male per un insieme di fattori psicologici, non riuscivo a focalizzare la vittoria e stavo costantemente pensando a tutti gli sbagli fatti nei precedenti incontri. In poche parole, l’accesso alle fasi finali me lo sono sudato, e sicuramente devo tutto al mio allenatore che non ha mai smesso di motivarmi. In finale ero contro un’ungherese e di quell’incontro ricordo solo le urla di sfogo dopo i punti. Ero in trance agonistica, mi giravo verso il tabellone segna punti ma non riuscivo ad interpretare il punteggio. Vedevo i numeri, ma non riuscivo a dar loro un significato. Ero sempre convinta di essere sul filo del rasoio, di essere punto a punto, e solo dopo un paio d’ore mi hanno detto che ho vinto la finale per 15 punti a 4.

 

A livello mentale, oltre allo sprone del tuo allenatore, cosa ti spinge a ingranare quella marcia in più?
Sono sempre stata la più piccola della squadra Assoluti e, di conseguenza, ho sempre avuto la paura di non riuscire ad essere all’altezza delle situazioni. Molti dei miei compagni di team si chiedono come faccia a non aver mai paura. La realtà? Anche io sono umana, e la sento anche troppo, ma una delle mie qualità è quella di riuscire a trasformare queste paure in adrenalina, e successivamente in fame di vittoria. La scherma verte tutta su questioni mentali, è una disciplina molto meno fisica rispetto ad altri sport. Durante la gara si urla moltissimo, proprio per sfogare la tensione. Il mio trucco, mentre sono in pedana a tirare, è ripetermi continuamente di essere cattiva e cazzuta, senza farmi sentire da nessuno. Resta il fatto che io posso ancora vivere la scherma in maniera molto più tranquilla rispetto ai professionisti, perché se loro dovessero perdere qualche incontro rischierebbero danni economici, come l’abbandono degli sponsor o di finanziamenti particolari. Per me la scherma rimane ancora quella passione che ho sempre avuto, sin da piccola. È come se fosse la mia droga, molto più di un hobby. Non ho mai avuto pressioni da parte di terze parti quindi, finché questo mi sarà permesso, me la godrò fino alla fine.

 

Cosa ti porti dentro della scherma?
Tutte le emozioni che si provano in quei due minuti sulla pedana. Il passo, dall’agitazione che senti salire poco prima della gara, al momento in cui ti trasformi in una belva da combattimento, è veramente breve. Come se esplodesse una vera e propria bomba. Non so se l’hai mai notato, ma tutti gli atleti piangono e urlano nella scherma, indipendentemente dalla vittoria o dalla sconfitta. Hai quei due minuti dove ti ritrovi a dare tutto, e poi un’ora e mezza dove ti devi riprendere mentalmente. In questo sport non devi pensare, ma solamente fare, a prescindere che tu sia un atleta molto tecnico oppure più preparato fisicamente. In realtà la mia scherma non è né tecnica né programmata, io vado dove mi porta il cuore. Sono molto istintiva.

 

Vediamo Beatrice Vio da un altro punto di vista: anche le campionesse hanno degli hobby?
Sono sempre stata una che si allena poco rispetto agli altri. Battute a parte, io sono una di quelle agoniste che frequenta ancora la scuola, faccio grafica pubblicitaria al San Marco di Mestre, e questo mi ruba un sacco di tempo rispetto ai moltissimi atleti che si allenano durante la mattina. Poi c’è la nostra associazione, la Art4Sport, che mi impegna tutti i weekend, infatti il mio prossimo fine settimana libero è il 12 Luglio del prossimo anno. Sono sempre lontana da casa, non esco qui a Mogliano da moltissimo tempo. È comunque una vita che mi piace tantissimo, la mia è diventata una sorta di missione: se posso fare qualche cosa per aiutare una persona in difficoltà, con convegni, seminari e quant’altro, ne sono veramente orgogliosa e felice, perché so di poter donare felicità alle altre persone. È una sorta di egoismo buono, e auguro a tutti di esserlo in questo senso. Più che altro i miei hobby hanno sempre trovato applicazione in qualcos’altro, ad esempio mi è sempre piaciuto tantissimo disegnare, da sempre mi sono impegnata a fare grafiche per l’associazione.
Quindi, tempo libero pochissimo, nemmeno per fare shopping. Oggi avevo mezz’ora di tempo e mi sono riguardata la puntata di xFactor che avevo perso l’altra sera. Il mio freetime lo passo principalmente dormendo, vista la quantità di energia che consumo, dovrò pur recuperarla, no? Posseggo il magico potere di riuscire ad addormentarmi in qualsiasi posto a qualsiasi ora.

