Ernesto Calzavara

Ernesto Calzavara, uno dei poeti in dialetto tra i più importanti della seconda metà del ‘900 italiano, nasce a Treviso il 24 agosto del 1907 e vi muore il 19 agosto del 2000. Trasferitosi dopo la laurea a Milano nel corso degli anni ‘30, esercitò per tutta la vita la professione di avvocato.

 

Iniziata la sua carriera poetica verso la fine degli anni ’40 con alcune esili plaquettes pubblicate privatamente, Calzavara s’impose all’attenzione dei critici e dei lettori soprattutto negli anni ’60 e ’70 (ma non vanno dimenticate la raccolta Le ave parole del 1984 uscita per Garzanti e l’antologia Ombre sui veri del 1990, pubblicata congiuntamente per Garzanti e Scheiwiller e riedita nel 2001) con alcune opere in versi dove per la prima volta le tecniche e le poetiche moderne della poesia in lingua fecero irruzione nella tradizione della poesia dialettale. La sua ultima opera, Rio terrà dei pensieri, originale e composito collage di poesia, aforismi e note critiche, è stata edita da Scheiwiller nel 1996. E’ stato un grande poeta, grande, come ha detto una volta il suo celebre conterraneo Andrea Zanzotto, soprattutto “nel conciliare il dialetto e la tradizione all’azzardo di forme sperimentali”.

Calzavara è un grande poeta: l’essenza stessa della lingua poetica, infatti, coglie sempre nel presente i frutti di chi ha saputo coltivarla con fedeltà. Senza dimenticare che i poeti sono quegli uomini attraverso i quali la lingua vive, compiendo i suoi esperimenti più originali. E l’originalità dei grandi poeti non sta nel voler essere a tutti i costi originali, ma nel servire con onestà il loro strumento, la lingua, sia essa il dialetto di Dante, Di Giacomo o Tessa, consapevoli in ogni fibra e a ogni istante che quest’ultima così come li ha preceduti di molti secoli, sicuramente non può e non deve morire con loro. Più il poeta è consapevole della sua finitezza rispetto alle infinite risorse della lingua, più aumentano per lui le possibilità di non esserne abbandonato.

“Un poeta è facile da distruggere – diceva Calzavara. Che cos’è un poeta? Non è che un foglio di carta”.
Eppure, come lui ben sapeva, per durare a lungo il poeta non può che persistere nella coscienza di questa fragilità.
Cesare Segre ha detto giustamente che Calzavara era nato poeticamente due volte: quando negli anni ’40 pubblicò le sue prime prove e vent’anni dopo, quando con la raccolta e Parole mate parole povàre del 1966 è diventato, per usare le parole di Vanni Scheiwiller, il suo editore più fedele (anche lui maestro indissociabile nella memoria di tanti poeti) “il primo poeta in dialetto del ‘900 che abbia saputo gareggiare con i poeti delle avanguardie italiane e straniere”.

E’ difficile valutare il numero di morti e di rinascite che un poeta è in grado di sperimentare. Foss’anche solo per questo: che l’esperienza poetica insegna che non ci è mai concesso di ripetere più di una volta la stessa esperienza. Se a questo si aggiungono le letture antroposofiche dell’“iniziato” alle opere di Rudolf Steiner, il costante commercio che egli intratteneva con i misteri della reincarnazione e infine il suo amore connivente e catartico per il mondo animale, sentito come insostituibile trait d’union tra lo stadio minerale e il genere umano – tra la “piera” e “l’omo”, per dirla nella sua lingua trevigiana, bisogna concludere che soprattutto per un poeta come Calzavara il rinascere e il rimorire erano un esercizio quotidiano.

