Massimiliano Ruggiero

Massimiliano Ruggiero nasce a Treviso nel 1965. Laureato in Formazione e Sviluppo Risorse Umane, dopo un lungo passato in Banca Fideuram dal 2005 entra in Banca Generali dove ricopre il ruolo di Area Manager per l’Emilia Romagna, la Toscana e l’Umbria, coordinando un team di oltre 270 consulenti finanziari che gestiscono circa 5 miliardi di masse per la clientela. Grande appassionato di Rugby è stato giocatore professionista in serie A dal 1986 al 1992 nelle fila dell’A.S. Tarvisium. Dal 2003 al 2007 è stato allenatore delle Nazionali di rugby under 17 e under 18, partecipando ai Campionati Europei di Categoria (Test Match Irlanda, Inghilterra, Galles, Francia, Scozia) e ottenendo il quarto posto nel 2004 e il terzo nel 2005. Ancora vicino al mondo dello sport, allena i ragazzi under 14 della AS Tarvisium, è chiamato a collaborare sulle dinamiche di Recruiting e Sviluppo Manageriale dal Centro di Formazione aziendale su scala nazionale.

 

Massimiliano, raccontaci dei tuoi anni giovanili.
Sono stato un giocatore di rugby. Ho giocato nelle nazionali giovanili fino all’under 21 e ho giocato in serie A con la AS Tarvisium. Amo ripetere questa frase che credo sia importante non solo per me. L’ho sentita da un mio vecchio capitano di squadra, Guido Eletti, oggi presidente della AS Tarvisium: un rugbista può smettere di giocare ma rimane e rimarrà rugbista tutta la vita. Il mio modo di essere in tutte le manifestazioni che siano professionali, formative, di allenatore o genitore, partono da un presupposto: io sono un rugbista.
 

Cosa vuol dire essere un rugbista?
Tenere fede ai principi e ai valori del mio sport.
I valori del rugby sono per esempio il rispetto delle regole, il rispetto dell’avversario cioè di colui che la pensa in maniera diversa da te e comunque che è un tuo concorrente. Ma anche del rispetto per se stessi che per me è fondamentale. Oltre a questo ci sono altri valori nel rugby. C’è il valore del sostegno. Sostegno vuol dire essere in grado di aiutare colui che può avere necessità di un tuo aiuto. Che sia un bambino, un anziano, un collega di lavoro un estraneo meno fortunato di te, poco importa. Quel che conta è dare il proprio contributo.
 

Questi sono i tuoi valori e nella vita come ti hanno aiutato o indirizzato?
La mia vita come spesso accade a molti è delineata da alcuni momenti che sono stati particolarmente importanti.
Uno dei miei momenti fondamentali è stato quando a 19 anni, campione d’Europa e promessa del rugby, andando con un amico e compagno di nazionale a Jesolo per festeggiare, abbiamo fatto un incidente in moto.
Lui, Mauro Caponi, ha concluso in quel momento il suo percorso su questo pianeta e io invece mi sono rotto il ginocchio la spalla e il bacino, ho fatto un bel po’ di letto e carrozzina ma sono rimasto vivo. E quel momento tragico della mia vita, è stato anche il momento più importante. Momento nel quale io ho dovuto da terra piano piano rialzarmi, ricostruirmi fisicamente e anche mentalmente, riprendere in mano la mia vita in maniera completamente differente. Quindi ho iniziato a riprogettare tutto, non solo il gioco del rugby che prima era la priorità, ma anche il mondo professionale. Quindi iniziai a lavorare,come consulente finanziario e contestualmente mi allenavo. Per me era una sfida personale perché i medici avevano detto che non avrei più potuto giocare a rugby e invece riuscii a giocare qualche anno in serie A. Ovviamente non ero più il giocatore di prima, il mio fisico ne aveva risentito troppo.
 

E quindi, con questa consapevolezza cosa decidesti di fare?
Smisi presto di giocare a rugby e mi dedicai ad allenare i ragazzini per continuare a rimanere in questo mondo che per me è un mondo straordinariamente utile, gioioso, motivazionale, e perché comunque quel mondo mi aveva dato la possibilità di valorizzarmi come uomo e come atleta, e a rimanere nella Tarvisium in modo particolare, perché questa società che non è la più forte a Treviso dal punto di vista economico, è comunque un’ eccellente fucina non solo di campioni ma anche di uomini che hanno dei valori. Quindi, ciò che avevo ricevuto da questa esperienza e da questa società, ritenevo giusto poterlo trasmettere ad altri. E così ho fatto, fino a due anni fa. Mi sono occupato di allenare anche le nazionali giovanili con grandi soddisfazioni. Chiaramente ad un certo punto ho dovuto allentare gli impegni sia per questioni di lavoro, sono Manager in Banca Generali, sia per dedicare più tempo alla mia famiglia.  Mia moglie e i miei figli sono la cosa più importante della mia vita.
 

Tu hai parlato di sfida e hai parlato di campo emozionale. Cosa dici ai tuoi figli e quindi diresti a chiunque per affrontare la vita odierna, quali sono le caratteristiche che secondo te bisogna avere e cosa bisogna sviluppare?
Ci sono vari punti che secondo me devono essere affrontati nella crescita di un ragazzo. La crescita ha varie sfaccettature, un po’ come un diamante. Se rifletto sul mio percorso di crescita che ha toccato sia la sfera sportiva che quella professionale mi rendo conto che uno dei pilastri che per me ha fatto la differenza è stato la gestione,  la conoscenza e la consapevolezza del potere mentale ed emozionale che noi abbiamo.
 