 

Parliamo invece del tuo libro…
Non so se può essere una cosa a mio favore, ma dicono, almeno per chi l’ha letto, che assomiglia a una droga. Appena si inizia la lettura, ci si lascia trasportare dagli eventi. A dir la verità sono rimasta molto sorpresa quando mi è stato spiegato il perché avrei dovuto pubblicare un libro, anche se io inizialmente ero contraria. Capita spesso che, da quando le persone sono venute a contatto con la mia storia tramite televisione o carta stampata, mi contattino per delle spiegazioni tecniche che io non so dare. Questo libro riguarda principalmente la malattia che ho dovuto affrontare, io non ne parlo mai e non perché mi dia fastidio, ma perché non voglio essere la protagonista di una storiella strappalacrime. Quando parlo della mia vita voglio trasmettere l’energia che ho dentro e lo stimolo a darsi una svegliata, a non aspettare, è questo che mi rende orgogliosa. Ho odiato moltissime trasmissioni di cui sono stata ospite perché volevano impostare la classica puntata volta a impietosire il pubblico. In realtà a me non piace parlare di quello che c’era prima della malattia, ma molto di più di quello che è accaduto dopo e di come ora io mi stia impegnando per aiutare gli altri. Il libro è servito a creare più consapevolezza sulla meningite, a sensibilizzare le persone sulle varie forme esistenti e sul relativo vaccino. Io dico sempre che, per certi versi, la malattia mi ha aiutata a crescere, perché mi ha fatta maturare in un soffio, mi ha fatto comprendere dei particolari che prima non riuscivo nemmeno a vedere. Altra cosa fantastica è stata entrare nel mondo paralimpico, bellissimo per il semplice fatto che ci sono sportivi anche con problematiche molto serie, che ci mettono diciottomila volte la grinta di uno sportivo qualunque. Riuscire a vedere come si impegnino a fare molto di più per loro stessi è fenomenale. Insomma, questo mio libro è sì composto dalla parte sulla malattia, ma parla anche molto di scherma, e sono felice perché sta riscuotendo un bel successo.”

 

Quanti sogni hai già depennato?
Più che di sogni credo si possa parlare di obiettivi, perché nemmeno ci provi a raggiungere un sogno, mentre un obiettivo, quando lo imponi a te stesso, fai di tutto pur di riuscire a conquistarlo. Tirare di scherma contro la Vezzali ed il Mondiale sono stati solo alcuni degli obiettivi che ho depennato. I prossimi saranno quelli di trasferirmi a Milano e frequentare l’università alla Cattolica, sempre che riesca a raggiungere il diploma di maturità. Magari anche un impiego in Sky. Anche la qualificazione a Rio 2016 era un obiettivo: volare in Brasile e non essere in vacanza sembra un paradosso, non trovi?

 

E per finire, come sarà il tuo futuro?
Quando un giorno, e spero non arrivi mai, mi stancherò di tirare con il fioretto o non mi divertirò più, credo smetterò, senza nessun rimpianto. Punto molto sulla scuola e sulla mia istruzione, voglio proseguire negli studi nell’ambito della comunicazione grafica e pubblicitaria, perché comunque non durerà per sempre questo successo nello sport, e soprattutto non voglio ritrovarmi come molti sportivi post-carriera a commentare incontri in televisione. Vedo la piccola Bebe come capo di SkySport, dopo l’ultima olimpiade in cui combatterò, a Roma nel 2024, e diventare presidente del comitato paralimpico e del Coni, per poi fonderle in un unico organo.

 

Grazie Bebe, e non solo per l’intervista. Venire a contatto con questa tua strabiliante energia è stato un immenso piacere. Il tuo sorriso possiede la forza di chi, dopo mille battaglie contro tutto e tutti, ne è uscita trionfante.







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