La banca degli occhi

Fondata nel 1987 a Mestre, detiene il primato europeo per numero di cornee distribuite.

È la prima struttura italiana per la raccolta dei tessuti oculari e l’unica al mondo in grado di coltivare le cellule staminali della cornea. Che in dieci anni hanno restituito la vista a 50 persone.
di Isabella Vergara

 

Olga stava cercando di aprire una bottiglia di liquido per sturare i lavandini quando ha sentito come una coltellata in un occhio: uno schizzo di acido l’aveva investita. Dopo il dolore, il buio. «Il mio occhio è diventato opaco. Ero cieca», racconta Olga, che oggi è tornata a vedere grazie a un intervento reso possibile dagli sforzi della Fondazione banca degli occhi del Veneto (Fbov), la più importante organizzazione europea per la distribuzione del tessuti oculari e l’unica al mondo in grado di coltivare cellule staminali prelevate dalla cornea.


5 mila trapianti all’anno
«La cornea è la lente più potente dell’occhio, quella parte trasparente che costituisce la porzione più anteriore del bulbo oculare», spiega Diego Ponzin, direttore di Fbov. La cornea di Olga era stata bruciata dall’acido e i raggi luminosi non potevano più attraversarla per raggiungere i centri nervosi della visione. La sua unica speranza era un trapianto di cornea, «un intervento di cui si avvalgono ogni anno in Italia 5 mila pazienti, 2 mila grazie ai tessuti distribuiti dalla nostra banca», dice Ponzin. E sopratutto grazie alla generosità dei familiari di persone che sono morte e che hanno donato i loro occhi a chi non può più vedere per colpa di una malattia, di un incidente sul lavoro o in casa.

Tutto è cominciato nel 1987, quando il chirurgo oftalmologo Giovanni Rama, allora primario a Mestre, pensò di creare una banca dove raccogliere i tessuti oculari. «L’idea nasceva dal bisogno di cornee per i trapianti», racconta il figlio Paolo Rama, che dirige l’unità di oculistica dell’ospedale San Raffaele a Milano.

Un miracolo italiano
Oggi esistono 16 banche degli occhi sparse sul territorio italiano. «E il sistema funziona alla grande», continua Rama. «Gli ospedali mandano le cornee dei deceduti alla banca di riferimento, che le lavora e poi le distribuisce sotto richiesta. Non si deve più aspettare come un tempo il donatore: oggi in caso d’urgenza possiamo operare anche domani!».
La tecnica si è evoluta e ora è possibile innestare anche piccole porzioni di cornea. «L’intervento viene eseguito in anestesia locale e dura dai 30 ai 90 minuti», spiega Rama.
«La cornea viene suturata con un filo di nylon che può rimanere anche anni». La nostra Olga però, aveva un problema in più: l’acido le aveva bruciato il limbus, una regione al confine tra cornea e congiuntiva dove si trovano le staminali, cellule “madri” che rinnovano di continuo l’epitelio (il rivestimento) della cornea. «In mancanza del suo epitelio», spiega il chirurgo, «la cornea viene ricoperta da uno strato cicatriziale vascolarizzato che comporta la perdita della trasparenza. Ecco perché in mancanza di queste cellule staminali il trapianto non può avere successo». Per fortuna Olga vive in Italia e qui esiste il laboratorio leader nel mondo in grado di coltivare le staminali della cornea. Lo hanno fondato all’Ospedale San Giovanni e Paolo di Mestre, Graziella Pellegrino e Massimo De Luca, oggi docenti all’Università di Modena e Reggio Emilia. Nel 1997 i due scienziati hanno messo a punto una procedura che consente di coltivare le speciali cellule partendo da una biopsia di un millimetro quadro ricavata dall’occhio sano del paziente. Le cellule vengono fatte crescere su uno strato di fibrina, una specie di colla biologica. Il risultato è una sorta di lente a contatto che verrà innestata sull’occhio malato.

Tornare di nuovo a vedere
«Dopo sei mesi dall’intervento, riusciamo a capire se le cellule si sono insediate», dice il dottor Rama, che ha eseguito più di cento innesti. «A volte questo può bastare a restituire la vista, ma se il danno è più profondo sarà necessario sostituire anche la cornea danneggiata». La probabilità di successo è del 75 per cento. «Ma non tutti possono avvalersi di questa metodica», avverte il chirurgo. «Deve essere presente almeno una parte sana di limbus e non deve essere compromesso il sistema che produce le lacrime, indispensabili a nutrire le cellule staminali». Alla Fbov si studiano anche altri tipi di cellule staminali per rigenerare le varie parti dell’occhio e poter curare malattie della retina, del nervo ottico e delle ghiandole lacrimali.







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