Tu hai scritto un libro su questo argomento.
Si, ho scritto un primo libro che parla del management e del rugby. “Management e rugby strategie vincenti”. Perché il mio modo di essere rugbista è un modo di essere che porto in tutti i campi. Il modo di fare management è correlato alle esperienze che ho avuto nel mondo del rugby e vedo che questo funziona. Parlavamo di rispetto e di sostegno ma a questo si aggiunge anche lo spirito di squadra, si aggiunge il senso di appartenenza, l’importanza dell’individuo all’interno del gruppo. Quando parliamo dell’individuo, utilizzando una metafora, per me è come una sedia. Una sedia ha quattro gambe. Per reggersi in equilibrio e potersi appoggiare è importante che tutte siano ben salde. La base di tutto è data dall’attenzione verso il fisico, il proprio corpo, sia come uomo che come professionista che come giocatore. Una volta si diceva mens sana in corpore sano. Quindi fare attenzione al proprio corpo significa dover fare attenzione alla propria mente, curare il proprio stato emozionale ascoltando le proprie emozioni, le proprie motivazioni, capire dove si vuole andare. E poi c’è un altro aspetto molto importante che è quello della spiritualità non intesa come religione, ma la spiritualità che è l’essenza della parte profonda di ognuno.
 

Quanto incide il sogno nella tua spinta emozionale. E cosa suggerisci come sviluppo mentale?
Mi riferisco alle pratiche di meditazione yoga, visualizzazione, rilassanti etc. Durante il recupero dall’incidente mi hanno aiutato molto, ho lavorato con tecniche di visualizzazione che ho imparato grazie a Carlo Spillare psicologo e operatore che lavora con la dinamica mentale e comportamentale. Mi ha insegnato ad usare la forza che si ha nel cervello e poi in tutto il corpo: la forza mentale. Quindi avere consapevolezza di cosa sei e avere consapevolezza di dove vuoi andare. Questo per me è il sogno. I sogni non devono essere per forza obiettivi impossibili. I sogni sono piccole mete quotidiane. Qui torniamo allo sport. Una partita la vinci se fai tante mete, se porti tante volte il pallone li. Per me la vita è un pò così, cercare di fare più mete possibili.
 

Quali sono le mete?
Son quelle che ognuno decide per sé, quello che ci piacerebbe fare che si vorrebbe raggiungere. Prendermi una laurea è una meta. Le mete sono i sogni.
 

Qual è il tuo sogno?
Io in realtà non ho un sogno solo. Ho sogni nel lungo periodo, ho sogni nel breve periodo, io questi sogni me li scrivo, le mie mete me le scrivo... Me le metto lì in modo che siano sempre presenti.
 

In tutto questo l’autostima quanto conta?
L’autostima è una cosa fondamentale però è un percorso. Tante sono le persone che non ce l’hanno ma quante lavorano realmente per raggiungerla? è un lavoro lungo, si ottiene  sommando tra loro i piccoli successi quotidiani. Fa una distinzione tra autostima, arroganza e presunzione. Sono diametralmente opposte. Una persona che ha una reale autostima è anche una persona che rispetta l’altro. L’autostima deve essere la consapevolezza del proprio valore. Il rischio è di diventare presuntuosi agli occhi degli altri ma dipende da come ci si comporta. Io credo che una persona sia grande nel momento in cui è consapevole della propria potenzialità e del proprio essere ma ciò non significa non rispettare gli altri, le loro scelte e le loro idee qualora fossero differenti dalle nostre. La consapevolezza del proprio valore non presuppone l’arroganza, il disprezzo degli altri, bensì l’accettazione.
 

Come ti sembrano i ragazzi di oggi?
Tutti criticano molto i ragazzi di oggi. Io in realtà, ogni tanto vado all’università a fare degli interventi di formazione e ho una grandissima stima della gioventù. Perché dobbiamo tenere presente che oggi i ragazzi vivono in un contesto che è il nostro, quello che abbiamo creato noi. L’esempio e la formazione che abbiamo dato non sono sempre stati positivi. Vedo tantissimi ragazzi che sono impegnati nel sociale, nel volontariato che hanno degli interessi sportivi, che fanno attenzione al proprio corpo, si allenano, studiano..che  cercano in qualche modo di combattere rispetto alle poche prospettive che gli stiamo offrendo. Altro aspetto: noi genitori quanto dedichiamo del nostro tempo a questi ragazzi? Le famiglie, per necessità, padre e madre devono lavorare entrambi… Tornano stanchi..  E lo vedo nel rugby.. Tanti sono i bambini che arrivano qui che hanno mille paure, paura del contatto con l’avversario, paura di cadere per terra.. E questo per esempio ti fa capire che questi ragazzi non hanno avuto un rapporto fisico con il genitore, non hanno fatto la lotta con il papà, non sanno correre, non sanno fare una capriola! Noi da ragazzini dal punto di vista tecnologico eravamo meno avanti, ma dal punto di vista fisico, lo eravamo di più.. Ma di chi è la colpa?
 

Che suggerimento vuoi dare agli educatori?
Bisogna creare una mentalità vincente, una mentalità positiva, dobbiamo seminare pensieri positivi nei ragazzi offrendo loro gli strumenti per trovare soluzioni a situazioni che possono essere anche complesse. Dove c’è un problema in qualche modo si può trovare una soluzione e lo dico partendo dal primo punto affrontato. Nel momento in cui ho avuto l’incidente per me era una tragedia. Stavo in un letto con dei medici che dicevano che non avrei più fatto l’unica cosa per me in quel momento importante: giocare a rugby. Ma quel momento così tragico per me è stato anche una rinascita. Se non mi fosse accaduto nulla forse sarei stato un grande campione di rugby ma molto povero di altre cose... e oggi magari a 50 anni, vivrei nei ricordi.







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