E' una bufala, ma ci crediamo

Steven Spielberg posa soddisfatto davanti alla carcassa di un triceratopo. La foto viene caricata su Facebook dall’umorista jay Branscomb che scrive: «Un’immagine drammatica, il cacciatore posa felice davanti a un triceratopo appena ammazzato». In meno di ventiquattro ore la foto ottiene 30mila condivisioni e 10mila commenti. Buona parte hanno questo tenore: «Feroce assassino! Vergognati! Uccidere un animale indifeso! Non guarderò mai più i tuoi film, animal killer!». Migliaia di persone credono davvero che Steven Spielberg abbia ucciso un triceratopo e che si sia fatto ritrarre trionfante davanti all’animale morto, ignorando le più basilari nozioni dell’evoluzione: il triceratopo si è estinto circa 65 milioni di anni fa. La verità è che il regista ha posato davanti alla riproduzione dell’animale preistorico ai tempi di Jurassic Park (1993). Una bufala bella e buona, dunque. Impossibile crederci, direte voi: eppure ogni giorno il nostro cervello è messo alla prova dalla diffusione di notizie che potrebbero apparire vere. Basta poco per farci cadere nel tranello.

 

Preferiamo non ragionarci su

«È, molto più facile crederci prendendo per buono quello che ci viene detto, anziché sforzarci di capire se l’informazione è falsa», dice Federica Alemanno, neuroscienziata e dottore di ricerca in neurologia sperimentale all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

Porci la domanda “sarà vero?” richiede infatti ulteriori risorse che non sempre siamo disposti a impiegare». Requisito fondamentale per farci credere in qualcosa è la fiducia che riponiamo in chi ha pronunciato la bufala. «Partiamo dal presupposto che chi crede nelle bufale è un soggetto incline a farsi influenzare dagli altri», specifica la psicologa e psicoterapeuta di Milano Laura Duranti, «e più la fonte è ritenuta affidabile, meno si attivano i meccanismi di valutazione e di critica. Inoltre, più persone sostengono la notizia falsa, più la disinformazione è “appiccicosa”». Che cosa significa? Il ricercatore Stephan Lewandowsky dell’University of West Australia chiama il fenomeno stickiness of misinformation, cioè la capacità di un’informazione di essere vischiosa, appiccicosa. In pratica, la notizia falsa si “attacca” alla nostra mente e diventa resistente alla correzione e al cambiamento. In più, la fonte di cui ci fidiamo spesso è ritenuta attendibile non tanto per la competenza, ma per affinità emotive e morali che sembra avere con noi. Ciò è confermato dal fatto che arriviamo addirittura a  dimenticare la fonte della notizia: è il cosiddetto sleeper effect, per il quale ricordiamo benissimo l’informazione, ma non chi ce l’ha fornita. Questo non ci impedisce di esserne influenzati, quando tocca uno dei nostri tasti emotivi.

Facciamo un esempio. Nel 2008 si era diffusa la notizia che la giovane modella Jessica Ainscough, affetta da un sarcoma al braccio, aveva interrotto le cure tradizionali per sperimentare una particolare dieta, sostenuta da sedicenti ricercatori, basata su frullati e clisteri al caffè. Centinaia di persone hanno iniziato a crederci e a farla propria, nonostante la contrarietà degli oncologi. La ragazza purtroppo è recentemente scomparsa, ma nemmeno la sua morte ha scoraggiato quanti l’avevano imitata. Chi ha potuto credere a questa bufala? Per la maggior parte, i malati di cancro e i loro familiari. Il motivo è presto detto: l’argomento li riguardava da vicino.

 

Segni caratteristici

«La bufala deve essere verosimile, avere contenuti recepibili velocemente e non destare alcun campanello d’allarme cognitivo», spiega Alemanno. «Deve inserirsi in quella che si chiama coerenza interna», aggiunge Duranti, cioè deve essere in grado di rafforzare le nostre conoscenze e ciò a cui crediamo. Oppure deve riguardare temi che non conosciamo: in questo caso siamo propensi a farci convincere facilmente perché non abbiamo un bagaglio di conoscenze tale da mettere in discussione la notizia. Questione di feeling, quindi, ma anche di come la notizia viene impacchettata. Punti esclamativi, immagini forti, date e dati con numeri facilmente memorizzabili, scritte in stampatello e in rosso sono tutti stratagemmi che chi crea bufale e le diffonde attraverso Internet o la carta stampata, conosce bene.

 

Alcune sono involontarie

Secondo l’esperto di bufale Paolo Attivissimo, giornalista informatico (dalla metà degli anni Novanta in prima linea per scovarle e raccoglierle sul suo sito www.attivissimo.net), «alcune bufale nascono involontariamente. I loro creatori sono persone in buona fede che credono di raccontare la realtà. Così avviene per esempio quando si lanciano appelli per donazioni di sangue destinate a persone specifiche: inizialmente gli appelli sono autentici e solo successivamente diventano bufale, continuando a circolare per anni dopo che i destinatari dell’appello hanno risolto l’emergenza. Altre bufale, invece, nascono per calcolo: vengono fabbricate, sapendo benissimo che si tratta di fandonie, allo scopo di ottenere un guadagno, in termini di denaro o d’immagine». Spesso, infatti, i siti utilizzano le bufale per attirare l’attenzione e portare il maggior numero di utenti a cliccare sulla pagina. Ciò si traduce in guadagno: più il sito è visitato, più gli sponsor faranno a gara per ottenervi uno spazio. «Infine, esistono le bufale nate per incompetenza, quando viene osservato un fenomeno insolito e si tenta di spiegarlo senza conoscenze adeguate», conclude Attivissimo.

 

Confermano i nostri pregiudizi

Le bufale che hanno più successo sono quelle che confermano luoghi comuni e che avvallano pregiudizi, diffidenze, odio. Un esempio classico è la bufala dei segni che gli zingari lascerebbero sui citofoni o sui muri delle case per indicare quelle dove sarebbe più conveniente mettere a segno un furto: «Questa bufala circola perché mette in guardia la gente comune contro un pericolo reale, quello dei furti», spiega Attivissimo. «Essa ci dà la possibilità di esprimere la nostra paura nei confronti del diverso e ci indica un gesto concreto come antidoto al pericolo: avvisare tutti inoltrando l’allarme». Il più delle volte proprio questo succede: la bufala viene recepita, assimilata e condivisa. «Il sentirsi parte di una comunità che necessita di risposte e spiegazioni, ci induce a coinvolgere più persone possibile. Da soggetti passivi ci trasformiamo in protagonisti attivi nella diffusione dell’informazione. Ciò ci fa sentire utili e importanti», spiega la psicologa clinica di Milano, Francesca Mangiafico. La conseguenza, però, è che si crea un effetto vortice pericoloso: «Siamo nell’era del complotto: ne sono esempio le bufale quotidiane sulle scie chimiche o sui vaccini. Il pericolo, quindi, sta nel diventare partecipanti attivi di un processo inutile se non dannoso e che non ha alcun valore sociale né individuale». Un rimedio c’è: teniamo allenata la nostra mente, coltiviamo la curiosità intellettuale e informiamoci.







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