Orto botanico di Padova

LA CASSAFORTE DELL'ORO VERDE

 

Si trova a Padova nell’Orto botanico dell’università: una serra in vetro alta sei piani e lunga come un campo da calcio dove sono custoditi i semi e le piante delle specie vegetali a rischio d’estinzione. A beneficio delle generazioni future e per tutti noi in caso di catastrofe.
di Fabio Manano

 

Un’imponente teca di vetro, alta 6 piani e lunga come un campo da calcio. È come una navicella spaziale senza equipaggio. Dentro, infatti, non ci sono uomini, ma solo piante (tra cui orchidee, oltre 300 varietà di patate, specie relitte e palme fossili) e computer invisibili, interrati tra le radici dei vegetali o cristallizzati nei circuiti di un chip.
Stiamo parlando del Giardino della bio-diversità, recentemente realizzato nell’Orto botanico dell’Università di Padova, una sorta di arca di Noè progettata per assicurare un futuro a una parte del cosiddetto “oro verde”: 6.000 piante scelte tra l’immensa varietà delle specie vegetali (comprese quelle a rischio di estinzione) del nostro pianeta. Cosi quest’Orto, che nel 1997 venne dichiarato dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità, oggi si è trasformato anche in una banca delle piante, dove sono stati riprodotti diversi tipi di ambiente al fine di coltivare e conservare le specie minacciate: una specie di cassaforte, dunque, da riaprire in caso di catastrofe naturale sulla Terra.
«È un sistema per far dialogare il passato con il futuro», spiega Telmo Pievani, docente di evoluzione dell’Università di Padova e curatore dell’allestimento di questa nuova area. <‹Fondato nel 1545 dalla Repubblica di Venezia come Horto medicinale per lo studio delle piante indigene ed esotiche usate a scopi farmacologici, l’Orto botanico universitario di Padova è stato il porto dove sono sbarcati per la prima volta in Italia, e spesso in Europa, esemplari mai visti, come per esempio patate e girasoli», continua Pievani.
Oggi, il nuovo giardino dedicato alla biodiversità ci parla di quel grande viaggio che uomini e piante hanno fatto insieme dagli albori della storia».

 

L’uomo qui non serve
Nel Giardino della biodiversità, fiori, piante e alberi possono fare a meno dell’uomo. Negli oltre 15mila metri quadrati di serre, infatti, l’irrigazione delle piante è garantita da piogge raccolte in una vasca di 450 metri cubi integrata da un pozzo artesiano, che preleva acqua a 24 gradi a1.284 metri di profondità. Anche per l’elettricità non è più necessaria la mano dell’uomo: l’energia viene prodotta con pannelli fotovoltaici. Le superfici non trasparenti, inoltre, sono cubi al metro quadrato di polveri sottili e altre sostanze velenose che circolano nell’aria. Senza contare che anche qui si verificano cambiamenti climatici, ma in questo caso giocano a favore delle piante. L’effetto serra che si crea naturalmente in questi ambienti, dove i raggi solari rimangono intrappolati all’interno, serve sia a risparmiare energia sia a mantenere stabili temperatura e umidità. In inverno, il calore che si accumula nei muri durante il giorno viene liberato di notte per riscaldare le serre, mentre d’estate, per ridurre la canicola, si aprono finestre e coperture del tetto. Le piante fanno tutto da sole: quando cambia temperatura e tasso di umidità, reagiscono rilasciando in quantità diverse anidride carbonica e ossigeno. In base a queste variazioni, un software che raccoglie i loro dati con tecnologia bluetooth apre o chiude le vetrate.

Corredi genetici al sicuro
In questo Orto botanico sono conservati esemplari che compaiono nelle liste rosse dell’Iucn (Unione internazionale di conservazione della natura). «Circa il 20 per cento delle 1.300 specie collezionate nel Giardino della biodiversità è a rischio di estinzione», spiega Mariacristina Villani, biologa dell’Orto botanico dell’Università di Padova, che aggiunge: «Gli ambienti interni riproducono una sequenza di biomi con livelli di umidità decrescente; si parte dalla serra tropicale delle foreste pluviali (ad alto tasso di umidità) e si arriva agli habitat del bacino mediterraneo e ai deserti (a umidità scarsa o nulla)».
Oltre alle piante, ci sono anche dei semi, gelosamente custoditi. Il seme, infatti, è il cuore della pianta perché contiene il corredo genetico unico della specie. A Padova, come in tutte le banche di questo genere, non mancano misure di sicurezza per proteggere questi campioni, che vengono duplicati e conservati in località diverse per minimizzare i rischi.
«I semi delle specie non minacciate sono conservati in buste di carta sigillate dove possono sopravvivere dai 5 ai 10 anni», continua Villani. «Un trattamento diverso è invece riservato a quelli di specie rare o a rischio di estinzione. Ne abbiamo circa cento, disidratati e custoditi a una temperatura di 18 gradi sottozero una metodologia che permette di allungarne la vita per un periodo superiore a 10 anni».
Armeria, malvavisco & Co.
Uno degli esemplari più pregiati presenti nell’Orto botanico dell’Università di Padova è un Ginkgo una varietà asiatica piantata qui nel 1750. Naturalmente c’è anche una grande collezione di piante in pericolo del patrimonio vegetale italiano. «Abbiamo molte specie della flora locale oggi a rischio di estinzione, come la rarissima armeria delle paludi (Armeria helodes); una pianta che si trova solo in Friuli Venezia Giulia e da anni è sulla soglia critica di sopravvivenza perché incapace di sopportare qualsiasi cambiamento delle condizioni ecologiche originarie delle torbiere alcaline», dice ancora Mariacristina Villani.
Non solo. Molte delle piante sotto osservazione nell’Orto botanico di Padova sono specie che non hanno saputo adattarsi a fenomeni come il cosiddetto abbassamento della falda freatica, dovuto all’uso indiscriminato delle risorse idriche che ha inabissato miniere di acqua piovana. «A questa categoria appartiene il malvavisco palustre (Kosteletzkya pentacarpos), che in Italia ha una distribuzione ridotta ad alcune aree litoranee di Veneto, Emilia e Friuli Venezia Giulia», sostiene la studiosa. Una parente del malvavisco è l’altea (Althaea), pianta medicinale i cui estratti venivano usati in passato nelle preparazioni calmanti contro tosse e raffreddore.

 

Lunga vita alle velenose
Nell’Orto botanico di Padova si pensa anche a specie velenose o invasive. È il caso della Andromeda potifilia delle torbiere alpine, una pianta molto velenosa a rischio di estinzione, o della felce acquatica Marvilea quadrifolia, un esemplare che colonizza stagni, acquitrini e risaie. Nel 1862 è stata introdotta per scopi sperimentali nel Nord America, ma oggi è inclusa nell’elenco delle piante potenzialmente invasive. C’è anche la stipa venda, una specie di graminacea, che rischia di sparire perché ha scelto come habitat il posto sbagliato e cioè le coste settentrionali dell’Adriatico, da anni colonizzate da attività ricettive e nuove costruzioni.

Infine, nel Giardino della biodiversità di Padova ci sono le specie amiche: come la Primula palinuri, fiore che si arrampica sulle falesie calcaree della zona di Palinuro, nel Parco nazionale del Cilento in Campania, la cui origine risale a 2,5 milioni di anni fa, in epoca quaternaria.







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