Internet e il contagio emotivo

Alcuni  ricercatori  (uno  di  Facebook e due della Cornell University: Kramer, Guillory e Hancock, hanno  condotto,  nel  gennaio 2012 per la durata di una settimana, un discusso esperimento che  ha  manipolato  le  emozioni di circa 700.000 persone.

Lo scopo dei ricercatori era quello di dimostrare che è possibile contagiare emotivamente le persone agendo sulle informazioni (positive o negative) che esse ricevono in rete. Dato  che,  sempre  più  spesso,  le  persone condividono le loro emozioni su Facebook e queste vengono visualizzate dagli “amici” attraverso il News Feed, che filtra informazioni, messaggi,  storie  e  azioni  pubblicate  sul  social  network,  i ricercatori  hanno  modificato  il  contenuto  che  viene  mostrato o omesso dal News Feed inviando post (di contenuto positivo o negativo). Normalmente questo contenuto è determinato da un algoritmo che Facebook ha sviluppato in modo da privilegiare i contenuti più rilevanti per l’utente. I risultati dell’esperimento  sono stati piuttosto prevedibili: quando gli utenti vedevano un minor numero di messaggi positivi sui propri feed, non solo producevano a loro volta un minor numero di post positivi, ma incrementavano i messaggi negativi. Di contro, quando i ricercatori hanno ridotto il numero dei post negativi sui feed, le persone coinvolte sono diventate più positive. Le conseguenze dell’esperimento possono essere, con una battuta, così riassunte: “A causa di Facebook un giorno di pioggia a Venezia può rendere triste qualcuno anche nella soleggiata Pantelleria”. Ma, mettendo da parte le battute, quest’esperimento ha mostrato l’enorme potenziale di condizionamento emotivo che Facebook possiede, ad esempio quello di condizionare e orientare le espressioni di voto degli elettori.
 

Il punto chiave
Facebook non è gratis. Lo paghiamo con le nostre informazioni, la nostra visione del mondo, i nostri ricordi e le nostre esperienze. Ogni volta che accediamo alla piattaforma, paghiamo. Queste informazioni sono potere, e il potere si può scambiare e vendere. (Laurie Penny).
 

Cosa succede ogni volta che clicchiamo “mi piace”
Quante volte abbiamo cliccato “mi piace” su Facebook, youtube, o altre applicazioni? Sicuramente tante, ma facendolo probabilmente non abbiamo pensato al ciclo di attività che questo gesto avvia in rete, e per quali scopi verranno utilizzate  le  nostre  preferenze.  Le  applicazioni  dei  BIG  DATA (ovvero la raccolta di dati così estesa in termini di volume, velocità e varietà da richiedere tecnologie e metodi analitici specifici per l’estrazione di valore) hanno la possibilità di ricavare dai “mi piace” che esprimiamo il quadro completo delle nostre preferenze, dei nostri gusti, dei nostri interessi. I nuovi mezzi di comunicazione del Web 2.0 ( con questo termine si indica la seconda fase di sviluppo e diffusione di Internet, caratterizzata da un forte incremento dell’interazione tra sito e utente: maggiore partecipazione dei fruitori, che spesso diventano anche autori come blog, chat, forum, wiki)  utilizzano  le  emozioni  per  i  loro  scopi,  e  siamo  noi che, spesso inconsapevolmente, gliene diamo la possibilità. I social network e i social media da cui ci facciamo coinvolgere portano vantaggi e svantaggi di cui è bene essere consapevoli.ora oppure un’aspirazione immaginata e pensata. Può essere anche l’anticipazione di un evento futuro come la collisione prossima fra due automobili. Può anche appartenere al passato come il ricordo di una offesa ricevuta, oppure l’azione può anche essere messa in moto da qualcosa che è solo immaginato come la possibile perdita del lavoro. Comunque sia, non ci sono mai decisioni a freddo, fatte solo con il cervello: sempre ci «coinvolgono» cioè chiamano in causa il nostro io fatto di emozione e ragione. Prima  che  l’azione  venga  posta  in  atto,  c’è  un  lavoro  interiore: vediamo, ricordiamo il passato, ci aspettiamo una conseguenza, valutiamo, torniamo a valutare ancora, decidiamo. È un processo spesso automatico e velocissimo. Prima di agire bisogna sperimentare, valutare e giudicare.

 

Il  processo  della  decisione  inizia  sempre  con  un  «volere emotivo» al quale può seguire successivamente il «volere razionale». Il primo impatto con la realtà è sempre emotivo. ciò che ci tocca e ci coinvolge, prima viene sentito e poi eventualmente ragionato. C’è quindi interazione fra affettività e razionalità. Ma il processo della decisione non è così semplice. Ogni decisione è inserita nel cammino evolutivo dell’uomo e nel contesto attuale della sua personalità totale. L’oggi è influenzato dal passato (memoria) e dal futuro (aspettative); inoltre ogni decisione una volta fatta non scompare ma lascia una traccia, per cui la seconda volta l’uomo sarà più incline a fare valutazioni analoghe (atteggiamenti).
 

Nelle società moderne alcune emozioni non sono più utili
Alcune emozioni non sono più utili nelle società moderne, ma esse continuano ad agire visceralmente negli esseri umani e alcuni movimenti o gruppi di persone, attraverso i mass media, ne approfittano per incitare all’odio e all’intolleranza anche sul web. La paura della diversità o la diffidenza rispetto a ciò che è differente, a uno standard a cui siamo abituati, è frutto di emozioni ataviche. Agli albori dei tempi la “differenza” poteva segnalare la presenza di un rischio o di un pericolo e rilevarlo poteva far scaturire una reazione di fuga o di aggressione. Probabilmente il nostro cervello contiene ancora meccanismi che lo fanno reagire come reagiva moltissimi anni fa in contesti però diversissimi. Forti di questa consapevolezza potremmo provare a ignorare queste reazioni e persuadere chi ci sta intorno a fare altrettanto. 







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