Sindone il caso non è chiuso

 

Il condannato fu costretto a portare sulle spalle il patibolo, dal centro di Gerusalemme fino a un colle poco fuori le mura. Lungo il percorso venne offeso, picchiato e frustrato, ma fu niente di fronte al dolore patito mentre lo inchiodavano al legno. Lo lasciarono lì, crocefisso. Quando morì, il corpo venne
portato in un sepolcro e avvolto in un telo di lino. Era venerdì. La mattina di domenica, pietro scoprì che, nel sepolcro, Gesù non c’era più: erano rimasti solo “ i lini giacenti” che gli autori dei Vangeli chiamarono sindón.
E che secondo molti credenti vanno riconosciuti nel lenzuolo conservato nel Duomo di Torino: un rettangolo lungo e stretto di tessuto su cui appare l’immagine di fronte e di schiena del corpo nudo e disteso di un uomo con la barba,
i capelli lunghi e i segni della crocifissione. È Gesù Cristo per gli “autentistici”, che si basano su leggende medioevali e testi apocrifi dell’antichità. Si tratta invece di un indiscutibile falso per la maggior parte degli scienziati e degli storici che esibiscono come prova la datazione del telo, ottenuta col metodo del radiocarbonio da tre diversi laboratori e fissata in un periodo compreso tra il 1155 e il 1390 d.C. Per gli autenticisti, tuttavia, anche questa prova scientifica è contestabile a causa dell’incendio. E pure i risultati delle ultime analisi compiute da un team di genetisti delle Università di Padova, Pavia e Perugia potrebbero aprire qualche crepa nelle granitiche certezze degli scettici.

Un lungo viaggio

A  cominciare  dal  vero  “contenuto”  della  Sindone.  Secondo alcuni scienziati, per riprodurre l’immagine di Cristo sul telo potrebbe essere stato usato un bassorilievo: non ci sono infatti le deformazioni naturali provocate dal contatto con un viso. Ma questo bassorilievo non avrebbe certo lasciato tracce di Dna. Tanto meno di origine mediorientale, come invece mostrano  le  analisi,  effettuate  sul  Dna  genomico  (quello presente nel nucleo delle cellule) estratto da alcune particelle aspirate nel 1988 dal bordo laterale della Sindone e in diversi punti sul retro dell’immagine. «Tre aplotipi mitocondriali (l’insieme degli individui che condivide alcune varianti del Dna mitocondriale, ndr), H33, H13 e H2, sono stati riscontrati in tutti i campioni: i primi due sono comuni in medio oriente, il terzo è caucasico. Uno di questi potrebbe appartenere all’uomo della Sindone, e non possiamo ignorare il fatto che H3, molto raro, sia tipico anche delle comunità dei Drusi, un gruppo etnico che vive soprattutto in aree ristrette tra Giordania e Siria, Libano e Israele, e nella regione storica della palestina: la Galilea», dice Gianni Barcaccia, coordinatore della ricerca e docente di Genetica agraria all’Università di Padova. Piuttosto comune, in Medio Oriente e in Nord Africa, è anche l’averla,  un uccellino il cui Dna è stato rinvenuto sulla Sindone insieme a quello di un verme marino e di almeno 19 specie vegetali diffuse in Europa Centrale, nel Mediterraneo e in Medio Oriente, ma anche originarie della Cina (introdotte in Europa dopo il XIII secolo) e dell’America (giunte nel XV-XVI secolo). «Il Dna delle piante era presente soprattutto sul campione dal bordo della Sindone, quello cioè più esposto alla contaminazione. La specie più abbondante è risultata l’abete rosso: l’albero geneticamente più simile si trova nelle alpi Svizzere, vicino a Torino e alla Francia, dove la Sindone è  stata conservata per secoli, a Chambéry in particolare», dice ancora Barcaccia. La Sindone soggiorna infatti da lungo tempo in Europa, ma da dove vi arrivò?«Poichè non esiste alcun documento che menzioni la Sindone prima del Medioevo, le ricostruzioni storiche dei suoi viaggi proposte dagli autenticisti sono basate su congetture», sostiene Andrea Nicolotti, docente di storia del Cristianesimo e delle chiese all’Università di Torino e autore di Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa (Einaudi). «Un tempo si pensava che fosse giunta in Francia dalla Palestina durante le crociate; altri l’hanno fatta passare per Cipro. Da circa 40 anni si afferma che sarebbe passata da Edessa (l’attuale Urfa, in Turchia) per poi giungere in Francia. Qualcuno chiama in causa i Templari. In realtà non è necessario immaginare alcun viaggio: la Sindone è stata fabbricata dopo il 1260 e la cosa più probabile è che ciò sia avvenuto in Francia, dove i documenti la attestano per la prima volta vicino a Troyes».