Poesie Dialettali è un libro che riscopre le radici della poesia di Ernesto Calzavara, recuperando versi andati perduti per riproporli come tributo alla sua memoria, ma soprattutto come dono prezioso per tutti coloro che si sono appassionati al dialetto proteiforme e vitale del poeta recentemente scomparso.
Introdotta dal commento di Zanzotto e dalle note biografiche di Isabella Panfilo che concorrono a creare un utile contesto di riferimento al lettore, la raccolta edita da Canova riunisce in tutto 25 poesie, precedentemente pubblicate in tiratura limitata nel 1960.
Un’opera decisamente importante che avrebbe segnato l’esordio letterario dell’autore nel campo dialettale rivelando la scelta consapevole di uno stile altamente sperimentale, capace di utilizzare tecniche e forme di avanguardia fino ad allora appannaggio esclusivo della produzione in lingua.

Una tendenza innovativa che si consoliderà nel corso delle opere successive, evidenziata ad esempio dalla poesia “Ai materiali” (Come se, Infralogie., All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano, 1974):
 

Ai materiali
“[…] Ne la to casa de aria / co’ sta biro in plastica / te scriverà su ‘na tòla / de metacrilicato trasparente / multiuso / le mie vecie parole de legno / le tue de vero / posando sul poliuretano espanso / el to deretano cargo de secoli. […]”
 
“Caminarà / su la proposta morbida / de ‘na moquette sintetica / la to mente più ciara. / Pal to cuor no lana / né ogeti-ricordo / su le ménsole de fiberglass / parchè memorie no vol / el tempo nostro […]”

 
Nella fase iniziale rappresentata da “Poesie Dialettali”, i versi in dialetto trevigiano rispecchiano temi cari al poeta, ancora riconducibili, però, al tradizionale filone vernacolare del ricordo, della memoria, della nostalgia di un passato contadino vissuto come autentico, genuino, primigenio, una sorta di lontana “terra madre”.
Emergono, tuttavia, anche l’accento sulla problematicità del vivere e lo sguardo pessimista che ritorneranno costanti nella produzione successiva, palesandosi come lo sfondo emotivo caratterizzante l’interiorità del poeta e la sua percezione della società odierna.

Esemplificativa in questo senso la lirica “La Galina”, dove, all’interno dei tòpoi del mondo contadino, si innesta la visione sfiduciata dell’autore:
 
La Galina
“Va su par la scaléta, galina, / pian pian in punèr, / sola sola a far l’ovo / in pensier, de scondon. / Va su co’ tuti i me pensier, / ovi senza rossa né bianco, vodi. / Va sù galina, va su.”
 
Lo stile innovativo con cui viene trattata la materia linguistica affiora già a tratti permettendo di coglierne alcune peculiarità: l’attenzione al ritmo, scandito con l’insistente ripetizione di alcune parole-chiavi, l’inserzione di fonemi e suoni onomatopeici (A-B-C; […] Aàhm par de qua; aàhm par de là […]) per rendere più vivo e più reale il discorso, la volontà di spingersi al di là dei tradizionali “confini” del lessico dialettale estremizzandolo fino a comprendere terminologie particolari (ad esempio di tipo giuridico: […] Ieri ‘na difesa d’ufiçio. […] e Gugliemo avvocatt cont el scafal/ pien di pratich […] ) o intrecciandolo a sintagmi in italiano (“La vita è un dono” dice la Signora. / “Par chi la imbroca” digo mi.).
 
La scelta linguistica di Calzavara – affine a quella di poeti contemporanei come Andrea Zanzotto e Luisa Zille – è certamente significativa poiché segna una svolta nella considerazione del dialetto come lingua letteraria.
Infatti, invece di affidarsi al veneziano, adattandosi quindi al “modello” per eccellenza, Calzavara sceglie di andare alla riscoperta della parlata locale, di un dialetto meno celebrato ma più attinente alla sua vita e alle sue origini, compiendo così la rivalutazione di un patrimonio linguistico fino ad allora marginale ed elevandolo alla stessa dignità letteraria del più “famoso” veneziano.
 
Lo sperimentalismo linguistico, nella rielaborazione di materiali di provenienza diversa, ha dischiuso enormi potenzialità espressive che l’“avvocato trevigiano” ha saputo sviluppare nel corso di tutta la sua produzione segnalandosi alla critica come uno degli scrittori dialettali più emblematici del ‘900.
 
Un libro da non perdere per gustare l’assaggio di una lingua antica che sa però intercettare gli influssi del moderno.







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