Falsario medievale


Lo testimonia una lettera, inviata nel 1389 dal vescovo di quella città, Pierre d’Arcis sur-Aube, all’antipapa avignonese Clemente VII: il prelato se la prende con i canonici della chiesa di Lirey, che, spacciandolo per l’autentico lino sepolcrale di Gesù, mostrano ai fedeli un lenzuolo con impressa
l’immagine di Cristo. Nella  lettera  si  ricostruisce  anche  la  storia  di  quel  telo: il fondatore della chiesa di Lirey, il cavaliere Geoffroy di Charny, “vi aveva fatto collocare con venerazione” la reliquia intorno al 1355. Non senza scalpore, però: già il vescovo predecessore di d’Arcis aveva indagato e scoperto che  un  falsario  aveva  “artificiosamente  dipinto  in  modo ingegnoso”  il  corpo  sul  telo.  Dopodichè,  racconta  ancora il prelato, la Sindone era scomparsa. Per ricomparire appunto 34 anni dopo, nel 1389, grazie all’autorizzazione del legato apostolico del re di Francia, sollecitato dal figlio del cavaliere Geoffroy. Il giovane, però, non sapeva chi avesse donato a suo padre la reliquia. «Anche se non mi pare troppo probabile, certamente non si può escludere che sia stata importata: da dove, se così fosse, è impossibile saperlo», nota Nicolotti. Un’idea in merito, però i genetisti ce l’hanno: secondo loro il telo potrebbe venire dall’India. Tra le 21 persone geneticamente  distinte  che  hanno  identificato,  infatti,  alcuni sarebbero di etnia indiana. Semplici pellegrini in Europa, come gli altri che provenivano dall’Europa Occidentale eCentro-orientale, dal Caucaso, dal Nord Africa, dal Medio Oriente  e  dall’Asia  Centrale?  Forse  no.  «Pare  improbabile che più fedeli, appartenenti a gruppi etnici rari indiani, possano aver avuto l’occasione di toccare e contaminare parti diverse di questo lenzuolo, da almeno 8 secoli ben conservato e protetto. Dato che questi Dna sono stati rinvenuti ovunque, sia nel bordo esterno sia nelle parti interne della Sindone, sembrerebbe invece più probabile che queste persone siano coloro che hanno prodotto o maneggiatoil tessuto. Come peraltro farebbe pensare il suo nome originale, sindón, che secondo alcuni linguisti deriverebbe dal termine sindia o sindie, cioè “tessuto derivante dall’India», sostiene  Barcaccia,  Ma  perchè,  sempre  nell’ipotesi  di  un falso risalente al Medio Evo, l’artista della Sindone avrebbe dovuto prendere in India un tessuto che in quel periodo poteva trovare in Francia? La tela,come sostengono molti esperti, sembrerebbe infatti essere stata lavorata da un telaio a pedali con quatto licci, un tipo di macchinario introdotto in Europa intorno al XIII secolo.

Nelle mani dei Savoia
Risposte precise non ce ne sono, ma di sicuro nessuna di queste domande sfiorò la mente del duca Ludovico di Savoia, che nel 1453 divenne proprietario del telo sacro grazie alla nipote di Geoffroy, Marguerite, che glielo cedette. «Pur non essendo la prima in ordine cronologico, la Sindone di Torino è quella che ha oscurato la fama e il ricordo di tutte le altre, essenzialmente per due motivi: a differenza delle altre contiene un’immagine molto evocativa e, ancora più importante, fu acquistata dai duchi di Savoia, diventando la reliquia ufficiale della dinastia. Svolse quindi una funzione non soltanto religiosa ma anche politica, perché il suo possesso era il segno di una particolare benevolenza di Dio verso quella famiglia», conclude lo storico. In mano ai nuovi potenti proprietari, ogni dubbio sulla sua  autenticità  scomparve  e  nel
1506 il suo culto venne approvato dal  pontefice.  Dapprima  conservata a Chambéry, antica capitale sabauda, scampata a un incendio nel 1532, nel 1578 la Sindone trovò la sua collocazione a Torino, diventata capitale sedici anni prima. E ancora oggi, dopo tanti anni, indagini e polemiche, continua a dividere gli osservatori: chi ha fede, per definizione, non ha bisogno di prove. Gli altri, invece, restano San Tommaso.

Gesù da giovane

ARIA  SANTA.  Ringiovanire  non  è  possibile  per  nessuno, tranne che per Gesù. Purché sia aiutato da un software dal sapore di telefilm poliziesco, ma realmente usato dagli investigatori della Polizia di Stato per ricostruire il volto invecchiato  dei  boss  latitanti,  quando  ne  esistono solo fotografie del passato (come nel caso del capomafia Bernardo Provenzano, le cui immagini precedenti l’arresto risalivano a 40 anni fa). Nel caso della Sindone,  il  procedimento,  svolto  a Roma, è stato invertito per ricreare l’ipotetico aspetto di Gesù da ragazzo, a partire dall’immagine del volto dell’uomo impresso sul lenzuolo conservato a Torino. Al ritratto, opera non solo del computer ma anche della mano di un disegnatore, gli esperti sono arrivati riducendo le dimensioni della mandibola, sollevando il mento e raddrizzando il naso, che sul telo pare deviato da una frattura. Il risultato è il viso di un ragazzo magrolino, con i capelli castano chiari e l’aria pulita.







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